giovedì 18 aprile 2019

A Livorno senza livore

 

Le idee

 

Pubblichiamo di seguito ampi stralci tratti dal testo del saluto di Felice Besostri al Congresso di Articolo1: “Dobbiamo pensare di promuovere un’iniziativa di ampio respiro. Nel 2021 sarà il centenario della divisione della sinistra a Livorno, proprio nel pieno di un’offensiva di destra e reazionaria. Proprio Livorno ha ispirato un’iniziativa socialista di sinistra, Socialismo XXI, che non ha come obiettivo il solito partitino, ma di elevare la qualità della proposta programmatica. Proviamo a pensare ad una riunificazione della sinistra come movimento ampio che nasca dal basso, con due testimonial d’eccezione: Matteotti e Gramsci.”.

 

di Felice Besostri, Presidente del Gruppo di Volpedo,

rete dei circoli socialisti e libertari di Nord ovest

 

Avrei voluto che i rapporti politici che mi hanno legato da anni con molti di voi si svolgessero e consolidassero in tutt’altro contesto. Sono stato membro del gruppo parlamentare DS-L’Ulivo del Senato nella XIII legislatura e ho militato nel Partito fino alla decisione della sua maggioranza di sciogliersi nel PD: una decisione, che non potevo condividere. Venivano meno le ragioni dell’adesione di molti socialisti al progetto delineato negli Stati Generali della Sinistra del 1998 a Firenze.

    Abbiamo perso 20 anni nel tentativo di riunire una sinistra superando storiche divisioni ideologiche e psicologiche, quando non frustrazioni e rancori. Non riuscita malgrado la comune adesione al PSE, che non è mai diventato un partito europeo transnazionale, ma una confederazione di partiti, condizionati dalla loro collocazione nella politica nazionale di governo o di opposizione, piuttosto che da una comune visione europeista ed internazionalista.

    La formazione del PD e il suo primo atto significativo, la coalizione alle elezioni del 2008, hanno giustificato la diffidenza. Nessun accordo vi fu con liste di sinistra, che comprendessero aree socialiste, preferendo l’Italia dei Valori. Tuttavia, quelle elezioni dimostrarono anche l’incapacità di rappresentare una credibile alternativa: si ebbe un coacervo rosso verde, quello della Sinistra Arcobaleno, che con 1.124.298 voti e il 3,08% non superò la soglia di accesso alla ripartizione dei seggi. Vi fu l’incapacità di superare i propri recinti, nemmeno per sopravvivere, dimostrata dal fatto che il Partito Socialista raccogliendo 355.495 voti e lo 0,98% avrebbe consentito di raggiungere quella soglia.

    Altra iniziativa ostile del PD è stata quella di aver introdotto, d’intesa con FI la soglia anche per le europee 2009 con la motivazione esplicita di impedire che rientrassero in gioco le forze escluse dal Parlamento nazionale nel 2008. Con la legge precedente sarebbero state rappresentate sia la lista Sinistra e Libertà, con socialisti e la futura Sinistra Italiana, sia la lista di unità comunista, nonché i Verdi e i Radicali.

    La lezione vera, e cioè che le alleanze elettorali e strumentali non hanno futuro, non è stata compresa. E l’errore è stato ripetuto dieci anni dopo con LeU, altra esperienza condivisa con molti di voi con una candidatura di servizio, malgrado che esponenti di punta avessero sulla coscienza un grave strappo della Costituzione avendo ammesso voti di fiducia, su richiesta del governo, per far approvare due leggi elettorali, l’Italikum e il Rosatellum, in violazione dell’art. 72 c.4 Cost.

    La prima è stata dichiarata incostituzionale, prima ancora di essere applicata, grazie ad un’iniziativa giudiziaria, di cui rivendico il merito avendo promosso e coordinato un pool di avvocati costituzionalisti. La seconda è sub iudice innanzi ai Tribunali di Messina e Catanzaro e prossimamente di Roma…

    Nessuno ha mai detto con chiarezza che LeU in base ai voti avrebbe dovuto avere 21 deputati invece di 14 (- 33,33%) e al Senato 10 seggi invece di 4 (-60%). Non lo si è detto, ma probabilmente ci sarebbero state meno tensioni interne. Se sommiamo questi seggi perduti a quelli sottratti al Centro Sinistra (-22 deputati e -12 senatori) l’attuale maggioranza sarebbe più fragile, o forse inesistente, al Senato.

