mercoledì 17 dicembre 2014

Tiziana Parenti: “Piccoli gnomi arraffano”

Da Avanti! online

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Intervista con Tiziana Parenti su Mafia Capitale. "La critica della politica e dei partiti, preziosa e feconda nel suo rigore, purché non priva di obiettività, senso della misura e capacità di distinguere è degenerata in anti-politica, cioè in patologia eversiva". Giorgio Napolitano si è espresso contro le infiltrazioni criminali nella vita politica e amministrativa e il degrado della stessa, e lo ha fatto dal palco di una manifestazione all'Accademia dei Lincei. Non ha mai nominato l'inchiesta penale in corso – nota come 'Mafia Capitale' – ma ha dichiarato che  "è ormai urgente la necessità di reagire" a una certa anti-politica, "denunciandone le faziosità, i luoghi comuni, le distorsioni impegnandoci su scala ben più ampia non solo nelle riforme necessarie" ma anche "a riavvicinare i giovani alla politica". Nel frattempo, stamane, sono stati consegnati – al capo della procura di Roma, Giuseppe Pignatone – alcuni documenti del Campidoglio considerati utili alle indagini sulla maxi-inchiesta. Sempre stamane il Psi ha illustrato un emendamento all'Italicum, il disegno di legge sulla riforma della legge elettorale attualmente in Commissione Affari Costituzionali al Senato, sulle modalità di ammissione dei candidati alle elezioni politiche, regionali e comunali. Sull'inchiesta che sta scuotendo il mondo politico Avanti! ne ha parlato con Tiziana Parenti che all'epoca di Tangentopoli faceva parte del pool di Mani Pulite, ex pubblico ministero, ex parlamentare, ex presidente della Commissione Antimafia.

 

di Silvia Sequi

 

In un'intervista su Lettera43, Antonio Di Pietro sembra riabilitare Bettino Craxi, dichiarando che l'ex leader socialista "denunciò il sistema di Tangentopoli sia in Parlamento che davanti ai giudici del tribunale di Milano. Gli altri invece facevano finta di non vedere".

    Quel mondo è lontano da quello di oggi. Una volta la statura politica era elevata, ora ci sono piccoli gnomi che arraffano, senza avere più il limite delle situazioni e nemmeno di se stessi. La riabilitazione di Craxi è nei fatti. Chi potrebbe, oggi, alzarsi in Parlamento come leader, in termini di coraggio e contenuti? Nessuno, credo davvero nessuno.

    Quali le differenze tra il malaffare degli anni '90 e quello dei giorni nostri?

    È completamente un'altra realtà, un'altra società che tende a scendere sempre più verso il basso. Oggi trovo sia diffusa parecchia mediocrità, che può essere assurta a una delle cause del crimine. Mancano le storie personali e culturali,  non c'è dunque ambizione personale. Soggetti con questi profili sono facili da avvicinare e da 'utilizzare'. Non trovo nessuno che abbia una caratura politica, che si costruisce nel tempo.

   Cosa pensa dell'intenzione del governo Renzi di innalzare la pena minima per corruzione da quattro a sei anni, e di allungare il periodo necessario per far scattare la prescrizione sui reati di corruzione?

    Quando le cose scoppiano, ecco che arriva lo spot elettorale. Più si alzano le pene, più si allontana la prescrizione, più i processi non si celebrano. E la giustizia non funzionerà mai. Se si vuole veramente approdare a un meccanismo equo e funzionale le pene devono essere ridotte. Ma applicate. In questa inchiesta specifica per dimostrare l'eventuale matrice di stampo mafioso il tempo previsto, per un processo di primo grado, è di 7/8 anni. La media dei processi penali in Italia è di 15 anni, il meccanismo della giustizia è totalmente inceppato. E poi mi domando: ma che senso ha se dopo più di un decennio il mondo e la società sono cambiati, diventando altro?

    Quale la causa di questo status quo?

    Abbiamo perso l'ottica politica per scegliere in quale società vogliamo vivere: ognuno sbanda e non si arriva da nessuna parte. La politica risiede nella costruzione del modello di una società in cui tutto il resto si inserisce, e noi italiani – da almeno un decennio – abbiamo perso questo approccio.

 

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martedì 9 dicembre 2014

La situazione politica - SENATORS

Il nostro ordinamento prevede un equilibrio al vertice dello Stato tra un Parlamento in posizione di primato, un Presidente garante delle Istituzioni e un Presidente del Consiglio. Prevede? Forse sarebbe meglio scrivere “prevedeva”…

 

di Felice Besostri

 

Raccomando a tutti di non reagire alla notizia che Riccardo Muti dovrebbe diventare il prossimo inquilino del Colle facendo riferimento al cosiddetto “Principio di Peter”: non è applicabile perché riguarda organizzazioni gerarchiche e meritocratiche. Le istituzioni costituzionali non sono gerarchiche e men che meno meritocratiche, come abbiamo modo di constatare quotidianamente.

    Per un grande direttore d’orchestra, come è Muti, il livello di incompetenza si raggiunge con la nomina a Direttore artistico, Sovraintendente di teatro d’opera o Ministro dello Spettacolo: Il Maestro Muti è già stato messo alla prova all’Opera di Roma. Quindi, non deve dimostrare più nulla!

