martedì 11 aprile 2017

Freschi di stampa, 1917-2017 (5) - Gli eventi di Russia e l'entrata in guerra Usa

Neanche in quell'inizio dell'aprile 1917 Vladimir Il'ič Ul'janov incrociò gl'inservienti del locale dadaista, il Cabaret Voltaire, a una cinquantina di metri dalla sua casa di esule rivoluzionario. Nelle notti insonni li sentiva ogni tanto, Tristan Tzara e i suoi, declamare onomatopee a mi­traglia nelle loro tipiche risate. Ma lui poi, la mat­tina dopo, di­scen­deva disciplinatamente la Spiegelgasse dall'altra parte. E si recava al suo posto di combattimento, la biblioteca centrale di Zurigo, dove entrava ad apertura di cancello.

Zurigo Spiegelgasse, le finestre

dell'appartamento degli Uljanov

Trenta passi fino all'odierna Kantorei. Poi il “Vicolo dei Giudei”, l'odierna Froschaugasse, ed era già praticamente arrivato. Chissà se sapeva che da quelle parti c'era stata un'importante sinagoga medie­vale. Nel Trecento il rabbino Moses ben Menachem vi aveva composto il Semak Zurighese, un celebre commento ai Co­mandamenti, tuttora in uso nelle scuole di Talmud. Era stata, quella, un'epoca di alta fioritura per la locale comunità ebraica, prima di venire esiliata durante le per­secuzioni del 1348. Molti israeliti furono allora uccisi, e tra essi lo stesso rabbi Moses insieme ai suoi allievi in uno dei massacri sca­te­na­tisi con la peste del 1348-1349 e la psicosi antisemita conseguitane.

    Non sembri una divagazione. Per comprendere la Grande Peste del Novecento occorre tener fermo che la manzoniana "caccia all'untore" ha radici profonde nella psicologia delle masse. Perché storicamente le pestilenze tendono sì a provocare ondate di follia omicida, ma queste “crisi sacrificali” possono generarsi anche indipendentemente da esse. René Girard ritiene che la parola “peste” sia stata utilizzata da alcuni antichi cronisti anche per designare certi inquietanti fenomeni di al­lu­cinazione omicida di massa, slegati da qualsivoglia innesco epidemico.

    Ma torniamo al 1917. Un oceano di peste e pazzia circonda ormai da tre anni “la piccola isola di pace svizzera”, scrive Zweig nel suo rac­con­to su Lenin, "questo ometto tarchiato… inappariscente che più non si può". Stefan Zweig è un umanista viennese profondamente lega­to al “mondo di prima”. Detesta il pandaemonium della guerra. Per questo celebra la partenza di Vladimir Il'ič come quella di un rivolu­zionario portatore di pace che, alla fine dei conti, metterà la borghesia guer­ra­fondaia dinanzi al bivio: o la pace kantiana, o la rivoluzione mon­diale.

    Il Lenin che nell'aprile 1917 arriva al suo appuntamento con la sto­ria, al suo “momento fatale”, è un signore schivo e disciplinato, "evita la società, raramente i suoi vicini hanno modo di incrociare lo sguardo acuminato degli occhi scuri a mandorla, raramente arrivano da lui dei visitatori. E invece lui, regolarmente, giorno dopo giorno, (…) se ne sta in biblioteca fino alla chiusura di mezzodì. Esattamente alle dodici e die­ci è di nuovo a casa; e di nuovo ne esce all'una meno dieci per esse­re il primo a rientrare in biblioteca e starsene lì fino alle sei di sera".

    Alcuni tra i più celebri “testi sacri” del leninismo – come ad esempio L'imperialismo, fase suprema del capitalismo – nascono in quei mesi di “guerra alla guerra” combattuta allo scrittoio della Zentralbibliothek. Né le polizie segrete mostrano di sapere che "pericolosissimi tra tutti, per ogni rivoluzionamento del mondo, sono sempre gli uomini solitari, che molto leggono e molto imparano", osserva Zweig.