    La difesa prima, e ora l’attuazione, della Costituzione dovrebbero essere il terreno prioritario e comune di ogni aggregazione a sinistra, anche per rispettare la vittoria al referendum costituzionale, ma una forza di sinistra non può limitarsi ai diritti civili, che peraltro sono essenziali per lo sviluppo democratico di una società e del suo grado di civiltà, deve avere un suo progetto economico e sociale per ridurre le diseguaglianze, anche questo c’è nella Costituzione a partire dal secondo comma dell’art. 3 Cost. e il complesso del Titolo III Rapporti economici della Parte Prima.

    Vi si delinea una società solidale e di economia mista. Per molti, anche nel PD, si tratta di arcaismi. Alcuni sono passati dal comunismo al liberismo, senza nemmeno concedersi una pausa socialdemocratica.

    Anche dopo il cambio di segreteria non ci sono cambiamenti di fondo, non basta la cosmesi zingarettiana per un cambiamento effettivo rispetto all’epoca renziana. Bastano certe parole dal sen sfuggite, come quelle sulle colpe della vittoria del NO, per gettare dubbi sull’opportunità di allearsi con il PD alla prossima tornata elettorale: non basta un francobollo del PSE per giustificare l’operazione.

    L’adesione di Renzi al PSE fu puramente strumentale, altrimenti niente posizioni di vertice per un esponente del suo PD nella Commissione: la spartizione PPE-PSE non lasciava spazi.

    Tuttavia, a fronte dell’ondata di destra, cui partiti affiliati al PPE come l’austriaco ÖVP e l’ungherese FIDESZ, lo stato delle sinistre in Italia e in Europa è preoccupante.

    I partiti del PSE, pur non avendo avuto il maggior numero di seggi, sono stati i più votati, ma l’eventuale fuoriuscita del Labour minaccia questo primato di consensi, così come l’indebolimento di partiti come il PS francese, la SPD e il PvdA olandese.

    La sinistra alternativa non sta meglio. Perché le perdite dei partiti socialisti solo in parte non consistente si sono spostate alla loro sinistra o verso i Verdi, tranne che in alcuni casi, comunque complessivamente la sinistra in tutte le sue sfumature conta meno che nei gloriosi trent’anni dell’espansione nel secondo dopoguerra dello stato sociale e dell’aumento del benessere delle classi popolari.

    L’inversione di tendenza è stata pagata dai più deboli e i partiti di sinistra non raccoglievano in molti paesi, compresa l’Italia, la maggioranza dei voti dei lavoratori dell’industria.

    La sopravvivenza elettorale detta l’agenda politica, ma è una cattiva consigliera perché di corto respiro.

    Per non rassegnarsi dobbiamo pensare di promuovere un’iniziativa di ampio respiro. Nel 2021 sarà il centenario della divisione della sinistra a Livorno, proprio nel pieno di un’offensiva di destra e reazionaria. Proprio Livorno ha ispirato un’iniziativa socialista di sinistra, Socialismo XXI, che non ha come obiettivo il solito partitino, ma di elevare la qualità della proposta programmatica. Proviamo a pensare ad una riunificazione della sinistra come movimento ampio che nasca dal basso, con due testimonial d’eccezione: Matteotti e Gramsci.

 

 


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Libia sull’orlo della guerra civile

Da Avanti! online

www.avantionline.it/

 

Ricordate la stretta di mano tra al-Sarraj e Haftar con in mezzo il Premier italiano Conte? Accadde nemmeno cinque mesi fa alla conferenza di Palermo. Fu propagandata da una marea di foto che avevano invaso i media. Oggi tutto ciò assume i contorni del tragicomico visto quello che sta accadendo in Libia.