    Con la morte di Abbado c’è un posto vacante come Senatore a vita, il Presidente Napolitano prima di andarsene, non si sa quando, nomini Muti. Avvalorerebbe una prassi già seguita con la morte della prof. Levi Montalcini. cui è seguita la nomina della prof. Cattaneo, donna e ricercatrice. E’ vero che non è detto che cessino le manovre per portare Muti al Quirinale. Dopo Monti la nomina a sentore a vita è un viatico per altri incarichi e poi passare da Senatore a vita a Senatore di diritto, dopo aver avuto il potere di nominare altri Senatori a vita può essere una tentazione vertiginosa. Unico Neo, che nel frattempo il Senato diventi quella roba informe, che è attualmente all’esame della Camera dei Deputati, dopo essere stata approvata dal Senato, probabilmente come gesto scaramantico.

    Con la nomina di Muti o di altri con le sue caratteristiche di estraneità alla politica, lo smantellamento della Costituzione della Repubblica farebbe un deciso e forse decisivo passo avanti: un segnale forte viste le difficoltà di far approvare l’Italikum e la revisione della Costituzione che, ben che vada, ha bisogno di 5 letture. Il nostro ordinamento prevede (forse sarebbe meglio scrivere “prevedeva”) un equilibrio al vertice dello Stato tra un Parlamento in posizione di primato, un Presidente garante delle Istituzioni e un Presidente del Consiglio.

    Il Parlamento con il premio di maggioranza e le liste bloccate è diventato un organo che, tuttalpiù, può fare i dispetti con il voto segreto, come si è visto per la Presidenza della Repubblica: un dispetto che ha comportato una "smagliatura" o uno "strappo" (le opinioni sono divise): la rielezione di Napolitano. Con Muti al Colle uscirebbe di scena anche la Presidenza della Repubblica. Resterebbe solo al comando, senza contrappesi, un Presidente del Consiglio dei Ministri, mai eletto, sempre più Premier o Cancelliere con un Parlamento composto da parlamentari nominati e terrorizzati di perdere il posto. Credo che paradossalmente si dovranno rimpiangere le interferenze di Napolitano, che ha dovuto supplire all’assenza di un Parlamento con un minimo di autorità politica e morale, non basta essere superiori ai consigli regionali per esercitare il ruolo assegnato dalla Costituzione, perché 2 è meglio di 1 e, senza contrappesi, la deriva autoritaria o, nel migliore dei casi, solipsista, appare inevitabile.

lunedì 24 novembre 2014

BUON CONGRESSO ALLA UIL

FONDAZIONE NENNI

http://fondazionenenni.wordpress.com/

 

 Il nostro saluto al XVI Congresso nazionale della UIL. Mercoledì, giovedì e venerdì prossimi (19-21 novembre) la UIL va al congresso ed elegge il nuovo segretario che sarà Barbagallo, un sindacalista doc che si è fatto nelle aspre lotte della sua aspra Sicilia.

 

La Fondazione Nenni fa i migliori auguri al sindacato al quale è vicina, perché esso è in “odore di socialismo”. Ma il nostro è più di un saluto fraterno, è anche l’impegno a continuare, ampliare, rafforzare la nostra collaborazione che sta dando ed ha dato risultati positivi e ancor più ne darà in futuro.

    Lo scorso anno insieme alla UIL e con un’altra Fondazione socialista, la tedesca Ebert, abbiamo promosso un convegno sul tema: “I poteri dei lavoratori, Italia- Germania: due modelli a confronto”, al quale hanno partecipato numerosi sindacalisti tedeschi, Angeletti, Pirani, Camusso, Boccia(Confindustria), gli ex ministri del lavoro Treu e Salvi e l’ex sottosegretario Carlo dell’Arringa. Il Convegno ci ha permesso di avanzare numerose proposte per migliorare la qualità della partecipazione dei lavoratori alle scelte dell’azienda e per arginare i conflitti tra i lavoratori e i padroni (per approfondire vai al sito). Sempre con la UIL abbiamo organizzato numerose iniziative di successo come il Premio Nenni, il 70° Colorni, etc.

    Sulla base di questo rapporto sono stati messe in cantiere per i prossimi anni numerose iniziative volte a riscoprire e valorizzare la “storia, i valori, la cultura del sindacato e del socialismo italiano”.

    Parteciperemo al congresso insieme alla Fondazione Buozzi, con una mostra documentaria su Matteotti(curata da Gianna Granati) e Buozzi(curata dalla Fond. Buozzi): “Due martiri del lavoro, della libertà e della democrazia “. La mostra è un omaggio a due simboli della UIL che riconosce, come noi, in quei personaggi, valori ancora attuali di difesa dei diritti dei lavoratori, della democrazia e della libertà.

    Per concludere teniamo a sottolineare che l’art. 18 dello Statuto sancisce che l’imprenditore non è il datore di lavoro che dispone, versando una somma, del diritto al lavoro del dipendente. E’ una grande conquista! Solo il lavoratore “licenziato” può decidere se rinunciare alla difesa del suo diritto davanti al giudice!

    Le modifiche di Renzi espropriano il lavoratore della sua conquista (art. 18) e restituiscono lo scettro al “padrone”. La nostra proposta(avanzata al Convegno “I poteri dei lavoratori” ), al contrario, restituisce al lavoratore il suo diritto, lo mette alla pari con il datore di lavoro e lascia al comitato paritetico la decisione su chi ha ragione nei fatti.

