giovedì 16 maggio 2019

Ragioniamo sul 25 aprile

Come ogni anno, dall’epoca Berlusconi in poi, la ricorrenza del 25 aprile

è motivo di discussioni, polemiche, provocazioni, falsità, assurdità

storicopolitiche e potremmo continuare.

di Paolo Bagnoli

A ben 74 anni dalla Liberazione, ogni anno occorre puntualizzare, ricordare, ammonire, rimettere in colonna tutti gli addendi storici per arrivare, ancora una volta, all’unica conclusione possibile: il 25 aprile è la festa della libertà del popolo italiano. Della sconfitta del fascismo; la data che segna la chiusura della stagione del fascismo. Da qui la nascita della Repubblica, la Costituzione, la vita della democrazia: una nuova stagione senza nome e senza qualità se si prescinde dall’antifascismo. L’Italia è una Repubblica che rimane fedele a se stessa fino a che rimane saldamente legata all’antifascismo. Appena se ne scosta – i fatti lo dimostrano – sbanda e il fascismo del tempo presente rialza baldanzosamente la testa inquinando la convivenza civile del nostro popolo. Ma perché è così?

    Cerchiamo di ragionare. Sulla Resistenza e sulla guerra di Liberazione, l’Italia sconta la propria storia. È vero che non si possono condannare i popoli, ma ciò premesso bisogna anche riconoscere che quello italiano, nella sua stragrande maggioranza, aderì al Regime; tanta parte lo subì e una minoranza vi si oppose fin dall’inizio strenuamente pagando un costo altissimo di sofferenze e di sangue. La democrazia poi, come doveva essere, accolse tutti, ma nel suo complesso la Repubblica non fece da subito pubblicamente i conti fino in fondo con il fatto di essere stata per vent’anni sotto il tallone della dittatura. Diciamo la Repubblica, quale istituzione del nostro sistema; si preferì andare avanti e stare lontano da una certa italica mentalità e dal considerare, passata la guerra, l’antifascismo non come un dato politico che richiedeva una dimensione pubblica ben chiara, ma quasi esclusivamente come un dato storico. Ciò comportò, da un lato, la ritualità delle ricorrenze amministrate dagli apparati statali saldamente presidiati dalla DC; dall’altro, lo spargersi della retorica soprattutto da parte del PCI. Con questo non sono mancati spazi seri di riflessione storicopolitica grazie soprattutto a quella cultura di matrice azionista che non solo non sparì con la fine del PdA, ma rimase in piedi attiva e operante e che, a tutt’oggi, è attiva e operante. Tale schema, tuttavia, era chiaro che non poteva reggere perché, a suo modo, era insufficiente lasciando fuori il nocciolo centrale della questione: del perché i germi del fascismo non erano stati sconfitti con la vittoria sul fascismo e, quindi, del perché lo spirito repubblicano della Costituzione non aveva pervaso tutta la realtà nazionale, rendendo operativo l’antifascismo quale dato politico valoriale imprescindibile affinché la democrazia italiana fosse vissuta come avrebbe dovuto essere vissuta.

    Con il crollo del partito-Stato e di quello del partito-opposizione, l’affermazione di Berlusconi si salda in un comune disegno politico con il partito motivante l’eredità della RSI; il liberarsi di tutto quanto è antifascismo viene quasi naturale. Il disegno è chiaro: passare dal paradigma storico della Repubblica antifascista a quello della Repubblica ‘a-fascista’. A tale disegno non è stata data una risposta politica seria come ci dice anche il clima che abbiamo visto in occasione dell’ultimo 25 aprile.

    Il discorso del presidente Mattarella a Vittorio Veneto è stato esemplare e le manifestazioni per la festa pienamente riuscite e consolanti, soprattutto quella di Milano per la presenza di tanti, tanti giovani che hanno voluto rendere visiva e militante l’adesione alla ricorrenza e ciò che questa rappresenta; ma se, nuovamente, si deve parlare di “memoria condivisa” vuol dire che ancora non ci siamo; che l’antifascismo, quale dato politico da cui non si può prescindere per essere democratici, ancora non si è affermato. Vuol dire che c’è da fare un grande lavoro di pedagogia civile in condizioni oggi più difficili di ieri, se si pensa che i partiti dell’antifascismo non ci sono più e che si è arrivati al punto, come è successo a Savona, di impedire da parte del questore al corteo della Liberazione di passare nella strada ove è la sede di Casa Pound! Pedagogia civile, quindi, cominciando a spiegare che una significa antifascismo con il trattino e cosa senza trattino. Con il trattino significa riferirsi a un’esperienza storica, periodizzata, di lotta contro la dittatura; senza trattino, affermare in positivo i valori civili, morali e sociali che quella lotta ha affermato. Sono i valori che stanno alla base della Costituzione. Essa li costudisce e li indica a fondamento della democrazia italiana il cui inverarsi, naturalmente, è demandato alla politica. La questione, così, rimane aperta.

