mercoledì 11 ottobre 2017

Freschi di stampa, 1917-2017 (19) - Danton, Robespierre

Prosegue la serie di testi ispirati o ripresi dall'ADL nell'anno delle due rivoluzioni russe che hanno cambiato il mondo. La nostra redazione di allora poté “coprirle” entrambe con materiale di prima mano. Ciò grazie soprattutto ad Angelica Balabanoff, fautrice degli stretti legami svilup­pa­tisi tra i socialisti italiani e russi impegnati, insieme al PS sviz­zero, nella grande campagna di “guerra alla guerra”. Campagna lan­ciata con la Conferenza di Zimmerwald. E culminata nella Rivoluzione d'Ottobre.

L'articolo di spalla in prima sull'ADL del 28 luglio 1917 parla dei due leader emergenti nella nuova Russia. “Su Lenin e Kerensky” è il titolo dell'articolo, firmato I. M. Schweide, che si conclude con queste testuali parole: «Se Lenin è un Robespierre, Kerensky è, piuttosto che Thiers, Danton!».

    Sicché Kerenskij somiglierebbe politicamente al popolare capo dei Cordiglieri nella Francia rivoluzionaria, a Georges Jacques Danton che nel 1792 viene nominato Ministro della Giustizia, nel 1793 eletto primo Presidente del Comitato di salute pubblica, nel 1794 ghigliottinato su pressione del Comitato di salute pubblica.

    I tempi della Russia rivoluzionaria sono più veloci, ma le analogie non mancano: anche Aleksandr Fëdorovič Kerenskij inizia la carriera ministeriale nel Governo Provvisorio (marzo 1917) e, al momento in cui appare l'articolo di cui parliamo (luglio 1917), presiede il Governo Provvisorio. Gli manca, dunque, “solo” di subire un'esecuzione capitale su pressione del Governo Provvisorio. Ma a quella sfuggirà per un palmo (novembre 1917), riparando in Francia.

    Se già Kerenskij inizia, dunque, ad assomigliare al suo Danton, egli non può, però, essere in alcun modo accostato a un Adolphe Thiers.

    Chi è costui? Esponente monarchico fino al 1840, Thiers viene nominato quell'anno Primo Ministro di Francia, ma si dimette per divergenze con Luigi Filippo e muta convinzioni nel senso di un repubblicanesimo li­beral-conservatore.

    Luigi Filippo abdica nel 1848, e nasce la Seconda Repubblica Francese, alla cui presidenza viene eletto Luigi Napoleone Bo­na­par­te, che Thiers dapprima sostiene. Poi inizia a osteggiarlo, quando nel 1852 quello, tramite un colpo di Stato, trasforma la Seconda repubblica in Secondo impero, di cui Luigi Bonaparte si pone a capo con il nome di Napoleone III. Il piano inclinato del potere lo condurrà alla guerra Franco-Prussiana e al disastro.

    Dopo la disfatta di Sedan, la caduta dell'imperatore e la nascita della Terza Repubblica Francese, Thiers assume la guida delle trattative con la Prussia. Il 17 febbraio 1871 viene eletto alla presidenza del governo provvisorio e trasferisce il Parlamento nella reggia di Versailles. Questo sfregio simbolico insieme alle condizioni antipopolari della pa­ce stipulata con Bismarck provocano un forte rigetto generale, sicché il 18 marzo la capitale francese insorge fondando la Comune di Parigi.

Parigi 1871 – La barricata di boulevard Voltaire

Prima esperienza storica di governo socialista, la Comune adotta come proprio simbolo la Bandiera Rossa, secondo il colore del bonnet rouge giacobino. Ma di rosso si tingeranno a breve anche le strade della Ville Lumière, e persino le acque della Senna, perché la Comune di Parigi verrà letteralmente schiacciata nel sangue.

    L'assedio della città si conclude il 28 maggio 1871 e nella sola prigione della Roquette vengono uccisi 1'900 comunardi. Altri 400 vengono gettati in un pozzo del Cimitero di Bercy. L'azione repressiva del Governo Thiers comporta, nel giro di pochi giorni, un numero di vittime che gli storici stimano in decine di migliaia. Durante la “settimana di sangue” (21-28 maggio 1871) si consuma il più sanguinoso massacro della storia della Francia, ancor più sanguinario della Strage degli Ugonotti del 1572, e più tragico persino di tutto il Terrore rivoluzionario nel biennio 1793-1794.

    Tutto questo si replicherà in Russia. E verrà anche di peggio. Ma lo si può già vedere nei segni dei tempi? Certo è che nel social-rivolu­zio­nario russo Ke­ren­skij non si nasconde un macellaio “liberale” come Thiers. Eppure nella coscienza pacifista di Schweide: «I fratelli hanno ucciso i fratelli: / Questa orrenda novella vi do». Nei versi tratti dall'ode manzoniana sulla Battaglia di Maclodio Schweide ci fa balenare il protagonista vero della vicenda russa a venire: la disumanità “fraterna”. Perché «questa “novella” sarà tragica realtà finché… battaglia contro battaglia, guerra contro guerra, forza contro forza, vita contro vita… saranno insomma la ragion suprema di ogni partito, di ogni classe sociale, tendente alla conquista di nuove forme di progresso umano» (ADL 27.7.1917).

