domenica 8 dicembre 2019

LA LEGGE ELETTORALE

Il problema della legge elettorale sembra essere tornato nell'agenda della politica italiana. Vi ha fatto ritorno in piena sintonia con il clima incerto e cupo che avvolge la nostra democrazia nella quale non tiene campo il Paese, ma la crisi irreversibile dei 5Stelle, la falsa saldezza del Pd, i proclami di Salvini, le uscite utilitaristiche di Renzi e le corse sul posto di Calenda.

 

di Paolo Bagnoli

 

Per ogni Paese la legge elettorale non è strumentale alle esigenze dell'immediato, bensì un istituto fondante del sistema democratico; di come si ritenga debba essere la cifra della democrazia medesima. Il proporzionale puro era in sintonia con un'Italia fondata sulla centralità del Parlamento. Non è più così poiché il Parlamento da troppo tempo è un organismo sonnecchiante e la sua maggiore forza politica, addirittura, è dell'idea che debba essere superato. Giocando sulle parole dovrebbe transitare dall' essere la casa di tutti alla Casaleggio; ossia alla mera risonanza di risposte rousseauiane. Il Parlamento, inoltre, sonnecchia anche perché la quasi totalità dei suoi componenti, per lo più digiuni di ogni concetto fondamentale delle istituzioni e della politica, non ha percezione di cosa significhi farne parte e della dignità istituzionale che a tale funzione si lega.

    In questi lunghi anni di post prima repubblica abbiamo avuto diverse leggi elettorali. Se si eccettua quella che va sotto il nome di Mattarellum, le altre sono state, anche violando le norme costituzionali, strumenti pensati per conquistare il potere; per andare al governo. Andarci, a ben vedere, non per governare, ma per affermare come legittima l'arroganza di un'impostazione politica; impropriamente e pericolosamente un'espressione della democrazia quale valore e sistema racchiuso nel governo. Il risultato è che in Italia abbiamo un sistema parlamentare sempre più debole e governi o arroganti come il Conte I o surreali come il Conte II. 

    Agli inizi della seconda repubblica la classe politica di allora, cui andrebbero riconosciuti i serti di alloro della modestia, incapace di pensare la portata della crisi indotta da Tangentopoli, si teneva alla larga dalla politica e pensava che tramite lo strumento della legge elettorale – nemmeno a conoscenza del vecchio adagio per cui non c'è soluzione tecnica che ne risolve una politica – si potesse surrogare il vuoto politico, considerato che la legittimità del mandato politico consisteva solo nel conquistare il governo e, quindi, delegittimare gli avversari. Chi vinceva conquistava non solo il governo, ma la verità; chi perdeva le elezioni non solo era stato sconfitto, ma posto addirittura nel recinto della non-verità. Così, chiudendo gli occhi sulla crisi, le sue cause e relative conseguenze, si finiva per dare a un sistema malato una cura fatta di bacilli e non di anticorpi. Le leggi elettorali sono state considerate quali atti strumentali per andare contro qualcuno non per dare al Paese la giusta rappresentanza delle sue tendenze politiche. 

Un'abitudine che continua. Oggi la preoccupazione che regna sovrana è fare una legge che impedisca alla destra a trazione salviniana di "vincere" il governo. Non sembra si sappia bene, nel concreto, cosa fare, ma a battere Salvini non sarà una particolare legge elettorale, ma la politica; quella politica che ci aspettavamo da questo governo che sta dimostrando la propria pochezza, incapacità di pensare l'Italia e che, per battere Salvini, fino a ora non ha fatto niente. I 5Stelle, come tutte le superfetazioni improvvise, al loro sgonfiarsi creano confusione e sbandamenti; Zingaretti dopo una serie di interventi conditi da sorrisi sublimanti la mancanza di pensiero e dopo aver cercato di rieditare una vecchia ricetta di scuola comunista – Togliatti cercò di istituzionalizzare per le proprie necessità l'Uomo Qualunque e D'Alema ripeté lo schema con Di Pietro ed entrambi fallirono – ha proposto un matrimonio strategico, una cosa fuori da ogni ragionevolezza e lucidità, solo dettata dal vuoto di linea e dalla paura del domani, alla fine si è attaccato a Grillo pregandolo di intervenire e sta marciando – udite, udite!! – verso la stipula di un contratto coi 5Stelle; non è nemmeno la storia che si ripete, ma l'educazione ci impone di fermarci qui. Ci sia permesso di aggiungere che pensavamo esistesse ancora, nonostante tutto, anche in politica un comune senso del pudore.