 

di Alessandro Perelli 

 

È in atto in queste ore una furibonda battaglia alle porte di Tripoli che può essere il presupposto di una vera e propria guerra civile. L'avanzata delle truppe del generale Haftar, che già controlla Bengasi e la Cirenaica, è giunta a pochi chilometri dalla capitale libica e nonostante la reazione dei soldati del Governo al-Sarraj, riconosciuto dall'Unione europea, costituisce una realtà di fatto che non potrà essere ignorata dai previsti successivi incontri per trovare un accordo. Ma quello che è ulteriormente preoccupante, oltre alle già numerose vittime, è la regia internazionale che sembra stia dietro al deteriorarsi della situazione.

    Il sostanziale appoggio di Francia, Russia ed Emirati arabi e il silenzio prudente degli Usa alla condotta di Haftar pongono pesanti interrogativi sul futuro di questo martoriato Paese che dopo la caduta di Gheddafi non sembra riuscire a trovare la strada della pacificazione e della ripresa. Pesano sicuramente le divisioni tra i vari gruppi etnici che popolano la Libia (e che Gheddafi bene o male era riuscito a gestire), ma pesano ancora di più gli interessi economici sul controllo ed utilizzo delle risorse naturali come il petrolio. L'Italia è in una posizione geopolitica tale da essere il Paese più interessato alle relazioni con quel territorio che fu nel periodo coloniale un suo possedimento e con cui tradizionalmente si sono mantenuti molti legami di ordine sociale, culturale ed economico dopo la raggiunta indipendenza. Si ha l'impressione che le ultime mosse del Governo italiano non abbiano portato molti risultati positivi ed anzi ci sia stato un pericoloso vuoto di iniziativa politica con un acritico avallo al Governo al-Sarraj che si è dimostrato controproducente alla prova dei fatti e senza reale peso e strategia politica.

    Il recente ritiro da parte dell'Eni dal personale italiano dai numerosi impianti per l'estrazione del petrolio in territori minacciati dal propagarsi del conflitto interno, dimostra ampiamente la gravità della situazione. Senza parlare delle risorse perse da molti imprenditori italiani che avevano investito in Libia e che speravano di recuperare almeno parzialmente il frutto delle loro iniziative ma che ora si trovano nuovamente nel caos più totale. Per il momento la nostra ambasciata a Tripoli rimane aperta, così come proseguono le nostre missioni militari e la collaborazione con la guardia costiera libica per il controllo del problema delle migrazioni clandestine sulle nostre coste e sussistono anche degli accorsi comuni sulla pesca, ma i missili su Tripoli fanno presagire un futuro molto problematico e incerto.

 

 

 


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Qualche riflessione per cercare di uscire dalla crisi

L’economia è l’ambito dove si misurano le capacità di una classe dirigente di guidare un paese verso la ricchezza collettiva e verso la realizzazione compiuta dello stato sociale.

di Ennio Ghiandelli

Quando si parla di economia italiana non bisogna mai dimenticare alcuni dati fisici che sono una nostra caratteristica: scarsità di ricchezze naturali, soprattutto per quanto riguarda i minerali e i prodotti energetici; agricoltura che non brilla per efficienza anche per la tipologia del territorio; densità elevata della popolazione, nonostante il calo demografico di questi anni; orografia complessa che rende difficili le comunicazioni fra le diverse aeree del paese.

    Nonostante questi deficit l’Italia, nel secondo dopoguerra, affidandosi alla capacità manifatturiera delle sue maestranze alla sua classe dirigente sia politica che industriale, e ai rapporti esistenti fra industria pubblica e privata, riesce a portarsi nei primi posti mondiali in alcune industrie chiave: dall’industria informatica, a quella aeronautica, all’elettronica di consumo, alla chimica, all’auto e alle produzioni High-tech.

    Pian piano questo patrimonio si è dissolto, gli errori compiuti nella politica economica dall’inizio degli anni Novanta ad oggi stanno dando i loro frutti resi ancora più velenosi dall’insipienza dell’attuale governo.

    L’Italia soffre di una crisi di produttività, cioè il costo per un’unità di prodotto aumenta rispetto agli altri paesi. Questo fatto rende impossibile, senza interventi appropriati qualsiasi ipotesi di recupero. La possibilità che si divenga una colonia di qualche altra nazione, soprattutto se questa ci finanzia il disavanzo acquistando i titoli del debito pubblico, è reale. Siamo un paese dove, ai tempi della globalizzazione, il tessuto produttivo è costituito per la gran parte da piccole e medie industrie. Eccelliamo nella produzione di marmo, di minerali abrasivi, nella produzione di olio di oliva, vino e filati di lana, molto poco per un sistema produttivo globale dove l’innovazione è l’elemento trainante.