    I fratelli, prosegue Schweide, continueranno, a uccidere i fratelli «in nome della guerra… in nome della pace… la pace come la guerra, per affermarsi, per vincersi, per sovrapporsi». E ciò ricorrendo al mede­si­mo mezzo: «l'uccisione; al medesimo fine: il trionfo dei propri inte­res­si morali e materiali a danno degli altri interessi» (ADL 28.7.1917).

    Kerenskij e Lenin – provenienti entrambi dalla piccola nobiltà di Sim­­birsk, concittadini, l'uno al Gover­no, l'altro di nuovo in esilio – sem­­bra­no prigionieri di un solo de­stino: «Citiamo questi due nomi perché essi, al disopra ed all'infuori delle proprie persone, incarnano due fonti correnti d'opinioni».

    Lenin «ha vinto la partita, a danno della propria organizzazione, momen­ta­nea­mente indebolita e perseguitata ed isola­ta». Kerenskij, invece, è cir­condato dalla «solidarietà nazionale gene­ra­le e da quella particolare del Soviet», e ha appena dato il suo consenso «per una politica dittatoriale, bi­smarkiana, in senso russo», chiosa Schweide.

    Lenin «non si attendeva però che Ke­ren­sky espropriasse il suo prin­ci­pio», consistente nella «espropriazione dello stato da parte degli organi dei “Soviet” anche a costo di dominare colla dittatura» (ADL 28.7.1917).

A Kerenskij sembra arridere la vittoria, ma la sua posizione, in real­tà, è debolissima, perché egli continua una guerra odiata dal popolo russo. E però «una debolezza non meno grave è stata da parte di Lenin nel credersi troppo forte»: uomo d'indomabile forza rivoluzionaria, ma pare come «acciecato da questo esclusivismo parziale e talvolta settario – nel sen­so buono della parola, si capisce», che lo induce a «forme di lotta spro­porzionata alle forze delle masse lavoratrici di cui egli può disporre» (ADL 28.7.1917).

    Lenin è stato «il primo a seminare il verbo zimmerwaldiano, in­ter­na­zionalista» in Russia, egli è capace di fare «germogliare il seme della pace generale, so­ciale, internazionale», si legge. Lenin ha tanto patito, non come certi da­me­ri­ni. Lui «non ha mai dato un colpo senza attirare sulle proprie spalle il contraccolpo». E qui anche Schweide gli assesta un altro bel colpo: «Il suo maggior merito è quello delle operazioni chirurgiche in seno al partito, alle organizzazioni proletarie: scissioni, scissioni e scissioni».

    Scissioni che “indirettamente e senza volerlo” hanno favorito gli avversari: «E nell'archivio… della spiocrazia russa, sono stati scoperti dei docu­men­ti in cui funzionari di polizia rilevavano i benefici che reca allo zarismo la politica secessionistica dei leninisti» (ADL 28.7.1917).

    Ma Vladimir Uljanov è di “una purezza illimitata”, ha un passato doloroso e integerrimo: «Quando il fratello… fu impiccato dallo za­ri­smo, egli giurò di vendicare con ogni mezzo lecito il sangue fraterno. Giurò morte allo zarismo. Lottò, congiurò, soffrì senza posare mai le armi. Avrà sbagliato ed ha sbagliato molte volte nella sua tattica. E sono soltanto le ragioni tattiche che ci dividono da lui e che da lui han sempre diviso l'“Avvenire” ed i socialisti italiani» (ADL 28.7.1917).

   In questo andamento ondivago del suo dire sospeso, Schweide plana ora sul momento allora attuale, il momento in cui Lenin è di nuovo fug­gia­sco, in esilio, e «sopra di lui si sono riversate le ire di tutti gli imperialisti», sicché dunque «noi diamo tutta la solidarietà a questo audace campione del proletariato russo» (ADL 28.7.1917).

    Quanto, invece, a Kerenskij, egli è «un laburista con tinta sociale che, per conservare in piedi il nuovo regime, ritiene necessaria la col­laborazione della borghesia col proletariato. È partigiano dell'of­fen­si­va per valorizzare le forze del militarismo rivoluzionario – come lui af­fer­ma... È anti-annessionista e guerraiolo, perché non vede la possibilità di fare altrimenti» (ADL 28.7.1917).

    L'uno ha tanto sofferto, ma sta per assumere il ruolo di Robespierre, l'Incorruptible. L'altro è un po' realista e un po' “guerraiolo”, ma gentile e raffinato: gli si addica la parte di Danton.

    Ecco qua: due destini, nel gran valzer che la Storia Universale va danzando a San Pietroburgo nel 1917, sono assegnati.

(19. continua)

martedì 3 ottobre 2017

Freschi di stampa, 1917-2017 (18) - All’estero si diffida di noi!

Prosegue la serie di testi ispirati o ripresi dall'ADL nell’anno delle due rivoluzioni russe che hanno cambiato il mondo. La nostra redazione di allora poté “coprirle” entrambe con materiale di prima mano. Ciò grazie soprattutto ad Angelica Balabanoff, fautrice degli stretti legami svilup­pa­tisi tra i socialisti italiani e russi impegnati, insieme al PS sviz­zero, nella grande campagna di “guerra alla guerra”. Campagna lan­ciata con la Conferenza di Zimmerwald. E culminata nella Rivoluzione d'Ottobre.