    E così, ogni mattina di giorno feriale fino a quel mercoledì 4 aprile 1917, Lenin si imbuca nella Froschaugasse per sbucare, poi, dall'altra parte, sulla piazza antistante alla Biblioteca Centrale proprio mentre il campanile della Predigerkirche sta per battere i nove tocchi.

    Ma ora tutto questo appartiene al passato. Perché ormai lo stato za­rista "è stato". E poi Alexander Parvus ha già segnalato agli utili idioti del social­-sciovinismo tedesco che l'uomo più idoneo a de­sta­bilizzare il governo provvisorio formatosi a San Pietroburgo è il suo fido compa­gno di lotta Vladimir Il'ič Ul'janov detto Lenin, esule a Zurigo.

    Ah, se solo potesse rientrare in Russia, egli certo lavorerebbe più a­la­cremente di chiunque altro ad affossare l'esecutivo borghese guidato dal principe L'vov, facendo leva su tre idee forza: Pace subito, Con­fisca delle terre, Tutto il potere ai soviet.

    Secondo il calcolo strategico della cancelleria berlinese, questo Le­nin precipiterà la Russia in una guerra civile senza ritorno, chiu­de­ndo così, di fatto, la partita sul fronte orientale. E gli eserciti dei due Kaiser avranno allora buon gioco a concentrarsi nelle operazioni belliche a ovest e a sud.

    Ma quel 4 di aprile del 1917 – mentre all'ambasciata di Germania in Berna arriva una lista con le condizioni sulla cui base Lenin ac­cet­te­rebbe di farsi trasferire in treno verso i patrii confini – in quelle stesse ore a Washington il presidente Thomas Woodrow Wilson trasmette al Congresso la risoluzione per l'entrata americana nella guerra europea. E due giorni dopo gli Stati Uniti dichiarano, in effetti, lo stato di bel­ligeranza verso la Germania.

    È il 6 aprile 1917, venerdì santo. L'intervento americano in Europa si preannuncia d'impatto enorme. Ma non potrà dispiegarsi con effetto immediato. Occorre un anno almeno affinché tre milioni di soldati a stelle e strisce possano essere addestrati e trasferiti via nave in Francia con adeguato seguito di salmerie.

Sulla scelta bellica degli Stati Uniti s'impernia la titolazione dell'ADL di sabato 7 aprile 1917 (v. foto qui sopra): La borghesia verso l'abis­so. Il delirio del folle massacro invade il nuovo mondo, apre la prima.

    E ancora: L'ultima “americanata” è il titolo dell'editoriale, che pro­segue così: «L'ultimo atto “americano” chiude la serie dei trapassi fan­tasmagorici con cui Wilson... ha cambiato l'acqua in vino... arte bor­ghe­se dell'interesse che guida, calpestando principi ed umanità, le azio­ni del Governo e degli uomini rappresentativi della società borghese... In quanto la pace conveniva alla borghesia americana, Wilson si tra­sfor­mava banditore di “pace”. In quanto, venendo a mancare, per vo­lon­tà altrui, gli elementi indispensabili per rendere alla borghesia ame­ricana proficua la pace, venivano ad affermarsi proficue le ragioni della “guerra”... “Pace” e “guerra” sono dunque sinonimi... L'affermazione è vera se la si considera dal punto di vista dell'interesse borghese. Non pensiamo più ai milioni di cadaveri ed alle ricchezze distrutte, alle la­grime ed al sangue, alla fame ed allo sterminio. Pensiamo solo al gioco degli interessi» (ADL 7.4.1917).

    Pace e Guerra. Guerra e Rivoluzione. I nostri predecessori di allora oscillano tra delusione ed esaltazione: per il "voltafaccia guerrafon­daio" di Wilson e, rispettivamente, per gli eventi rivoluzionari in Russia: «Sul fuoco della guerra si getta una nuova catasta di com­bustibile. Un popolo di 100 milioni d'abitanti [gli USA, ndr] entra nel recinto ove il fuoco divora... Così vuole la borghesia... Guerra e Ri­vo­luzione. Più grande la guerra? (...) la guerra sia uccisa. E la Rivo­lu­zione sia vitto­riosa. E vi sia una sola fiamma a illuminare il mondo. La fiamma della vita è della libertà» (ADL 7.4.1917).