    Questo è il clima nel quale si colloca la discussione della legge elettorale; non sfioriamo nemmeno il merito delle possibili soluzioni, ma qualunque cosa venga fuori è facile ritenere che sarà l'ennesimo deleterio pasticcio.

     

Da La Rivoluzione Democratica

https://www.rivoluzionedemocratica.it/



Beste Grüsse
 
Gregorio Candelieri
 
Im Feldtal 2, 8408 Winterthur
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Perché i 5 Stelle sono arrivati a questo punto?

I capi 5S hanno seminato troppi tradimenti e ora (gli altri) raccolgono consensi.

Il maggiore autogol del 5 Stelle è stata la Lega "partito nuovo e antisistema". Il più` vecchio (1989) partito oggi insediato sul territorio italiano, partito dominato da una vecchia volpe della Prima e della Seconda repubblica (Salvini è nella Lega dal 1991) e` stato per vent'anni la peggiore Casta ed è invischiato in scandali e ruberie. Se per il Movimento c'è ancora una speranza, questa dovrà passare attraverso un esame di coscienza collettivo, in un congresso in carne e ossa.

 

di Marco Morosini *)

 

Perché i capi 5 Stelle hanno fatto perdere al Movimento in un anno tanto di quel consenso che raccolse in un decennio? Chi si fida ora del M5S, passato dal né destra né sinistra al né carne né pesce? Alcuni suoi elettori di sinistra non lo voteranno più dopo il tradimento che lo ha visto andare con l'estrema destra. Alcuni suoi elettori di destra non lo voteranno più dopo l'improvvisato governo con le sinistre.

    Per anni i capi 5 Stelle dissero che il Movimento era l'argine contro l'avvento dell'estrema destra. Nel 2018 però è accaduto il contrario. Anche grazie alla grande visibilità che il 5 Stelle ha dato al senatore Salvini, l'estrema destra più pericolosa d'Europa ha moltiplicato i suoi consensi. Invece che un argine alla destra, il Movimento è stato purtroppo il suo incubatore.

    Il Movimento 5 Stelle, inoltre, ha coltivato alcuni temi della Lega, pensando di toglierle la terra sotto i piedi. A lungo i capi 5 Stelle hanno criminalizzato le organizzazioni umanitarie che salvano i naufraghi nel Mediterraneo definendole "taxi del mare" e "business dell'immigrazione". Mesi di fango gettati dall'onorevole Di Maio hanno indotto milioni di persone a pensare che "le Ong" nel loro insieme siano associazioni di malfattori.

    Il maggiore autogol del 5 Stelle, però, è stato l'accreditare la Lega come partito nuovo e antisistema. Il più` vecchio (1989) partito oggi insediato sul territorio italiano, partito dominato da una vecchia volpe della Prima e della Seconda repubblica (Salvini è nella Lega dal 1991) e` stato per vent'anni la peggiore Casta ed è invischiato in scandali e ruberie. Ci vuole un bel coraggio a chiamare "governo del cambiamento" una compagine dominata da un tale protagonista della Casta. Quanti elettori potranno perdonare al 5 Stelle questo gioco di prestigio con le parole?