    L’augurio è che non ci si ricordi del 25 aprile solo alla ricorrenza; altro che memoria condivisa, oggi se c’è qualcosa da condividere è il credere nella democrazia e nelle sue pratiche.

 

Da "NONMOLLARE" / E' uscito il quarantunesimo numero del

quindicinale on line di Critica Liberale / scaricabile gratis qui

 

 

 


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Datemi fiducia alle Elezioni Europee del 26 Maggio 2019

DALL’ON. FARINA RICEVIAMO

E VOLENTIERI PUBBLICHIAMO

 

Per l'Italia, per il lavoro, per una nuova Europa

 

Carissime/i compagne/i dell’ADL, vi scrivo perché ci conosciamo da tanti anni ed ho bisogno del vostro supporto.

    Ho deciso di accettare la candidatura con il Partito Democratico per le elezioni europee del 26 Maggio nella circoscrizione Nord Ovest (Piemonte, Valle d'Aosta, Lombardia, Liguria), perché sono fermamente convinto che ognuno di noi debba dare il suo contributo.

    Il prossimo Parlamento europeo avrà molti poteri in più di quello uscente e contribuirà in modo decisivo a definire le future politiche sociali, di accoglienza, di solidarietà, ma anche di sviluppo e occupazione. L’unico modo per fronteggiare l’odio di un populismo becero e di un sovranismo senza sovrani è il lavoro. Solo il lavoro può dare benessere agli italiani, in quella nuova Europa che sarà compito degli eletti riformare, sia a favore dei giovani che di coloro che hanno dato il loro contributo di crescita al nostro paese ma che credono nell’unione di tutte le nazioni europee in un progetto unitario.

    Vi chiedo quindi di contattare amici, parenti e conoscenti che risiedono in queste regioni per darmi tutto il sostegno possibile per la nascita di nuova Europa.

    Chi desidera darmi una mano può rispondere a questa email comunicandomi i dati delle persone da contattare (nome, cognome, email, cellulare), residenti in Piemonte, Liguria, Valle d'Aosta e Lombardia, cliccando qui sul link CONTATTI.

    Ringraziandovi per la preziosa collaborazione, vi chiedo ancora una volta di darmi fiducia! Un caro saluto.

 

Gianni Farina, Zurigo

già deputato del PD eletto nella Circoscrizione Estero/Europa

 

 

 


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Aiutate Radio Radicale!

Appello

 

 

Radio Radicale non è soltanto la voce – spesso scomoda – di un progetto politico e culturale. Radio Radicale è un grande progetto di informazione, di pubblica utilità, la dimostrazione di quel che potrebbe e dovrebbe essere il servizio pubblico il cui motto e ispirazione è da sempre “conoscere per deliberare”, convinti che solo permettendo un ampio accesso alla libera informazione, all’approfondimento, al dibattito, dando voce a tutti i componenti del dibattito pubblico senza distinzione, si dà la possibilità alle persone di scegliere in mono consapevole. Radio Radicale è il più grande archivio della democrazia italiana. Ad oggi conta più di 250.000 registrazioni audiovideo, oltre 19.000 sedute dal parlamento, 6.700 processi giudiziari, 19.300 interviste, 4.400 convegni. Radio Radicale rischia di chiudere a causa della scelta del governo di tagliare i contributi pubblici portandola a far spegnere il suo importantissimo segnale.

 

I tanti modi per sostenere >>> Radio Radicale

 

 

 


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giovedì 18 aprile 2019

A Livorno senza livore

 

Le idee

 

Pubblichiamo di seguito ampi stralci tratti dal testo del saluto di Felice Besostri al Congresso di Articolo1: “Dobbiamo pensare di promuovere un’iniziativa di ampio respiro. Nel 2021 sarà il centenario della divisione della sinistra a Livorno, proprio nel pieno di un’offensiva di destra e reazionaria. Proprio Livorno ha ispirato un’iniziativa socialista di sinistra, Socialismo XXI, che non ha come obiettivo il solito partitino, ma di elevare la qualità della proposta programmatica. Proviamo a pensare ad una riunificazione della sinistra come movimento ampio che nasca dal basso, con due testimonial d’eccezione: Matteotti e Gramsci.”.

 

di Felice Besostri, Presidente del Gruppo di Volpedo,

rete dei circoli socialisti e libertari di Nord ovest

 

Avrei voluto che i rapporti politici che mi hanno legato da anni con molti di voi si svolgessero e consolidassero in tutt’altro contesto. Sono stato membro del gruppo parlamentare DS-L’Ulivo del Senato nella XIII legislatura e ho militato nel Partito fino alla decisione della sua maggioranza di sciogliersi nel PD: una decisione, che non potevo condividere. Venivano meno le ragioni dell’adesione di molti socialisti al progetto delineato negli Stati Generali della Sinistra del 1998 a Firenze.

