venerdì 15 settembre 2017

Freschi di stampa, 1917-2017 (16) - Hanno addentato un nome

In prima pagina, sull'ADL del 7 luglio 1917, si legge che «hanno addentato un nome: Grimm. E lo hanno lacerato». Trasparente il riferimento al tentativo che il parlamentare socialista a Berna, Robert Grimm, ha intrapreso (d'intesa con il ministro degli esteri svizzero Hoffmann) affinché il Governo Provvisorio del principe L'vov stipuli una “pace separata” con il kaiser Guglielmo II.

Grimm arriva a San Pietroburgo in maggio, sul treno speciale degli esuli russi sul quale viaggia anche Angelica Balabanoff. La via della “pace separata”, che egli imbocca con convinzione, sembrerebbe, di fatto e di diritto, una strada obbligata per la nuova repubblica russa. La deposizione di Nicola II è avvenuta sotto l'impetuosa spinta contro la guerra. Di lì passa la vena legittimatoria del Governo Provvisorio. E di lì può riemergere, ed effettivamente riemergerà, la rabbia popolare.

Ma la “pace separata” rappresenta un soccorso strategico a favore delle “potenze centrali”. La Germania e l'Austria-Ungheria rappresentano, però, agli occhi del mondo progressista le nazioni maggiormente responsabili della conflagrazione bellica. Né depone a loro favore l'apparire puri residuati di un ancien régime autocratico-imperiale, nemico di ogni libertà politica oltre che, ovviamente, del movimento operaio internazionale.

Non a caso, sullo stesso ADL del 7 luglio 1917 appare questo appello anti-tedesco: «Leggiamo sui quotidiani che Carlo Liebknecht sia ammalato, e che abbia tentato diverse volte di suicidarsi in prigione». Queste le miserrime condizioni, dunque, in cui versa il nostro compagno nella Germania guglielmina: «Cresce per lui il nostro affetto e la nostra ammirazione. Cresce per i suoi carnefici, per i tiranni di Berlino, per gli Scheidemann traditori, il nostro odio. Che non maturi anche in Germania lo sdegno popolare fino a tal punto da sommergere il mondo turpe dell'imperialismo e della guerra?» (ADL 7.7.1917).

L'“odio” protestato in queste righe al vetriolo, attribuibili alla responsabilità del direttore Misiano, ha un contenuto complesso. Esso scaturisce dalle profonde lacerazioni all'interno del movimento operaio. Il citato “traditore” Scheidemann sta qui per gli esponenti socialdemocratici (in Germania, Francia, Italia, Russia e Inghilterra) schieratisi dalla parte dei rispettivi governi nazionali e, quindi, corresponsabili dell'incarcerazione di militanti pacifisti come Liebknecht.

Qui inizia la “guerra civile a sinistra”, tra socialisti e comunisti, che segnerà tutto il secolo breve, con fasi alternanti di scontri frontali e alleanze frontiste. Di lì a pochi mesi, Francesco Mesiano e Karl Liebknecht, armi alla mano, combatteranno fianco a fianco nella rivolta spartachista d'inizio 1919. Misiano, finirà in carcere fino all'estradizione. Liebknecht sarà ammazzato, insieme a Rosa Luxemburg, dalle squadre speciali della neonata Repubblica di Weimar, della cui nascita Scheidemann è uno dei principali protagonisti.

Ma il barbaro assassinio di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht accade appunto dopo la sconfitta austro-tedesca e dopo la deposizione di Guglielmo II. Nulla c'entra con lo Scheidemann del 1917. Il quale, pur avendo (tiepidamente) avallato nel 1914 i crediti di guerra, si batte però a favore di una "pace d'intesa" senza cessioni e annessioni: «Ciò che è francese, deve rimanere francese, ciò che è belga, belga, ciò che è tedesco, tedesco», afferma l'esponente socialdemocratico. Non è questa la stessa richiesta degli internazionalisti zimmerwaldiani?

Il “traditore” Scheidemann viene accusato di “alto tradimento” dalle destre della “Vaterlandspartei”, che ne chiede addirittura la condanna a morte.

Tutto ha il suo peso sulla bilancia della Storia: pesa il trattamento carcerario riservato al transfuga della SPD Liebknecht, ma pesa anche lo scatenamento nazional-sgangherato contro Scheidemann. Soprattutto pesano i segni ormai evidenti di debolezza austro-tedesca circa l'esito del grande conflitto dopo l'entrata in guerra degli USA. Senza dire dell'aspettativa generale di vedere replicata, dopo San Pietroburgo, la “caduta degli dei” anche sui palchi di Vienna e di Berlino. In effetti, la “caduta degli dei” verrà, nell'autunno del 1918, con la sconfitta dell'Asse e i rivolgimenti democratici di Germania e Austria-Ungheria.

In questo contesto, il braccio filo-francese della bilancia accumula un notevole vantaggio meccanico rispetto al braccio filo-tedesco. Non deve dunque stupire che parte dei movimenti liberaldemocratici e socialdemocratici veda come fumo negli occhi una “pace separata” tra Russia e Germania, a tutto favore di quest'ultima. Per i pacifisti sarebbe difficile sostenere all'improvviso che, se una pace è possibile, essa debba assumere non i tratti idealizzati di una cessazione di tutte le inimicizie tra i popoli “senza cessioni e senza sanzioni”.

Per gli strateghi dell'Intesa i russi debbono continuare a tenere occupate le forze dell'Asse, in attesa che gli USA abbiano finito di “traghettare” il loro poderoso esercito su questo lato dell'Atlantico.

A nessuno passa per la testa che Pietroburgo partorirà una seconda rivoluzione, “the big one”, quella capace di terremotare l'assetto geopolitico planetario. Nessuno ci pensa. Tanto più che, al momento, i dirigenti bolscevichi si trovano in galera come Trockij, o sono costretti alla macchia e all'esilio come Stalin e Lenin.

