lunedì 13 novembre 2017

Freschi di stampa, 1917-2017 (24) - E una ricca raccolta darà questa seminagione!

A tre anni passati dall'inizio della Grande guerra, Maksim Gor'kij pub­blica sull'ADL dell'8.9.1917 un testo – I pensieri intempestivi – che di seguito riproduciamo integralmente.

«Parecchie diecine di milioni di uomini, robusti, sani, laboriosi, so­no tolti dalla grande opera della vita, dallo sviluppo delle forze pro­duttive della terra e sono mandati ad uccidersi gli uni contro gli altri.

Rintanati nella terra, essi vivono sotto la pioggia e la neve, nel fan­go, nella strettezza, tormentati dalle malattie, divorati dai parassiti. Vivono come bestie, spiando gli uni gli altri per uccidere.

Già è il terzo anno che noi viviamo nell'incubo sanguinoso e ci sia­mo imbestialiti, e siamo impazziti. L'arte eccita la sete di sangue, di massacro, di distruzione. La scienza, violata dal militarismo, serve ubbidiente allo sterminio di uomini.

Questa guerra è il suicidio dell'Europa! Pensate. Quanto cervello sano, magnificamente organizzato, fu buttato sulla terra fangosa durante questa guerra! Quanti cuori sensibili si sono fermati!

Questo insensato sterminio dell'uomo, da parte di un altro uomo, que­sta distruzione delle grandi opere dell'uomo non si limita alle perdite ma­teriali, no! Diecine di migliaia di soldati mutilati, per lungo tempo, fino alla morte, non dimenticheranno i loro nemici. Nei racconti sulla guerra essi trasmetteranno il loro odio ai figli, cresciuti sotto le im­pres­sioni dei tre anni di orrore quotidiano. In questi anni molto odio è seminato sulla terra e una ricca raccolta darà questa seminagione! E pe­rò da così lungo tempo ci si parlò con tanta eloquenza della fratel­lan­za degli uomini, dell'unità! Chi è colpevole del diabolico inganno, della creazione di questo caos di sangue?

Non andiamo a cercare i colpevoli fuori di noi stessi, diciamo la ve­rità amara: tutti noi siamo colpevoli di questo delitto, tutti e ciascuno.

Immaginate per un momento che viviamo nel mondo degli uomini savi, sinceramente preoccupati dalla buona organizzazione della loro vita, fiduciosi nelle loro forze creatrici; immaginate per esempio che a noi, russi, nell'interesse dello sviluppo della nostra industria fosse sta­to necessario scavare il canale Riga-Kherson, riunire il Baltico col Mar Nero, opera alla quale sognò già Pietro il Grande. Ed ecco, in­ve­ce di mandare al macello milioni di uomini, noi ne mandiamo una par­te soltanto a questo lavoro, necessario al paese, al popolo. Io sono si­curo che gli uomini uccisi in tre anni di guerra avrebbero potuto in que­sto periodo di tempo asciugare le migliaia di chilometri delle no­stre paludi, irrigare la Steppa della Fame e altri deserti, riunire i fiumi del Basso Ural colla Kama, costruire una strada attraverso il Caucaso e fare altri grandi lavori per il bene della nostra Patria.

Ma noi distruggiamo milioni di vite ed enormi quantità di energie del lavoro per l'eccidio e lo sterminio.

Si fabbricano masse enormi di esplosivi carissimi e distruggendo le migliaia di vite questi esplosivi si fondono senza traccia nell'aria. Dal proiettile scoppiato restano almeno i pezzi di metallo dai quali in se­gui­to, potremmo fare magari i chiodi; ma tutte queste meliniti, lidditi, dinitro-tolnoli mandano veramente in fumo e al vento la ricchezza del Paese.

Non solo miliardi di rubli, ma milioni di vite umane insensatamente sono distrutte dal mostro dell'Avidità e della Stupidità.

Quando vi penso, una fredda disperazione mi stringe il cuore e un folle grido vuole liberarsi dal petto:

"Disgraziati, abbiate compassione di voi!"» (ADL 8.9.1917).

Maksim Gor'kij a parte, l'ADL apre sulle agitazioni operaie scoppiate a Torino il 23 agosto 1917: «Il proletariato ha dato una nuova formi­da­bile prova del suo odio alla guerra, della sua capacità rivoluzionaria. Come? Quando? Quali sono i dettagli? Non sappiamo. Sappiamo solo che la Cavalleria affrontò la folla per le vie; che il palazzo dell'As­so­ciazione Generale degli Operai, ove ha sede il Partito Socialista e la Camera del Lavoro è chiuso; che alla “FIAT”, ove lavorano 80'000 operai metallurgici, il lavoro è stato abbandonato per cinque giorni; che il pane è mancato e manca tuttavia; che il questore è punito, che il prefetto è sospeso dalle sue funzioni; che l'allarme risuonante di paura passa dai giornali borghesi ai giornali pseudo-rivoluzionari, come il "Popolo d'Italia"» (ADL 8.9.1917).

La sommossa di Torino scoppia spontaneamente e subito è schiac­ciata nel sangue, la capitale sabauda viene classificata “zona di guerra” e sottoposta a legge marziale: oltre cinquanta i morti, più di duecento i fe­ri­ti. Gli arresti indiscriminati di massa decapitano la se­zio­ne cittadina del PSI. La guida del partito torinese passa a un comitato di dodici com­pagni, tra cui anche Antonio Gramsci, esponente allora ven­tisei­en­ne del gruppo giovanile che venti mesi più tardi si cristal­liz­ze­rà – con Angelo Tasca, Umberto Terraccini e Palmiro Togliatti – nel­la reda­zio­ne de "L'Ordine Nuovo – Rassegna settimanale di cultura socialista".