    Il miglior indicatore della deriva del Movimento e` il confronto tra le due trattative di governo del 2013 e del 2018. La prima porto` al rifiuto di un governo con il Partito Democratico guidato dal deputato Gian Luigi Bersani. La seconda porto` alla formazione di un governo con la Lega del senatore Matteo Salvini. Ciò` dimostra che l'avversione del Movimento non era contro "i partiti ", come si diceva, ma solo contro i partiti di sinistra, che infatti sono stati fino a ieri il bersaglio preferito del Blog e delle dichiarazioni 5 Stelle. 

    Vale la pena di comparare i due leader politici, Salvini e Bersani, trattati cosi` diversamente dalla centrale 5 Stelle. Il motto del giornale della Lega "Il populista ", fondato da Salvini, e` "Libera la bestia che c'e` in te". Il sottotitolo "Audace, istintivo, fuori controllo ". In fondo e` questo il vero programma di governo del senatore Salvini, con buona pace dei suoi ultimi alleati di governo. Perché allora questo personaggio fu considerato il partner ideale del Movimento (Di Maio: "Grande sinergia, ci capiamo al volo ") mentre il senatore Bersani, che non dice né fa le cose detestabili che fa e dice Salvini, fu rifiutato come partner nel 2013?

    Nel 2013 una coalizione 5 Stelle-Pd con il 52% dei voti sarebbe stata equilibrata perche´ ognuno dei due partiti ebbe 9 milioni e il 26% dei voti. In settant'anni di Repubblica, per sessant'anni la sinistra non ha governato e mai una forza di rinnovamento radicale come il Movimento 5 Stelle aveva governato. Una maggioranza riformatrice ben preparata 5 Stelle-Pd con piu` del 50% fu un'occasione mai presentatasi prima. 

    Nel 2013 si sarebbe davvero potuto cominciare una riforma del Paese, forse piu` profonda di quella del centrosinistra negli anni Sessanta. Invece, nel 2018 si e` scelto di riportare al potere la parte peggiore della Casta. Nel 2013 un accordo ben maturato con Bersani avrebbe permesso al Movimento di realizzare una parte maggiore del programma 5 Stelle di quanto esso possa fare con la Lega o con il Pd del 2019.

    Purtroppo, è bastato un anno di "governo dei cittadini "con a capo "l'avvocato del popolo "per deludere le speranze di chi vide nel Movimento 5 Stelle un'occasione per rinnovare la politica in Italia. Se per il Movimento c'è ancora una speranza, questa dovrà passare attraverso un esame di coscienza collettivo, in un congresso in carne e ossa, senza computer di mezzo, dove si liberi la parola e si torni ai principi e agli obiettivi originari del Movimento.

     

*) Nel suo libro dal titolo "Snaturati. Dalla social-ecologia al populismo" (2019), il professor Marco Morosini – che insegna analisi delle politiche ambientali presso il Politecnico federale di Zurigo ed è stato per quasi trent'anni il ghostwriter di Beppe Grillo – ricostruisce una "(Auto)biografia non autorizzata del Movimento 5 Stelle".


martedì 19 novembre 2019

L’Ilva non deve chiudere.

a cura di www.rassegna.it


Cgil: «Governo torni indietro»

 

Landini: "L'esecutivo deve rimettere lo scudo, ma il piano non si tocca". Mercoledì in mattinata l'atteso confronto a Palazzo Chigi tra la multinazionale e il presidente del Consiglio Conte dopo la decisione del gruppo franco-indiano di ritirarsi

  

"È utile che il governo corregga una evidente forzatura di utilizzo politico di una vicenda delicata e complessa come quella dell'ex Ilva. Quella norma sullo scudo era stata oggetto di confronto nel momento in cui era stato fatto l'accordo. E ricordo che quel che è stato fatto nei confronti di Mittal, in passato è stato fatto anche per i commissari che hanno gestito l'Ilva per anni". A fare il punto sugli ultimi sviluppi del caos Ilva è il segretario generale della Cgil Maurizio Landini in una intervista all'Huffington Post. "È una norma logica: chi arriva è responsabile di quello che fa da lì in avanti e non prima. Penso che il governo sia nelle condizioni di trovare una soluzione soddisfacente. È chiaro che in Parlamento c'è stata una strumentalizzazione politica. Con Cisl e Uil – aggiunge Landini – abbiamo chiesto al governo di togliere ogni alibi a Mittal. Non le si può permettere di dire che deve terminare la produzione a causa di un clima ostile da parte della politica e della magistratura. Da Mittal ci aspettiamo che chiarisca le sue intenzioni, dica che non se ne vuole andare e che intende mantenere gli impegni sottoscritti sia per il piano industriale che ambientale".