    Si è svenduto il patrimonio industriale dello stato, in nome di un liberismo che non è mai esistito; gli industriali, che pure nel corso di questi anni hanno ricevuto utili rilevanti, hanno preferito investire i profitti in operazioni finanziarie, all’apparenza, molto più redditizie che in investimenti industriali.

    La politica oltre che per le ragioni prima ricordate ha anche la responsabilità di aver fatto invecchiare in maniera significativa il patrimonio infrastrutturale nazionale e mai ha sviluppato politiche atte a mettere mettere in sicurezza un territorio fragile come il nostro, anzi la speculazione edilizia supportata da continue sanatorie ha aggravato il problema.

    Tutto questo avvenuto è con una rapida concentrazione di ricchezza in poche mani e con un’erosione dello stato sociale che ha portato ad un impoverimento delle classi meno abbienti. Tutte le politiche sociali che il primo centro sinistra aveva realizzato sono state o abolite o devitalizzate.

    A questo stato di cose si aggiunge una politica fiscale che ha punito i lavoratori a reddito fisso, rendendo possibile una continua evasione fiscale, senza avviare una seria attività dello Stato per contrastarla efficacemente producendo una elevata pressione fiscale

    In questo quadro si presenta drammatico lo stato del disavanzo pubblico, drammatico non solo perché non si vedono politiche per abbatterlo, anche se la spesa corrente italiana al netto degli interessi del debito è da anni inferiore alle entrate, ma per l’assenza di una politica economica capace di attivare un credibile percorso di recupero della produttività del sistema Italia.

    Sovente nel corso del dibattito in questo anno di governo giallo verde si sente imputare, da esponenti della maggioranza, che la colpa di questo stato di cose è da ascriversi al fatto che con l’adozione dell’euro l’Italia non è in grado di gestire una propria economia, quindi occorre uscire dalla moneta europea e poco male se ci cacciano anche dai trattati. Errore tragico.

    A questo stato di cose si può e si deve reagire. La prima cosa immediata da fare è recuperare gettito fiscale, non aumentando le tasse a che già le paga, ma colpendo senza pietà gli elusori e gli evasori. Questo comporta immediatamente un riequilibrio del bilancio. Ciò ci consente, da un lato di allentare la presa sugli interessi che l’Italia paga sul debito pubblico, dall’altro di fermare il saccheggio del welfare. Da queste basi ripartire con una politica di investimenti pubblici sia sulle infrastrutture che sull’aumento della produttività (R&S) sostituendo il privato assenteista. Fissati questi capisaldi si deve procedere ad una più equa distribuzione del reddito.

 

Da La Rivoluzione Democratica

https://www.rivoluzionedemocratica.it/

 

 

 


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I DUE CONTRATTI

L’Italia del tempo presente è il risultato di quanto è stata la Seconda repubblica. La somma di tanti addendi del processo decoattivo della politica democratica in moto nel nostro Paese. Un populismo sovranista e un demagogismo governista che vengono da lontano e che si originano, sia nella prima fase che in quella attuale, da un medesimo fattore costitutivo: il contratto. Ovvero, un patto tra due populismi: uno confuso e infantile, un altro cinico e d’ordine.

di Paolo Bagnoli

L’ideatore del metodo fu Silvio Berlusconi il quale, in diretta dallo studio di Bruno Vespa, firmò un contratto con gli italiani contenente quanto avrebbe realizzato se il suo partito fosse andato al governo. Si trattò di una trovata pubblicitaria assai efficace. Nella mentalità ‘sagraiola’ del nostro popolo, sempre voglioso di seguire un domatore di circo, il contratto fece presa. Con quell’ atto, che evoca un qualcosa di vincolante, Berlusconi inaugurò la stagione del populismo; il valore della relazione diretta che si instaurava tra lui e il popolo. Se non ce l’avesse fatta non sarebbe stato per colpa sua, ma perché ci sarebbero state forze mobilitate contro il popolo, tanto che, a giustificazione di ciò che non riusciva a fare – e nel quale invero non credeva nemmeno lui – tirò fuori la categoria di coloro che remavano contro. Intendiamoci, remavano sì contro di lui, ma ben più che a lui andavano contro a quel popolo che a lui si era stretto in un contratto che lui aveva solennemente firmato dal notaio Vespa.