Papa Benedetto XV, in quell'estate infuocata, non fa nulla per na­scondere la propria empatia di fondo verso il popolo torinese, anche se socialista e anticlericale, vedendovi in ogni caso l'espressione di un comune sentire contro la guerra, “inutile strage”. Ma l'accenno a sug­gello delle notizie sulla sommossa che l'editoriale dell'ADL fa al quo­ti­diano "Il Popolo d'Italia", fondato e diretto dal futuro duce del fa­sci­smo, prefigura già lo scontro che andrà consumandosi nel primo dopoguerra italiano tra i “Consigli operai” e la prima ondata di violen­za in camicia nera.

L'atteggiamento papale si riallineerà a quello dell'establishment dopo lo scoppio della guerra civile tra “rossi” e bianchi" nella nascente Unio­ne Sovietica. La Chiesa cattolica manifesterà un favore crescente per le organizzazioni mussoliniane. E queste, osteggiate ai tempi dell'interven­ti­smo bellico, verranno ora invocate, invece, come risposta "provvi­den­zia­le" al bolscevismo.

Il successo dei fascismi, dilaganti di lì in poi dall'Italia all'intera Eu­ro­pa, nasce da una potente convergenza d'interessi – politici, eco­nomi­ci e religiosi – postasi sotto l'egida delle "tempeste d'acciaio" e del loro connotato ideo­logico più ovvio ed esiziale: il nazionalismo. I regimi fascisti ne vor­ranno incarnare l'adattamento a un nuovo clima popu­li­stico che la mobilitazione generale delle masse in guerra ha ormai suscitato su tutto il con­ti­nente.

Così, Mussolini potrà congegnare “da destra” uno stato sociale ca­pa­ce di offrire al popolo d'Italia le concessioni necessarie alla tenuta del sistema, concessioni che per l'establishment saranno accettabili, però, solo in un quadro autoritario, e tendenzialmente totalitario. Questo ap­parirà il regime più idoneo a garantire la sostanziale saldezza delle ge­rar­chie di censo e di potere lungo un percorso di perequazione minima con­trollata.

Il fascismo, lo “stato sociale di destra”, sarà la risposta totalitaria del­­l'Europa occidentale alla grande sfida dello “stato sociale di sinistra” che la Rivoluzione russa subito impersona nelle speranze dei popoli, anche se ben presto im­­boccherà a sua volta i tragitti del totalitarismo. Una terza variante del­lo “stato sociale”, quella gloriosa, di matrice rooseveltiana, seguirà in­fine a partire dagli anni Trenta. Ma verrà poi tradita e rimossa dal pen­siero unico neo-liberista subito dopo la caduta dell'URSS.

(24. continua)

 

Nell'anno delle due rivoluzioni russe l'ADL di allora poté “coprirle” entrambe con materiale di prima mano. Ciò grazie soprattutto ad An­ge­li­ca Bala­banoff, fautrice de­gli stretti legami tra i so­cia­listi ita­liani e russi impe­gna­ti, insieme al PS svizzero, nella gran­de campagna di “guerra alla guerra”. Campagna lanciata con la Con­fe­renza di Zimmerwald. E culminata nella Rivoluzione d'Ottobre.

lunedì 6 novembre 2017

Zimmerwald va a Stoccolma

Freschi di stampa, 1917-2017 (23)
    
 
L'ADL del 25 agosto 1917 ospita un articolo – Intorno alla terza conferenza di Zimmerwald – che Angelica Balabanoff ha inviato il 15 agosto da Stoccolma, e che programmaticamente non tratterà della conferenza "social-diplomatica" promossa dal Soviet di San Pie­tro­burgo nella capitale svedese in quei giorni. Di ciò parlano già tutti i giornali, riferisce la Balabanoff. E la maggior parte dei commentatori non tiene nel dovuto conto la situazione russa, altamente instabile. Sicché i pro­blemi all'orizzonte stanno assumendo la forma dell'aut aut: o pace o guerra, o rivoluzione o contro-rivoluzione, o Lenin o Kerenskij. 
 
 
Dettaglio di prima pagina dell'ADL del 25 agosto 1917
con la lettera da Stoccolma di Angelica Balabanoff
 