Il fondo in prima sull’ADL del 21 luglio 1917 riferisce di un viaggio intrapreso dall’on. Labriola “attraverso alla Francia, Inghilterra, Norvegia, Svezia e Russia e viceversa”. L’on. Arturo Labriola (1873-1959) – da non confondersi con il filosofo Antonio Labriola (1843-1904), del quale la Angelica Balabanoff era stata allieva a Roma nei primissimi anni del Novecento – aveva assunto in quegli anni una posizione interventista e social-patriota, dopo una lunga fase di impegno politico nelle fila del socialismo rivoluzionario. E, in tale veste interventista l’on. Labriola aveva intrapreso il suo viaggio nei paesi dell’Intesa, rientrando dal quale, così riferisce l’ADL, egli aveva deciso di affidare «ai giornalisti italiani le sue impressioni, in questa pillola concentrata: “All’estero si diffida di noi, e si accusa l’Italia di esplicare una politica imperialistica» (ADL 21.7.1917).

Ironia della storia, l’Arturo Labriola che nel 1917 attacca l'imperialismo italiano, e che dopo l’avvento del fascismo va esule a Parigi, si riavvicinerà poi al regime nel 1935, aderendo entusiasticamente alla conquista coloniale dell’Etiopia: «Mi permetta di assicurare Vostra Eccellenza dei miei sentimenti di piena solidarietà», scrive al duce. E, rientrato in Italia, diviene collaboratore de La Verità, rivista politica di Bombacci, finanziata dal Ministero della cultura popolare.

Nicola Bombacci è una incredibile maschera tragica del Novecento demagogico italiano. Per pochi mesi, durante il “biennio rosso” (1919-1920), è segretario nazionale del PSI, un anno più tardi a Livorno passa al Partito comunista d'Italia, incolonnato nell’ala "destra” di Francesco Misiano. Si oppone al fascismo fino al 1926, quando la sua casa di Roma viene devastata dalle squadracce e lui, per mutata convinzione, si avvicina al regime. Di lì in poi, all’insegna dell’opposizione “proletaria” contro la “plutocrazia” occidentale, finirà per identificarsi totalmente con il regime mussoliniano, che per lui è il vero socialismo. Nel 1944 giungerà a magnificare il fascismo di Salò in un opuscolo edito a Venezia con il titolo: “Questo è il comunismo”.

Finirà appeso a testa in giù, a Piazzale Loreto, il 29 aprile del 1945, insieme al duce, alla Petacci, a Pavolini e a Starace in uno dei più orribilmente spettacolari apici di brutalità politica nazionale.

Sei settimane prima, il 15 marzo 1945, in un discorso rivolto alle camicie nere genovesi, Bombacci esclamava: «Compa­gni! Guardatemi in faccia, compagni! Voi ora vi chiederete se io sia lo stesso agitatore socialista, il fondatore del Partito comunista, l'amico di Lenin che sono stato un tempo. Sissignori, sono sempre lo stesso! Io non ho mai rinnegato gli ideali per i quali ho lottato e per i quali lotterò sempre. Ero accanto a Lenin nei giorni radiosi della rivoluzione, credevo che il bolscevismo fosse all'avanguardia del trionfo operaio, ma poi mi sono accorto dell'inganno.»

Ma torniamo ad Arturo Labriola, le cui affinità con la “sinistra fascista” di Bombacci iniziano nel 1935 e cessano il 25 luglio del 1943, con l’arresto di Mussolini. Labriola non seguirà il direttore de La Verità nel protettorato hitleriano di Salò. E dopo la Liberazione, all’elezione della Costituente lo ritroveremo schierato sulle posizioni lib-lab dell’Alleanza Democratica della Libertà.

Ma l’epoca di cui parliamo risale a trent’anni prima di tutto ciò, siamo nel 1917. E l’ADL riferisce che Labriola ha scoperto come: «l’Italia, al rimorchio dell’Intesa, più delle altre potenze alleate, ha addimostrato con una politica malaccorta, l’appetito dell’imperialismo, oltre ogni misura. L’Italia, entrata in guerra per un “sacro egoismo” che voleva apparire solo irredentista, ha svelato col protettorato sull’Albania, con le pretese su tutta la Dalmazia, sull’Asia Minore, sulle sponde del Mar Rosso, di contro a Massaua, un “sacro egoismo” ch’è prevalentemente imperialista e del colorito irredentista si serve soltanto per uso di comodo» (ADL 21.7.1917).

In effetti, l’Albania, la Dalmazia, la Libia e il Dodecaneso costituiscono un capitolo molto speciale, poco noto, delle azioni belliche della “grande proletaria”, entrata in guerra, a parole, per la santa causa di Trento e Trieste oltre che, naturalmente, per soccorrere il “Belgio massacrato” e la “Francia aggredita” dagli Imperi Centrali.

E però, commenta l’ADL, l’Italia «non ha mandato un fantoccio a Lovain, né un bersagliere a Verdun: ne ha inviati a centinaia invece in Albania, nell’Epiro, nelle isole greche», sicché la nazione italiana – mentre «la Russia rivoluzionaria rinuncia a Costantinopoli» – fa la figura della “pezzente del ieri” e della “parvenue dell’oggi” arrivando al «concerto degli alleati, satura di smodati appetiti ed avida di afferrare a destra e a manca pegni, protettorati e domini» (ADL 21.7.1917).