Ma che cosa fa e pensa, in questa situazione, la Dottoressa Angelica?

Sul di lei «in Italia il clamore dei giornali è quotidianamente assordante», riferisce l'ADL del 7 luglio 1917: «Che fa in Russia? Che pensa di fare a Stoccolma? Che tranelli prepara la terribile donna contro l'Intesa? Che cova nell'anima? Perché il Partito Socialista Italiano, alla cui Direzione appartiene, non se ne libera?» (ADL 7.7.1917).

Le “affannose domande” della borghesia italiana, come le chiama Misiano, palesano il desiderio di addentare “un altro nome”, dopo quello di Robert Grimm. È il nome di Angelica Balabanoff. Si teme che la Angelica, ben più sottile e consapevole delle dinamiche storico-politiche, riprenda a Stoccolma il filo delle trattative per la “pace separata”, giungendo al traguardo laddove gli svizzeri hanno sbarellato.

 

(16. continua)

Prosegue la serie di testi ispirati o ripresi dall'ADL nell'anno delle due rivoluzioni russe che hanno cambiato il mondo. La nostra redazione di allora poté “coprirle” entrambe con materiale di prima mano. Ciò grazie soprattutto ad Angelica Balabanoff, fautrice degli stretti legami svilup­pa­tisi tra i socialisti italiani e russi impegnati, insieme al PS sviz­zero, nella grande campagna di “guerra alla guerra”. Campagna lan­ciata con la Conferenza di Zimmerwald. E culminata nella Rivoluzione d'Ottobre.

Freschi di stampa, 1917-2017 (15) - Dalla terra redenta

Finalmente, giunge dalla Russia "con grande ritardo" la lettera della Dottoressa Angelica…

Due “fenomeni” dominano per Angelica Balabanoff la vita pubblica nella nuova Russia: 1) “Il grande disastro finanziario” e 2) "Il tra­di­men­to della borghesia". La lettera della Balabanoff appare sull'ADL il 30 giugno del 1917, ma è stata scritta in maggio, cioè prima degli "ul­ti­mi incidenti", c'informa la redazione con (pudico) riferimento al grande scan­dalo diplomatico che ha investito il ministro degli esteri svizzero Ar­thur Hoffmann, frattanto costretto a dimettersi.

Hoffmann aveva se­gre­tamente tentato di mediare una “pace separata” tra Russia e Ger­ma­nia, e della mediazione egli aveva incaricato il parlamentare socialista, Robert Grimm, in viaggio sullo stesso treno della Balabanoff, uf­fi­cial­men­te per dare sostegno agli emigrati nel loro rientro in Russia.

Angelica stessa, le cui antenne parlano di un'instabilità ben lungi dall'essere superata, non ha peli sulla lingua nell'allineare gli indizi che da San Pietroburgo preludono alla grande crisi incombente.

Il 4 luglio 1917, fallisce una sollevazione popolare dell'ultrasinistra. I bolscevichi, che pure avevano tentato di “controllarla” giudicando del tutto “prematura” ogni forma di rivolta contro il “governo borghese”, ne escono con le ossa rotte. Ottocento di loro, tra cui Trockij, sono imprigionati; Lenin fugge in Finlandia; Stalin si dà alla macchia.

La guida del governo provvisorio passa, a metà luglio, nelle mani del social-rivoluzionario Kerenskij. Di lì a poco, di conserva con il nuovo premier, il capo di stato maggiore, generale Kornilov, metterà in atto un tentativo di “normalizzazione” neo-conservatrice, un mezzo golpe. È il 2 set­tembre del 1917. Kerenskij lascia fare Kornilov per un paio di giorni. Poi, il 9 settem­bre, ne ordina improvvisamente l'arresto. E libera i bol­scevichi, quel­li stessi che lui medesimo aveva fatto imprigionare due mesi prima.

Inizia a stagliarsi l'Ottobre rosso, sullo sfondo del gran valzer che Pietro­bur­go sta danzando intorno al cratere della Prima Guerra mondiale. Ma torniamo ai due “fenomeni” di cui parla la Dottoressa Angelica nella lettera all'ADL: 1) “Il grande disastro finanziario” e 2) "Il tra­di­men­to della borghesia".

1) “Il grande disastro finanziario” - «Le razioni di zucchero sono ridotte a mezza libbra al mese [circa 225 grammi, ndr], il latte manca molto spesso, per ottenere un po' di pane di qualità pessima si aspetta molto spesso 5-6 ore e non di rado si torna a casa colle mani vuote. E le "code "! La “coda” è il flagello della Russia… Figuratevi che per comprare un paio di scarpe ci si mette in fila alle 3 del mattino per ricevere verso le 10-11… non già un paio di scarpe, bensì soltanto una tessera che vi autorizzi all'acquisto di qualche oggetto di calzatura… Così pure i biglietti ferroviari. Chi vuole andare a Mosca, per esempio, deve aspettare delle giornate intere per entrare in possesso di una tessera che gli dia il diritto di partire, dopo aver partecipato ad altre “code”, fra quattro o sei settimane, passando non di rado tutto il tempo del viaggio in piedi» (ADL 30.6.1917).

L'elencazione insiste poi sulla penuria di tabacco e sulle difficoltà nel trasporto pubblico, enormemente complicate dallo stato fatiscente dei tramvai: «Dicono bensì le targhette: "Posti a sedere 20, in piedi sulla piattaforma 6 o 8", ma in realtà sono 100-120 poiché la gran parte si arrampica al tram e si fa trascinare così, con evidente pericolo di vita» (ADL 30.6.1917).

Questa insistenza balabanoffiana sulle miserabili condizioni di vita delle masse in Russia anticipa di decenni le narrazioni del dissenso antisovietico, senza per altro che il leninismo sia nemmeno ancor giunto alle soglie del potere.

Mentre scrive, il governo provvisorio è ancora guidato dal principe Georgij L'vov, al quale succederà il conte Kerenskij. Che solo all'inizio di novembre verrà scalzato dal leader bolscevico Vladimir Il'ič Ul'janov, detto Lenin.