Gli "internazionalisti" si riuniranno a Stoccolma anch'essi, ma se­pa­ratamente dai "social-diplomatici", in una Terza Conferenza di Zim­merwald che si celebrerà «lontano dal rumore, lontano dalle strombazzature della stampa» al seguito del tour che il Soviet di San Pietroburgo, qui ancora in formazione politica filo-Kerenskij, sta svolgendo in Europa. Sulla tappa italiana dei rappresentanti russi la Balabanoff si astiene da giudizi definitivi: «E questo riserbo è tanto più indicato in quanto gli stessi giornali si vanno contraddicendo e smentendo a vicenda. Mentre gli uni narrano di un telegramma di solidarietà, di auguri mandato a Kerensky dai ministri ed interventisti italiani e dagli ospiti russi, gli altri raccontano che questi ultimi si sono rifiutati di firmare il telegramma» (ADL 25.8.1917). 
    Di che cosa stiamo parlando? Di come circolavano le notizie cento anni fa: «Ancora non conosciamo la risposta dei delegati russi al brin­di­si di Bissolati coll'augurio di "schiacciamento del nemico esterno ed interno". Tutti questi particolari li sapremo con precisione al ritorno dei delegati del "Soviet", i quali dovranno naturalmente rendere conto esat­to del loro viaggio anche alla minoranza, non ancora incarcerata, del "Soviet"». Dunque, stiamo parlando anche della minoranza bol­scevica, in parte incarcerata e clandestina, ma lanciata in splendida solitudine nella causa della "pa­ce subito". Intanto è in corso un tentativo di golpe dello Stato Maggiore, al seguito del generale Lavr Georgievič Kornilov. Fallirà, com'era da poco fallita la "Offensiva Kerenskij", anch'essa guidata da Kornilov. Entrambi i fallimenti, l'Offensiva a luglio come il Golpe ad agosto, accadono non da ultimo a causa dello scarsissimo entu­siasmo, diciamo, che i propositi delle élites mietono presso il popolo dei soldati e dei lavoratori russi. 
 
 
Il generale Kornilov nel luglio 1917
 
In tutt'Europa infuriano la guerra e (ovviamente) la propaganda di guerra, che però non cancella milioni e milioni di ragazzi morti inutilmente sul "campo d'onore". Una grande spaccatura, segnala la Balabanoff, si sta consumando «fra i Zimmerwaldiani ed i social-diplomatici», investendo con forza le fila del movimento operaio. Percorrerà tutto il secolo breve, fino alla caduta del Muro di Berlino. L'anno 1917 è il momento a partire dal quale si può comprendere come questa faglia sia potuta nascere e come essa poi abbia assunto una traiettoria a dir poco inaudita. 
    Gli uni «parlano bensì a nome di 250 milioni di proletari organizzati, ma non a nome di coloro che per la volontà del dittatore della nuova Russia (…) vengono condannati a morte, perché guidati da criteri certo non meno rivoluzionari di coloro che animano i "compagni" al potere, e perché ritengono l'offensiva essere un delitto nonché uno sfacelo» (ADL 25.8.1917). 
    Angelica si mostra sprezzante sulla catastrofica "offensiva" che porta il nome del premier laburista e soprattutto sugli "entusiasmi" suscitati da Kerenskij presso i grandi opinionisti "intesofili", grazie ai quali è «di­ventato una persona celeberrima da un giorno all'altro per il tele­gramma col quale egli chiedeva d'urgenza la reintroduzione della pena di morte» (ADL 25.8.1917).  
    Quello della dignità personale, che include l'intangibi­lità della vita di ciascuno, è un tema fondamentale per il quale siamo tutti debitori del movimento per la pace di cent'anni fa. Allo scopo di illustrare questo punto, la Dottoressa Angelica disegna il ritratto di un esponente dei "guerraiuoli" russi, Savinkoff: «Anni fa scrisse un romanzo a tesi, in cui esprimeva i dubbi ed i rimorsi di un terrorista che toglie la vita a chi egli considera nemico ed ostacolo della libertà e della felicità delle molti­tu­di­ni oppresse». Il terrorista qui è Savinkoff stesso, pentito. Il sen­ti­mento morale antiterrorista della Balabanoff non fa velo all'apprez­za­mento letterario per il libro: «era scritto bene da chi aveva sentito evi­den­te­mente gli scrupoli ed i conflitti di cui parlava. I terroristi si pre­paravano a rivedere ed a ritoccare quella parte del programma che ri­guar­dava l'inviolabilità della vita umana, quando ecco questa revisione viene fatta da una fonte autentica. Chi sentiva tanti scrupoli di fronte alla soppressione di un individuo solo (…) si emancipa da ogni scru­polo quando si tratta di condannare al capestro intere moltitudini ree di non aver voluto uccidere i loro fratelli proletari» (ADL 25.8.1917). 
    L'allusione è nuovamente alla pena di morte reintrodotta nell'esercito russo dal governo Kerenskij contro l'opposizione di Lenin, che viene accusato di ogni nefandezza: «Dicono bensì certi giornali che uno dei delegati dei "Soviet" abbia dichiarato essere Lenine un uomo onesto (affrettandosi però di aggiungere che le teorie di Lenine sono pericolose, come è pericoloso il suo "entourage", nel quale si sono infiltrati degli agenti tedeschi…)». Queste insinuazioni proverrebbero, scirve Angelica, dalla più infame delle coalizioni, che sta «com­plot­tando contro l'onore, la libertà e la vita stessa» del leader bolscevico: «bisogna pur dire che in un momento in cui tutti gli interessati, tutti i prezzolati, tutti i pettegoli si accaniscono a dimostrare che i fautori dell'Internazio­nale sono dei venduti, non bastano quelle dichiarazioni, non basta dire che Lenine è "onesto", "idealista", ecc., bisogna pure dire di quante insinuazioni egli è vittima perché lo è, e bisogna "difenderlo"» (ADL 25.8.1917).
    Insomma, se il movimento Zimmerwald deve decidere tra la pena di morte restaurata e la minoranza leninista perseguitata, il dado è tratto. Peccato che Lenin e i leninisti disprezzino la dignità e la vita indivi­dua­le non meno dei loro persecutori. Peccato che la trasfusione di so­li­da­rietà da parte zimmerwaldiana sia destinata a una delle più tragiche, pla­teali e cocenti delusioni della storia. Peccato che nella fossa comune delle vittime del regime nascente debbano finire di lì a pochi anni nu­me­rosissimi esponenti bolscevichi e compagni di strada internazio­na­listi, che formavano l'"entourage" leniniano del 1917, e che nell'anno assiale delle due rivoluzioni russe affrontavano la più grande prova del fuoco, colpiti dall'accusa di spionaggio e tradimento che gli apparati filo-governativi massicciamente andavano dif­fon­dendo. 
    «Non c'è nessuno che ignori che, soprattutto negli ambienti rivo­lu­zionari russi (…), si sono sempre intrufolati dei traditori, degli agenti provocatori (…). Ma – e qui comincia la colpa imperdonabile della maggioranza del "Soviet" e di chi parla in suo nome – (…) nelle sfere bene informate si sa benissimo distinguere fra i rivoluzionari e le spie», sostiene Balabanoff. «Il "Soviet" avrebbe dovuto insistere che si fa­ces­se anche per Lenine [una campagna di stampa a risarcimento del­l'im­magine, ndr] e per tutti i compagni internazionalisti, il cui onore non può essere messo in dubbio da nessun galantuomo» (ADL 25.81917).
    Invece contro "Lenine" vengono portate avanti accuse "malvagie" da parte dei nemici dell'internazionalismo, nonostante che persino la stam­pa ufficiale sia costretta a riconoscere che si tratta di una manovra: «D'altra parte dalla lunghissima serie di telegrammi che l'istituto di spionaggio, la "Controrasvedka", sta pubblicando, comincia a diven­ta­re chiaro ed inoppugnabile che non solo non c'è neppure mezzo docu­mento che permettesse la supposizione che Lenine si trova in qualsiasi rapporto col governo o con denari tedeschi, ma risulta bensì che al suo "entourage" altro non si può rimproverare che di avere avuto dei rap­porti commerciali… colla Russia! Difatti risulta che tutti i famosi tele­grammi si riferivano a rapporti commerciali con uno dei correligionari di Lenine, il quale forniva alla Russia, lapis e medicinali… tant'è vero che già si manifestano malumori negli ambienti ufficiali contro i re­spon­sabili della pubblicazione per aver fatto tanto rumore per nulla» (ADL 25.8.1917). 
    È da supporre che Angelica ignori i dati, allora top se­cret, sia del flusso di finanziamenti in corso dalla Cancelleria del Kai­ser verso la minoranza bolscevica (di cui la Balabanoff stessa non fa parte), sia dell'uso in­dub­biamente efficace che Lenin fa di quei denari per spa­ri­gliare le strategie editoriali della stampa russa. La conclusione logica che la Dottoressa im­boc­ca in anche seguito all'emergere di eclatanti dossier innocentisti, le appare evidente, anche se non sempre le cose sono come appaiono: «Certo per dichiarare che Lenine è al di sopra di ogni sospetto, i so­cia­listi al potere non avevano bisogno di aspettare che il pallone si sgon­fiasse in modo tanto ridicolo», mentre invece «han­no affidato l'in­chiesta allo stesso funzionario che sotto lo czarismo era incaricato di inchieste antirivoluzionarie» (ADL 25.8.1917).
   La direzione inaudita che gli eventi imboccheranno nel giro di poche settimane, nasce dal ciclone di contraddizioni che già di qui inizia a infuriare, in rapporto per esempio alla questione centrale della dignità umana. 
    Dopodiché, c'è una completa saturazione di tutte le astuzie e di tutte le tattiche: umanitarie o geo-strategiche, rivo­lu­zionarie o contro-rivolu­zio­narie, plateali o segrete, sublimi o prezzolate. C'è una gigantesca opa­cità oscillante, nella quale si prepara il trionfo cieco del­la Fortuna. Nes­suno può sapere più quel che sta realmente accadendo. Anche perché tutto, ma proprio tutto, è possibile.
(23. continua)
 