Di qui si può ben vedere come l’“imperialismo straccione” italiano (Lenin) non possa preludere che alla “vittoria mutilata” (D’Annunzio) e a tutte le tonnellate di retorica protofascista e fascista che ne seguiranno.

Ma siamo all’inizio dell’estate del 1917 e la Dottoressa Angelica è appena arrivata a Stoccolma da San Pietroburgo per assumere al più presto il lavoro nella “Commissione Internazionale”. Scrive ai compagni italiani assicurandoli di non avere mai compiuto, durante tutta la sua permanenza nella nuova Russia repubblicana, alcun passo politico a nome del PSI, della cui Direzione nazionale ella fa parte: «A nome del Partito Socialista Italiano ho fatto una cosa sola» – puntualizza la Balabanoff: «Ho portato una corona alle vittime ed ai martiri della rivoluzione.» (ADL 21.7.1917).

L’Internazionale, scrive Angelica, ha deciso di convocare «la terza Conferenza di Zimmerwald… e ciò principalmente perché i Zimmerwaldiani potessero decidere collettivamente se e con quale programma» essi intendano prendere parte al Congresso del Soviet.

Ma, inaspettatamente, apprendiamo che proprio intorno al Congresso del Soviet emergono virulente divisioni all’interno degli internazionalisti. Alcuni partiti aderenti al movimento pacifista di Zimmerwald intendono, infatti, partecipare comunque ai lavori, mentre altri non solo «non andranno al Congresso [del Soviet], ma minacciano di uscire dall’organizzazione Zimmerwaldiana, qualora la maggioranza dei partiti aderenti decidesse di intervenire» (ADL 21.7.1917).

Per spiegare questo anti-sovietismo ante litteram degli Internazionalisti, un atteggiamento che «meraviglierà alquanto i nostri compagni all’estero», la Dottoressa Angelica parla di una “aureola discussa”, in quanto molti socialisti di tutti Paesi sono assai divisi intorno alla tattica del Soviet: «L’opposizione viene fatta non solo dai Leninisti, non solo da Trotzky, bensì anche da una parte di coloro che fino a ieri erano correligionari e amici intimi… dei “Menscheviki”». Senza contare che «taluni atteggiamenti del Governo provvisorio russo in materia di politica estera ed interna avranno dato a pensare anche a coloro che considerano le vicende russe da lontano» (ADL 21.7.1917).

In altre parole, Angelica Balabanoff ci sta dicendo che “una buona parte degli Zimmerwaldiani” non intende partecipare al Congresso del Soviet russo perché in esso sembra prevalere una maggioranza fa­vo­revole alla continuazione della guerra. Sembra incredibile, a tre mesi dall'Ottobre rosso ("Tutto il potere ai Soviet!"), ma questa è la situazione. Per adesso.

 

(18. continua)

Votare a 18 anni per il Senato.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

I 945 parlamentari di questa legislatura sono ancora in tempo a fare la più grande riforma elettorale con il più piccolo intervento: scri­ven­do “diciottesimo” invece di “venticinquesimo” nell’articolo 58 della costituzione.

di Marco Morosini

“I senatori sono eletti a suffragio universale e diretto dagli elettori che hanno superato il venticinquesimo anno di età.” Ancora oggi, dopo 70 anni di Repubblica, i pieni diritti elettorali sono negati in Italia a quat­tro milioni e mezzo di cittadini, quelli che, hanno tra i 18 e i 24 anni di età e che non possono eleggere i senatori. L’Italia è quindi l’unico Paese al mondo nel quale solo la parte più anziana della popolazione elegge metà del Parlamento e quindi determina il Governo (che non può essere in carica senza la fiducia del Senato). Quasi ovunque nel mondo, invece, si eleggono i parlamenti da quando si compiono 18 anni. Inoltre in 11 Paesi 300 milioni di cittadini votano già dall’età di 16 o 17 anni, mentre in 16 Paesi si vota dai 19, 20 o 21 anni.

Lo sbarramento del “venticinquesimo anno” è ingiusto, diseducativo e dannoso. È ingiusto perché nega i pieni diritti civili proprio a quei milioni di giovani che più patiscono le conseguenze di un sistema politico e economico dominato dagli anziani. È diseducativo perché diminuisce proprio nei giovani la fiducia nel parlamentarismo e la partecipazione politica. Infine la soglia del “venticinquesimo anno” è dannosa perché contribuisce alla instabilità politica. L’Italia, infatti, è il Paese europeo con il più forte “voto generazionale”, ovvero con preferenze elettorali molto diverse secondo l’età degli elettori. Insistere a far eleggere Camera e Senato da due corpi elettorali in parte diversi rende più probabili maggioranze politiche diverse nei due rami del Parlamento. In tal caso è difficile o impossibile formare un governo, la formulazione e approvazione delle leggi diventano più lente e a volte impossibili, alcune proposte di legge vanno avanti e indietro tra le due camere, e tutto il lavoro è volte gettato via perché la legislatura finisce. Inoltre la precarietà dei governi con maggioranze risicate aumenta, e con essa anche il prezzo politico e quello “commerciale” dei parlamentari disposti a cambiare partito, attirando in Parlamento più persone senza scrupoli.