    Morale della favola: a Berlino non c'è più tempo da perdere. Le feste pasquali vengono impiegate nei febbrili preparativi del gran viaggio leniniano. Wilhelm Jansson, un sindaca­li­sta mezzo tedesco e mezzo svedese, insieme ad Arwed von der Planitz, capitano della cavalleria di riserva, è incaricato di riportare a casa l'in­ternazionalista russo.

    Sui binari della stazione di Zurigo viene predisposto un convoglio ferroviario atto ad attraversare il territorio del Reich. È il famoso treno piombato, ma “piombato” solo di nome, per mere ragioni politico-di­plo­matiche, date le ostilità in cui restano reciprocamente coinvolte la Germania e la Russia.

    Lunedì di Pasquetta, 9 aprile 1917: una trentina di persone si reca nella sala riunioni al primo piano del Cooperativo di Zurigo Militär­stras­se, a un centinaio di metri dai vagoni. Il fidatissimo compagno Pietro Bianchi, “muratore e sindacalizzato”, fa da cameriere a Lenin e al suo seguito, diaframmandoli dal mondo esterno.

    Dentro quella sala, insieme al capo bolscevico, tra una scodella di minestrone e i famosi tortellini, si apprestano alla traversata delle Ger­ma­nie: la moglie, Nadežda Krupskaja, e poi Broński con la figlia Wan­da, ma ci sono anche Kharitonov, Radek, Sarra Rawicz, Safarov, Zi­nov'ev e Sokol'nikov. Di lì a pochi anni, dopo la morte di Vladimir Il'ič avvenuta nel 1924, tutti costoro saranno uccisi o internati in Si­be­ria su ordine di Stalin, eccezion fatta per la Krupskaja e Wanda Brońska.

    Sempre su ordine di Stalin il corpo di Vladimir Il'ič verrà imbal­sa­mato, contro la protesta della Krupskaja, ed esposto al pubblico sulla Piazza Rossa. Il cervello, suddiviso in circa trentuno mila sezionature da venti micrometri ciascuna, servirà alla scienza medico-biologica affinché essa indaghi “la base materiale di un genio immortale”, recita il comunicato del Partito comunista russo.

    Di leader bolscevico Albert Einstein dirà: "Non considero i suoi metodi da pra­ti­carsi, ma… rendo onore a Lenin come uomo che ha interamente sa­crificato sé stesso e dedicato tutte le proprie energie alla realiz­za­zione della giustizia sociale.". – (5 – continua)


Nell’anno delle due rivoluzioni russe l'ADL di allora poté “coprirle” entrambe con materiale di prima mano. Ciò grazie soprattutto ad An­ge­li­ca Bala­banoff, fautrice de­gli stretti legami tra i so­cia­listi ita­liani e russi impe­gna­ti, insieme al PS svizzero, nella gran­de campagna di “guerra alla guerra”. Campagna lanciata con la Con­fe­renza di Zimmerwald. E culminata nella Rivoluzione d'Ottobre.

giovedì 30 marzo 2017

La Germania verso le urne - SAAR - Un test a dimensione ridotta

di Felice Besostri

Alla vigilia del voto le previsioni attestavano una vittoria della SPD con il 32,5%, che sommato al 12,8% della Linke davano una vittoria ad una possibile coalizione di sinistra, perché la CDU sarebbe stata sì il primo partito con il 36%, ma senza alleati in quanto sia i liberali della FDP che i Verdi non avrebbero superato la soglia del 5%: esclusa una Jamaica Koalition, essendo i colori dei partiti nero (CDU), giallo (FDP) e verde gli stessi della bandiera della patria del reggae, che governò la Saar dal 2009 al 2012. Nel 2012 si sostituì al governo una Grosse Koalition CDU-SPD con 37 seggi su 51, cioè superiore ai due terzi. La realtà è stata altra, perché la CDU ha preso il 40,7% (+5,5), la SPD il 29,6% (-1) e la Linke 12,9% (-.3,2). La sinistra passa dal 46, 7% del 2012 al 44,3% e i Verdi escono dal Landtag con il 4%( -1).