Prosegue la serie di testi ispirati o ripresi dall'ADL nell'anno delle due rivoluzioni russe che hanno cambiato il mondo. La nostra redazione di allora poté "coprirle" entrambe con materiale di prima mano. Ciò grazie soprattutto ad Angelica Balabanoff, fautrice degli stretti legami svilup­pa­tisi tra i socialisti italiani e russi impegnati, insieme al PS sviz­zero, nella grande campagna di "guerra alla guerra". Campagna lan­ciata con la Conferenza di Zimmerwald. E culminata nella Rivoluzione d'Ottobre.

domenica 5 novembre 2017

Besostri: "Il Rosatellum 2.0? Un'altra legge truffa incostituzionale"*

 L'intervista a Felice Besostri, di Giacomo Russo Spena, è apparsa sul sito di MicroMega. Il titolo dell'intervista è quello originale.
 
"Col Rosatellum 2.0 stanno partorendo l'ennesima legge elettorale an­ti­costituzionale". Felice Besostri, classe '44, avvocato am­mi­ni­stra­ti­vi­sta, docente di diritto pubblico comparato ed ex Senatore dei Ds, ha proposto ricorsi contro le leggi elettorali adottate per il Parlamento europeo e le regioni Lombardia, Campania, Umbria, Sardegna e Pu­glia. Ma, soprattutto, è stato protagonista dei ricorsi, parzialmente vin­ti, contro il Porcellum e l'Italicum. Ora, da rappresentante del co­or­dinamento degli Avvocati Antitalikum, sta affilando le armi per la prossima battaglia giuridica, quella contro il Rosatellum 2.0. Il pros­simo 12 dicembre la Corte stabilirà l'ammissibilità del ricorso. "Già l'aver chiesto la fiducia rende questa legge incostituzionale, la Con­sulta la riterrà incompatibile coi valori della nostra Carta", afferma.
 