2) Il tradimento della borghesia. – Sul fronte russo-tedesco regna «la più assoluta anarchia… contro la quale invano lotta il ministro Ke­rensky coll'abbondanza dei suoi viaggi e dei suoi discorsi», che però non bastano certo a compensare "la mancanza del più necessario per poter sfamarsi", annota la Balabanoff, elargendo così un mezzo elogio al volenteroso “menscevico”, ministro della guerra, che sta pre­di­spo­nen­do per altro la celebre e catastrofica “Offensiva Kerenskij”.

Nello stesso contesto, Angelica tesse altresì una mezza apologia dei “bolscevichi”, cui la stampa borghese va addossando ogni colpa: «esclusivamente ai sovversivi ed in particolare a Lenine. La stampa borghese è unanime in questo; la catastrofe preparata da secoli di dominio autocratico viene attribuita ai rivoluzionari e la reazione s'invoca e si prepara. È un lavoro preparatorio che la stampa adempie magistralmente, l'ipnosi e l'autoipnosi del pubblico cresce ogni giorno, ogni ora» (ADL 30.6.1917).

Prima di chiudere “queste affrettate note”, che documentano però una grande consapevolezza storica e politica («in nessun paese, in nessun momento della storia il cammino delle nostre idee è stato irto di tanti e tali ostacoli quanto ora in Russia»), la Balabanoff racconta ai vecchi compagni dell'emigrazione italiana in Svizzera del treno verso San Pietroburgo al quale essi l'avevano accompagnata, con tanto entusiasmo e affetto, in una radiosa giornata zurighese, che le deve apparire ormai remotissima.

«Durante il viaggio tutti i gruppi politici – i “menzchewiki”, i “bolschewiki”, i social-rivoluzionari, le diverse frazioni del partito socialista polacco, il Bund, i socialisti del Caucaso – stanno confezionando fiammanti bandiere rosse. E la bandiera delle bandiere è “Zimmerwald” – mi dico io con rincrescimento di non aver provveduto in tempo». Scatta nel convoglio una gara di solidarietà: «Un compagno mi offre un enorme pezzo di stoffa rossa, una compagna cuce e rica­ma… un compagno polacco ne fa il disegno e… il gigante della co­mi­ti­va approfitta di una fermata del treno in una stazione della Fin­lan­dia per correre in un bosco vicino in cerca di bastoni» (ADL 30.6.1917).

All'arrivo degli esiliati «benché pochissimi di noi abbiano potuto o voluto avvertire i propri parenti e amici…, la stazione di Pietroburgo e la grande piazza sono zeppe, oltre che di rappresentanti di diversi partiti socialisti e di operai, anche di altro pubblico». Nella piazza vari oratori arringano la folla, mentre all'accoglienza ufficiale di Angelica Balabanoff e di Robert Grimm, che arrivano reggendo a quattro mani la grande bandiera zimmerwaldiana, è stata riservata un'ampia sala.

«Entrando nella sala m'imbatto in Tschernoff – social-rivoluzionario diventato purtroppo ministro…

“Avete fatto presto”, gli dico, “il viaggio da Zimmerwald al ministero”.

Ed egli, alquanto impacciato: "Era necessario, compagna!"

Pochi minuti dopo, egli sale sulla tribuna… Non so che cosa abbia detto il neo-ministro; non lo sto a sentire, ché il suo tentativo di conciliare Zimmerwald colla partecipazione al governo… è condannato al completo insuccesso» (ADL, 30.6.1917).

Qui “terra redenta”, a voi la linea telefonica, passo e chiudo.

 

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Prosegue la serie di testi ispirati o ripresi dall'ADL nell'anno delle due rivolu­zio­ni russe che hanno cambiato il mondo. La nostra redazione di allora poté "co­prir­le" entrambe con materiale di prima mano. Ciò grazie soprattutto ad An­ge­lica Balabanoff, fautrice degli stretti legami svilup­pa­tisi tra i socialisti italiani e i russi impegnati, insieme al PS sviz­zero, nella grande campagna di “guerra alla guerra”. Campagna lan­ciata con la Conferenza di Zimmerwald. E culminata nella Rivoluzione d'Ottobre.

martedì 4 luglio 2017

Freschi di stampa, 1917-2017 (14) - Evviva Zimmerwald

Prosegue la serie di testi ispirati o ripresi dall'ADL nell'anno delle due rivoluzioni russe che hanno cambiato il mondo. La nostra redazione di allora poté “coprirle” entrambe con materiale di prima mano. Ciò grazie soprattutto ad Angelica Balabanoff, fautrice degli stretti legami svilup­pa­tisi tra i socialisti italiani e russi impegnati, insieme al PS sviz­zero, nella grande campagna di “guerra alla guerra”. Campagna lan­ciata con la Conferenza di Zimmerwald. E culminata nella Rivoluzione d'Ottobre.

“Evviva Zimmerwald” titola l'editoriale del 23 giugno 1917 dedicato al “Caso Grimm-Hoffmann”, nato dalle dimissioni del ministro degli esteri svizzero, Arthur Hoffmann, avvenute il 19 giugno 1917 su pressione delle Potenze Occidentali. Queste accusavano Hoffmann di avere tentato di negoziare una pace separata tra l'Impero germanico e la nuova Repubblica russa, nell'interesse delle Potenze Centrali, in violazione dello status neutrale della Confederazione.

All'indomani della Rivoluzione di Febbraio il consigliere federale Hoff­mann decide di mediare tra Russia e Germania ma, per evitare un coin­volgimento formale e diretto del governo di Berna, attiva il parla­mentare socialista Robert Grimm nelle trattative con l'ambasciata del Reich a Berna, in preparazione del rientro di Lenin, che avviene con il primo treno, quello “piombato”, che partirà da Zurigo il 9 aprile e giungerà il 16 a Pietroburgo.