       

 

 

Da MondOperaio

http://www.mondoperaio.net/

 

La Bolognina tant’anni dopo

 

di Danilo Di Matteo

 

Trovo dense e toccanti le parole con le quali Claudio Petruccioli l’8 novembre scorso ha ricordato sul sito del quotidiano Europa la svolta della Bolognina. Avviare una fase costituente significava voler mutare profondamente il rapporto fra la società e la politica. I cittadini precedono i partiti; non si diviene cittadini col partito. Ecco il succo di quel tentativo, assai al di là del cambio di nome del Pci.

Ed ecco perché non sarebbe bastato dirsi socialisti per favorire l’inizio di una nuova fase della democrazia italiana, fino ad allora vissuta in una condizione di minorità, sotto la tutela di equilibri consociativi, senza la possibilità concreta dell’alternativa.

    Il problema, in definitiva, era quello di adottare appieno una concezione liberale della democrazia (Achille Occhetto, del resto, aveva già individuato in un pensatore come Ralf Dahrendorf un interlocutore privilegiato). E la questione investiva l’intero assetto politico e sociale italiano, non un solo soggetto.

    Qui giunti, si pone però una domanda: l’elaborazione politica e culturale del Psi degli anni ’70 e ’80, di certo favorita dal nuovo corso di Bettino Craxi, non andava proprio in quella direzione? Quello sforzo, come è noto, riuscì a tradursi solo in misura modesta in atti concreti, tuttavia poneva le premesse per una sinistra liberale, occidentale, antidogmatica. Forse (ma potrebbe trattarsi di vana dietrologia) il timore dell’annessione, ad opera degli eredi del Pci per ciò che riguarda i socialisti e del Psi per quel che riguarda i postcomunisti, prevaleva sulle ragioni di una ricerca condivisa.

    Detto altrimenti: le considerazioni di Petruccioli non sono a parer mio in contrasto con quelle di coloro che scorgono in quella fase un’occasione mancata e irripetibile per la sinistra italiana.

       

 

 

Dalla Fondazione Rosselli di Firenze

http://www.rosselli.org/

 

Mi mancherai.

 

Ricordo di Sandro Pertini

 

Mercoledì 17 dicembre 2014 si terrà, allo Spazio QCR di via degli Alfani 101r a Firenze, la consueta riunione di auguri della Fondazione Circolo Fratelli Rosselli.

    Alle 18 verrà proiettato il  documentario "Mi mancherai. Ricordo di Sandro Pertini". Interverrà Stefano Caretti.  Il filmato non è mai stato ancora presentato a Firenze.

    Seguirà, alle 19, il brindisi augurale.

 

      

 

Sarà Sciopero Generale.

Il 12 dicembre contro Jobs act e manovra

  

Lo hanno proclamato Uil e Cgil, il 12 dicembre contro Jobs act e manovra. Questo l'esito del vertice tra leader sindacali di Cgil, Cisl e Uil, Susanna Camusso, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo

 

Sarà sciopero generale. Lo hanno proclamato Uil e Cgil, il 12 dicembre contro Jobs act e manovra. E' questo l'esito del vertice tra i leader sindacali di Cgil, Cisl e Uil, Susanna Camusso, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo in occasione dell'apertura del congresso della Uil. La Cisl conferma, invece, solo lo "sciopero unitario" della categoria del pubblico impiego. La Cgil ha, dunque, aderito alla richiesta del sindacato di via Lucullo e la data dello sciopero generale è stata spostata dal 5 al 12 dicembre.

    Dopo l’insoddisfacente confronto con il Governo, il sindacato non ha ottenuto risposte sul rinnovo del contratto del pubblico impiego e sulla riforma della pubblica amministrazione.

    "Lo sciopero varrà per tutte le categorie. Il governo non ha intenzione di discutere con le forze sindacali, noi abbiamo esperito tutta la nostra possibilità di trovare soluzioni - ha riferito Carmelo Barbagallo - a questo punto non resta che agire e dare la parola ai lavoratori, ai pensionati e ai disoccupati".

    Dal palco del XVI congresso nazionale della UIL che chiude la stagione di Angeletti, il segretario uscente ha posto l'accento sul dramma disoccupazione in Italia e in Europa, che "è la dimostrazione che la ricetta per uscire dalla crisi imposta dall'Europa non funziona". “La recessione non è finita né è terminata la distruzione di posti di lavoro” ha affermato Angeletti davanti a una platea di 1100 delegati provenienti da tutta Italia e alle delegazioni straniere. Angeletti ha sottolineato che mentre "negli ultimi quattro anni le condizioni del Paese sono notevolmente peggiorate", la Uil vuole rappresentare i lavoratori "non con le ginocchia piegate, anzi, con una grande voglia di riscatto".

 

Angeletti ha difeso il ruolo delle organizzazioni dei lavoratori messe in discussione dal governo Renzi. "Forse ci sarà ancora qualcuno che prova a far funzionare l'iPhone con un gettone telefonico, ma sarebbe altrettanto fuori dalla realtà chi si ostinasse a governare il paese con un tweet.

    Per Angeletti occorre finalmente avere una politica industriale, attuare una riforma fiscale che riduca le tasse su lavoro e pensioni, programmare una serie di interventi per ridurre burocrazia e sconfiggere la corruzione e infine riformare la legge Fornero.

    Tra applausi e commozione, dopo 14 anni, il leader Angeletti lascia una Uil vincente nelle mani del prossimo segretario generale che sarà formalmente eletto venerdì 21 novembre.