 
Una riunione degli "Avvocati Anti-Italikum"
 
Besostri, il Parlamento ha varato la terza legge elettorale consecutiva che verrà considerata incostituzionale?
    Siamo alla violazione dell'art 54 della Carta, il quale prevede che "i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore". Qui, invece, non c'è limite alla decenza. In nessun altro Paese d'Europa sarebbe consentita una cosa del genere.
    Secondo l'editorialista del Corsera Aldo Cazzullo "lei è diventato un personaggio di culto come distruttore di leggi elettorali". Si riconosce in tale affermazione?
    Oltre ad essere un avvocato, sono un socialista e mi sta a cuore la nostra Costituzione. La gente ha combattuto per ottenere questa Carta ed è giusto difenderla con ogni mezzo.
    Al di là che il Rosatellum è passato con il voto di fiducia, quali sono i punti incostituzionali
    L'aspetto fondamentale è la violazione dell'art 48 della Costituzione che stabilisce che il voto debba essere segreto, libero, uguale e personale. Se tali caratteristiche del voto erano già negate con l'Italicum, ora lo sono negate in maniera persino maggiore.
    Il voto congiunto (tra collegio uninominale e liste per il proporzionale), le liste bloccate e le pluricandidature, sono questi gli altri elementi che vanno a minare i principi costituzionali?
    La prima e più importante ragione di incostituzionalità del Rosatellum 2.0 riguarda la impossibilità di esprimere la preferenza. I cittadini, in base alla nostra Carta,  hanno il diritto di scegliere i loro rappresentanti. Ma non sarà così: due terzi dei parlamentari, deputati e senatori, saranno nominati da capi-partito con liste bloccate. Inoltre, un'altra cosa grave: nel sistema misto, stabilito dal governo, non scorporano gli eletti con i voti presi all'uninominale. In poche parole, i consensi all'uninominale vanno ad incrementare, alterandola, la quota proporzionale.
    Però è stato tolto il premio di maggioranza, considerato incostituzionale dalla Consulta, che invece era previsto con l'Italicum. Non è un buon segno?
    Siamo ad una truffa, il premio di maggioranza c'è ma è nascosto. Il partito che ottiene la maggioranza relativa nei collegi uninominali, otterrà un premio nella parte proporzionale. A differenza dell'Italicum non è quantificabile, però esiste eccome.
    Ci faccia un esempio concreto, per far capire i lettori…
    In base ai sondaggi, il M5S è dato al 25% al proporzionale mentre nel complesso, in Parlamento, dovrebbe avere il 20% degli eletti perdendo così quel 5% di differenza che andrà al partito che otterrà più voti nella parte uninominale. Come lo chiama questo se non premio di maggioranza?
    Per il costituzionalista Gaetano Azzariti questa legge tradisce l'elettore "facendogli credere che si sono costituite delle alleanze mentre i partiti rimangono tra loro separati, tanto è vero che il giorno dopo le elezioni potranno liberamente concordare governi e maggioranze con i partiti di qualsiasi altra parte politica comprese quelle avversarie rispetto al voto espresso". È d'accordo?
    Era così anche prima. È la combinazione tra voto congiunto e liste bloccate che porta questa legge fuori dall'alveo costituzionale. I parlamentari non rappresenteranno, infatti, la Nazione senza vincolo di mandato, come chiede l'art. 67 della Costituzione, ma chi li ha nominati. Praticamente, col Rosatellum 2.0 si decide di sacrificare la giusta rappresentanza con l'obiettivo di una stabilità di governo che non si raggiungerà. Si sacrifica inutilmente la rappresentanza.
    Il presidente Mattarella non dovrebbe firmare la legge?
    Già il fatto d'esser stata approvata col voto di fiducia, dovrebbe spin­gere Mattarella a non firmarla. Tra l'altro, l'unico modo per salvare que­sta legge elettorale consiste nel rimandarla alle Camere con alcune osservazioni. Il Parlamento potrebbe accogliere i suggerimenti di Mat­tarella modificandola sotto alcuni aspetti per renderla costituzionale.
    E se Mattarella la promulgherà?
    Verrà ricordato come il Presidente della Repubblica che ha avallato un'ennesima truffa per gli italiani. Spero vivamente che la legge verrà bocciata dalla Consulta.
    Del Tedeschellum cosa ne pensava?
    Senza l'inserimento del voto disgiunto, era anticostituzionale. Mentre la soglia di sbarramento, se identica sia alla Camera che al Senato, può essere compatibile con la nostra Carta. Nel Porcellum, invece, era prevista la follia di soglie differenti per i due rami del Parlamento.
    In passato Lei si è schierato a favore di un sistema proporzionale. Solo questo è compatibile con la nostra Carta?
    Essendo un difensore della Costituzione, sono favorevole al proporzionale perché i nostri Padri costituenti avevano stabilito la forma parlamentare e questo sistema elettorale. Ma, attenzione, il proporzionale non è il solo legittimo: ho già ribadito più volte, ad esempio, che un sistema maggioritario, sul modello inglese ad esempio, sarebbe totalmente compatibile con la Costituzione.
    Nella sua crociata contro il Rosatellum 2.0, ha avuto rapporti con qualche partito?
    Nell'ultima audizione al Senato sono stato invitato a Palazzo Ma­dama sia dal M5S che da Sinistra Italiana. Per un certo periodo sono stato anche candidato alla Corte Costituzionale in quota M5S, però resto un giurista e mi tengo alla larga dalla politica. I gruppi par­lamentari facciano la loro battaglia contro il Rosatellum ed io la mia.
    Nel caso in cui la Corte non riterrà ammissibile il ricorso, sta pensando ad altri strumenti?
    C'è un altro organo dello Stato a cui appellarsi che è il "popolo sovrano" e capire se c'è o meno conflitto di attribuzione. In base alle recenti sentenze della Corte di Cassazione (8878/2014) e della Consulta (1/2017 e 25/2017), in nuce la giurisprudenza dovrebbe elevare il livello di tutela riconoscendo al popolo sovrano cioè al corpo elettorale di poter sollevare il conflitto di attribuzione. Il diritto, cioè, di votare secondo la Carta. Principio che questa classe politica continua costantemente a violare.   