Grimm stesso entrerà poi in Russia sul secondo convoglio, il treno di maggio, in compagnia di Angelica Balabanoff. All'arrivo a Pietroburgo, gli “immigranti” sono accolti con festa solenne da «molte decine di migliaia di operai plaudenti». E qualche giorno dopo, i due visitano Kronštadt: «I giornali annunciano che la nostra compagna e maestra Angelica Balabanoff ed il deputato socialista svizzero Roberto Grimm sono stati portati in trionfo nella città di Kronstadt, dopo di aver parlato davanti a trentamila cittadini russi» (ADL 2.6.1917).

Ufficialmente Grimm è impegnato ad aiutare gli “immigranti”, ed egli pubblicamente si pronuncia a favore di una pace “senza annessioni e riparazioni”, ligio alla linea zimmerwaldiana. In realtà lavora a una pace separata. In un telegramma cifrato informa Hoffmann della Conferenza di Stoccolma convocata dal Soviet e chiede al ministro d'informarlo «se possibile, circa gli obiettivi di guerra dei governi, poiché per tal tramite le trattative verrebbero facilitate. A Pietrogrado mi fermerò ancor circa dieci giorni» (Stauffer, 1972, p. 6).

Il consigliere federale Hoffmann gli assicura che i tedeschi si asterran­no da offensive contro la Russia fintanto che rimarrà sul tavolo la pos­sibilità di una pace separata. Il Reich e i suoi alleati – prosegue Hoff­mann – sono pronti a negoziare la pace subito, senz'avanzare richieste di estensione territoriale (Stauffer, p. 13).

Il 3 giugno entrambi i telegrammi vengono pubblicati decifrati sul quotidiano svedese Socialdemokraten scatenando grandissimo scan­dalo tra gli Alleati. A Pietroburgo il deputato socialista svizzero viene espulso del territorio della nuova Repubblica. A Berna il ministro liberale è costretto a lasciare la poltrona.

La “sventura” che colpisce Hoffmann – commenta L'ADL – consi­ste semplicemente nel fatto che le manovre della diplomazia segreta, tipiche in un Ministro degli esteri borghese, non sono più segrete: peggio per lui. «Ma quello che più preme a noi, è Roberto Grimm. Non daremo noi un giudizio definitivo prima di avere ascoltata la sua parola di chiarimento e di difesa. (…) Certo è che egli, Grimm, si presenta oggi agli occhi nostri in veste di imputato. Noi abbiamo deprecata la guerra; noi vogliamo che la pace sia ridata all'Europa ed al mondo. Ma noi siamo contro ogni collaborazione coi Governi borghesi. Noi siamo per una pace generale» (ADL 23.6.1917).

Riecco la contrapposizione – ideologica e astratta – tra la purezza zimmerwaldiana di una “pace generale” e un esecrabile deviazionismo di destra a favore della “pace separata”. L'ADL fa mostra di reputare inconce­pibile che proprio Grimm, “vessillifero di Zimmerwald”, si sia avven­tura­to sulla strada dell'eresia. Perciò assume che egli «abbia agito con nel cuore il bisogno, l'ansia, anzi di contribuire alla pace generale». E a sua discolpa vengono prese per buone financo le vuote formule diplomatiche tedesche secondo cui Berlino sarebbe disposta «ad entrare in trattative con le potenze dell'Intesa, se queste manifestano il medesimo desiderio». (ADL 23.6.1917).

Giudizio sospeso, dunque, sull'eresia separatista. Ma Grimm ha peccato, e gravemente, nel lasciarsi coinvolgere in intrighi di questa o quella diplomazia borghese, sempre inimica d'ogni vero internazio­nalismo proletario.

Vero è che Grimm ci rivela «le gravi condizioni in cui la Rus­sia si dibatte, mettendoci sotto gli occhi il pericolo grave di una con­tro­rivo­luzione se la Russia non arriva presto alla pace». Vero. Ma an­che se ci dimostrasse «come fosse indispensabile, per salvare la rivo­lu­zione russa e quella europea, di ricorrere ad “ogni mezzo”, noi direm­mo che come pacifista egli può anche stare a posto, ma non come so­cia­lista internazionalista, non come Zimmerwaldiano» (ADL 23.6.1917).

In conclusione, l'editoriale rassicura e rilancia: «Per ora apprendia­mo che i 121 voti, dati a Pietrogrado contro la di lui espulsione dalla Russia, sono quelli dei rivoluzionari più estremi, leninisti e Zimmer­wal­diani. Il che depone già a favore della onestà personale di Roberto Grimm, anche se dal punto di vista politico non moralizza completa­mente il suo atto» (ADL 23.6.1917).

Perciò, noi restiamo saldi e sicuri. Ché gli uomini possono anche sbagliare. Ma non la nostra linea universal-pacifista. E succeda in Russia quel che vuole, sia pure una controrivoluzione.

«Evviva Zimmerwald!». Vabbè. Ma la Storia non sarebbe stata un po' più clemente con la Russia, l'Europa e il mondo tutto qualora i socialisti del "cen­tro marxista" alla Grimm fossero riusciti ad antici­pare un po' di pa­ce prima e invece del­la Presa del Palazzo d'Inverno, e sia pure grazie al­l'aiuto di "ministri bor­ghesi" tipo Hoffmann? Di sicuro, meno ragazzi sarebbero morti am­mazzati sul fronte orientale. Se tedeschi e rus­si nel­la prima­ve­ra 1917 avessero cessato i combat­ti­menti, oggi salute­rem­mo quella “pace separata” come una vittoria umanitaria. L'universalismo etico, in cent'anni, ha assunto una curvatura in senso “personalistico”.

