martedì 20 giugno 2017

Freschi di stampa, 1917-2017 (12) - Ancora una calunnia

Freschi di stampa, 1917-2017 (12)

Prosegue la serie di testi ispirati o ripresi dall'ADL nell’anno delle due rivoluzio­ni russe che hanno cambiato il mondo. La nostra redazione di allora poté "co­prir­le" entrambe con materiale di prima mano. Ciò grazie soprattutto ad An­ge­lica Balabanoff, fautrice degli stretti legami svilup­pa­tisi tra i socialisti italiani e russi impegnati, insieme al PS sviz­zero, nella grande campagna di “guerra alla guerra”. Campagna lan­ciata con la Conferenza di Zimmerwald. E culminata nel­la Rivoluzione d'Ottobre.

Ancora una calunnia

Un trafiletto di taglio basso a firma “internazionalista” sulla prima pagina dell’ADL del 9 giugno 1917 s’incarica di respingere come en­ne­sima calunnia della stampa “intesofila” la tesi secondo cui i pro­fughi russi rientrati attraverso la Germania dopo la Rivoluzio­ne di febbraio avrebbero seguito: «Tale cammino in quanto germanofili e quindi perché… agenti degli Imperi Centrali» (ADL 9.6.1917).

In realtà, le vicende successive – il rovesciamento dell’impero prus­siano e di quello austro-ungarico – mostra come le accuse contro i so­cialisti internazionalisti tra­di­scano solo una scarsa comprensione delle dinamiche storiche in atto.

Dalle testimonianze rese di fronte alla "Commissione socialista in­ter­nazionale di Stoccolma" emerge che le condizioni di viaggio lungo la via Parigi-Londra rendono sconsigliabile questo itinerario di rientro: «Già solo le pratiche per ottenere il passaporto durano più di tre set­timane a Parigi ed il visto definitivo è concesso quasi esclusivamente a profughi atti al servizio militare (…) I trasporti per mare avvengono sotto scorta militare armata ed i profughi vengono soggetti alle più umilianti perquisizioni e vessazioni poliziesche» (ADL 9.6.1917).

Perciò ben si comprende, continua l'articolo, che gli esuli, e soprat­tutto quelli residenti nella Svizzera, «abbiano preferito di ritornare in Russia approfittando delle concessioni delle autorità tedesche. Già il 14 maggio ben 257 erano in tal modo arrivati nella Svezia; fra i quali tutto uno stato maggiore di compagni alla testa del movimento operaio russo, come Martoff, Bobroff, Martinoff e la compagna Angelica Balabanoff.» (ADL 9.6.1917).

Dai documenti dell'Ufficio politico centrale presso il Quartier generale di Berlino, i passeggeri risultano essere in numero inferiore rispetto a quello fornito dall’ADL: “Uomini 147, donne 14 e bambini 32”. In tutto 193 viaggiatori. Un numero di 253 persone a bordo del treno viene raggiunto nei documenti dell’Ufficio politico di Berlino includendo il personale tedesco. «Anche questa volta i costi per il biglietto delle persone e dei bagagli come pure per il vitto sono stati sostenuti dai passeggeri, su loro esplicito desiderio», riferisce il funzionario del Reich.

Lo “stato maggiore di compagni alla testa del movimento operaio russo” di cui parla l’ADL è, in realtà, formato da socialdemocratici e socialrivo­lu­zionari che, un passo dopo l'altro, si avviano verso una inattesa e brutale uscita di scena. Sul loro treno, a quanto pare, non viaggiano seguaci né di Plechanov né di Lenin. Né L’ADL fa cenno al primo treno, quello su cui Ilic Ulianov era partito due mesi prima.

«La Russia rivoluzionaria per la pace socialista», apre a tutta pa­gi­na L'ADL del 9.6.1917. È ormai chiaro che la parola “socialista” s'intende in molti modi. Le varie correnti del socialismo russo e internazionale si stanno posizionando ciascuna nel proprio “posto di combattimento”. Combattimento, ovvio, intorno alla pace. Ma quale pace? Nessuno lo sa dire con duro realismo (eccetto uno).

“Pace separata o pace generale?” titola l’editoriale firmato "F.M.". La sigla è quella del direttore, Francesco Misiano, la cui figura merita qualche indugio.

Giunge a Zurigo come “disertore” dall’Italia divenuta belligerante. È un convinto esponente del socialismo antimilitarista zimmerwaldiano. Assume un ruolo influente nel PSI in Svizzera e dal 1916 viene inca­ricato di dirigere L’ADL. Dopo la fine del conflitto, lo ritroviamo con Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht a Berlino. Nella breve ma san­guinosa guerra civile a sinistra, tra i socialdemocratici tedeschi appro­dati al governo dopo la caduta dell’imperatore e gli insorti spartachisti, Misia­no si schiera con gli spartachisti, prendendo attivamente parte alla difesa armata del loro giornale, il Vorwärts, sotto l'attacco dei Freikorps filo-governativi. Finite le munizioni, si consegna alla polizia e viene arrestato. Sarà condannato a dieci mesi di carcere.