    Nel frattempo l'ad ArcelorMittal Italia Lucia Morselli ha confermato ai segretari generali di Fim, Fiom, Uilm e Usb, nel corso di un incontro che si è svolto oggi pomeriggio nello stabilimento tarantino, la volontà di recedere dal contratto per l'acquisizione della fabbrica già espressa ieri. Lo hanno reso noto gli stessi sindacati al termine della riunione. 

    LA GIORNATA - Ore decisive per il futuro della ArcelorMittal, dopo che la multinazionale indiana ha annunciato il ritiro dalla ex Ilva di Taranto. In mattinata si è tenuta a Taranto la riunione del Consiglio di fabbrica, che ha deciso "di dare vita mercoledì 6 novembre a un presidio vicino la direzione, lasciando il consiglio di fabbrica permanente", mentre nel pomeriggio si è tenuto un vertice tra Fiom Cgil, Fim Cisl e Uilm Uil territoriali e la direzione aziendale dello stabilimento nel quale è stata confermata la volontà di procedere alla cessione. Per mercoledì 6 è in calendario (ore 11) a Roma, presso Palazzo Chigi, il confronto tra ArcelorMittal e il governo, rappresentato dal premier Conte e dal ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli, previsto inizialmente per oggi. 

    La situazione è precipitata in seguito alla nota della società in cui riferiva di aver inviato ai commissari straordinari "una comunicazione di recesso dal contratto o risoluzione dello stesso" riguardo all'affitto e al successivo acquisto condizionato dei rami d'azienda di Ilva e di alcune sue controllate. ?Il gruppo ha ricordato che il contratto prevede che la società possa recedere dallo stesso nel caso in cui un nuovo provvedimento legislativo incida sul piano ambientale dello stabilimento di Taranto, in misura tale da rendere impossibile la sua gestione o l'attuazione del piano industriale.

    Il governo "deve togliere ogni alibi ad ArcelorMittal facendo applicare l'accordo a suo tempo firmato". Così il segretario generale della Cgil Maurizio Landini, intervistato ieri (martedì 5 novembre) da Rai Radio1.

    Nel mirino di ArcelorMittal, dunque, c'è il provvedimento con cui, dal 3 novembre 2019, "il Parlamento italiano ha eliminato la protezione legale necessaria alla società per attuare il suo piano ambientale senza il rischio di responsabilità penale, giustificando così la comunicazione di recesso". In aggiunta, si legge ancora nella nota aziendale, i "provvedimenti emessi dal tribunale penale di Taranto obbligano i commissari straordinari di Ilva a completare talune prescrizioni entro il 13 dicembre 2019. Tali prescrizioni dovrebbero ragionevolmente e prudenzialmente essere applicate anche ad altri due altiforni dello stabilimento di Taranto. Lo spegnimento renderebbe impossibile per la società attuare il suo piano industriale, gestire lo stabilimento di Taranto e, in generale, eseguire il contratto".

    ArcelorMittal ha infine evidenziato che "altri gravi eventi, indipendenti dalla volontà della società, hanno contribuito a causare una situazione di incertezza giuridica e operativa che ne ha ulteriormente e significativamente compromesso la capacità di effettuare necessari interventi presso Ilva e di gestire lo stabilimento di Taranto". Secondo il gruppo tutte queste circostanze "attribuiscono alla società anche il diritto di risolvere il contratto in base agli applicabili articoli e princìpi del Codice civile italiano. In conformità con il contenuto del contratto la società ha chiesto ai commissari straordinari di assumersi la responsabilità per le operazioni e i dipendenti entro 30 giorni dalla loro ricezione della predetta comunicazione di recesso o risoluzione".