    Abbiamo perso 20 anni nel tentativo di riunire una sinistra superando storiche divisioni ideologiche e psicologiche, quando non frustrazioni e rancori. Non riuscita malgrado la comune adesione al PSE, che non è mai diventato un partito europeo transnazionale, ma una confederazione di partiti, condizionati dalla loro collocazione nella politica nazionale di governo o di opposizione, piuttosto che da una comune visione europeista ed internazionalista.

    La formazione del PD e il suo primo atto significativo, la coalizione alle elezioni del 2008, hanno giustificato la diffidenza. Nessun accordo vi fu con liste di sinistra, che comprendessero aree socialiste, preferendo l’Italia dei Valori. Tuttavia, quelle elezioni dimostrarono anche l’incapacità di rappresentare una credibile alternativa: si ebbe un coacervo rosso verde, quello della Sinistra Arcobaleno, che con 1.124.298 voti e il 3,08% non superò la soglia di accesso alla ripartizione dei seggi. Vi fu l’incapacità di superare i propri recinti, nemmeno per sopravvivere, dimostrata dal fatto che il Partito Socialista raccogliendo 355.495 voti e lo 0,98% avrebbe consentito di raggiungere quella soglia.

    Altra iniziativa ostile del PD è stata quella di aver introdotto, d’intesa con FI la soglia anche per le europee 2009 con la motivazione esplicita di impedire che rientrassero in gioco le forze escluse dal Parlamento nazionale nel 2008. Con la legge precedente sarebbero state rappresentate sia la lista Sinistra e Libertà, con socialisti e la futura Sinistra Italiana, sia la lista di unità comunista, nonché i Verdi e i Radicali.

    La lezione vera, e cioè che le alleanze elettorali e strumentali non hanno futuro, non è stata compresa. E l’errore è stato ripetuto dieci anni dopo con LeU, altra esperienza condivisa con molti di voi con una candidatura di servizio, malgrado che esponenti di punta avessero sulla coscienza un grave strappo della Costituzione avendo ammesso voti di fiducia, su richiesta del governo, per far approvare due leggi elettorali, l’Italikum e il Rosatellum, in violazione dell’art. 72 c.4 Cost.

    La prima è stata dichiarata incostituzionale, prima ancora di essere applicata, grazie ad un’iniziativa giudiziaria, di cui rivendico il merito avendo promosso e coordinato un pool di avvocati costituzionalisti. La seconda è sub iudice innanzi ai Tribunali di Messina e Catanzaro e prossimamente di Roma…

    Nessuno ha mai detto con chiarezza che LeU in base ai voti avrebbe dovuto avere 21 deputati invece di 14 (- 33,33%) e al Senato 10 seggi invece di 4 (-60%). Non lo si è detto, ma probabilmente ci sarebbero state meno tensioni interne. Se sommiamo questi seggi perduti a quelli sottratti al Centro Sinistra (-22 deputati e -12 senatori) l’attuale maggioranza sarebbe più fragile, o forse inesistente, al Senato.

    La difesa prima, e ora l’attuazione, della Costituzione dovrebbero essere il terreno prioritario e comune di ogni aggregazione a sinistra, anche per rispettare la vittoria al referendum costituzionale, ma una forza di sinistra non può limitarsi ai diritti civili, che peraltro sono essenziali per lo sviluppo democratico di una società e del suo grado di civiltà, deve avere un suo progetto economico e sociale per ridurre le diseguaglianze, anche questo c’è nella Costituzione a partire dal secondo comma dell’art. 3 Cost. e il complesso del Titolo III Rapporti economici della Parte Prima.

    Vi si delinea una società solidale e di economia mista. Per molti, anche nel PD, si tratta di arcaismi. Alcuni sono passati dal comunismo al liberismo, senza nemmeno concedersi una pausa socialdemocratica.

    Anche dopo il cambio di segreteria non ci sono cambiamenti di fondo, non basta la cosmesi zingarettiana per un cambiamento effettivo rispetto all’epoca renziana. Bastano certe parole dal sen sfuggite, come quelle sulle colpe della vittoria del NO, per gettare dubbi sull’opportunità di allearsi con il PD alla prossima tornata elettorale: non basta un francobollo del PSE per giustificare l’operazione.

    L’adesione di Renzi al PSE fu puramente strumentale, altrimenti niente posizioni di vertice per un esponente del suo PD nella Commissione: la spartizione PPE-PSE non lasciava spazi.