Rientra in Italia alla fine del 1919. Nel 1921 è a Livorno tra i fon­datori del PCdI. A giugno viene eletto deputato del Regno. Ma proprio nella seduta inaugurale della XXVI legislatura trenta parlamentari in camicia nera, gui­dati da Farinacci, lo aggrediscono all’interno di Mon­te­citorio. I fascisti covano un antico rancore contro Misiano sia per­ché è an­ta­gonista a Fiume di D'Annunzio (che ne chiede la morte) sia per­ché dalle colonne dell'ADL aveva costantemente deriso le pose di Mussolini propagandista di guerra un tanto al chilo. Così, quel 13 giu­gno 1921 i deputati del duce lo sequestrano in Aula e lo consegnano a una squadraccia in attesa fuori dal Parlamento. È sottoposto a violenze e umilia­zioni. Gramsci scrive sull’Ordine Nuovo:

«La prima affermazione dei Fasci in Parlamento è un atto cui non si può attribuire, nemmeno con i più stiracchiati contorcimenti mentali, nes­sun significato politico: è un atto di pura e semplice delinquenza… Di fronte al fascismo italiano riacquistano nobiltà le più immonde fi­gure di delinquenti che mai siano esistite» (14.6.1921).

Nel 1924, anno dell’assassinio di Matteotti, si trasferisce a Mosca. Vi fonda la casa di produzione cinematografica “Mezrabpom” svilup­pando importanti attività di promozione della settima arte.

Nel 1936, accusato di trotzkismo, viene sottratto alla GPU dalla morte per malattia. Il funerale sarà per lo più disertato dai compagni comunisti italiani, per timore di Stalin.

Ma torniamo alla situazione del giugno 1917 e alla questione che Misiano solleva sull’ADL: “Pace separata o pace generale?”.

«Quando la versione della “rivoluzione russa fatta per l’intensifica­zione della guerra”, messa in giro dai Governi borghesi dell’Intesa, è apparsa menzognera ed ormai insostenibile», scrive, «gli stessi Governi si affrettarono a gettare a piene mani ombre e fango sulla “rivoluzione russa” e la dipinsero come opera di “venduti” ai tedeschi, di “visionari fuori della realtà della storia”. Fra questi due estremi si può ritrovare e cogliere un assai abbondante materiale di contraddizioni, di oscillazioni, di volgarità, di menzogne, di calunnie e di infamie». (ADL 9.6.1917)

I rivoluzionari russi sono accusati dai Governi dell’Intesa di voler “fare una pace separata” con gli Imperi Centrali, «il che darebbe ai me­desimi una superiorità militare che porterebbe allo schiacciamento del­le democrazie occidentali. Quindi, accuse conseguenti di tradi­men­to della causa della democrazia, di servizio reso all’impero prussiano, ecc. ecc.». (ADL 9.6.1917)

Pace separata? Mesiano nega recisamente che si punti a questo obiet­tivo. La Russia rivoluzionaria vuole la “pace generale” per tutti i po­poli. Affermazione in teoria veridica, se riferita alla quasi totalità delle forze attive nel Governo provvisorio di San Pietroburgo. E anche i So­viet abbracciano, in teoria, questa posizione, prevalente persino al­l’interno della frazione bolscevica.

«Pace separata? Non possono concepirla, non possono auspicarla coloro che, socialisti rivoluzionari, e rivoluzionari russi per giunta, ri­guardano il mondo intero dall’angolo visuale del socialismo», ag­giunge il Direttore, tenendo ferma la posizione di principio “per noi socialisti internazionalisti”; e prosegue: «Esiste un dovere: farla ces­sare per riprendere l’altra guerra, quella tra le classi, che è la ragion d’essere della nostra fede. Ora, una “pace separata” tra la Russia e le Potenze Centrali, sarebbe la cosa più facile di questo mondo (…) Ma questa “pace separata” darebbe la pace? Ed a chi? Alla sola Russia. (…) Anzi, forse nemmeno alla Russia». (ADL 9.6.1917)

La Russia, se stipulasse una “pace separata”, verrebbe riassorbita “nel baratro di un’altra guerra”, sostiene Misiano, e non a torto. Per questo tutti si proclamano a favore della “pace generale”.

Tutti, eccetto Lenin, minoranza della minoranza. Ma il punto è ben altro. Perché gli USA sono appena entrati in guerra e le condizioni in­terne, internazionali e coloniali di ciascun soggetto belligerante coar­tano gli eventi dentro la morsa d’acciaio di mille necessità oggettive.

«Il gioco della rivoluzione è molto pericoloso. Col fuoco non si scherza», avvertiva già L’ADL del 24 marzo. No, non si scherza. E certo non bastano le emulsioni ideologiche «per un mondo di fratelli e di liberi» a fermare questa tremenda eruzione prima del suo esito piroclastico con collasso finale.

La “pace generale” non esiste.

Ma non esiste nemmeno la continuazione della guerra.

Il popolo russo non la sopporta più.

Dunque, quel che alla fine deve sopravvenire è proprio la “pace separata”, cioè: l’Ottobre Rosso, la Guardia bianca, il Comunismo di guerra, la NEP e tutto il resto.

(12. continua)

martedì 13 giugno 2017

Freschi di stampa, 1917-2017 (11)

Freschi di stampa, 1917-2017 (11)

Prosegue la serie di testi ispirati o ripresi dall'ADL nell'anno delle due rivolu­zio­ni russe che hanno cambiato il mondo. La nostra redazione di allora poté "co­prir­le" entrambe con materiale di prima mano. Ciò grazie soprattutto ad An­gelica Balabanoff, fautrice degli stretti legami svilup­pa­tisi tra i socialisti italiani e russi impegnati, insieme al PS sviz­zero, nella grande campagna di “guerra alla guerra”. Campagna lan­ciata con la Conferenza di Zimmerwald. E culminata nel­la Rivoluzione d'Ottobre.