Certo, dare i pieni diritti elettorali ai diciottenni non basta a curare questi mali. Eppure, se su di essi la riforma del “diciottesimo anno” avesse qualche effetto, ne varrebbe sicuramente la pena, visto che si tratta di cambiare una sola parola nella Costituzione. Ciò richiede una procedura speciale e più lunga, che però è ancora praticabile prima delle elezioni, se avviata subito. La maggioranza necessaria è di due terzi. Ma quale partito avrebbe il coraggio di negare il diritto di voto per il Senato a quei quattro milioni e mezzo di giovani dei quali cerca il voto per la Camera? E il primo partito che in Parlamento, nei media e nei talk-show televisivi si facesse paladino del pieno diritto di voto a 18 anni, non guadagnerebbe simpatia tra gli elettori più giovani?

L’anacronismo del “venticinquesimo anno” è insieme effetto e parziale causa del dominio degli anziani nel nostro Paese. L’Italia spicca infatti nelle classifiche internazionali come il secondo Paese al mondo per percentuale di anziani e come la più radicata gerontocrazia tra i Paesi industrializzati. Con un'età media di 59 anni gli uomini di potere italiani sono i più vecchi d’Europa. L'età media dei banchieri e dei vescovi è 67 anni e quella dei professori universitari 63, rileva uno studio dell'Università della Calabria. 79 e 69 anni è l’età dei due politici extraparlamentari che dominano ancora due delle maggiori forze politiche, il centrodestra e il Movimento cinque stelle. L’Italia è ventisettesima su 29 (ora 35) Paesi dell’Ocse nell’ultimo “Indice di giustizia generazionale” di Pieter Vanhuysse del European Centre for Social Welfare Policy. L’indice consta di quatto indicatori: debito pubblico nazionale pro capite dei minorenni, povertà infantile, rapporto tra la spesa sociale pro capite per gli anziani e quella per il resto della popolazione, impronta ecologica pro capite.

L’Italia è un caso estremo di una tendenza generale. In quasi tutti i Paesi dell'Ocse, infatti, il potere e la prosperità degli anziani crescono a scapito dei giovani. Dal 1990 al 2005, l'età mediana dell'elettore in questi stessi Paesi è cresciuta tre volte più velocemente che nei trent'anni precedenti. Nei Paesi più ricchi una percentuale sempre maggiore di anziani e una loro maggiore partecipazione al voto, rispetto ai giovani, causano uno squilibrio politico generazionale. Per controbilanciare questa tendenza, e quella mondiale dei giovani a votare sempre di meno, in molte nazioni si moltiplicano le iniziative per dare i pieni diritti elettorali a partire dai 16 anni. Buoni argomenti per questa riforma sono esposti per esempio da Tommy Peto, dell’Università di Oxford, dal settimanale The Economist, e dal giornale britannico The Guardian. Il voto ai sedicenni è però un tema controverso. Per questo è curioso che il Movimento cinque stelle, il partito italiano più giovane, con i deputati più giovani, e il più votato dai giovani, abbia espresso solo quest’anno una generica posizione per il diritto di voto a 16 anni, mentre in quattro anni i suoi 160 eletti non hanno fatto nulla di efficace in Parlamento e nei media per una riforma meno controversa e più semplice: il voto a 18 anni per il Senato.

Gli italiani anziani sono in proporzione più numerosi e hanno più potere, occupazione, reddito, patrimonio e privilegi dei più giovani. Per questo molti giovani si sentono sempre più esclusi dal tessuto sociale e dalla partecipazione politica. In Italia la disoccupazione e l’emigrazione giovanile sono tra le più alte nei Paesi industrializzati. Ogni anno decine di migliaia di giovani, spesso laureati o dottorati, si trasferiscono all’estero. Ma proprio costoro non hanno diritto di eleggere tutti i legislatori né di contribuire a determinare i governi che potrebbero cercare di rimediare. È per questo che, promossa da Oliviero Toscani, Elda Lanza, Vitaliano Damioli, Wolfgang Gründiger , oltre che da chi scrive (la nostra età media è 73 anni), è in corso la petizione “Voto a 18 anni per il Senato” , indirizzata alle massime autorità della Repubblica e ai Parlamentari.

Il lungo e umiliante mercanteggiare sulle “grandi riforme” elettorali non ha prodotto niente di buono. Inoltre ha gettato discredito sul parlamentarismo, convincendo molti che ogni nuova proposta di riforma volesse solo favorire l’uno o l’altro partito. Se gli attuali parlamentari attuassero una “piccola riforma” dalle grandi conseguenze, che va davvero a beneficio di tutti i cittadini, forse riguadagnerebbero un po’ della loro stima. Prima della fine della legislatura si può e si deve finalmente dare i pieni diritti elettorali a tutti i cittadini che abbiano compiuto diciotto anni.

martedì 26 settembre 2017

Freschi di stampa, 1917-2017 (17) - Un internazionalismo al di sopra di ogni sospetto

L’ADL del 14.7.1917 comunica che la Commissione d’inchiesta istituita dall'Internazionale socialista sul parlamentare svizzero Robert Grimm «ha emesso il suo definitivo giudizio, dopo accurate e rapide indagini», concludendo che «nel suo tentativo di spianare la via alla pace o di sondare il terreno per una pace fondata su un accordo reciproco, Grimm fu guidato soltanto da nobili intenzioni».