    Per il segretario confederale della Cgil Emilio Miceli "Taranto e l'Italia non possono pagare il prezzo di un contenzioso infinito tra ArcelorMittal e governo. Mai come in questo caso il futuro dipende dal presente, c'è bisogno dell'impegno di tutti per evitare un disastro: l'azienda si fermi e l'esecutivo tenga fede agli impegni presi e ristabilisca le condizioni dell'accordo". L'esponente sindacale rileva che "in nessuna area del Mezzogiorno che ha vissuto grandi dismissioni industriali c'è mai stata traccia di sviluppo industriale, urbanistico e ambientale. Da Crotone a Termini Imerese, il Sud ha conosciuto solo sopportazione e assistenza, mai sviluppo e modernizzazione. Taranto dispone di un progetto importante di riqualificazione, di risorse pubbliche e private. Evitiamo quindi di disperdere questo patrimonio, che rappresenta un'opportunità di costruire attorno alla ex Ilva quel progetto di ampio respiro e di ambientalizzazione di cui c'è bisogno, altrimenti sarà un salto nel buio". Miceli, in conclusione, ha invitato il governo "a fare i passi necessari e l'azienda ad agire di conseguenza".

    "Siamo molto preoccupati per il rispetto del piano industriale, occupazionale e ambientale all'ex Ilva. Da tempo chiedevamo una verifica. La questione dell'immunità offre un alibi: non fornire un quadro legislativo certo è l'opposto di fare politica industriale". A dirlo è la segretaria generale della Fiom Cgil Francesca Re David: "Mi preoccupa che la discussione sia misurare chi ha ragione da un punto di vista giuridico: penso che il governo abbia fatto un errore e a volte riconoscere gli errori è un fatto positivo, significa togliere l'alibi all'azienda". Secondo Re David, il governo deve "chiamare l'azienda al tavolo e chiedere il rispetto degli accordi, altrimenti è a rischio non solo l'Ilva ma anche tutta l'industria del Paese, visto che l'acciaio è il settore primario del manuffatturiero e noi siamo il secondo Paese manufatturiero d'Europa. Vorremmo capire, perciò, se vogliamo continuare a esserlo o meno". 

    Enorme la preoccupazione anche della Cgil Puglia. "Siamo alle solite: un'azienda che rimarca gravi responsabilità nei propri atteggiamenti, un governo che non è lineare nelle proprie scelte, le conseguenze sono per i lavoratori e i cittadini di Taranto, vittime sacrificali del rimpallo tra governo e azienda in quella che rischia di essere una bomba sociale", commenta il segretario generale Pino Gesmundo: "Il governo spaventa le aziende perché non è coerente con le scelte che assume, perché con il Conte 1 aveva dato l'immunità, ma con il Conte 2 l'ha tolta. È un problema che riguarda sicuramente l'ex Ilva, ma riguarda tutti coloro che vorranno venire a investire in Italia". Gesmundo invita impresa e governo "a rispettare gli accordi già presi che consentono, non senza responsabilità sul mantenimento dei livelli occupazionali e impegni di investimento sulla compatibilità ambientale, di affrontare una situazione in cui sono in gioco il diritto al lavoro e alla salute dei cittadini tarantini".

    Netta la presa di posizione di Confindustria. "La vicenda è emblematica e consegue a una scelta fatta in Parlamento, nelle scorse settimane, di revocare uno dei punti qualificanti del contratto che l'investitore aveva firmato con lo Stato italiano. Mi auguro che, chi deve, capisca quali sono le conseguenze di scelte irragionevoli e non meditate". Così il direttore generale Marcella Panucci: "I continui cambiamenti di norme, gli interventi a gamba tesa sulle norme penali, l'instabilità del quadro non solo non attraggono investimenti, ma fanno scappare quelli che ci sono".