Lettera-programma del compagno Lenin

«Le borghesie alla resa dei conti», titola L'ADL numero 23, anno XX, del 2 giugno 1917. Il catenaccio, anch'esso a tutta pagina, annuncia che: «Col fallimento della guerra, si avvicina il tramonto del nefasto dominio del capitalismo».

    Pochi giorni prima, “Il Secolo” di Milano, all'epoca il secondo quoti­dia­no d'Italia per copie vendute, aveva lanciato questo appello guerre­sco: «Occorre attaccare alla fronte. Una offensiva, comunque vada dal punto di vista militare, per la politica interna è una vera manna».

    In quel maggio-giugno 1917 ha luogo, in effetti, la decima battaglia dell'Isonzo, che si pone come obiettivo lo sfondamento delle linee ne­mi­che e la conquista di Trieste. Siamo, dunque, alle Idi di maggio e – dopo ses­santa ore di bombardamenti a tappeto da Tolmino fino al­l'Adria­tico (gran consumo di munizioni: enormi profitti per l'industria bellica) – il fron­te austro-ungarico viene rotto nella periferia meridio­na­le di Gori­zia. E le forze armate italiane conquistano il villaggio di Jamiano e qualche collina carsica.

    Seguono scontri, scaramucce, attacchi e respingimenti per un paio di settimane. Dopodiché inizia il contrattacco austriaco, che s'intensifica bruscamente il 4 giugno 1917. Ogni vantaggio strategico dell'Italia è vanificato nel giro di poche ore.

    Che dire di questa “vera manna” per la “politica interna”?

    Costi: 53 mila vite umane, 36 mila ragazzi italiani e 17 mila ragazzi austro-ungarici morti in poco più di tre settimane.

    È bene ricordare che l'Austria-Ungheria sarebbe stata disponibile fin dall'inizio della guerra a cedere Trento e Trieste all'Italia in cambio della neutralità. Non una goccia di quel sangue fu, dunque, veramente necessaria allo scopo ufficiale che la propaganda di guerra andava agitando da tre anni.

    Dopo la decima battaglia dell'Isonzo, il Ministero della guerra diffonde un comunicato: «L'azione delle nostre fanterie fu superiore ad ogni elogio, e le gravissime perdite sofferte imposero rispetto allo stesso nemico».

    Tutt'altrimenti, il fondo dell'ADL, recante il titolo “Nel vicolo cieco”, afferma che: «Venne l'offensiva: due chilometri di avanzata, diecine di migliaia di morti dall'una e dall'atra parte. Con la gonfiatura dell'episodio, con strombazzatura della vittoria, con esaltazione morbosa del “valore italico” ecc. ecc. (…) Mentre il giornalismo venduto cerca di dipingere un'Italia unanime che si entusiasma alle novelle della poca terra strappata al nemico, con ecatombi di uomini dall'una e dall'altra parte. Non risoluto nessuno dei problemi (…): non trovati i mezzi, che non vi sono, per risolvere la guerra in breve e vittoriosamente; non fronteggiato il pericolo rosso della rivoluzione che minaccia; non moralizzata la guerra dal punto di vista della equa ripartizione del male e del sacrificio, poiché i fornitori continuano a rubare a man salva ed il proletariato continua a soffrire fame e morte. Nulla!». (ADL 2.6.1917).

    Il fondo dell'ADL incalza: «Noi sentiamo che manca in Italia nei dirigenti della classe dominante ogni fede, ogni entusiasmo, ogni energia (…) Qualcosa è franato con la guerra nel mondo borghese: è franata la convinzione cioè che i popoli anche se martorizzati e massacrati restino docili alla catena (…) Lo schiavo di ieri si è liberato in Russia e minaccia coi pugni protesi gli sfruttatori delle altre nazioni». (ADL 2.6.1917).

    L'establishment si trova in un “vicolo cieco” perché, dopo aver voluto la guerra in vista dei grandi affari che essa sempre porta con sé, si rende conto ora dei grandi rischi sopraggiunti. Avanzare e vincere non si può. Stipulare la pace nemmeno. E cresce, invece, il rischio rivoluzionario. Perciò “si avvicina il tramonto del regime capitalistico-borghese”. Questa la tesi di fondo. Che sembra una cosa eccessiva. Ma sul piano macro-storico le cose paiono prendere proprio questa piega. Basti pensare che, meno di trent'anni dopo, nel maggio del 1945, una grande parte dei paesi e degli abitanti del pianeta si troverà a vivere in regimi di affiliazione sovietica. Solo la successiva avversione al carattere dispotico che il comunismo aveva assunto e il “soft power” – vuoi liberal-democratico, vuoi social-democratico – messo in campo dall'Occidente durante i “trenta gloriosi” (1945-1975) condurrà, in epoca più recente, alla crisi dell'impero moscovita.

    Oggi noi viviamo in una fase di amnesia neo-liberista quasi totale, ma nel punto storico in cui ci collochiamo nel rileggere L'ADL del 2 giugno 1917 è del tutto evidente che un gigantesco rivolgimento globale sta iniziando.