   

 

 

Al congresso della UIL

 

Camusso: “Non ci rassegniamo, arrivederci al 12 dicembre”

 

"Non si esce dalla crisi senza risposte sul lavoro. Differenziare le tutele è la prima forma di divisione". Gli auguri a Barbagallo, nuovo leader Uil: "Faremo una lunga strada assieme". Prima tappa, lo sciopero generale: "Non ci rassegniamo"

    “Non ci sarà uscita dalla crisi senza risposte concrete sul lavoro. Differenziare le tutele, come sta facendo il governo, è la prima forma di divisione del mondo del lavoro”. A dirlo è il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, intervenendo al congresso della Uil che sancisce il passaggio di consegne da Luigi Angeletti a Carmelo Barbagallo, e rilanciando dal palco l'appuntamento al 12 dicembre, giorno dello sciopero generale della due confederazioni (la Cisl non aderisce). “Non ci rassegniamo, noi siamo parte della soluzione - ha detto Camusso - non del problema”.

    "Arrivederci al 12 dicembre - ha aggiunto - per costruire in tutti i luoghi quelle scelte che vanno fatte e che devono dare come messaggio fondamentale quello che noi continueremo a difendere il lavoro, quello di chi lo ha, di chi lo cerca e di chi lo vuol far diventare stabile. E un grandissimo augurio a Carmelo. So che faremo una lunga strada assieme".

 

Il leader di Corso d'Italia ha ribadito le critiche ai provvedimenti dell'esecutivo, in particolare la riforma Pa, il Jobs Act e la manovra. “Tanti capitoli - ha osservato - hanno un titolo positivo ma un andamento che va in tutt'altra direzione. Non si può dire che togliendo l'art.18 si estendono i diritti, oppure che si estendono gli ammortizzatori a tutti se non è così”.

    “Troviamo davvero irresponsabile - aggiunge - che il governo teorizzi che tutti i luoghi della mediazione sociale vadano non esercitati e cancellati". Per riformare il paese, secondo il leader Cgil, occorre ridurre le disuguaglianze e superare la frantumazione sociale seguita alla crisi economica. "I lavoratori e i pensionati ci dicono che non ce la fanno, ma noi non possiamo dire che ci rassegniamo: il sindacato questa scelta non la può fare”.

   

 

lunedì 17 novembre 2014

TU PARLES !

FONDAZIONE NENNI

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 di Giuseppe Tamburrano

 

E’ contestato dagli operai e riverito dai paperoni della finanza italiana che hanno affollato l’elegante sala da pranzo del Salone delle fontane all’Eur di Roma: qui Renzi ha primeggiato nel chiedere soldi per il partito.

    E’ riuscito ad agganciare sia Berlusconi che Grillo per le elezioni dei membri della Corte costituzionale e del Consiglio superiore della magistratura.

    Gli va tutto bene! Eppure la sua attività di governo si limita ai discorsi, alle interviste: parole, parole, parole, ho già notato tempo fa.

    Presidente dell’Europa ha accettato che Mare Nostrum, che ha salvato tante vite di disperati migranti, fosse trasformato in attività di pattugliamento del Mediterraneo a cura dell’Europa: vite in cambio di soldi risparmiati.

    Ha ottenuto di far modificare il Senato, ma dovrà affrontare il voto della Camera, la doppia lettura e l’eventuale referendum.

    Vuole cambiare la legge elettorale concordata con Berlusconi e forse vi riuscirà con i voti dei Cinque stelle.

    E l’economia? E il debito e il deficit? E i redditi delle famiglie (a parte gli ottanta euro: unica, modesta cosa positiva fatta)? E i disoccupati, di cui il jobs act non si occupa minimamente? E tutto il resto delle cose da fare?

    Chi è e che cosa vuole fare Renzi? Difficile capirlo non perché taciturno, ma al contrario perché parla: come cavolo fa ad aprire bocca in modo appropriato su tutto, con tutti! Parla, parla, parla e non fa niente, niente, niente. Ma forse l’ho capito: Renzi è... Renzi.

    I regimi personali normalmente si appoggiano alla forza. Renzi si appoggia solo a se stesso, si autosostiene e si alimenta a parole. E’ uno straordinario fenomeno: tutto parole e niente cose, progetti, ideali, Renzi è la sinistra? Forse perché la sinistra non c’è più. Gli esponenti del PD che lo osteggiano sono ombre che si aggirano nel cimitero di quella che fu la sinistra.

    Gubernar no es asfaltar dicono gli spagnoli. Ma Renzi non asfalta nemmeno: vedi i disastri per il maltempo.

    Che fare, oltre a sfogarsi con la penna? Il fenomeno si esaurirà da sé e lascerà un deserto.

           

       

 

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In ogni treno c’è un prefetto

 

Nasce l’Alfanellum col vincolo del tre per cento e, come dicevano i latini, omne trinum est perfectum…

 

di Mauro Del Bue

 

Sarà perché tre è numero perfetto. “Omne trinum est perfectum”, recitavano i latini. E un mio distratto compagno di Liceo tradusse maccheronicamente: “In ogni treno c’è un prefetto”. Ma siamo ancora di fronte al vincolo del tre per cento. Quello europeo tra deficit e Pil pare sia stato inventato nella Francia di Mitterrand da un anonimo suo collaboratore, poi ripreso dall’Unione europea per misurare il tasso di credibilità economica dei vari paesi. Ora ritorna lo stesso numero per fissare, nella nuova legge elettorale, lo sbarramento della rappresentanza delle liste in Parlamento. Cerchiamo di capire di cosa stiamo parlando.