Ma, torniamo al giugno del 1917: Come batte il cuore di Pietro­grado? Il compagno Vogel ce lo spiega in un'ampia intervista, dalla quale apprendiamo che il conflitto rivoluzionario ha finora causato alcune migliaia di morti. Le vittime «cadute da ambedue le parti ammontano ad oltre 2000 nella sola Pietrogrado. Ed oltre 6000 in tutta la Russia. Si suppone che la maggior parte delle vittime appartengano ai difensori del vecchio regime» (ADL 23.6.1917).

Ma Lenin che cosa fa? L'intervistatore domanda: «È vero che lui abita nel palazzo della celebre ballerina dello Zar? Eppure qui a Zurigo egli abitava una stanzetta tanto modesta e povera. È vero che ora ha a disposizione un palazzo e un'automobile?» (ADL 23.6.1917).

Le risposte sul futuro fondatore dell'Unione Sovietica si trovano sul numero successivo dell'ADL, dove apprendiamo che: «Lenin è dunque – dichiarò con fermezza Vogel – quel che fu». Non è cambiato, gran lavoratore: «un'organizzatore senza pari, perciò è temuto da tutti coloro che dissentono da lui, dalle sue teorie. Le frottole della stampa borghese lo confermano. Si insinua sui mezzi finanziari della sua propaganda, e si nasconde la solidarietà tangibile del proletariato che lo segue e che in una settimana raccolse un contributo di 75'000 rubli (…). Lo si fa passare per inquilino aristocratico di un palazzo maestoso ove egli dovrebbe passare la sua vita fra la morbidezza dei canapè e magari fra il canto e le risa di un'allegra società femminile. Mentre in realtà Lenin occupa una sola camera, assai semplice, a casa della propria sorella, che risiede a Pietrogrado» (ADL 30.6.1917).

Gossip a parte, Hans Vogel riferisce che la Russia, com'è messa, non può reggere a lungo. Tutti dicono: «Bisogna uscire da questa situazione! Ma come, ma con quali mezzi? La guerra non la possiamo efficacemente continuare – affermano i russi – e la pace non possiamo concluderla contro il desiderio degli alleati» (ADL 30.6.1917).

L'intervistatore domanda a questo punto della pace separata: «È un assurdo – soggiunse Vogel – che nessun gruppo politico ha osato proclamare finora». Tutti sono persuasi che «è indispensabile che la pace sia “generale” e non separata. I russi vorrebbero dare non solo la pace a tutti i popoli, ma anche la rivoluzione in quegli stati in cui le borghesie si opponessero alla pace sociale» (ADL 30.6.1917).

Ognuno è libero di pensare ciò che gli pare su quel che il generoso popolo russo “vuol donare” a tutti i popoli. Senonché, l'intervistato ritorna, non richiesto, su Vladimir Il'ič Ul'janov, con queste ultime parole famose: «Puoi essere dunque certo che né Lenin, né altri, si è mai fatto partigiano in Russia della pace separata» (ADL 30.6.1917). Insomma, Kerenskij stai sereno.

                                                                                                   (14. continua a settembre)

martedì 27 giugno 2017

Freschi di stampa, 1917-2017 (13) - Annunci

Prosegue la serie di testi ispirati o ripresi dall'ADL nell'anno delle due rivoluzioni russe che hanno cambiato il mondo. La nostra redazione di allora poté “coprirle” entrambe con materiale di prima mano. Ciò grazie soprattutto ad Angelica Balabanoff, fautrice degli stretti legami svilup­pa­tisi tra i socialisti italiani e russi impegnati, insieme al PS sviz­zero, nella grande campagna di “guerra alla guerra”. Campagna lan­ciata con la Conferenza di Zimmerwald. E culminata nella Rivoluzione d'Ottobre.

Nel taglio basso in prima pagina, sull'ADL del 10 giugno 1917, sotto l'editoriale intitolato "Palpiti d'imperialismo", si possono leggere tre annunci che di seguito riassumiamo.

Primo annuncio. A Pietrogrado comizi, assemblee, riunioni: tutti gli “immigranti” lavorano febbrilmente “per creare la nuova Russia”, annuncia un trafiletto a mezza pagina dal quale si apprende che è arrivata “Una prima lettera della compagna Balabanoff”.

La lettera, si precisa, è arrivata «perché fatta impostare in Isvezia», mentre altre missive precedenti «spedite da Pietrogrado non sono arrivate. Attendiamo schiarimenti dalla censura inglese». La posta dalla neutrale Svezia, viaggiando attraverso la Germania, ci mette di meno della posta che proviene dalla Russia belligerante e che viaggia, quindi, attraverso la Gran Bretagna e la Francia.

Nella lettera da Stoccolma la dottoressa Angelica «narra delle accoglienze festose fatte al loro gruppo di immigranti a Pietrogrado, quando ella e il compagno Grimm, con la bandiera di Zimmerwald, ricamata in treno, sono scesi alla stazione (…) Molte decine di migliaia di operai plaudenti» ADL 16.6.1917.

Il contenuto della lettera non viene riprodotto. Ogni riferimento al compagno Grimm, inserito da Vladimir Il'ič Ul'janov nella lista degli aderenti al “social-patriottismo” ovvero alle tendenze del cosiddetto “Centro” (cf. ADL 2.6.1917, cit. in ADL 8.6.2017), è puramente politico. La “zimmerwaldiana” Balabanoff e il “centrista” Grimm sono, infatti, alleati nella Conferenza di Stoccolma, dove in quei giorni l'Internazionale tenta di mettere pace, anzitutto al proprio interno.

A quanto pare, Angelica Balabanoff ha scritto prima da Pietrogrado e poi dalla Svezia. È da supporre che tra la redazione zurighese e la “immigrante” russa funzioni una qualche forma di comunicazione rapida (telefono e telegrafo) tramite cui vengono preannunciati gli invii postali di testi più corposi.

Sul piano della cronologia si può tener fermo al fatto che la leader internazionalista è prima rientrata in Russia (metà maggio) e poi si è recata alla Conferenza di Stoccolma, convocata dal 2 al 19 giugno dagli “zimmerwaldiani” unitamente ai “centristi”.