    Appare, quel giorno, sull'ADL “Una lettera-programma di Lenine” (ancora in grafia francese). Il testo esordisce e si snoda, tipicamente diremmo, lungo una serie di prese di distanza piuttosto faziose rispetto ai dirigenti socialdemocratici europei, tutti o quasi in odore di opportunismo. Tra essi il leader bolscevico annovera anche “la maggioranza fra i dirigenti del Partito socialista svizzero” alla quale contrappone la «affettuosissima (…) solidarietà da parte dei lavoratori socialisti rivoluzionari».

    Naturalmente Lenin rivendica la più riguardosa non ingerenza nelle vicende interne degli altri partiti socialisti d'Europa, fatta eccezione tuttavia per le “questioni fondamentali di principio”. Nel qual caso: «La nostra voce si elevava per il trionfo delle tendenze politiche della “Sinistra di Zimmerwald”, e per far fronte non solamente al social-patriottismo, ma anche alle tendenze del cosiddetto “Centro” i cui rappresentanti sono: R. Grimm, P. Schneider, Jacq. Schmid ecc. ecc. nella Svizzera; Kautsky, Haase della “Unione del Lavoro” in Germania; Longuet, Pressemane ed altri in Francia; Snowden, Ramsky, Macdonad ed altri in Inghilterra; Turati, Treves e i loro amici in Italia; e quel Partito socialista russo che abbiamo sopra nominato, avente nel suo Comitato organizzatorio Paul Axelrod, Martow, Tscheidse, Skobelow» (ADL, 2.6.1917).

La polemica di Vladimir Ilic Ulianov contro questa «schiuma immonda che si è prodotta alla superficie del movimento operaio internazionale» non è nuova, ma ora le meandriche dispute contro i menscevichi d'ogni ordine e grado stanno per imboccare la strada di uno scatenamento cinico nuovo, che porterà le parole a tradursi in oltraggi, proscrizioni, pogrom e purghe secondo una dinamica tristemente nota.

    A chi gli chiede che cosa intenda fare il suo partito nel momento in cui giungesse “immediatamente” al potere, Lenin risponde:

    «1. Offrire la pace a tutti i popoli belligeranti; 2. Noi proponiamo al riguardo le seguenti condizioni: a) proclamare immediatamente l'indipendenza delle colonie; b) liberazione dei popoli oppressi, restituendo ad essi i loro diritti. 3. Noi incominceremmo immediata­mente questa opera con la liberazione dei popoli oppressi dai “grandrussi”» (ADL, 2.6.1917).

    Offrire la pace… Liberare i popoli oppressi… Sembra un programma da professori neo-kantiani. Poi però il capo dei bolscevichi aggiunge: «Noi dovremmo condurre la guerra rivoluzionaria non solo contro la borghesia russa, ma anche contro quella della Germania. E noi saremmo disposti a condurla. Noi non siamo pacifisti. Noi siamo avversari delle guerre imperialiste (…) [Ma] sarebbe una assurdità voler pretendere dal proletariato la rinuncia alle guerre rivoluzionarie (…). Il proletariato russo ha avuto la sorte di essere chiamato a dare principio a una serie di rivoluzioni le quali vengono determinate e provocate dalla medesima guerra attuale. (…) Ora, dopo il marzo 1917, solo un cieco può avere il coraggio di sostenere che la nostra tesi sia errata. La trasformazione della guerra imperialista in guerra tra classi incomincia a diventare realtà.» (ADL 2.6.1917).

In effetti, solo un cieco può leggere le parole della “lettera-programma” di Lenin e non vedere come il disegno del futuro fondatore dell'URSS possegga già la forma monumentale e azzardosa della dottrina politica in grande stile.

    Sentiamo, qui, che il secolo breve si approssima alla sua velocità di massima. Quando l'avrà quasi raggiunta, Walter Benjamin trarrà da un quadro di Klee l'immagine emblematica dell'Angelus Novus:

    «Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L'angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Vorrebbe trattenersi, destare i morti e ricomporre l'infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine davanti a lui sale al cielo.»

    Così Benjamin nelle sue Tesi del 1940, redatte dopo il patto Hitler-Stalin e l'invasione della Polonia.

    Ma già il 2 giugno del 1917 la redazione dell'ADL, pur mostrando sincera ammirazione per “il vigore e il valore” di Vladimir Ilic Ulianov e pubblicando in grande evidenza la sua “lettera-programma” quale testimonianza di un “tenace assertore della pace e della lotta di classe”, non riesce già più a nascondere qualche riserva:

    «Inutile dire che non condividiamo intieramente gli apprezzamenti che il compagno Lenine fa nei riguardi di molti uomini che, come il Grimm, sono parte del nostro movimento zimmerwaldiano» (ADL 2.6.1917). Come dire che, per la nostra comune perceptio, ci sono forme dell'attacco personale tali da risultare eccessive anche agli spiriti più rivoluzionari nei tempi più infuocati.

(11. Continua)

Come voteremo? E quando?

Per adesso la legge elettorale ritorna in Commissione. Tra qualche mese, in autunno o in primavera, l'Italia andrà alle urne. La fine delle rappresentanze geneticamente manipolate tramite correttivo maggioritario (Porcellum) condurrà a molte uscite di scena e anche a molte nuove entrate. Inevitabilmente, succederanno cose. E stanno già iniziando a succedere. Alla fine è probabile che rimarremo tutti un po' sorpresi.