    Di conseguenza, questo compagno sta “al di sopra di ogni sospetto” e, se a San Pietroburgo risulta avere intavolato trattative segrete per una “pace separata” tra Russia e Germania, egli certo non intendeva agire "nell’interesse dell’imperialismo germanico o come suo agente". Sicché, così come è fuori discussione «l’onore personale di Grimm, così è fuori di ogni dubbio il suo carattere di socialista e di zimmerwaldista» (ADL 14.7.1917).

    Tutto a posto, dunque?

    Non proprio tutto. La Commissione ha trovato, infatti, «incauto e impolitico che Grimm abbia fatto, sotto la propria responsabilità, un passo il quale ha porto occasione agli avversari di dipingere come malfido il movimento zimmerwaldiano» (ADL 14.7.1917). In realtà, tra i critici più ostili a Grimm si annoverano i suoi stessi compagni socialisti svizzeri di lingua francese: i romand, tradizionalmente schierati a sinistra, che però si sentono anche vicini ai socialisti francesi e cioè, in ultima analisi, alle forze dell'Intesa.

    Enumerazione dei principi violati da Grimm: «Siamo contro la collaborazione di classe, siamo contro la diplomazia segreta, siamo per l’azione aperta a visiera alzata, e Grimm ha errato nello stringere rapporti con un Ambasciatore borghese, nel valersi della diplomazia segreta, nell’agire segretamente all’insaputa dei compagni di lavoro». Certo, l’uomo Grimm «resta al di sopra d’ogni accusa… Ma il socia­lista ne resta toccato… e non potrà più svolgere quel rôle che lo aveva posto primo, tra i primi, a capo del movimento zimmerwal­diano» (ADL 14.7.1917).

    Il rôle di Grimm, nella direzione della Commissione socialista internazionale impegnata nelle trattative per la pace, viene ora assunto da Angelica Balabanoff. La quale a tale scopo si trasferisce a Stoc­colma. E, nel mentre assume le sue funzioni, Angelica invia alla Direzione nazionale del PSI, di cui fa parte, questa dichiarazione: «Non potendo seguire da qui la stampa italiana, autorizzo voi, cari compagni, di smentire nel modo più energico e di ricorrere eventualmente alle vie giudiziarie contro chiunque insinuasse che io personalmente o la Commissione socialista internazionale avesse comunque partecipato ai passi che si attribuiscono a Grimm» (ADL 14.7.1917).

    La Dottoressa Angelica concede anch'ella a Grimm una buona fede più che perfetta, ma ha nondimeno “approvato” le dimissioni di questo bravo compagno svizzero, come pure l’avvio dell’inchiesta su di lui, di cui s’è accennato più sopra. Quanto alle conclusioni di detta inchiesta, queste «sono state trasmesse dal telegrafo in tutti i paesi» onde puntualizzare l’estraneità più completa della Balabanoff come pure “degli altri zimmerwaldiani residenti a Pietroburgo” rispetto alle trattative per la “pace separata”.

    «Superfluo dire a voi, compagni, che mi conoscete da molto tempo e molto bene, che se io avessi avuto la minima idea che Grimm volesse fare ciò che ha fatto… io avrei fatto ogni sforzo… per trattenerlo da un passo che io ritengo contrario ai nostri principî, puerile in sé stesso e che, sfruttato dai nemici del nostro movimento, avrebbe potuto assestare un colpo orribile» alle finalità degli internazionalisti zimmerwaldiani. Questo “colpo orribile” avrebbe orribilmente danneggiato, infatti, le possibilità stessa di «servire la causa della rivoluzione russa e della pace mondiale» (ADL 14.7.1917).

    Ciò premesso, alle accuse di “un grande giornale italiano”, secondo il quale la Balabanoff a San Pietroburgo «non poteva non sapere» (testuale), la Dottoressa Angelica risponde dichiarando che, pur in una faccenda decisamente dolorosa: «io ho dovuto ridere».

    Come si vede, mostra la corda, la tattica distillata a Berlino di trarre un corposo vantaggio strategico dalla rivoluzione russa e dalla eventuale chiusura del fronte orientale che da essa si vorrebbe fare conseguire. In molti ormai dubitano delle possibilità di vittoria austro-germaniche, a prescindere dalle decisioni del Governo provvisorio russo, la cui guida il 21 luglio 1917 viene affidata ad Aleksandr Fëdorovič Kerenskij.

    Il “vantaggio meccanico” della bilancia della storia a favore dell’Intesa si può ormai desumere agevolmente, anche all’interno del movimento progressista e pacifista, dal combinato disposto di quanto abbiamo letto sopra. Ma c’è un articolo di spalla sull'ADL del 14.7.1917, firmato da I. M. Schweide, che fin dal titolo chiarisce questo tema al di sopra di ogni sospetto: “Ostacolo di pace: Germania!”.

    Nel testo si cita, per iniziare, un fondo di Carlo Marx apparso sulla New York Tribune del 2 febbraio del 1854. In esso il filosofo di Treviri affermava che la «politica conquistatrice della Prussia… sarà vinta, e alfine aggiudicata al minore offerente, che in questo, come in tanti altri casi, sarà la Russia».