    Tuttavia, a fronte dell’ondata di destra, cui partiti affiliati al PPE come l’austriaco ÖVP e l’ungherese FIDESZ, lo stato delle sinistre in Italia e in Europa è preoccupante.

    I partiti del PSE, pur non avendo avuto il maggior numero di seggi, sono stati i più votati, ma l’eventuale fuoriuscita del Labour minaccia questo primato di consensi, così come l’indebolimento di partiti come il PS francese, la SPD e il PvdA olandese.

    La sinistra alternativa non sta meglio. Perché le perdite dei partiti socialisti solo in parte non consistente si sono spostate alla loro sinistra o verso i Verdi, tranne che in alcuni casi, comunque complessivamente la sinistra in tutte le sue sfumature conta meno che nei gloriosi trent’anni dell’espansione nel secondo dopoguerra dello stato sociale e dell’aumento del benessere delle classi popolari.

    L’inversione di tendenza è stata pagata dai più deboli e i partiti di sinistra non raccoglievano in molti paesi, compresa l’Italia, la maggioranza dei voti dei lavoratori dell’industria.

    La sopravvivenza elettorale detta l’agenda politica, ma è una cattiva consigliera perché di corto respiro.

    Per non rassegnarsi dobbiamo pensare di promuovere un’iniziativa di ampio respiro. Nel 2021 sarà il centenario della divisione della sinistra a Livorno, proprio nel pieno di un’offensiva di destra e reazionaria. Proprio Livorno ha ispirato un’iniziativa socialista di sinistra, Socialismo XXI, che non ha come obiettivo il solito partitino, ma di elevare la qualità della proposta programmatica. Proviamo a pensare ad una riunificazione della sinistra come movimento ampio che nasca dal basso, con due testimonial d’eccezione: Matteotti e Gramsci.

 

 


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Libia sull’orlo della guerra civile

Da Avanti! online

www.avantionline.it/

 

Ricordate la stretta di mano tra al-Sarraj e Haftar con in mezzo il Premier italiano Conte? Accadde nemmeno cinque mesi fa alla conferenza di Palermo. Fu propagandata da una marea di foto che avevano invaso i media. Oggi tutto ciò assume i contorni del tragicomico visto quello che sta accadendo in Libia.

 

di Alessandro Perelli 

 

È in atto in queste ore una furibonda battaglia alle porte di Tripoli che può essere il presupposto di una vera e propria guerra civile. L'avanzata delle truppe del generale Haftar, che già controlla Bengasi e la Cirenaica, è giunta a pochi chilometri dalla capitale libica e nonostante la reazione dei soldati del Governo al-Sarraj, riconosciuto dall'Unione europea, costituisce una realtà di fatto che non potrà essere ignorata dai previsti successivi incontri per trovare un accordo. Ma quello che è ulteriormente preoccupante, oltre alle già numerose vittime, è la regia internazionale che sembra stia dietro al deteriorarsi della situazione.

    Il sostanziale appoggio di Francia, Russia ed Emirati arabi e il silenzio prudente degli Usa alla condotta di Haftar pongono pesanti interrogativi sul futuro di questo martoriato Paese che dopo la caduta di Gheddafi non sembra riuscire a trovare la strada della pacificazione e della ripresa. Pesano sicuramente le divisioni tra i vari gruppi etnici che popolano la Libia (e che Gheddafi bene o male era riuscito a gestire), ma pesano ancora di più gli interessi economici sul controllo ed utilizzo delle risorse naturali come il petrolio. L'Italia è in una posizione geopolitica tale da essere il Paese più interessato alle relazioni con quel territorio che fu nel periodo coloniale un suo possedimento e con cui tradizionalmente si sono mantenuti molti legami di ordine sociale, culturale ed economico dopo la raggiunta indipendenza. Si ha l'impressione che le ultime mosse del Governo italiano non abbiano portato molti risultati positivi ed anzi ci sia stato un pericoloso vuoto di iniziativa politica con un acritico avallo al Governo al-Sarraj che si è dimostrato controproducente alla prova dei fatti e senza reale peso e strategia politica.

    Il recente ritiro da parte dell'Eni dal personale italiano dai numerosi impianti per l'estrazione del petrolio in territori minacciati dal propagarsi del conflitto interno, dimostra ampiamente la gravità della situazione. Senza parlare delle risorse perse da molti imprenditori italiani che avevano investito in Libia e che speravano di recuperare almeno parzialmente il frutto delle loro iniziative ma che ora si trovano nuovamente nel caos più totale. Per il momento la nostra ambasciata a Tripoli rimane aperta, così come proseguono le nostre missioni militari e la collaborazione con la guardia costiera libica per il controllo del problema delle migrazioni clandestine sulle nostre coste e sussistono anche degli accorsi comuni sulla pesca, ma i missili su Tripoli fanno presagire un futuro molto problematico e incerto.

 

 

 


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