    Si stava per approvare una nuova legge elettorale, ma a quanto pare l'accordo è saltato. Vedremo come andrà avanti. Vedremo se la sinistra a sinistra del PD riuscirà a costituire un “quarto polo”. Vedremo se il partito renziano ci rimetterà un'ottantina di deputati, dato che per riconfermare i 280 attuali avrebbe bisogno di un miracolo, obiettivo più facile ad annunciarsi che a farsi. Entreranno in Parlamento un centinaio di deputati grillini in più: uniti o spaccati? La Lega e FI aumenteranno la loro presenza?

    Al di là di tutto ciò, la partita politica verte su due opzioni. Da un lato c'è il partito filo-europeo che avrà Renzi, Berlusconi e Bersani tra i suoi esponenti di spicco. Dall'altro lato ci saranno Grillo, Casaleggio jr. e Salvini alla guida del partito euro-scettico. Bisognerà vedere come si muoveranno i gruppi dirigenti, se riusciranno a rimanere compatti, e che cosa deciderà infine il popolo italiano.

Comunque sia, è bene che il prossimo parla­mento venga eletto con sistema proporzionale, con buona pace dei grandi sacerdoti della Seconda Repubblica che predicano sfracelli d'ingovernabilità se non si conserva il maggioritario (totem di una promessa tradita alla quale nessuno crede più).

    Occorre il proporzionale per un'esigenza di verità dopo tre falsi parlamenti nominati tramite dispositivi di legge incostituzionali.

    Tutti siamo ben consapevoli che i grandi gruppi di potere impadronitisi dei partiti con la fine della Prima Repubblica non hanno certo rinunciato a manipolare il risultato finale e tendono sempre ancora a predeterminare la composizione del futuro Parlamento per disporre di docili esecutori di decisioni assunte da ristrette élites economico-finanziarie sia italiane che straniere.

    Preoccupano le spinte ad accelerare la data delle elezioni. Gli avvocati anti-Italicum, cioè Felice Besostri, Anna Falcone e altri, attendono oltre tutto un pronunciamento della Consulta sulle parti non modificate delle leggi elettorali e su quelle nuove. Se si votasse prima di questo esame di costituzionalità, non si ri­schie­rebbe di ripetere lo scandaloso paradosso di un Parlamento come quello eletto nel febbraio 2013 con legge dichiarata incostituzionale nel gennaio 2014?

    Le elezioni potevano essere fatte subito dopo la sentenza n.1/2014 di annullamento del Porcellum. La data del ritorno alle urne non deve essere decisa dai capi partito, ma dal Presidente della Repubblica, Mattarella, sentiti la Presidente della Camera, Boldrini, e il Presidente del Senato, Grasso.

    Questo prevede l'art. 88 della Costituzione.

    Dopo tre Parlamenti eletti nel 2006, 2008 e 2013 con una legge elettorale incostituzionale, e dopo una sbornia maggioritaria ultraventennale, si deve sapere chi rappresenta il popolo italiano, solo soggetto costituzionale a cui appartiene la sovranità in questa Repubblica democratica fondata sul lavoro.

martedì 6 giugno 2017

Freschi di stampa, 1917-2017 (10) - La compagna tacque

Freschi di stampa, 1917-2017 (10)

Prosegue la serie di testi ispirati o ripresi dall'ADL nell'anno delle due rivoluzioni russe che hanno cambiato il mondo. La nostra redazione di allora poté “coprirle” entrambe con materiale di prima mano. Ciò grazie soprattutto ad Angelica Balabanoff, fautrice degli stretti legami svilup­pa­tisi tra i socialisti italiani e russi impegnati, insieme al PS sviz­zero, nella grande campagna di “guerra alla guerra”. Campagna lan­ciata con la Conferenza di Zimmerwald. E culminata nella Rivoluzione d'Ottobre.

La compagna tacque

Dall'ADL del 12 maggio 1917 apprendiamo che Angelica Balabanoff è partita per la Russia.

«L'altra sera. Modesto simposio fra compagni per salutare la caris­si­ma compagna Angelica Balabanoff partente per la Russia. (…) Nei convenuti era un dolore: quello del distacco; un orgoglio: quello di aver conosciuto e apprezzato la valorosa milite del socialismo inter­na­zionalista; un pensiero proprio di gratitudine: per l'esempio (…); una vo­lontà: ch'Ella non ritardi oltre a portare in Russia, nel dibattito del­le varie correnti, il suo pensiero, la sua parola, la sua opera socialista (…); una speranza: di riaverla al più presto fra noi – dopo aver com­piu­ta l'alta e nobile impresa nella sua grande terra natale –, qui in Isviz­zera, in Italia – la sua terra d'adozione – a completare la gran­dio­sa opera di proselitismo per la rivoluzione sociale» (ADL 12.5.1917).

    Angelica dunque parte. Un mese dopo Lenin. Come per lui, anche per lei, prima del treno c'è un “modesto simposio” al Coopi. Nel locale socialista alcuni compagni entrano dalla porta principale, altri dal retro, come usano i membri del gruppo anarchico o quelli sotto sorveglianza di polizia.

    A differenza dell'Avvocato Vladimiro, arrivato lì in gran discrezione un mattino d'aprile per attendere di poter salire insieme al suo “seguito” sul famoso treno con i sigilli di piombo, la Dottoressa Angelica tiene un convivio serale. Sul treno salirà all'indomani, pubblicamente, per­correndo la centralissima Bahnhofstrasse tra due ali di folla festante.