    Il governo gialloverde – ma oramai bisogna dire verdegiallo – si basa su un sempre strombazzato “contratto di governo” firmato, questa volta, dai leader delle due formazioni e affidato per la realizzazione al presidente del consiglio. Ossia, a una personalità politicamente nulla; un grillino che fa finta di essere in sonno e che tira avanti spargendo verità lunari con dichiarazioni di irreale comicità quale quella che quest’anno sarebbe stato “bellissimo”. Alleluja! Balliamo gioiosi sull’orlo del tracollo economico spacciando politiche di assistenza per chi si considera senza speranza come interventi destinati a produrre lavoro e un futuro migliore. Non solo, ma se volessimo abbozzare un bilancio sulla situazione in cui si trova oggi l’Italia - un Paese fragile che dovrebbe temere l’isolamento - vediamo come essa si trovi, invece, nella più completa solitudine. Sul Tav siamo sconfessati da Macron; sull’operazione Cina siamo isolati dall’asse franco-tedesco; la Casa Bianca ci guarda torto per la faccenda degli F35 e per il Venezuela; sulla Libia non abbiamo portato a casa niente considerato che, oramai, il generale Haftar sta arrivando a Tripoli. Tutto ciò va a carico di Conte, pomposamente definitosi “avvocato del popolo”, in quanto presidente di un “governo del popolo”.

    A nostro avviso la formula del “contratto” –ossia di un patto governista in cui ognuno fa di banda all’altro nel perseguimento del proprio interesse – è la logica conseguenza del percorso improprio con il quale si è arrivati a questo governo. Intendiamoci: è nella pienezza della legittimità democratica che due forze facciano maggioranza e diano vita ad un governo se hanno i numero in Parlamento; un governo che si basi su una maggioranza politica, però, che elabora una comune visione delle cose da fare, non su un “contratto” che, invece, di una visione ne garantisce due. Insomma, è tutto un pasticcio e in democrazia, prima o poi, i pasticci si pagano. Assai caramente.

    Rispetto al populismo sovrandemagogico di oggi, quello di Berlusconi fa quasi tenerezza, tanto appare furbescamente arretrato, mentre l’attuale è assai sofisticato come ci dice la sapiente regia comunicativa che lo amministra. Tra i due contratti si seppellisce la Prima e la Seconda repubblica. Quanto c’è di mezzo tra il cavaliere e i dioscuri sono state solo corse sul posto. In Italia, paese dei furbi per definizione, il populismo si lega al “contratto”; furbo il primo, furbissimo il secondo. Alla fine, però, la realtà incalza e, a un anno dal voto, siamo ad una crisi acutissima, piena di conseguenze rischiose. Siamo già al compimento del ruolo propulsivo della bugia elevata ad arte di governo.

    È proprio vero che, alla fine, tutte le volpi finiscono in pellicceria: una constatazione non certo consolatoria.

 

La Rivoluzione Democratica

 

 

 


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giovedì 28 marzo 2019

LA BISCONDOLA NON MOLLARE

 Ci vuole ben altro per fare un partito

La vittoria di Nicola Zingaretti alle primarie e la conseguente proclamazione a segretario del Pd sembra aver rimesso in circolazione il sangue del partito. In giro, il nuovo segretario riscuote buoni apprezzamenti. Crediamo gli giovi molto l’aria bonaria e il ragionamento pacato; che, insomma, riesca a trasmettere affidabilità e fiducia. La ripresa dei sondaggi, se pure a piccoli passi per volta, indica verso il Pd una nuova attenzione dopo le catastrofi elettorali lasciategli in eredità dal renzismo.