martedì 31 ottobre 2017

Freschi di stampa, 1917-2017 (22) - Ancora i due duellanti di Russia

Mentre L'ADL del 18 agosto 1917 va in stampa, il movimento operaio internazionale è diviso più che mai. E l'editoriale, a firma di Luigi Rainoni, riassume questa spaccatura nel nome dei due duellanti di San Pietroburgo: Lenin, Kerensky e la sconfitta russa, recita il titolo del­l'ar­ticolo. In esso troviamo un ritratto del futuro fondatore dell'URSS: «Nel 1903 egli si separa dai compagni Martoff e Axelrod e fonda la fra­zione dei così detti “bolscevichi”… Già prima della rivoluzione del 1905 discuteva e preparava l'insurrezione armata. Lo zar gli aveva im­piccato un fratello» (ADL 18.8.1917).

Secondo alcuni critici, fanatizzato dal desiderio di vendetta per il fratello, Lenin è «un tipo a cui manca “la finezza dello spirito latino”». Finezza che Rainoni giudica però alla stregua di «una reminiscenza petrarchesca…, sotto la quale si nasconde quella leggerezza ed evanescenza delle idee democratiche francesi» (ADL 18.8.1917).

La questione delle "libertà borghesi" costituisce già un tema viru­lento nel confronto in atto all'interno del campo rivoluzionario. Ezio Mauro ricorda il vecchio amico di Lenin, Maksim Gor'kij, che già nel giugno 1917 stronca l'ideologia bolscevica: «Pri­ma nelle lettere pri­va­te: "Sono i veri idioti russi. Li disprezzo e li odio ogni giorno di più". Poi in un articolo sul suo giornale…: "Sia Lenin che Trockij non hanno nessuna idea di ciò che significhino la libertà e i diritti dell'uomo"». Gor'kij po­lemizzerà anche con Zinov'ev capo del partito a Pietrogrado accusandolo di “crimini vergognosi”.

Ma ora, due mesi dopo quel giugno 1917, Lenin è di nuovo esule e perseguitato, mentre Kerenskij governa su tutte le Russie, perse­ve­rando in una guerra che violenta il sentimento popolare. Perciò L'ADL, accantonando antiche differenze con il leader bolscevico, lo difende: «Epurato di tutte le artate esagerazioni, il pensiero leniniano nel­l'im­mane sommovimento russo, può riassumersi benissimo nelle ripetute di­chiarazioni di Zineviov: lotta per impedire la contro-rivoluzione…, scioglimento della Duma e del suo Comitato esecutivo, governo esclu­si­vamente socialista, pubblicazione dei trattati segreti, realizzazione del programma socialista» (ADL 18.8.1917).

Qui Rainoni relativizza: «Più che mirare alla effettuazione pre­ci­pitata del socialismo», Lenin intende soprattutto «assicurare il potere indebellabile di quelle forze, che sono per il socialismo». Tutto il po­tere ai Soviet! In realtà, i bolscevichi non dicono quel che dicono in­tendendolo in senso me­ta­forico. Manca loro, per l'appunto, l'esprit de finesse

Poi c'è la vexata quaestio della “pace separata” con la Germania. E L'ADL non ci può ancora credere perché ogni cuore e ogni mente socialista deve volere la “pace universale”. E così persino i "men­sce­vichi" si battono per la cessazione del macello: «Noi domandiamo l'immediata conclusione di un armistizio generale, noi vogliamo la pace» (ADL 18.8.1917).

Questa “chiara valutazione” – che a Pietrogrado è sostenuta “da quattrocentomila lavoratori” – non piace ovviamente alla stampa "guer­raiuola" dell'Intesa. La “Morning Post”, per esempio, dipinge il mo­vimento operaio russo come un'accozzaglia di «agenti pagati dalla Germania», lamenta Rainoni. Per il quale Lenin, il duellante bol­sce­vico, è «l'uomo più chiaro, più risoluto, più ardito, molto su­pe­rio­re a Kerensky». Il cui Governo provvisorio continua a combattere fedele all'Intesa. Nella conduzione degli altri affari di Stato il duellante la­bu­rista però è ondivago. Di lì a qualche giorno batterà in breccia i con­tro-ri­voluzionari, ai quali aveva lasciato fare per un po', ordinerà l'ar­resto degli ufficiali ribelli, libererà i bolscevichi, incarcerati un mese prima.