    I giornalisti del luogo non afferreranno la ragione per cui le masse proletarie di Fremdarbeiter (cioè italiani) siano accorse a tributare un così grande omaggio a quella piccola esule russa. La stampa "indipen­den­te" sa poco o nulla delle migliaia di comizi, riunioni e manifesta­zioni che da quindici anni ormai la Balabanoff tiene nel mondo del socialismo italiano e internazionale. La sua popolarità è vasta.

    Durante la cena al Coopi parlano Armuzzi, rappresentante dell'anima popolare impegnata nei sindacati, e Misiano, che incarna la frazione intellettuale adibita all'attività di redazione. Armuzzi ama le pose teatrali, i gesti larghi, le formule ispirate. Misiano preferisce l'algebra di concatenazioni concettuali sfocianti in sillogismi rigo­ro­samente rivoluzionari. Ma in quella sera degli addii entrambi si commuovono e la sala si produce in un grande, grandissimo applauso:

    “La guerra è morta nell'infamia”, titola qualche giorno dopo l'ADL. E il catenaccio recita così: “In Russia si elabora la questione sociale: otto ore di lavoro, alleanza fra i popoli, terra e libertà ai contadini”(ADL, 12.5.1917).

    L'Ottobre è ancora lontano. Nessuno immagina neppure lonta­na­mente che poi verranno il comunismo di guerra e i gulag. Ma già s'in­travvede che le divisioni a sinistra porteranno con sé uno scontro duro. Errore politico fatale, perché dopo tre anni d'inutile macello i socialisti internazionalisti, che hanno mantenuto salda la loro opposizione alla guerra, sembrano adesso a un passo dalla vittoria più completa. In Russia l'autarchia zarista è venuta giù come le mura di Gerico. Altre case reali seguiranno. La Questione sociale avanza a passi da gigante. Finalmente le otto ore. E poi un nuovo ordine mondiale fatto di nuove libertà civili e di pane per tutti. Ma anche la condizione della donna cambierà radicalmente dopo la fine della sacra famiglia borghese!

    Questi, all'incirca, i discorsi del “modesto simposio” cooperativo. Di fronte a quell'entusiasmo rivoluzionario in una sera di maggio del 1917, tutti ora attendono che Angelica infiammerà ancor di più gli ani­mi già corroborati da torrenti di lambrusco. Tutti condividono il sen­ti­mento di un'imminente età della riscossa. E tutti – le  compagne e i com­pagni di Zurigo, di Schlieren, di Baden, di Oerlikon e di Brutti­sellen, convenuti lì per salutare la sua partenza – guardano ora verso Angelica, grande intellettuale poliglotta e cosmopolita, oratrice feno­me­nale. E, invece, lei…

«La compagna tacque: parlò nel suo silenzio». (ADL 12.5.1917)

Perché “tacque”? Che cosa significa: “parlò nel suo silenzio”? Sapeva che la sua è una missione quasi impossibile? Mediare tra il Governo provvisorio e l'opposizione bolscevica: altrimenti sarà guerra civile. E per evitarla occorrerà indurre le potenze belligeranti ad accettare – certo, anche nel loro stesso interesse – una pace “senza cessioni e senza riparazioni”. Ma come? Con quali mezzi?

    Angelica è troppo addottorata nella storia umana, è troppo profonda conoscitrice delle dinamiche politiche, per non sapere che i venditori di cannoni non si fermeranno e che il suo socialismo, avvicinandosi alla soglia del trionfo, incontrerà adesso, proprio adesso, le resistenze più forsennate.

    Non ci sarà pace in Europa e nel mondo fino alla catastrofe delle potenze belligeranti. E anche il “dibattito tra le varie correnti” in Russia si sta già predisponendo a divenire conflitto armato.

    Di fronte al silenzio di Angelica, che si appresta a partire nella speranza alimentata più dall'etica kantiana del dovere che dal principio di realtà, la “Commissione Esecutiva” del PSI in Svizzera redige un inusuale comunicato, che si conclude con queste parole:

«Compagna buona, generosa e grande, arrivederci presto

con un trionfo socialista in più». (ADL 12.5.1917)

Sul giornale della settimana successiva leggiamo che Angelica si pub­bli­camente è schierata «contro una “pace separata” giovante all'im­pe­ria­lismo tedesco». Una mezza dichiarazione di ostilità a Lenin. E una corsa contro il tempo, che prenderà le mosse di trattative di pace che s'intendono far partire dalla Svezia. Dove c'è l'appoggio dei dirigenti “zimmerwaldiani” Hèden, Oljelund e il giovane deputato Höglund, tutti e tre incarcerati durante la guerra e ora liberati per la pressione del vento rivoluzionario. I tre hanno una certa influenza sul loro partito, che va assumendo sempre più posizioni internazionaliste.

    Dall'altro versante, quello degli interventisti, fioccano, ovviamente, le accuse di “tradimento”. Gli esuli russi che rientrano attraverso la Germania non violano forse il patto d'onore con gli Alleati?

    No, no, e poi no! L'ADL del 19 maggio 1917 respinge decisamente ogni accusa in tal senso e pubblica in prima pagina un comunicato della Commissione Esecutiva recante il titolo “Solidali”:

    «La C.E. del Partito Socialista Italiano nella Svizzera, esaminate le ragioni che hanno indotto i compagni internazionalisti russi ad attra­versare la Germania per rimpatriare; considerata l'alta e nobile lotta per l'Internazionale che li attende in Russia; considerato il divieto opposto con mille tortuosi ripieghi dall'Inghilterra al loro passaggio per altra via; approva il loro atteggiamento» (ADL 19.5.1917).