Quanto alle lettere inviate da Pietrogrado che, partendo dalla Russia, sono in viaggio verso la Svizzera lungo i territori dei paesi alleati, è da presumere che vengano fatte oggetto di attenta esegesi da parte dei servizi d'informazione dell'Intesa. Arriveranno mai alla Militaerstrasse di Zurigo? «Se la censura inglese permetterà daremo ai nostri lettori gli articoli che la nostra illustre compagna ci ha promesso sulla rivoluzione russa», c'informa l'ADL del 10.6.1917.

Secondo annuncio. “Un altro rimpatrio di russi” è in preparazione attraverso la Germania: «Appena la notizia sarà divulgata non si mancherà, da parte della stampa intesofila, l'allegro “chiarivari” delle accuse di “tradimento” e di “venduti” ai tedeschi, che hanno accompagnato le precedenti partenze».

L'ADL c'informa che tra questi “immigranti” c'è anche la compagna del “nostro” Cĕrnov, esponente socialrivoluzionario e ministro dell'agricoltura nel Governo provvisorio: «Dal nostro punto di vista siamo ben lieti, che per una via o per l'altra, altri generosi figli della Russia, socialisti internazionalisti, vadano nella loro terra redenta a portare il sussidio del loro pensiero e delle loro energie in un momento in cui in Russia il socialismo sta svolgendo per conto di tutta l'umanità, e nelle più difficili, complesse e tragiche condizioni, il primo esperimento di repubblica sociale» ADL 16.6.1917.

Molto sul serio va preso qui l'accenno alle "più difficili, complesse e tragiche condizioni" della nuova Russia. Riassumiamone la situazione: in seguito a una piccola manifestazione di lavoratrici che protestano per il pane, l'Otto Marzo 1917 (corrispondente al 23 febbraio nel calendario giuliano) s'innesca una dinamica di eventi che portano all'abdicazione dello Zar Nicola II e alla nascita della Repubblica rus­sa. Sulla quale ora, però, incombe oltre alla belligeranza nel primo conflitto mondiale anche un grave rischio di guerra civile.

Terzo annuncio. Uno dei redattori dell'ADL «ha raccolto dalla viva voce del compagno Hans Vogel, che accompagnò gli immigrati politici in Russia, le notizie, le impressioni da lui riportate durante il viaggio e durante gli otto giorni di sua permanenza a Pietrogrado».

Sui due ADL successivi apparirà questa prima intervista-reportage dalla Russia rivoluzionaria. Hans Vogel riveste all'epoca la funzione di cassiere centrale del PS svizzero. Probabilmente in questa funzione è stato aggregato al treno degli “immigranti”, affinché egli possa provvedere alle spese del loro rientro senza che essi debbano ricorrere agli aiuti economici che le autorità tedesche, in modo non certo disinteressato, vorrebbero offrire anche a loro e che li esporrebbero però ad attacchi e ricatti da parte della propaganda avversa.

Rientrato dal viaggio pietroburghese, Vogel diverrà corrispondente parlamentare a Berna per la stampa socialdemocratica e succederà al già citato Robert Grimm nella direzione del quotidiano socialista Berner Tagwacht, funzione che Vogel manterrà per trent'anni, fino al 1948. Il suo stile diretto e combattivo sarà sempre temuto dagli avversari e contribuirà non poco all'unità dei socialisti democratici durante i duri anni che si vanno preparando.

Il più importante avvenimento del giorno. Al di là degli annunci, il "più importante avvenimento del giorno" è trattato, però, nella “Rasse­gna proletaria internazionale”, sotto la voce repubblica russa, dove appare “Un appello di grande importanza”. Viene dal Soviet di Pie­trogrado. Com'è arrivato a Zurigo? Si tratta del contenuto non dichia­ra­to della lettera di Angelica giunta in redazione grazie alle poste svede­si? O il postino è stato Vogel? Ma, allora, chi ha tradotto il testo del Soviet in italiano? Né si può escludere la probabilità che Vogel por­tasse in valigia sia la lettera della Balabanoff, sia l'Appello da lei tra­dotto in italiano per l'ADL, con buona pace delle regie poste svedesi.

«Il più importante avvenimento del giorno appartiene al Consiglio dei soldati e operai di Pietrogrado. Il Comitato Esecutivo di quel Consiglio ha lanciato un appello al proletariato di tutto il mondo, invitandolo a partecipare alla Conferenza di Stoccolma entro i giorni dal 28 giugno al 7 luglio dell'anno corrente. (…)

Il programma del proletariato russo è la pace: pace senza annes­sioni, né indennità, basata sul diritto dei popoli i quali abbiano a decidere della propria sorte. (…)

Per far cessare la guerra, è indispensabile il concorso di tutte le forze economiche e politiche del proletariato mondiale. (L'appello è indirizzato tanto ai Partiti socialisti, quanto ai Sindacati professionali di mestiere). Ciò che vien fatto mediante una condizione: "I delegati dovranno impegnarsi a mettere in pratica i deliberati del Congresso in quistione, anche con il pericolo di rischiare la propria vita".

L'iniziativa non ci spaventa affatto, perché conosciamo i moventi che han determinato i compagni russi a lanciare questo appello. Sappiamo ciò che vogliono. Conosciamo la situazione difficile in cui si trova la Russia repubblicana» ADL 16.6.1917.

Il Soviet di Pietrogrado punta, dunque, sulla conferenza socialista con­vocata, proprio in quei giorni, nella neutrale Svezia dalla "Com­mis­sione Socialista Internazionale" (Sinistra socialista “zimmerwaldiana”) e dal “Bureau Socialista Internazionale” (Socialdemocratici “centristi” favorevoli a una mediazione unitaria).

Come detto, quella di Stoccolma è una Conferenza di pace anzitutto nel senso che tenta di pacificare i vari partiti socialisti impegnati, in esilio, nella “guerra alla guerra” e, nei vari paesi belligeranti, a bar­ca­menarsi e colla­borare ovvero a "non collaborare né boicottare".