 

di Paolo Bagnoli 

 

È troppo presto per poter dire se la tendenza si rafforzerà e in che misura; certo, va dato atto a Zingaretti di aver acceso una nuova fiducia. Le elezioni europee diranno come si stanno mettendo le cose. I problemi che il neosegretario si trova davanti sono molti e di non piccola difficoltà. Il primo, e più rilevante di tutti, è riuscire a fare del Pd un partito. Finalmente poiché, fino ad oggi, il soggetto voluto dal duo Veltroni- Prodi e innestato da Parisi sulle primarie non solo non lo è stato, ma ha dimostrato di non poter mai esserlo. Le ragioni sono molteplici. Quella che svetta su tutte è costituita dall’assenza di una cultura politica vera che ne segnasse la cifra identitaria, di peso storico e ideologico; in altri termini, non è mai stato sufficientemente chiaro cosa socialmente il Pd volesse rappresentare e di quale idea dell’Italia fosse il portatore.

    È un mistero; chissà se è custodito gelosamente nella tenda di Prodi? Una soffocante vocazione governista lo ha sempre condizionato, ma, essendo nato in un clima bipolare sembrava fosse sufficiente essere il polo alternativo del berlusconismo per conferirgli delle ragioni solide di fondo. Il partito si risolveva, cioè, nell’opposizione a Berlusconi; nell’impedire che il governo del Paese andasse a Forza Italia. Un’ingenuità clamorosa poiché un partito giustificantesi su una prevalente – e nello specifico assorbente – finalità di governo non può nascere e, soprattutto, non si radica risultando solo il prodotto di una situazione.

    Tuttavia, come si dovrebbe sapere, le situazioni cambiano e per

assolvere alla funzione che ci si è dati, occorre solidità culturale, tramatura relazionale nella socialità del territorio, capacità espressiva, pensieri collettivi. Annodare se stessi intorno al solipsismo demiurgico di un leader non porta a niente. I fatti lo hanno ampiamente detto; più che confermato. Non solo, ma si è quasi creata la paura dell’influenza negativa della leadership. Basti pensare che, nel caso delle elezioni regionali di Abruzzo e di Sardegna, sia Legnini che Zedda non hanno voluto nessuno che venisse da Roma ad affiancarne lo sforzo. Un qualcosa di mai visto sotto nessun cielo politico.  Se questo è il primo urgentissimo e preminente problema, l’altro non è di minore rilevanza: dare al partito una linea politica.

    Oggi essa è condensata nel centro-sinistra, ma cosa voglia dire non si capisce. Sembra più il retaggio di un passato nel quale centro-destra e centro-sinistra si sfidavano che non un progetto di proposta, tenuta e mobilitazione, capace di coniugare istanze politiche, sociali ed economiche in un disegno vero. Al contrario, esso appare come il riproporsi di un’alleanza esclusivamente contro e, quindi, ancora un qualcosa di governista. Ma poi, da chi dovrebbe essere formato tale blocco? Dove sono le potenziali forze per formare un’alleanza? Non si vedono perché non ci sono.

    Se la fragilità del Pd, in un sistema politico bipolare, veniva occultata dal potere coalizionale che il partito aveva, in uno proporzionale le cose stanno molto, ma molto diversamente. Al massimo il Pd riesce a stringere a sé singole personalità – Calenda, Pisapia, forse Cacciari – ma quando ha provato a fare un’alleanza con + Europa ha raccolto un secco no. Inoltre, ci sarebbe da chiedersi se +Europa possa annoverarsi in un campo, se pure largo, di centro-sinistra.  Infine, un’ultima osservazione. Ogni partito necessita di un gruppo dirigente che si matura nel progetto politico che esso elabora; ossia, dal partito medesimo poiché, da sempre, è il partito il luogo da dove si sviluppa il progetto politico. In tutti questi anni i dirigenti del Pd, quelli chiamati alle responsabilità di primo piano sono tutti esponenti delle istituzioni.

    Ora, poiché il lavoro politico è assai impegnativo, non si riesce a capire come si possa fare il presidente di Regione, il parlamentare europeo o nazionale, il sindaco e così via e riuscire ad avere le energie per doppiare il proprio impegno. Forse anche questo interrogativo è nascosto nella tenda di Romano Prodi.

 

Da La Rivoluzione Democratica

https://www.rivoluzionedemocratica.it/

 

 

 


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