    Gli internazionalisti russi non vorranno minimamente tradire gli Alleati, ma piuttosto puntano a costringere gli imperialismi «dell'uno e dell'altro gruppo belligerante a rinunciare ai loro nefasti programmi di prolungamento della guerra per inconfessabili appetiti».

    Come? Diffondendo «in tutti gli altri paesi d'Europa la rivoluzione sociale del proletariato, unico mezzo che assicuri ai popoli la fine di tutte le guerre» (ADL 19.5.1917).

    Quanto alla partenza del folto gruppo, trecento esuli e più, l'ADL pubblica una cronaca di I. M. Schweide, intitolata: “Sino al confine svizzero-tedesco”. Angelica “sotto una pioggia di fiori” arriva alla stazione di Zurigo.

    «La più festeggiata fra tutti è stata naturalmente la compagna Angelica Balabanoff. (…) La inconsolabile Rosa Bloch – che volle dare  libero sfogo alle cateratte lacrimatorie – ha ceduto il suo posto ai “bouquets” di fiori di cui è stata inondata la nostra compagna Balabanoff (…) Nessuno forse come lei avrà sofferto durante gli ultimi giorni, quando seppe che il suo distacco dal partito e dai compagni italiani si era reso inevitabile, e che l'Internazionale, la rivoluzione russa, il socialismo la chiamava altrove!» (ADL 19.5.1917).

   In prima pagina campeggia anche “Convoglio rosso”, un breve testo di Armuzzi: «Io ricordo oggi come in una visione di sogno, il treno fantasma che porta con sé il desiderio di milioni di cuori umani, ed in questo ricordo luminoso, incancellabile, io rinnovo il saluto della folla commossa che coperse di fiori i precursori e i poeti della grande rivoluzione», (ADL 19.5.1917).

Ecco, qui l'angelo della storia significa una doppia verità: c'è un crudo passaggio di lì a pochi anni dai fiori zurighesi alle purghe siberiane. Ma quel giorno di maggio del 1917, quel "ricordo luminoso, incancel­la­bile", come dice Armuzzi, resta sempre e comunque quel che esso è: un sole d'avvenire. O non è così?

(10. Continua)

Eugenio Colorni e la sinistra in Europa

LA RELAZIONE DI FELICE BESOSTRI AL CONVEGNO su Eugenio Colorni

di Felice Besostri

Eugenio Colorni scriveva su L'Avvenire dei Lavoratori del 1° febbraio del 1944: «Socialismo, umanismo, federalismo, unità europea, sono le parole fondamentali del nostro programma politico.»

ADL del 1° febbraio 1944, p. 4, dettaglio del testo

“Rinascita del socialismo Italiano”, il Documento

del Centro Interno guidato da Eugenio Colorni

Vi era indubbiamente un certo clima politico culturale se l'idea di Uni­tà Europea, legata sempre a programmi di riforma sociale, venivano da gruppi francesi come «Combat», «Franc Tireur» e «Liberté» ovvero come ricorda Silone dal Movimento del lavoro libero in Norvegia o dal Movimento Vrij Nederland in Olanda ed anche da sparsi gruppi di tedeschi antinazisti.

    La collaborazione di Colorni alla redazione e soprattutto alla dif­fu­sione del Manifesto di Ventotene, a mio avviso, ne fa uno degli autori a ricordare al pari di Altiero Spinelli e Ernesto Rossi. Sicuramente è un suo merito la diffusione nel mondo socialista Ignazio Silone, allora a capo del Centro Estero di Zurigo del PSI e dell'Avvenire dei Lavoratori ebbe già sentore del Manifesto di Ventotene nell'autunno del 1941 e più tardi ricevette un appello analogo, dal Movimento «Libérer et Fédérer» di Tolosa, nel quale militava Silvio Trentin, il padre di Bruno.

    Sempre Colorni va considerato uno degli ispiratori del Socia­li­smo fe­deralista de L'Avvenire dei Lavoratori una delle componenti della conversione socialista di Ignazio Silone, che nella sua visione ebbe la stessa importanza dell'Internazionalismo del suo periodo co­mu­nista. Due sono gli articoli di Silone nei quali delinea la sua visione europea del socialismo, entrambi pubblicati sull'Avanti! di Roma. Il primo con il titolo “Prospettiva attuale del Socialismo Europeo”, il secondo sempre col titolo “Europa di Domani”.

    Per Silone "l'Europa moderna ed il socialismo sono termini storici intimamente connessi. Il socialismo moderno infatti è nato in Europa nel corso del secolo passato, contemporaneamente all'Europa moderna. Le fasi di sviluppo e le crisi del socialismo moderno sono coincise con il progresso e le difficoltà dell'Europa".

    Il dibattito fra i compagni socialisti sul futuro dell'Europa e sulle pro­spettive di ricostruzione per il Vecchio continente: dal federalismo eu­ropeista di Carlo Rosselli alla proposta di una «Costituente europea per la pace» lanciata da Giuseppe Emanuele Modigliani, all'europei­smo di Angelo Tasca era già iniziato nell'esilio francese. Al dibattito partecipò anche Giuseppe Saragat quando si trasferì a Parigi, dopo aver trascorso un triennio in Austria, ove conobbe Otto Bauer e l'austromarxismo, ma la sua visione federalista, anche in seguito al Patto Ribbentrop-Molotov, si connotò sempre più come un europeismo democratico alternativo al totalitarismo.