La Conferenza di Stoccolma è uno degli ultimi tentativi di tenere insieme le varie anime della Seconda Internazionale. E nasce morta. Anche a causa dei miopi boicottaggi governativi portati avanti dalle potenze dell'Asse tanto quanto da quelle dell'Intesa.

«Ciò che uccide l'Internazionale è il fatto che i singoli partiti ade­renti auspicano la vittoria delle coalizioni cui appartengono», denuncia Friedrich Adler (ADL 23.6.1917). E basti pensare che i “social-patrioti” di Francia, Inghilterra e Belgio, rispondendo al Soviet di Pietrogrado, elevano vibranti proteste contro la convocazione di un'assemblea a tutto campo e decidono di condizionare «il loro intervento da determinarsi solo dopo una riunione preparatoria insieme con i russi. In questa riunione si dovrebbero dettare le condizioni secondo le quali i socialisti tedeschi potrebbero intervenire» ADL 16.6.1917.

È “caratteristico”, stigmatizza l'ADL, come una parte della lettera dei socialisti operanti nei paesi dell'Intesa sia dedicata «alla distinzione fra il social-patriottismo franco-belga-inglese e quello germanico. La lettera dice infatti: "L'imperialismo di Ribot e di Lloyd George non ha nulla in comune con quello di Guglielmo II". Certo, sono avversari e come tali antagonisti. Ma appunto perché antagonisti (…) nel dominio del mondo, hanno tanto e tanto in comune che si raccoglie nella parola: imperialismo» ADL 16.6.1917.

Insomma, la giovane Repubblica russa, uscita dalla Rivoluzione di febbraio, è presa come in una morsa tra la continuazione della guerra a fianco dell'Intesa (il che comporta lo scoppio di una guerra civile “dal basso e da sinistra”, rischio sottovalutato) e la pace separata con gli Imperi Centrali (il che comporta lo scoppio di una guerra civile "dall'alto e da destra", rischio sopravvalutato).

Constatando l'estrema difficoltà della situazione, ciascuno si predispone, dunque, a tentare un proprio percorso tattico.

Mentre gli Stati Uniti d'America hanno iniziato a traghettare il loro possente esercito in Europa, nel vecchio continente va in scena la gran fiera delle velleità socialiste.

Così, il Governo provvisorio russo progetta una sfortunatissima offensiva, l'Offensiva di Kerenskij, il quale per altro ha incontrato, durante la Festa del 1° maggio 1917, gli emissari del social-patriot­tismo francese, garantendo loro, sul proprio onore, l'affidabilità degli alleati russi.

Le forze prevalenti nel Soviet di Pietrogrado tentano, come abbiamo appreso, la carta della Conferenza di Stoccolma, donde lanciare una quasi agitazione pacifista mondiale, surrogato puramente immaginario delle magnifiche sorti e progressive di una Rivoluzione a venire.

Anche Lenin, com'è noto, ha un suo piano rivoluzionario in testa, che persegue imperterrito: rovesciare il governo borghese, avocare tutto il potere ai soviet, trasformare la guerra imperialista in “guerra di classe” contro l'Occidente borghese.

Nessuno lo prende sul serio, ovviamente.

Ma proprio questo è il principale alleato di Vladimir Il'ič Ul'janov: il suo status di ex esule stravagante, la licenza di tirare a campare concessagli dal nuovo establishment. Una razionalità di pa­laz­zo, fuori d'ogni realtà, si va impossessando di vecchi e pur nobili pa­ci­fisti universali non meno che dei governanti “guerraiuoli” repubblicani. Quasi nessuno dei quali se la sente d'imboccare la difficile strada della “pace separata”. Si moltiplicano, invece, i tentativi di escamotage. E la capitale di tutte le Russie – tic-tac, tic-tac – si trova ormai a soli cinque mesi di distanza da una contendibilità totalmente inaudita.

 (13. Continua)

Che cosa si può volere di più?

La Costituzione affida alla Repubblica il compito di "rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese". Cosa si può volere di più? Una sinistra capace di difendere la Carta e di realizzare il programma di emancipazione in essa contenuto. Per questa ragione ero all'assemblea convocata da Anna Falcone e Tomaso Montanari domenica scorsa al Teatro Brancaccio di Roma. Data la straordinaria partecipazione di delegazioni da tutt'Italia, non ho preso la parola. Ma, se l'avessi fatto, avrei voluto dire che...

di Felice Besostri - avvocato socialista, coordinatore degli avvocati antitalikum

Vorrei parlare di leggi elettorali e della necessità, quasi maniacale, che siano conformi a Costituzione perché è ormai pacifico dopo le sentenze della Consulta e della Cassazione, che come cittadini italiani, cui appartiene la sovranità, abbiamo il diritto "inviolabile e permanente" di votare in conformità alla Costituzione.

Le leggi elettorali sono cose molto tecniche, complicate e noiose, ma se non scegliete voi i vostri rappresentanti, perché questi dovrebbero dare priorità ai vostri problemi e non agli interessi di chi li candida e nomina?

Spero, tuttavia, che questo ruolo, che mi è preassegnato, finisca presto non perché non voglia impugnare la terza legge elettorale incostituzionale: la ragione principale per dedicarsi ad altro è che se fosse approvata una terza legge elettorale incostituzionale dopo il Porcellum e l'Italikum e si votasse con una tale legge sarebbe un segno inequivocabile che la nostra democrazia è compromessa e che negli organi al vertice delle istituzioni si annidano i nemici della nostra COSTITUZIONE:

- un GOVERNO, che la promuove, come ha fatto con l'Italikum magari ponendo la fiducia;

- un PARLAMENTO, che l'approva e

- un PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA, che la promulga e

- un PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA, lo stesso, che sciolga le Camere e indica elezioni in modo da impedire di fatto un controllo di costituzionalità.