    La profezia marxiana "nell’anno di grazia – o di disgrazia – 1917", chiosa Schweide, vuol dire che la «Russia degli Zar è stata divorata dalla Russia rivoluzionaria» e che ora «il colpo mortale ricevuto dalla dinastia Romanoff deve assolutamente ripercuotersi sulla dinastia degli Hohenzollern… Così vuole la logica delle cose… Ogni giorno che passa rende sempre più impellente la necessità di una Germania democraticamente libera» (ADL 14.7.1917).

    La necessità di una rivoluzione democratica in Germania discende dal carattere “militarista e reazionario” e dagli "interessi espansionistici dell’imperialismo tedesco", che altrimenti non consentiranno mai la pace in Europa, afferma Schweide: «Appunto perciò i socialisti internazionalisti fanno di tutto perché la dinastia più reazionaria e forse la più responsabile di questa guerra… non sfugga alla catastrofe rivoluzionaria» (ADL 14.7.1917).

    D’altro canto, se la Germania avesse veramente voluto la pace, non avrebbe dovuto far altro che aderire all’offerta del Soviet di Pietrogrado e del Governo provvisorio russo, accettando «l’immediata necessità della pace senza indennità e senza annessioni». E invece la Germania che fa?! Sul fronte orientale innalza sì cartelloni «invitando i russi all’affratellamento delle armi», ma all’interno del Reich essa «arresta e perseguita i più fedeli socialisti del paese» (ADL 14.7.1917). In tal modo si dimostra essere il maggior ostacolo per la pace. E allora, ciò che occorre è la pace universale, non la pace separata! Cioè anzi­tut­to l'abbattimento del Kaiser.

    Il vantaggio meccanico della bilancia della storia fa sì che l’op­posi­zione universalistica alla “pace separata” appaia una posizione ormai consolidata tra tutti gli internazionalisti. Tra quasi tutti, in realtà: perché i bolscevichi continuano a puntare proprio sulla pace separata. Ma, al momento, i bolscevichi si trovano nelle patrie galere russe. O si sono dati alla macchia. Oppure sono di nuovo riparati in esilio.

    Il vantaggio meccanico nella bilancia della storia fa però apparire del tutto irrealistico assumere che nel giro di tre mesi e mezzo Lev Trockij sarà uscito di galera, Vladimir Il'ič Ul'janov detto Lenin sarà rientrato dall'esilio e persino Stalin non si darà più alla macchia… Nella notte tra il 7 e l'8 novembre 1917 (25 e 26 ottobre del calendario giuliano) essi prenderanno il Palazzo d'Inverno, profittando a man bassa della perseveranza di Kerenskij nell'impopolarissimo impegno bellico a fianco dell'Intesa.

(17. continua)

Prosegue la serie di testi ispirati o ripresi dall'ADL nell’anno delle due rivoluzioni russe che hanno cambiato il mondo. La nostra redazione di allora poté “coprirle” entrambe con materiale di prima mano. Ciò grazie soprattutto ad Angelica Balabanoff, fautrice degli stretti legami svilup­pa­tisi tra i socialisti italiani e russi impegnati, insieme al PS sviz­zero, nella grande campagna di “guerra alla guerra”. Campagna lan­ciata con la Conferenza di Zimmerwald. E culminata nella Rivoluzione d'Ottobre.

venerdì 15 settembre 2017

Freschi di stampa, 1917-2017 (16) - Hanno addentato un nome

In prima pagina, sull'ADL del 7 luglio 1917, si legge che «hanno addentato un nome: Grimm. E lo hanno lacerato». Trasparente il riferimento al tentativo che il parlamentare socialista a Berna, Robert Grimm, ha intrapreso (d'intesa con il ministro degli esteri svizzero Hoffmann) affinché il Governo Provvisorio del principe L'vov stipuli una “pace separata” con il kaiser Guglielmo II.

Grimm arriva a San Pietroburgo in maggio, sul treno speciale degli esuli russi sul quale viaggia anche Angelica Balabanoff. La via della “pace separata”, che egli imbocca con convinzione, sembrerebbe, di fatto e di diritto, una strada obbligata per la nuova repubblica russa. La deposizione di Nicola II è avvenuta sotto l'impetuosa spinta contro la guerra. Di lì passa la vena legittimatoria del Governo Provvisorio. E di lì può riemergere, ed effettivamente riemergerà, la rabbia popolare.

Ma la “pace separata” rappresenta un soccorso strategico a favore delle “potenze centrali”. La Germania e l'Austria-Ungheria rappresentano, però, agli occhi del mondo progressista le nazioni maggiormente responsabili della conflagrazione bellica. Né depone a loro favore l'apparire puri residuati di un ancien régime autocratico-imperiale, nemico di ogni libertà politica oltre che, ovviamente, del movimento operaio internazionale.

Non a caso, sullo stesso ADL del 7 luglio 1917 appare questo appello anti-tedesco: «Leggiamo sui quotidiani che Carlo Liebknecht sia ammalato, e che abbia tentato diverse volte di suicidarsi in prigione». Queste le miserrime condizioni, dunque, in cui versa il nostro compagno nella Germania guglielmina: «Cresce per lui il nostro affetto e la nostra ammirazione. Cresce per i suoi carnefici, per i tiranni di Berlino, per gli Scheidemann traditori, il nostro odio. Che non maturi anche in Germania lo sdegno popolare fino a tal punto da sommergere il mondo turpe dell'imperialismo e della guerra?» (ADL 7.7.1917).