 

LANDINI: "Nel caos di queste ore facciamo chiarezza sulla vicenda ex Ilva" 

 

Non si può ritenere Arcelor Mittal responsabile per i problemi ambientali creati da chi c'era in precedenza. 

Così come sono stati protetti dall'imputabilità i commissari, così va fatto con Arcelor Mittal che deve invece essere responsabile se non realizza gli investimenti e il piano ambientale pattuiti

Il governo deve togliere ogni alibi ad Arcelor Mittal facendo applicare l'accordo che a suo tempo fu firmato



Beste Grüsse
 
Gregorio Candelieri
 
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T  +41 (0)76 498 09 20


giovedì 16 maggio 2019

Ragioniamo sul 25 aprile

Come ogni anno, dall’epoca Berlusconi in poi, la ricorrenza del 25 aprile

è motivo di discussioni, polemiche, provocazioni, falsità, assurdità

storicopolitiche e potremmo continuare.

di Paolo Bagnoli

A ben 74 anni dalla Liberazione, ogni anno occorre puntualizzare, ricordare, ammonire, rimettere in colonna tutti gli addendi storici per arrivare, ancora una volta, all’unica conclusione possibile: il 25 aprile è la festa della libertà del popolo italiano. Della sconfitta del fascismo; la data che segna la chiusura della stagione del fascismo. Da qui la nascita della Repubblica, la Costituzione, la vita della democrazia: una nuova stagione senza nome e senza qualità se si prescinde dall’antifascismo. L’Italia è una Repubblica che rimane fedele a se stessa fino a che rimane saldamente legata all’antifascismo. Appena se ne scosta – i fatti lo dimostrano – sbanda e il fascismo del tempo presente rialza baldanzosamente la testa inquinando la convivenza civile del nostro popolo. Ma perché è così?

    Cerchiamo di ragionare. Sulla Resistenza e sulla guerra di Liberazione, l’Italia sconta la propria storia. È vero che non si possono condannare i popoli, ma ciò premesso bisogna anche riconoscere che quello italiano, nella sua stragrande maggioranza, aderì al Regime; tanta parte lo subì e una minoranza vi si oppose fin dall’inizio strenuamente pagando un costo altissimo di sofferenze e di sangue. La democrazia poi, come doveva essere, accolse tutti, ma nel suo complesso la Repubblica non fece da subito pubblicamente i conti fino in fondo con il fatto di essere stata per vent’anni sotto il tallone della dittatura. Diciamo la Repubblica, quale istituzione del nostro sistema; si preferì andare avanti e stare lontano da una certa italica mentalità e dal considerare, passata la guerra, l’antifascismo non come un dato politico che richiedeva una dimensione pubblica ben chiara, ma quasi esclusivamente come un dato storico. Ciò comportò, da un lato, la ritualità delle ricorrenze amministrate dagli apparati statali saldamente presidiati dalla DC; dall’altro, lo spargersi della retorica soprattutto da parte del PCI. Con questo non sono mancati spazi seri di riflessione storicopolitica grazie soprattutto a quella cultura di matrice azionista che non solo non sparì con la fine del PdA, ma rimase in piedi attiva e operante e che, a tutt’oggi, è attiva e operante. Tale schema, tuttavia, era chiaro che non poteva reggere perché, a suo modo, era insufficiente lasciando fuori il nocciolo centrale della questione: del perché i germi del fascismo non erano stati sconfitti con la vittoria sul fascismo e, quindi, del perché lo spirito repubblicano della Costituzione non aveva pervaso tutta la realtà nazionale, rendendo operativo l’antifascismo quale dato politico valoriale imprescindibile affinché la democrazia italiana fosse vissuta come avrebbe dovuto essere vissuta.

    Con il crollo del partito-Stato e di quello del partito-opposizione, l’affermazione di Berlusconi si salda in un comune disegno politico con il partito motivante l’eredità della RSI; il liberarsi di tutto quanto è antifascismo viene quasi naturale. Il disegno è chiaro: passare dal paradigma storico della Repubblica antifascista a quello della Repubblica ‘a-fascista’. A tale disegno non è stata data una risposta politica seria come ci dice anche il clima che abbiamo visto in occasione dell’ultimo 25 aprile.