Una maggioranza relativa di destra esiste sulla carta – CDU + AfD – con il 46,8% e 27 seggi, ma politicamente impraticabile perché CDU e AfD sono alternative alle elezioni federali. Il sistema di riparto dei seggi, per i partiti sopra soglia, favorisce il partito più grande e perciò SPD con 17 seggi e la Linke con 7 hanno lo stesso numero di seggi della CDU, cioè 24, pur avendo un 4% in più.

Le ridottissime dimensioni della Saar non ne fanno un test significativo per le prossime elezioni federali, se non la conferma che l’AfD sarà rappresentata nel Bundestag, come la è ormai in 11 dei 16 Land tedeschi. I liberali sono a rischio di esclusione. La partita CDU vs. SPD si gioca anche su questo e sulla capacità di Verdi e Linke di stare nella stessa coalizione.

Se la Saar fosse il modello non si potrebbe essere ottimisti. I rapporti tra Linke e i Verdi sono pessimi da sempre. Infatti, malgrado un chiaro 51,7% a sinistra (Linke al 21, 3%, SPD al 24,5% e Verdi al 5,9%) il ri­sultato fu un governo CDU, FDP e Verdi. Le coalizioni “Jamaica” non funzionano. Anche nella Saar non si completò la legislatura e nel 2012 si andò ad elezioni anticipate. Ma in linea di principio i Verdi non sono incompatibili con un’alleanza con la CDU di Angela Merkel. Al suc­cesso CDU ci sono spiegazioni locali la Ministerpresidentin è popolare e un buon governo alternativo non era credibile.

I Socialde­mo­cratici erano reduci da una Grosse Koalition a guida democristiana. La Linke ha disperso in pochi anni un consenso del 21%, mai raggiunto in un Land dell’Ovest. I Verdi, infine, non hanno dato prova di essere affidabili per un governo stabile. Se a ciò si aggiunge, che settori di opinione pubblica sono dell'idea, dimostrata dalla più alta percentuale di votanti degli ultimi 15 anni, che per arginare l'estrema destra la cosa tatticamente più saggia sia rinforzare la Mutti, cioè Angela Merkel… Un voto CDU-CSU a spese dei liberali è anche un'ottima assicurazione contro una maggioranza rosso-rosso-verde.

Freschi di stampa, 1917-2017

Nell’anno delle due rivoluzioni russe l'ADL di allora poté “coprirle” entrambe con materiale di prima mano. Ciò grazie soprattutto ad An­ge­li­ca Bala­banoff, fautrice de­gli stretti legami tra i so­cia­listi ita­liani e russi impe­gna­ti, insieme al PS svizzero, nella gran­de campagna di “guerra alla guerra”. Campagna lanciata con la Con­fe­renza di Zimmerwald. E culminata nella Rivoluzione d'Ottobre.

Questa settimana ripubblichiamo ampi stralci tratti da due testi apparsi in prima pagina sull'ADL del 31 marzo 1917.

LA RIVOLUZIONE RUSSA

 «Sulla Russia sono fissi oggi gli occhi di tutto il mondo. Guardano tremebondi i governanti, i dominatori; guardano ansiosi, pieni di speranza e di fede, gli sfruttati, i calpestati di tutta la terra.»

«Al divampare delle fiamme rivoluzionarie, il 9 corrente, le notizie del grandioso movimento giunsero telegraficamente ai Gabinetti d'Eu­ropa.»