    Vi è un inevitabile intreccio tra la possibilità di varare una legge elettorale e quella di tenere insieme una maggioranza politica. Renzi si è esposto col patto del Nazareno, ma non può dimenticarsi di quello che gli garantisce Palazzo Chigi. E siccome la maggioranza si è raggiunta grazie ai voti del cosiddetto Nuovo Centrodestra è evidente che non lo si può cancellare per legge con uno sbarramento alto. Dunque, si è scesi dal 5, al 4, al 3 per cento. Berlusconi però non può lavorare apertamente per far sì che Alfano e Renzi possano governare insieme. E poiché il suo tasso di renzismo deve fare i conti con una minoranza che dal mugugno è passata ormai alla contestazione, alza la voce e anche l’asticella.

    Tutto ruota sul ruolo di Alfano. Personalmente ho sempre pensato che un partito che si chiama Nuovo Centrodestra non possa stare eternamente con il Centro-sinistra. E dunque o cambia nome, e il tema pare anche all’ordine del giorno, o dovrebbe rompere prima delle elezioni del 2018, senza arrivare al termine della legislatura, col Centro sinistra per poi contestarlo, senza alcuna credibilità, alle elezioni.

    Il premio alla lista, eliminando le coalizioni, risolve anche questo problema. Alfano può presentarsi da solo, non coalizzato, e tornare alla Camera con qualche amico. Gli basta superare il 3 per cento. Per evitare che la minima barriera venga contestata da Berlusconi oggi Alfano gli manda segnali di pace e di disponibilità a ricomporre la vecchia alleanza.

    C’è solo un piccolo particolare. E cioè che col premio di lista non ci sarà nessuna alleanza, perché non serve a nulla, se il 3 per cento varrà per tutte le liste. La rivoluzione non è di poco conto. Serve ad Alfano (soglia al 3% e premio alla lista, il che elimina le coalizioni), più che a tutti gli altri. È gradita al Pd per la sua vocazione maggioritaria. Ma lo è anche a Vendola, che potrebbe non coalizzarsi e superare anche lui il 3%.

    Non capisco cosa ci guadagni il Centro-destra. Le promesse del figliol prodigo Alfano sono senza consistenza. Forza Italia è stimata al 15% e solo coalizzandosi con la Lega e Fratelli d’Italia, ed eventualmente Alfano, potrebbe nutrire una piccola speranza di vittoria. Ma, senza coalizioni, Forza Italia dove va?

    Questa legge servirebbe al Paese?

    Diciamo la verità, l’Alfanellum è meglio dell’Italicum. Introduce le preferenze, fuoriuscendo da quel mostro che è il Parlamento dei nominati. E la soglia del premio di maggioranza passa (dal 35 e poi dal 37) al 40%. Elimina le coalizioni, che sono il virus della governabilità dell’Italia, premiando la prima lista.

    Più difficile capire a quale modello l’Alfanellum si ispiri.

    Sarebbe una legge utile a tutelare i piccoli, a dare il potere a un partito solo, a stabilire per legge che alla fine una lista, al primo o al secondo turno, vincerà.

    Se esistessero ancora i partiti, però. Già non esistono più, se pensiamo che si dovrebbero trasformare in liste pigliatutto… Perciò io mi domando se in Italia questi partiti, e ancor di più le future liste, saranno in grado di assicurare la governabilità. Ne dubito.

 

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Analisi. La manovra che non cambia verso

LAVORO E DIRITTI - 2

a cura di www.rassegna.it

 

 

La legge di Stabilità non risponde alla necessità del paese in materia di politica economica. Punta alla riduzione della spesa e degli investimenti pubblici, sperando in un aumento degli investimenti privati che non arriveranno

 

di Mauro Beschi, coordinatore nazionale

del dipartimento Politiche economiche della Cgil

 

L’andamento dell’economia europea continua a dimostrarsi complessivamente debole. Le prospettive di crescita dipendono più che mai dal recupero della domanda interna. Occorre allentare esplicitamente la morsa depressiva imposta dai vincoli europei, per spingere gli investimenti e creare occupazione, in primo luogo attraverso politiche pubbliche. Occorre una spinta più forte per aumentare gli investimenti pubblici direttamente europei (per 2.600 miliardi di euro in 10 anni, come dice la Confederazione europea dei sindacati, non 260 in 5 anni come sostiene Juncker) nei settori innovativi e nei bisogni sociali; creare direttamente occupazione invece che svalutare il lavoro. Questo consentirebbe di dare spazio maggiore a politiche di crescita in Europa e, soprattutto, in Italia. Questo è il passaggio più importante per aiutare lo sviluppo e uscire da condizioni di deflazione (oggi ampiamente sottovalutate) che possono produrre effetti di depressione e stagnazione di lungo periodo.