    Il discorso del presidente Mattarella a Vittorio Veneto è stato esemplare e le manifestazioni per la festa pienamente riuscite e consolanti, soprattutto quella di Milano per la presenza di tanti, tanti giovani che hanno voluto rendere visiva e militante l’adesione alla ricorrenza e ciò che questa rappresenta; ma se, nuovamente, si deve parlare di “memoria condivisa” vuol dire che ancora non ci siamo; che l’antifascismo, quale dato politico da cui non si può prescindere per essere democratici, ancora non si è affermato. Vuol dire che c’è da fare un grande lavoro di pedagogia civile in condizioni oggi più difficili di ieri, se si pensa che i partiti dell’antifascismo non ci sono più e che si è arrivati al punto, come è successo a Savona, di impedire da parte del questore al corteo della Liberazione di passare nella strada ove è la sede di Casa Pound! Pedagogia civile, quindi, cominciando a spiegare che una significa antifascismo con il trattino e cosa senza trattino. Con il trattino significa riferirsi a un’esperienza storica, periodizzata, di lotta contro la dittatura; senza trattino, affermare in positivo i valori civili, morali e sociali che quella lotta ha affermato. Sono i valori che stanno alla base della Costituzione. Essa li costudisce e li indica a fondamento della democrazia italiana il cui inverarsi, naturalmente, è demandato alla politica. La questione, così, rimane aperta.

    L’augurio è che non ci si ricordi del 25 aprile solo alla ricorrenza; altro che memoria condivisa, oggi se c’è qualcosa da condividere è il credere nella democrazia e nelle sue pratiche.

 

Da "NONMOLLARE" / E' uscito il quarantunesimo numero del

quindicinale on line di Critica Liberale / scaricabile gratis qui

 

 

 


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Datemi fiducia alle Elezioni Europee del 26 Maggio 2019

DALL’ON. FARINA RICEVIAMO

E VOLENTIERI PUBBLICHIAMO

 

Per l'Italia, per il lavoro, per una nuova Europa

 

Carissime/i compagne/i dell’ADL, vi scrivo perché ci conosciamo da tanti anni ed ho bisogno del vostro supporto.

    Ho deciso di accettare la candidatura con il Partito Democratico per le elezioni europee del 26 Maggio nella circoscrizione Nord Ovest (Piemonte, Valle d'Aosta, Lombardia, Liguria), perché sono fermamente convinto che ognuno di noi debba dare il suo contributo.

    Il prossimo Parlamento europeo avrà molti poteri in più di quello uscente e contribuirà in modo decisivo a definire le future politiche sociali, di accoglienza, di solidarietà, ma anche di sviluppo e occupazione. L’unico modo per fronteggiare l’odio di un populismo becero e di un sovranismo senza sovrani è il lavoro. Solo il lavoro può dare benessere agli italiani, in quella nuova Europa che sarà compito degli eletti riformare, sia a favore dei giovani che di coloro che hanno dato il loro contributo di crescita al nostro paese ma che credono nell’unione di tutte le nazioni europee in un progetto unitario.

    Vi chiedo quindi di contattare amici, parenti e conoscenti che risiedono in queste regioni per darmi tutto il sostegno possibile per la nascita di nuova Europa.

    Chi desidera darmi una mano può rispondere a questa email comunicandomi i dati delle persone da contattare (nome, cognome, email, cellulare), residenti in Piemonte, Liguria, Valle d'Aosta e Lombardia, cliccando qui sul link CONTATTI.

    Ringraziandovi per la preziosa collaborazione, vi chiedo ancora una volta di darmi fiducia! Un caro saluto.

 

Gianni Farina, Zurigo

già deputato del PD eletto nella Circoscrizione Estero/Europa

 

 

 


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