«Prima cura delle borghesie fu quella di nascondere il fatto ai po­po­li. Poi, a piccole dosi, giorno per giorno la verità si è fatta strada. (...)».

«Dal “gesto magnanimo” dello czar, e dalla “rivoluzione per la guerra”, siamo passati alla “rinuncia volontaria” del nuovo czar Mi­chele, all'internamento “volontario” dei sovrani spodestati, alla loro “prigionia”, all'arresto di Ministri, Generali, poliziotti (...)».

«È tutta qui la verità? Non sappiamo. Intuiamo che nei giorni che seguiranno altro sapremo: altro che ci farà balzare il cuore di gioia, e che farà spegnere forse nei biechi reazionari di tutta Europa, di tutto il mondo, l'ultima speranza che il movimento rivoluzionario di Russia sia stroncato (...)».

«Altro intuiamo.»

«Comprendiamo lo spasimo borghese; ci rendiamo conto dello spa­simo nostro. (...) la borghesia sta facendo il suo dovere, rap­pre­sen­tato dal suo interesse. E cerca l'inganno, la censura, e prepara strumenti di oppressione. (...) I socialisti, quelli che tennero fede, d'innanzi al fatto della guerra, al principio internazionalista, lo stanno facendo (...)».

«Il fenomeno è grande, grande la ripercussione.»

«Prepariamoci. Se l'ora è matura anco per noi, che l'ora ci trovi al no­stro posto, sicuri, fidenti, temprati e forti! Abbasso la guerra! Ev­­vi­va la rivoluzione sociale!» (ADL 31.3.1917)

 

Un manifesto del Partito socialista russo

Cittadini!

«La capitale si trova nelle mani del popolo, una parte delle truppe s'è unita ai ribelli. Il proletariato rivoluzionario e l'esercito rivoluzionario salveranno il paese dalla rovina totale verso la quale lo spingeva il Go­verno dello czar. La classe lavoratrice e l'esercito rivoluzionario for­me­ranno il Governo provvisorio, si assumeranno l'incarico di creare e con­solidare il nuovo stato repubblicano, proteggeranno i diritti del po­polo, solleciteranno la confisca fondiaria, della proprietà ecclesiastica, onde questa possa passare nelle mani del popolo, introdurranno la gior­nata di otto ore e convocheranno un'assemblea costituente basata sul suffragio popolare.»

«Il Governo provvisorio considera altresì per un suo dovere di prov­vedere immediatamente all'approvvigionamento dell'esercito e del­la po­polazione civile mercé la requisizione dei viveri accumulati dal Go­verno precedente e dalle amministrazioni comunali. Ancora il mo­stro della reazione può alzare la testa; è compito del popolo di sof­fo­care tut­te le tendenze liberticide, antirepubblicane.»

«Il Governo rivoluzionario ha la ferma intenzione di entrare in comunicazione con i proletari di tutti i paesi belligeranti per met­tere rapida fine alla carneficina dei popoli.» (ADL 31.3.1917)


giovedì 23 marzo 2017

Londra - NO ALLA PAURA.

Ieri in seguito a un attacco al Parlamento britannico sono morte cinque persone, incluso l'attentatore. Un uomo alla guida di un Suv ha travolto i passanti sul ponte di Westminster andandosi a schian­tare contro una cancellata, sceso dal veicolo ha poi accoltellato un agente ed è stato infine ucciso dalla polizia. Theresa May: "Non ce­deremo mai al terrore".

di Renzo Balmelli

Si parla tanto di strategie per cambiare l'Europa, ma dopo quanto è accaduto a Londra nelle ultime 24 ore non sembra vi sia altra opzione allo stato attuale delle cose se non quella di formare un fronte comune per arginare la sfida senza respiro del terrorismo. Restare uniti è la principale forza di contrapposizione che i governi del continente possono mettere in campo proprio per impedire all' Isis di realizzare esattamente l'obiettivo a cui mira: sgretolare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni in modo da creare un terreno di coltura per la sua bacata ideologia.