La legge affossata dal PD era in contrasto con la Carta in almeno 3 punti, che si potevano superare con:

- Voto disgiunto per collegio uninominale e lista circoscrizionale proporzionale;

- Sblocco delle liste circoscrizionali, non necessariamente con le preferenze;

- Soglia di accesso regionale e non nazionale per il Senato.

Ci sono anche altri problemi come il privilegio degli elettori trentin-altoatesini, il numero esagerato di sottoscrizioni per la presentazione di liste per i nuovi ed esenzioni totali per chi già c'è, il riequilibrio effettivo della rappresentanza di genere, ma non entriamo nei dettagli.

Personalmente e politicamente vorrei potermi occupare dello stato della sinistra in Europa, senza distinguerla tra occidentale e orientale o fuori/dentro la UE e nel resto del mondo, perché siamo in un mondo globale.

Una volta i liberali erano cosmopoliti, i democratici cristiani universalisti e la sinistra, socialista e comunista, internazionalista. Tutto questo si è perduto e se lo spazio dove estendere il nostro sguardo si riduce ai nostri orticelli, da quegli orizzonti, troppo angusti, non vedremo mai sorgere alcun sole dell'avvenire, nemmeno una fiammella di speranza.

Ora abbiamo un'occasione storica perché il bipolarismo coatto è stato messo in crisi dall'annullamento delle due leggi, il Porcellum e l'Italikum, che lo volevano consacrare contro la Costituzione. Tuttavia sono convinto, che quelle decisioni, in particolare quella del gennaio 2014, non sarebbero state possibili se il bipolarismo non fosse stato sconfitto prima nelle urne delle elezioni 2013, quando votarono per i due maggiori partiti il 58,66% (nel 2008 erano il 70,56%) degli elettori italiani, che inventarono un terzo polo col M5S. Le ultime elezioni francesi, le presidenziali, ma ancora di più le legislative di domenica scorsa, 11 giugno, devono essere intese come un campanello dall'allarme (per la prima volta hanno votato in meno del 50%), cioè allontanando dalle urne la maggioranza degli elettori, è possibile inventare un movimento politico, che conquisti la maggioranza di un Parlamento, tanto più artificialmente amplificata, quanto più il sistema elettorale è maggioritario. Ovviamente non basta un leader nuovo, intelligente e con presenza mediatica, occorrono anche soldi, tanti soldi e troppi soldi di provenienza, da chi ne ha, sono incompatibili con una vera democrazia. Da qui l'entusiasmo anche in Italia per MACRON, che ci sbarazza dell'antinomia destra/sinistra, a favore di quella più funzionale al potere tra responsabili ed estremisti, tra europeisti e populisti.. Ma torniamo a noi e alle leggi elettorali: una legge elettorale è sempre una scelta politica, non tecnica. Se si chiede un premio di maggioranza per le coalizioni, significa, a sinistra, che ci si vuol alleare con il PD, un qualsivoglia PD, chiunque ne sia il segretario. L'Italia dopo tre Parlamenti eletti con una legge maggioritaria incostituzionale ha bisogno di un momento di verità e perciò di una legge elettorale proporzionale, non perché il proporzionale sia meglio in assoluto e sempre, ma perché soltanto un Parlamento eletto con la proporzionale può decidere come coniugare rappresentanza e stabilità.

Qui entra di prepotenza la questione delle soglie di accesso, per le quali non esistono numeri pitagorici con significati simbolici, esoterici o magici.

In Italia storicamente abbiamo avuto una soglia del 4% introdotta dal Mattarellum per il riparto della quota proporzionale, la stessa soglia è stata prevista nel 2005 dal Porcellum per la Camera( 8% Senato) ed estesa nel 2009 alla legge per il Parlamento Europeo. Nelle leggi elettorali regionali la soglia oscilla tra il 3% e il 5%. Nei Comuni con più di 15.000 abitanti e nell'Italikum è il 3%. Il 5% nazionale per la Camera e in violazione dell'art. 57 Cost. per il Senato è comparso nel Germanichellum. L'entità non ha parametri costituzionali, se non quello dell'irrazionalità.

Il limite dell'irrazionalità ad avviso degli avvocati antitalikum è superato per la soglia del 8% residuata per il Senato, che è composta dalla metà dei membri Camera e che prevede già delle soglie naturali più alte per la conquista sicura di un seggio nelle regioni con 1, 2, 7, 8, 9 o 10 senatori, cioè ben 11 su 20 regioni, la maggioranza. Altra questione non meno importante sono le firme di elettori da raccogliere per presentare le liste, che discriminano i nuovi soggetti, rispetto a quelli già presenti in Parlamento e massime per i gruppi parlamentari esistenti al 1 gennaio 2014 alla Camera dei deputati grazie ad una norma transitoria nascosta nell'art. 2 c. 36 della legge n. 52/2014 e che il Germanichellum avrebbe esteso anche al Senato. Di tale favore a sinistra può beneficiarne soltanto Sinistra Italiana, per questo è bene che sia qui: potremo sentire che uso ne vorrà fare per facilitare un processo di aggregazione a sinistra, uso questo termine con perplessità, perché molti, di quelli che ho consultato, lo ritengono ambiguo e/o generico e preferirebbero un'unità per l'attuazione della Costituzione, perché basterebbe per soddisfare l'aspirazione alla giustizia sociale dare corpo al Secondo Comma dell'art. 3 Cost. "E' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese".

Cosa si può volere di più? I soviet degli operai, di soldati e dei contadini?

Usiamo quindi con cautela la parola sinistra, che come sostantivo è accettabile, ma come aggettivo molto meno: tutti qui comprendiamo la differenza tra una lista di sinistra e una sinistra lista che ricordi l'Arcobaleno. Partiamo dalla Costituzione, di cui non abbiamo il monopolio, per costruire una lista civica e unita di sinistra aperta a tutti, anche a quelli che non si identificano in questa parte politica e, pertanto, larga, inclusiva e plurale.