Siamo tributari di Silone e Colorni della convinzione che non c'è prospettiva socialista se non c'è una chiara scelta federalista, cioè senza una dimensione internazionale della politica, al di là delle singole proposte, perché il destino del socialismo democratico e dell'Europa sono indissolubilmente legati. Questa intuizione non è stata perseguita con coerenza, avrebbe chiesto per esempio la creazione di un Partito Socialista transnazionale, cioè una visione internazionalista, di cui l'europeismo non poteva essere un surrogato, ma un'articolazione continentale. La costruzione europea si è fatta, invece, ponendo alla base la libera concorrenza ed il mercato, guidate da un centralismo burocratico senza effettivi contrappesi democratici. Non solo l'allargamento a Est della UE è stato un processo, che non si è distinto da quello della NATO, quando, nella visione socialista di Cole condivisa da Silone Soltanto il socialismo democratico avrebbe potuto unificare l'Europa e farla servire da mediatrice storica tra il continente sovietico e il continente americano. Una visione che si accompagnava al superamento delle ragioni storiche sella divisione tra socialisti e comunisti, questo lo si poteva pensare negli anni 1944 e 1945 quando si era uniti nella lotta al nazifascismo.

Lo sviluppo nel dopoguerra andò in tutt'altra direzione: nei paesi conquistati dall'Armata Rossa si compì l'unificazione forzata dei partiti socialisti e comunisti, con la scomparsa politica dei primi, anche quando il nome del Partito non divenne formalmente comunista come il POUP (Partito Operaio Unificato Polacco) o mantenne il riferimento socialista come nei casi del Partito Operaio Socialista Ungherese e della SED (Partito di Unità Socialista della Germania). In Occidente la Guerra Fredda portò i partiti socialisti, socialdemocratici e laburisti ad una scelta di campo occidentale, con la sola eccezione, fino alla rivoluzione ungherese del 1956, del PSI. Socialisti e democristiani sono la grande maggioranza dei padri fondatori dell'Europa, con l'eccezione di Altiero Spinelli, che in Italia collaborò con socialisti e comunisti. Nel 1999 fu l'anno della predominanza socialista in Europa, cioè nella UE a 15, con 11 primi ministri socialisti, che sarebbero stati 12 se nel 1996 Aznar non avesse sostituito Felipe Gonzalez.

    La presenza contestuale di Blair, Schröder, Jospin e D'Alema per non parlare che dei grandi paesi non ha impresso un corso nuovo al­l'Europa della UE, ma a farlo è stata piuttosto la Commissione Prodi dal 16 settembre 1999 fino al 31 ottobre 2004 con proroga al 21 no­vembre dello stesso anno con la scelta dell'allargamento a Est. Nel contempo a sinistra del PSE la denuncia dell'Europa, come l'Europa dei capitalisti e dei banchieri, è stato un bell'alibi per i partiti della sinistra per non impegnarsi nella costruzione di un'altra Europa, finché il nome non diventò un'insegna elettorale nel 2014 grazie al successo di Tsipras e di Syriza, che non superò le contraddizioni del Partito della Sinistra Europea, che comprende partiti, con scarso peso nel Parlamento Eu­ro­peo e in quelli nazionali della UE fatta eccezione per la LINKE e Si­ni­stra Italiana, e di cui non fanno parte formazioni di sinistra di successo come Podemos di Iglesias o la France Insoumise di Mélenchon

    Il problema più grave è che le grosse perdite socialiste non si trasferiscono massicciamente alla loro sinistra e spesso vi sono perdite dell'intero schieramento teoricamente alternativo comprendente anche i Verdi e in generale gli ecologisti.

    In nessun paese europeo, ad eccezione della Gran Bretagna, ora in fuoriuscita dall'UE, la sinistra è rappresentata da un solo partito che possa aspirare al governo. Formalmente vi è una Grande Coalizione PPE-PSE, ma il PPE ha una posizione centrale ed è riuscita la trasformazione da Partito Democristiano e Socialcristiano in partito di centro conservatore, in armonia con i cosiddetti poteri forti di cui il Presidente della Commissione, Juncker, è un vassallo. Per togliere ogni dubbio il suo partito non è più il PPCS (Partito Popolare Cristiano Sociale), ma semplicemente il PD affiliato al PPE, per non confondersi con il PD affiliato al PSE. Il PSE non ha, invece, un'identità precisa e un programma alternativo all'austerità e su dossier delicati come i fenomeni migratori posizione differenziate.

    Il quadro europeo è ancora instabile mancano i risultati delle legislative francesi di giugno 2017, delle britanniche dello stesso mese e soprattutto di quelle tedesche del 24 settembre, per non parlare di quelle italiane oscillanti tra la fine del 2017 e l'inizio 2018, a dio piacendo e al Presidente Mattarella. Riuscirà la sinistra in senso lato a compiere quella riflessione auspicata da Colorni e Silone nel 1944? Alla sinistra necessiterebbe la capacità di legare il proprio destino a quello di un processo di integrazione europea, che abbia come centro la Carta dei Diritti Fondamentali dell'UE, le cui norme hanno lo stesso valore giuridico dei Trattati per l'art. 6 TUE. E occorrerebbe una politica economica che salvaguardi la coesione sociale e le conquiste del welfare state perseguendo con coerenza una politica di pace e cooperazione per uno sviluppo economico equo e solidale.