    Alcune inquietanti coincidenze mostrano con ogni evidenza come l'attacco al cuore della capitale inglese non nasca per caso, ma sia il frutto di un disegno deliberato ed elaborato nei minimi particolari dalla cupola dell'organizzazione criminosa onde seminare il panico tra la gente. Per lastricare di vittime innocenti il ponte di Westminster, il ponte simbolico del Millennium e del progresso, è stata scelta una data densa di significati in quanto si colloca a un anno dal sanguinoso attentato di Bruxelles e alla vigilia del vertice di Roma convocato per sottolineare il sessantesimo anniversario dei Trattati che portano il nome della città e che in primo luogo vanno letti e interpretati appunto come un manifesto contro l'oscurantismo.

Pur nel solco del dolore e dello sdegno provocati dalla barbara aggressione davanti all'imponente e storico edificio che ospita il Parlamento del Regno Unito sarebbe un errore imperdonabile mostrare al mondo l'immagine di una Europa balbettante, timorosa e in balia dei suoi nemici: quelli esterni, certo, subdoli e sfuggenti, ma anche quelli interni che non perdono occasione per indebolirla. Dalla base è però salito un messaggio universale di solidarietà e di identificazione nei valori dello spirito e della cultura propri dell'Europa che in questi momenti carichi di angoscia fa bene al cuore. Un messaggio in tutte le lingue per dire: "Non abbiamo paura!".

martedì 14 marzo 2017

Freschi di stampa, 1917-2017 - Prima scena di una storia remota

La prima scena di questa storia remota, per dirla con Thomas Mann, «s'è svolta ed ebbe a svolgersi nel tempo che c'era una volta, nei giorni antichi del mondo di prima della Grande guerra, il cui inizio tante cose iniziò che ben difficilmente hanno già cessato d'iniziare».

Questa non è tutta né soltanto la storia della Giornata della donna, lo Woman's Day che nasce a Chicago nel 1908 per iniziativa di Corinne Brown, leader socialista americana, allo scopo di unire le rivendicazioni sindacali delle camiciaie e delle altre lavoratrici con la battaglia per il diritto di voto, dal quale la metà femminile della cittadinanza americana era allora esclusa.

Due anni dopo lo Woman's Day sbarca in Europa, a Copenaghen, dove Clara Zetkin riesce far accogliere dalla seconda Conferenza internazionale delle donne socialiste una risoluzione che istituisce la “Giornata della Donna”. Non ovunque si formalizza subito la data dell'Otto marzo. Ma “la nave va”, e con l'anno successivo la Giornata viene celebrata in un numero crescente di città, a partire dalla metà di febbraio.

Il 10 marzo 1917 su L'Avvenire del lavoratore (così, al singolare, si chiamava allora la nostra testata) si legge che: «Come tutti gli anni… le donne socialiste di diversi paesi organizzano la giornata… di lotta e di dimostrazioni, [che] deve servire di conforto e di incitamento alle sfruttate del mondo intero, perché guidate dal pensiero socialista rivendichino i loro diritti – tutti quanti i loro diritti».

Tutti quanti i loro diritti! A scrivere queste parole è Angelica Balabanoff (1878-1965), che si prepara a un giro di comizi in lingua italiana e tedesca nella Svizzera centro-orientale. E, infatti, poco sotto il suo pezzo, un poscritto annuncia che il 18 marzo 1917 la compagna Balabanoff parlerà a Zurigo, nella sala grande del Volkshaus, e che sarà «ben lieta, qualora ci fosse un discreto intervento di proletarie italiane, di rivolgere a queste un discorso in italiano perché dai comizi esca un voto unanime di donne svizzere ed italiane, unite dalla visione delle ingiustizie che subiscono oggi e della radiosa liberazione che porterà loro il socialismo» .