L'“odio” protestato in queste righe al vetriolo, attribuibili alla responsabilità del direttore Misiano, ha un contenuto complesso. Esso scaturisce dalle profonde lacerazioni all'interno del movimento operaio. Il citato “traditore” Scheidemann sta qui per gli esponenti socialdemocratici (in Germania, Francia, Italia, Russia e Inghilterra) schieratisi dalla parte dei rispettivi governi nazionali e, quindi, corresponsabili dell'incarcerazione di militanti pacifisti come Liebknecht.

Qui inizia la “guerra civile a sinistra”, tra socialisti e comunisti, che segnerà tutto il secolo breve, con fasi alternanti di scontri frontali e alleanze frontiste. Di lì a pochi mesi, Francesco Mesiano e Karl Liebknecht, armi alla mano, combatteranno fianco a fianco nella rivolta spartachista d'inizio 1919. Misiano, finirà in carcere fino all'estradizione. Liebknecht sarà ammazzato, insieme a Rosa Luxemburg, dalle squadre speciali della neonata Repubblica di Weimar, della cui nascita Scheidemann è uno dei principali protagonisti.

Ma il barbaro assassinio di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht accade appunto dopo la sconfitta austro-tedesca e dopo la deposizione di Guglielmo II. Nulla c'entra con lo Scheidemann del 1917. Il quale, pur avendo (tiepidamente) avallato nel 1914 i crediti di guerra, si batte però a favore di una "pace d'intesa" senza cessioni e annessioni: «Ciò che è francese, deve rimanere francese, ciò che è belga, belga, ciò che è tedesco, tedesco», afferma l'esponente socialdemocratico. Non è questa la stessa richiesta degli internazionalisti zimmerwaldiani?

Il “traditore” Scheidemann viene accusato di “alto tradimento” dalle destre della “Vaterlandspartei”, che ne chiede addirittura la condanna a morte.

Tutto ha il suo peso sulla bilancia della Storia: pesa il trattamento carcerario riservato al transfuga della SPD Liebknecht, ma pesa anche lo scatenamento nazional-sgangherato contro Scheidemann. Soprattutto pesano i segni ormai evidenti di debolezza austro-tedesca circa l'esito del grande conflitto dopo l'entrata in guerra degli USA. Senza dire dell'aspettativa generale di vedere replicata, dopo San Pietroburgo, la “caduta degli dei” anche sui palchi di Vienna e di Berlino. In effetti, la “caduta degli dei” verrà, nell'autunno del 1918, con la sconfitta dell'Asse e i rivolgimenti democratici di Germania e Austria-Ungheria.

In questo contesto, il braccio filo-francese della bilancia accumula un notevole vantaggio meccanico rispetto al braccio filo-tedesco. Non deve dunque stupire che parte dei movimenti liberaldemocratici e socialdemocratici veda come fumo negli occhi una “pace separata” tra Russia e Germania, a tutto favore di quest'ultima. Per i pacifisti sarebbe difficile sostenere all'improvviso che, se una pace è possibile, essa debba assumere non i tratti idealizzati di una cessazione di tutte le inimicizie tra i popoli “senza cessioni e senza sanzioni”.

Per gli strateghi dell'Intesa i russi debbono continuare a tenere occupate le forze dell'Asse, in attesa che gli USA abbiano finito di “traghettare” il loro poderoso esercito su questo lato dell'Atlantico.

A nessuno passa per la testa che Pietroburgo partorirà una seconda rivoluzione, “the big one”, quella capace di terremotare l'assetto geopolitico planetario. Nessuno ci pensa. Tanto più che, al momento, i dirigenti bolscevichi si trovano in galera come Trockij, o sono costretti alla macchia e all'esilio come Stalin e Lenin.

Ma che cosa fa e pensa, in questa situazione, la Dottoressa Angelica?

Sul di lei «in Italia il clamore dei giornali è quotidianamente assordante», riferisce l'ADL del 7 luglio 1917: «Che fa in Russia? Che pensa di fare a Stoccolma? Che tranelli prepara la terribile donna contro l'Intesa? Che cova nell'anima? Perché il Partito Socialista Italiano, alla cui Direzione appartiene, non se ne libera?» (ADL 7.7.1917).

Le “affannose domande” della borghesia italiana, come le chiama Misiano, palesano il desiderio di addentare “un altro nome”, dopo quello di Robert Grimm. È il nome di Angelica Balabanoff. Si teme che la Angelica, ben più sottile e consapevole delle dinamiche storico-politiche, riprenda a Stoccolma il filo delle trattative per la “pace separata”, giungendo al traguardo laddove gli svizzeri hanno sbarellato.

 

(16. continua)

Prosegue la serie di testi ispirati o ripresi dall'ADL nell'anno delle due rivoluzioni russe che hanno cambiato il mondo. La nostra redazione di allora poté “coprirle” entrambe con materiale di prima mano. Ciò grazie soprattutto ad Angelica Balabanoff, fautrice degli stretti legami svilup­pa­tisi tra i socialisti italiani e russi impegnati, insieme al PS sviz­zero, nella grande campagna di “guerra alla guerra”. Campagna lan­ciata con la Conferenza di Zimmerwald. E culminata nella Rivoluzione d'Ottobre.