    Dall’inizio della crisi a oggi, l’Italia registra la maggiore intensità recessiva tra tutti i principali paesi industrializzati: in 6 anni, si contano 8,8 punti percentuali in meno di Pil; 12,2 punti in meno di domanda interna; 28,2 punti in meno di investimenti fissi. Non solo. La produzione industriale italiana si è ridotta di oltre il 25 per cento e la disoccupazione è a livelli mai registrati negli ultimi decenni. Anche nel nostro paese si possono percorrere politiche diverse, più efficaci contro la deflazione e più eque, come proponiamo con il nostro Piano del lavoro. Nuove politiche industriali che innovino e qualifichino la nostra struttura produttiva e dei servizi, aumentandone la produttività attraverso riforme di struttura giuste (innovazione, ricerca, investimenti nella scuola e formazione e, quindi, nel capitale umano, che oggi viene sprecato in attività dequalificate e mal retribuite).

    Impostare nuove politiche per l’uguaglianza in un paese, e qui sta la grande anomalia italiana, in cui evasione e concentrazione di ricchezza hanno fatto sì che il capitale privato sia passato, in 30 anni, dal 240 per cento del reddito nazionale al 680, mentre il capitale pubblico si sia ridotto dal più 20 al meno 70 per cento. Da tempo la Cgil propone di tassare i grandi patrimoni, con un gettito potenziale di circa 10 miliardi di euro che potrebbe sostenere un piano straordinario per l’occupazione, soprattutto giovanile e femminile, per la produzione di beni e servizi utili socialmente, beni ambientali (pensiamo al dissesto idrogeologico), beni pubblici, beni comuni, beni sociali. Un impegno di spesa pubblica 2014-2016 di 10 miliardi genererebbe quasi 290.000 nuovi posti di lavoro pubblici e oltre 740.000 nuovi occupati totali, tra pubblico e privato, con un tasso di disoccupazione al 2016 che si ridurrebbe al 6,9 per cento.

    Il Pil cumulato nel triennio 2014-2016 sarebbe pari al 4,4 per cento. Ma la Cgil insiste anche, da anni, sulla necessità di dare una vera svolta alla lotta all’evasione fiscale e, se si riportasse il livello italiano alla stregua di quello francese o tedesco, si avrebbero benefici, rispettivamente, per 65 e 80 miliardi di euro all’anno. Fatte queste dovute premesse, bisogna dire che la legge di stabilità presentata in Parlamento non offre risposte alla necessità di un cambio di passo nella politica economica. Si tratta di un provvedimento che programma la riduzione della spesa e degli investimenti pubblici, sperando in un aumento degli investimenti privati finanziati da riduzioni fiscali a pioggia. La riduzione della spesa è riduzione certa di domanda aggregata che non solo non sostiene lo sviluppo, ma determina anche una riduzione della spesa sociale e/o di aumento del prelievo fiscale, in particolare quello a livello locale. Si continuano a non riconoscere i tratti strutturali della crisi, rinviando la ripresa al superamento della sfavorevole congiuntura internazionale e scommettendo sui mai comprovati “effetti di lungo periodo” delle politiche strutturali, che però si limitano alla compressione di diritti e salari.

    In questo quadro negativo, la legge di stabilità evidenzia anche provvedimenti specifici particolarmente gravi e non accettabili:

    1) La prosecuzione di una politica che in tema di spesa pubblica e di pubbliche amministrazioni si muove nella stessa direzione “di miope rigore” scelta dai precedenti governi e che produce effetti perversi anche sul lavoro pubblico. Il blocco della contrattazione nazionale fino al 2015 porta a 6 gli anni di blocco dei contratti nazionali, con una perdita di potere d’acquisto di non meno di 5.000 euro per lavoratore e, oggi, si prevede di mantenerla bloccata fino al 2018.

    2) Il bonus di 80 euro rimane limitato agli stessi beneficiari, mentre il sindacato ha più volte insistito per allargarne la fruizione ai pensionati, ai titolari di partite Iva iscritti alla gestione separata Inps e agli incapienti con redditi da lavoro dipendente e assimilati. Questo non solo per ragioni di equità, ma anche per il bisogno che il paese ha di una scossa verso il sostegno alla domanda e ai consumi. Il sindacato, inoltre, ne richiedeva la stabilizzazione, non essendo il bonus, come più volte annunciato e come fatto con l’Irap, effettivamente strutturale, ma sarà necessario trovare le risorse per la sua conferma anno per anno.

    3) Per quanto riguarda il Tfr, ribadiamo i nostri dubbi su un provvedimento che prova a far crescere i consumi senza immettere risorse, semplicemente anticipando in una partita di giro soldi dei lavoratori, mettendo a rischio il risparmio previdenziale dei lavoratori. Il tutto senza contare che il tfr liberato sarà tassato con l’aliquota marginale ordinaria Irpef (anziché con l’attuale agevolata), con l’aggiunta delle addizionali locali, che altrimenti non sarebbero state applicate in regime di tassazione separata. Gli effetti negativi della normativa relativa al Tfr in busta paga si sommano e sono aggravati dalla previsione relativa all’aumento della tassazione sui rendimenti, che non è coerente con gli impegni del Parlamento e del governo a sostegno di una politica di previdenza complementare in grado di integrare la futura prestazione del sistema pubblico, ostacolando il perseguimento di più elevati livelli di copertura previdenziale. L’auspicata spinta a liberare liquidità immediata molto probabilmente non ci sarà (né, tantomeno, i maggiori consumi), proprio a causa dell’innalzamento della tassazione che scoraggerà il lavoratore a liberare il proprio Tfr.