Ma, se nella Confederazione elvetica è ancora possibile convocare pubblicamente una regolare manifestazione a favore dei diritti delle donne, tutt'intorno infuria una guerra tremenda che, giunta al suo terzo anno, ha già mietuto dieci milioni di morti. Perciò Angelica, che guida la battagliera testata pacifista degli emigranti italiani, riprende dal giornale delle socialiste svizzere le parole che seguono, e che le servono a collegare la questione femminile con le indicibili sofferenze provocate dal grande massacro bellico:

«Non più luce per illuminare le loro case, non più carbone per scaldarsi, non più pane per sfamarsi. Non più sangue nei corpicini denutriti dei bimbi, non più sangue nelle vene dei superstiti figli adulti destinati a tornare ad innaffiare del loro sangue di campi di battaglia. Non più forza nelle braccia per stringere al cuore straziato i poveri mutilati tornati dalla guerra, non più forza per informarsi all’apposito ufficio o al giornale, se esiste o non esiste più quello che era l’unico bene loro».

Questo scriveva un secolo fa Angelica Balabanoff. E, nelle stesse ore in cui mandava in stampa queste parole, fu proprio una Giornata della Donna a scoccare la scintilla che incendiò una grande prateria.

L'Otto marzo 1917 le operaie di alcune fabbriche tessili pietroburghesi entrarono in agitazione, appellandosi al sostegno dei metalmeccanici: «Sembrava non esserci alcun nuovo motivo, salvo le code sempre più lunghe per il pane, a farle scioperare», leggiamo nelle memorie del rivoluzionario russo Vasilij Kajurov.

In poche ore quelle operaie tessili in sciopero aggregano circa centomila manifestanti. La dimostrazione spontanea che segue si svolge in maniera tutto sommato pacifica. Scoppia qualche scontro con la polizia zarista solo quando il corteo vira verso il centro della capitale, il cui accesso è per ora impedito. E non di meno quella sera iniziano a finire la Prima guerra mondiale e tre imperi.

Il giorno dopo duecentomila lavoratrici e lavoratori invadono San Pietroburgo, manifestando per il pane e la pace, e quindi contro la guerra e contro l'autocrazia zarista. L'insurrezione dilaga. La polizia inizia a sparare sulla folla, ma dalla folla c’è chi risponde al fuoco.

Il 15 marzo 1917, lo zar Nicola II (1868-1918) si vede costretto a compiere un passo indietro, cedendo i poteri al Primo ministro liberale Georgij L'vov (1861-1925), al quale in luglio succederà il laburista (trudovik) Aleksandr Kerenskij (1881-1970). Ma la guerra continua e Kerenskij dilapida ogni popolarità in una sanguinosa offensiva militare, fallita la quale per Vladimir Lenin (1870-1924) diviene possibile ordinare l'assalto del Palazzo d'Inverno al grido: Pace subito!

Un anno dopo la presa del potere da parte dei bolscevichi – alle ore 11.00 dell'11.11.1918 – entra in vigore l'Armistizio che segna la fine della Grande guerra.

Lo stesso giorno ha luogo l'abdicazione del Kaiser tedesco Guglielmo II (1859-1941): dopo lo sciopero generale proclamato dalla maggioranza di sinistra nel Parlamento di Berlino i poteri passano al presidente socialdemocratico Friedrich Ebert (1871-1925). Ma quell'11 novembre anche il Kaiser austriaco Carlo (1887-1922) deve rimettere i propri poteri ai rappresentanti del popolo, sotto l'egida del cancelliere socialdemocratico Karl Renner (1870-1950).

Questo articolo inaugura una serie di testi ispirati o ripresi dall'ADL nell’anno delle due rivoluzioni russe che hanno cambiato il mondo. La nostra redazione di allora poté “coprirle” entrambe con materiale di prima mano. Ciò grazie soprattutto ad Angelica Balabanoff, fautrice degli stretti legami sviluppatisi tra i socialisti italiani e russi intensamente impegnati insieme al PS svizzero nella grande campagna di “guerra alla guerra”. Campagna lanciata con la Conferenza di Zimmerwald. E culminata nella Rivoluzione d'Ottobre.