lunedì 3 giugno 2013

La macchia del giaguaro

Da MondOperaio

 di Giuseppe Lombardo

 “Volevano smacchiare il giaguaro e hanno fallito”. Quando Berlusconi pronunciò queste parole, all’indomani del verdetto elettorale, ebbi immediatamente l’impressione che quel ghigno, quella posa plastica, nel breve periodo avrebbe annunciato tempesta. Lo dissi al telefono ad un collega: “il peggio deve ancora venire”. Da Cassandra, quale sono e fui, constato con amarezza come i fatti mi abbiano dato ragione.

    Prima il Pd si è crocefisso sul nome di Bersani, inseguendo il Cinque Stelle nelle lande desolate dei richiami alla “responsabilità nazionale”. Poi le teste pensanti dell’apparato hanno ritenuto doveroso bruciare nella corsa al Quirinale il fondatore dell’Ulivo, Romano Prodi, vale a dire l’unico italiano che ha saputo battere il Caimano in una duplice contesa elettorale. Non contenti, hanno chiesto l’immane sacrificio a Re Giorgio, già sponsor del governo Monti, costretto – almeno in teoria – a reggere il corpo della nazione fino alla veneranda età di 95 anni: un auspicio di lunga vita.

    Da questa scelta è derivata la formazione del governo Letta, in assoluto il miglior governo Berlusconi di sempre. Un esecutivo in cui perfino la De Girolamo ha trovato una collocazione.

    Finisce qui? Giammai: Berlusconi ha chiesto 28 presidenze nelle Commissioni parlamentari, portando in auge nomi così puliti e trasparenti da profumare ancora d’incenso. Fra questi spiccano i volti del ciellino Celeste per eccellenza, Roberto Formigoni, e del buon Antonio Razzi, uomo mite ed elegante, quello con la faccia da intellettuale. Per la giustizia si è delineato l’accordo: il Pdl ha voluto fermamente Nitto Palma e sul suo nome ha puntato le fiches della propria dote elettorale. Lo stesso Nitto Palma che diede battaglia all’interno del partito per candidare Nicola Cosentino, noto alle procure come Nick O’Mericano, considerato il braccio finanziario ed istituzionale del clan dei Casalesi. Lo stesso Nitto Palma che, secondo fonti interne, a urne chiuse avrebbe confessato a Brunetta: “coi 300.000 voti di Nicola avremmo vinto”. Peccato.

    Intanto Alfano, dopo aver pianto il senatore Andreotti, altro volto storicamente pulito della politica italiana, dalla sua pagina facebook ha ricordato le intemerate contro la mafia di Giovanni Paolo II. Pazienza se il suo principale ritiene Vittorio Mangano, pluriomicida legato a Cosa Nostra, un autentico eroe, e se nelle fila della strana maggioranza siede fra i banchi del Pdl Antonio D’Alì, già rinviato a giudizio in merito ai suoi rapporti con Messina Denaro.

    Sul capo del capo, poi, si è abbattuta nuovamente la scure giudiziaria. Dismessi gli abiti da statista, il Cavaliere ha tuonato: “per ora il Governo non è a rischio”, confermando come la stabilità del paese dipenda, in ultima analisi, dalle sue vicissitudini penali.  Pochi conflitti, troppi interessi.

    Insomma, tutto procede secondo i piani: il Pd è alle strette, il Pdl recupera nei sondaggi e le analisi di Grillo contengono sempre gotici richiami alle camere mortuarie. A proposito, caro Beppe, con l’avvento in Parlamento di Crimi e degli altri lord, non doveva tornare di moda “l’onestà”? O volevate dire “Rodotà” e vi siete confusi?