    4) Per le assunzioni di nuovi addetti a tempo indeterminato (e dovremo per comprendere cosa vorrà dire concretamente), è prevista la totale esenzione della quota di contribuzione a carico dei datori di lavoro, senza una precisa finalizzazione verso nuovi investimenti e occupazione aggiuntiva. L’assoluta indeterminatezza dei criteri attraverso i quali dovrebbe essere reso cogente il sostegno a nuova occupazione (aggiuntiva) rende il provvedimento una pura riduzione del costo del lavoro stabile a tutto vantaggio delle imprese. Giocare con i numeri degli occupati è molto rischioso, si creano aspettative che non verranno rispettate e gli 800.000 nuovi posti di lavoro previsti sono, ha dichiarato il presidente dell’Ufficio parlamentare di Bilancio, “del tutto virtuali”.

    5) Nella scelta di riduzione dell’Irap non si intravede un’adeguata funzione di politica economica. Essa non effettua distinzioni tra aziende che vogliono investire e aziende che sono in smobilitazione (l’Ast di Terni risparmierebbe circa 7 milioni di euro), tra aziende che innovano e assumono e aziende che invece puntano solo alla svalutazione del lavoro. Per questo crediamo che tale ingente sgravio debba essere più selettivo e orientato e per sostenere l’occupazione. In mancanza di ciò, la ricaduta più probabile sarà quella di un mero aumento dei profitti d’impresa.

    6) Il provvedimento prevede anche un pesante intervento nei confronti dei patronati. Questi tagli pregiudicheranno l’attività di assistenza e di tutela svolti in maniera gratuita nei confronti di milioni di cittadini, privandoli del diritto di avere accesso ai servizi. È da rilevare che l’Inps ha evidenziato come “senza l’attività dei patronati, la pubblica amministrazione dovrebbe aprire e gestire circa 6.000 uffici permanenti, che si tradurrebbe in un aumento degli organici di 5.130 unità, 564 milioni di euro di risparmio per l’Inps, occorrenti per garantire annualmente gli stessi servizi”.

 

lunedì 3 novembre 2014

SCONCERTAZIONE

Da Avanti! online

www.avantionline.it/

 

 

Scontri al centro di Roma nel corso del corteo degli operai delle Acciaierie Ast di Terni. I manifestanti si stavano dirigendo verso il ministero dello Sviluppo Economico, quando sono stati bloccati dagli agenti della polizia. Il corteo si stava spostando dal presidio sotto all’ambasciata tedesca e ha cercato di forzare il cordone. I manifestanti sono stati respinti delle forze dell’ordine. Sono scoppiati dei tafferugli in cui in tre persone sono rimaste ferite. Contuso anche Gianni Venturi, coordinatore nazionale Fiom e Alessandro Unia del Rsu Fim Cis.

    “Hanno caricato i lavoratori, tre sono in ospedale”. Ha detto il segretario generale Fiom, Maurizio Landini, che era presente agli scontri avvenuti intorno a piazza Indipendenza. “Non c’è stata nessuna carica, ma un’azione di contenimento” è stata la replica della Questura di Roma. “Sono stati i manifestanti ad andare verso il cordone degli agenti lanciando oggetti e ferendo un funzionario e tre poliziotti che li hanno dovuti contenere”.

    E il caso è arrivato in Parlamento con la richiesta di tutti i gruppi parlamentari del Senato, in apertura dei lavori d’Aula, al ministro degli Interni Angelino Alfano di riferire domani al question time. Come risposta il Ministero dell’Interno aprirà un’inchiesta per verificare le responsabilità della carica di polizia nei confronti dei manifestanti. Lo ha fatto sapere il vice ministro dell’Interno, Filippo Bubbico, durante l’incontro con i rappresentanti di Fim, Fiom. Mentre il sottosegretario Graziano Delrio, che ha telefonato al leader della Fiom, ha assicurato che il Governo continua a essere impegnato nell’affrontare la crisi di Ast Terni: “Abbiamo seguito la vicenda da subito, siamo stati in contatto con Guidi, Alfano ed i responsabili sindacali. Vogliamo la massima trasparenza e verificheremo l’accaduto: in poche ore Alfano ha garantito tutta la documentazione per ricostruire in modo puntuale l’accaduto”.

    “Dica Alfano – ha affermato il segretario del Psi Riccardo Nencini – cosa è successo a Roma. E lo dica in Parlamento. E se vi sono responsabilità, non le taccia. C’è troppa tensione e dentro un clima di tensione si moltiplicano i fattori destabilizzanti. Il contrario di cui ha bisogno l’Italia. Fermarsi, sedersi e parlarsi”.

    Durissimo Maurizio Landini: “Il governo deve rispondere, siamo noi che paghiamo le tasse e che lavoriamo. La presidenza del Consiglio dica una parola invece di fare slogan del cazzo! Devono chiedere scusa, perché paghiamo le tasse anche per loro. Devono sapere che questo Paese esiste grazie alla gente che lavora”.