Ma l'Offensiva Kerenskij è stata un «salto nel buio, una follia», anche e soprattutto sul piano militare: «L'esercito rivoluzionario non può attaccare fintanto che ogni soldato non abbia l'assicurazione ch'egli combatta per la causa della libertà e della rivoluzione. Per conseguenza se l'attività del governo nel dominio della politica estera non abbia tol­to tutti i dubbi relativi agli scopi ed al carattere della guerra, l'attacco non può aver luogo», si leggeva sulla “Isvestia” agli inizi di giugno. L'azione è giudicata “pericolosa” da tutti i social-democratici. Persino la stampa dell'Intesa riporta all'inizio di giugno «che "tutti i giornali socialisti russi continuano a combattere apertamente l'idea di un'of­fensiva". Zernoff critica e sconfessa Kerensky. Il generale Alexieff è costretto dal “Soviet” a dimettersi in seguito ai suoi sfoghi oratori patologici per l'attacco immediato» (ADL 18.8.1917).

Nel corso di quei giorni, tuttavia, «il “Soviet” cade nelle perplessità e inclina alle concessioni», c'informa l'editoriale. E a nulla vale la pro­testa di Lenin al Congresso panrusso contro un'offensiva che in quel momento sarebbe «la continuazione della guerra imperialistica». Ma forse è proprio lo scontro verbale tra Lenin e Kerenskij a spostare l'ago della bilancia. Il duellante bolscevico propone di arrestare centinaia di im­pren­ditori in quanto tali. Il duellante laburista sale sul palco subito dopo per opporsi. E Lenin abbandona platealmente la sala.

In quest'atmosfera altamente drammatica «il “Soviet” scivola il pri­mo passo sulla via dell'offensiva "considerandola una questione pura­men­te strategica"». In seguito, Lenin e i bolscevichi verranno accusati di disfattismo: «Ma Repington, il freddo critico militare inglese, aveva scritto che "l'offensiva non può essere l'effetto di una improvvisazione o di qualche impulso generoso, ma richiede una mi­nuta lunga prepara­zione, una grande disciplina, uno Stato Maggiore allenato, un ordine perfetto nelle retrovie, le comunicazioni as­si­cu­rate"» (ADL 18.8.1917).

Per inciso, il problema delle comunicazioni, cioè la netta superiorità austro-germanica nell'uso di questa tecnica, costerà all'esercito italiano, proprio in questi un secolo fa, lo sfondamento di Caporetto.

La Caporetto di Kerenskij avviene attraverso la Galizia e l'Ucraina causando una ritirata di 240 chilometri: «Il grande e tragico errore è stato commesso, appunto, dall'impulso non generoso, ma folle del Kerensky», osserva Rainoni: «La compagine ministeriale era già scos­sa dalle radici dagli aspri contrasti sulla riforma agraria, sulla procla­ma­zione della repubblica, sull'elezione per la Costituente. Troppo forte fu la spinta del Lenin provocando pubbliche manifestazioni armate du­rante una situazione militare artificiosa e fragile, che doveva essere pri­ma o poi rotta dalle truppe del Kaiser» (ADL 18.8.1917).

E la conclusione è che Kerenskij «è la prova vivente che le idee va­ghe e le esplosioni frasaiuole sono, se riescono a imporsi, una grande rovina per le nazioni rivoluzionarie». Ormai, la rivoluzione russa è quasi perduta. Po­trà salvarsi solo se muterà strategia in senso difen­sivistico. A tale sco­po sarebbe necessaria, però, la formazione di un nuovo governo fon­dato sull'alleanza di tutti i socialisti, dai massima­li­sti ai minimalisti, sostiene Rainoni.

(22. continua)

Freschi di stampa, 1917-2017 (21) - I massimalisti russi

I massimalisti russi è il titolo di un articolo che inizia a centro pagina sull'ADL dell'11 agosto 1917 e va a concludersi nelle tre colonne di spalla. La sigla "a.g." e l'indicazione di provenienza da “Il Grido del popolo di Torino” segnalano che l'autore qui è un ventiseienne di nome Antonio Gramsci.

Non sappiamo se il giovane dirigente socialista sia a co­no­scenza o me­no dell'evoluzione politica in Russia in tutte le sue deter­minanti. Non pare, per esempio, che Gramsci sappia già della fuga di Lenin in Fin­lan­dia o delle determinazioni di Kerenskij circa la con­ti­nuazione della guerra. Certo è che Lenin e Kerenskij, anche per il fu­tu­ro fondatore del PCdI, sono i gran duellanti di Russia, l'uno campione massimalista, l'altro dei socialisti moderati. Quel che emerge dallo scrit­to non è "l'ana­lisi concreta di una si­tua­zione concreta", ma piut­to­sto un ragio­na­mento speculativo, con retro­gusto di sapore neo-idealista.

Aleksandr Kerenskij e i socialisti moderati «sono l'oggi della Rivoluzione, sono i realizzatori di un primo equilibrio sociale», questa la premessa gramsciana. Grazie ai moderati dell'oggi: «la Russia ha avuto però questa fortuna: che ha ignorato il giacobinismo». Nella nuova Russia nata dalla Rivoluzione di Febbraio vige il pluralismo. Perciò si sono formati numerosi gruppi politici «ognuno dei quali è più audace, e non vuole fermarsi, ognuno dei quali crede che il momento definitivo che bisogna raggiungere sia più in là, sia ancora lontano». La lotta va avanti: «tutti vanno avanti perché c'è almeno un gruppo che vuole sempre andare avanti, e lavora nella massa, e suscita sempre nuove energie proletarie, e organizza nuove forze sociali che minac­ciano gli stanchi, che li controllano e si addimostrano capaci di sosti­tuirli, di eliminarli se non si rinnovano... Così la rivoluzione non si ferma, non chiude il suo ciclo» (ADL 11.8.1917).

La constatazione dell'instabilità politica russa assume in Gramsci i contorni di un'ontologia del movimento storico. In esso la Rivoluzione per propria natura intrinseca: «Divora i suoi uomini, sostituisce un gruppo con un altro più audace e per questa instabilità, per questa sua mai raggiunta perfezione è veramente e solamente rivoluzione». In Gramsci la storia stessa sembra procedere in analogia con il lavoro umano e – così come c'è un lavoro “morto” che vediamo imprigionato nel capitale e nei mezzi di produzione e c'è un lavoro “vivo” che ve­diamo sprigionarsi dall'attività operaia – così c'è una storia “morta” dentro la stabilità delle istituzioni, in contrasto con l'azione rivo­lu­zio­naria che è storia viva. Di più, la rivoluzione e “vita” tout court, e anzi: «Tutta la vita è diventata veramente rivoluzionaria: è un'attività sempre attuale, è un continuo scambio, una continua escavazione nel blocco amorfo del popolo» (ADL 11.8.1917).

Con chiaroveggenza divinatoria è evocata l'immagine dell'incendio cosmico, che «si propaga, brucia cuori e cervelli nuovi, ne fa fiaccole ardenti di luce nuova, di nuove fiamme... La rivoluzione procede fino alla completa sua realizzazione». In questo stato nascente vengono suscitate nuove energie e propagate nuo­ve “idee-forze”, sicché gli stadi graduali dell'evoluzionismo sociale possono essere bypassati dal pen­siero vitalistico-rivoluzionario. Esso in via di fatto «nega il tempo come fattore di progresso. Nega che tutte le esperienze intermedie fra la concezione del socialismo e la sua realizzazione debbano avere nel tempo e nello spazio una riprova assoluta e integrale. Queste espe­rien­ze basta che si attuino nel pensiero perché siano superate e si possa procedere oltre» (ADL 11.8.1917).

Ma i massimalisti devono ora entrare in scena come “ultimo anello logico di questo divenire rivoluzionario”. Il punto d'arrivo dell'intero movimento non può abitare nella casa dei riformisti che rappre­sentano solo uno stadio dialettico transitorio. Ma tutto deve approdare infine ai massimalisti che incarnano l'essenza dell'evento e «sono la continuità della rivoluzione, sono il ritorno della rivoluzione: perciò sono la rivoluzione stessa» (ADL 11.8.1917).

Se Kerenskij è la stazione di partenza, quella d'arrivo si chiama dunque Lenin. E il futuro fondatore dell'URSS ha ormai «suscitato energie che più non morranno. Egli e i suoi compagni bolscevichi sono persuasi che sia possibile in ogni momento realizzare il socialismo. Sono nutriti di pensiero marxista. Sono rivoluzionari, non evoluzionisti» (ADL 11.8.1917).

La tempesta vitalistica scompone e ricompone gli «aggregati sociali senza posa e impedisce… il formarsi delle paludi stagnanti, delle mor­te gore». Dopodiché, seconda divinazione di Gramsci, financo «Lenin e i suoi compagni più in vista possono essere travolti nello scatenarsi delle bufere che essi stessi hanno suscitato». Ed è proprio questo il travolgimento che, in effetti, accadrà già a partire dalle prime dure repliche della storia.

E a quel punto Antonio Gramsci, non più ventiseienne in Torino, inizierà a lavorare al nucleo della sua riflessione filosofica più propria, l'idea-forza di una “egemonia culturale” intesa come conditio "so­vra­strut­tu­rale" della rivoluzione proletaria. L'egemonia deve avere luogo anzitutto nella coscienza delle masse. Senza il loro consenso s'in­stau­rerebbe, infatti, soltanto un “dominio” fattizio: un'oppressione vio­lenta, “giacobina”, sostanzialmente instabile.

In questo modo, però, l'idea-forza gramsciana approderà a un luogo molto distante rispetto a quello dell'assalto alle casematte del potere che il “massimalismo” leniniano si appresta a celebrare con la presa del Pa­lazzo d'Inverno. La sua “egemonia culturale” si collocherà semmai nei pressi della teoria della “rivoluzione sociale” che il riformista Tu­rati tratteggerà a Livorno nel gennaio del 1921.

(21. continua)

Prosegue la serie di testi ispirati o ripresi dall'ADL nell'anno delle due rivoluzioni russe che hanno cambiato il mondo. La nostra redazione di allora poté “coprirle” entrambe con materiale di prima mano. Ciò grazie soprattutto ad Angelica Balabanoff, fautrice degli stretti legami svilup­pa­tisi tra i socialisti italiani e russi impegnati, insieme al PS sviz­zero, nella grande campagna di “guerra alla guerra”. Campagna lan­ciata con la Conferenza di Zimmerwald. E culminata nella Rivoluzione d'Ottobre.