    Successivamente una delegazione dell’acciaieria di Terni, guidata da Landini, ha ottenuto un incontro al ministero dello Sviluppo Economico. Un incontro in cui, hanno riferito i sindacati, il Governo si è impegnato affinché l’azienda ricominci a pagare gli stipendi a condizione che i lavoratori lascino entrare le tre persone dell’amministrazione. I sindacati si sono detti disponibili e hanno aggiunto che la settimana prossima saranno riconvocati per capire se ci sono stati passi avanti. In sostanza il Governo, come ha spiegato il ministro dello Sviluppo Federica Guidi, ha chiesto alla Ast “di ridurre l’impatto sull’occupazione a circa la metà della cifra proposta” dall’azienda, pari “al massimo a 290 unità invece di 550, e da gestire in un periodo di 24 mesi utilizzando la mobilità incentivata, con incentivi che l’azienda è stata disponibile a valutare tra i 50mila e gli 80mila euro”. Un nuovo tavolo tra azienda e sindacati sul piano industriale si terrà la settimana prossima al ministero dello Sviluppo economico mentre il ministro Alfano ha incontrato in serata al Viminale i leader dei sindacati presenti oggi in piazza a Roma.

    “Ci sono persone che rischiano il posto di lavoro – ha detto il leader della Cgil Susanna Camusso – che oggi sono state picchiate dalla polizia. Si parli di questo e non delle sciocchezze”. Il numero uno del sindacato si è poi recato in ospedale a visitare i lavoratori condannando “con forza e sdegno” le cariche, esprimendo “piena vicinanza e solidarietà” alla piazza. Reazioni anche dagli altri leader sindacali: “Quanto successo è un fatto grave e inaccettabile – ha sottolineato Luigi Angeletti della Uil – sono le cariche la cifra della politica di attacco ai sindacati? In piazza c’erano solo lavoratori e non sindacalisti. Le forze dell’ordine non devono alimentare il disordine. Il governo deve intervenire e risponderne, perché episodi del genere non possono passare sotto silenzio”.

    “Noi – ha aggiunto il segretario generale della Cisl, Annamaria Furlan – abbiamo sempre il massimo rispetto nei confronti delle forze dell’ordine che fanno il loro dovere. Ma è davvero incomprensibile e grave quello che è accaduto oggi. Caricare e picchiare i lavoratori e i dirigenti sindacali non è certamente un bel segnale per il clima generale del paese. Speriamo che il Governo faccia subito chiarezza su quanto è accaduto”.

    Reazioni sono arrivate ovviamente anche da mondo politico: Dal Pd, il presidente del partito Matteo Orfini ha scritto su Twitter che “in casi così drammatici ci può essere tensione, ma i lavoratori dell’Ast vanno ascoltati non caricati”. E Stefano Fassina ha dichiarato: “In piazza c’erano dei lavoratori ed è gravissimo quello che è successo. Dobbiamo rispondere con la politica industriale non con la polizia”. “Gli operai – ha detto Gianni Cuperlo, deputato del Pd – si ascoltano. Non si caricano. Il sindacato si rispetta. Non si insulta”.

    Da Bruxelles è arrivato anche il commento del vicepresidente dell’Europarlamento Antonio Tajani: “Il governo non perda altro tempo per risolvere la vicenda delle acciaierie di Terni. Serve un’azione forte a Bruxelles e a Berlino”.

 

martedì 28 ottobre 2014

L’Unità non può più restare in silenzio

Da l'Unità online  http://www.unita.it/

Testo dei lavoratori de l'Unità

L'Unità deve tornare in edicola al più presto. La sua assenza è una ferita per il pluralismo dell'informazione e per la stessa democrazia italiana. Chiediamo a chiunque abbia una responsabilità su questa storica testata di fare il possibile affinché la ferita sia sanata e decolli un nuovo progetto. Sappiamo che c'è spazio per un rilancio pure in un mercato editoriale così in crisi.

Non possiamo accettare che l'Unità venga abbandonata nel novantesimo anno dalla sua fondazione, dopo essere stata nella clandestinità uno dei fogli più importanti della lotta antifascista, dopo essere diventato nel dopoguerra il primo autentico quotidiano nazionale, dopo aver accompagnato e sostenuto il cammino della sinistra italiana nella democrazia, dopo aver scritto pagine indimenticabili di giornalismo e di cultura.

Dobbiamo fare il possibile, tutto il possibile, per dare un futuro alla storia de l'Unità. E' questo che chiedono i lettori del giornale, decine di associazioni della società civile, del mondo sindacale e politico, numerose fondazioni culturali, scrittori e artisti, che già si stanno organizzando, assieme alla redazione, per lanciare una iniziativa di azionariato diffuso, così da poter partecipare al nuovo progetto editoriale e sostenere chi si assumerà le principali responsabilità dell'impresa.

L'Unità è un pezzo importante della storia di questo Paese, ma è anche un punto di incontro e di riferimento per chi, sfidando il vento dell'antipolitica e del populismo, crede nell'importanza dell'impegno costruttivo e delle battaglie sociali. Siamo entrati in un tempo radicalmente nuovo che, proprio per questo, ha bisogno di un pensiero critico e di un pluralismo vivo. Per rafforzare la libertà occorre guardare la realtà senza pregiudizi, denunciare e combattere le diseguaglianze vecchie e nuove, individuare e correggere le debolezze dei poteri democratici, cogliere e intensificare le connessioni tra persona e comunità, tra sviluppo economico e sostenibilità ambientale, tra diritti individuali e diritti sociali, tra pace nel Mediterraneo e nuovi equilibri in Europa.

Non è progresso quando si riducono i punti di osservazione. Anzi, aumenta il rischio del pensiero unico. E' per questo, anche per questo, che l'Unità ha una lunga storia ancora tutta da scrivere. Nel momento in cui il centrosinistra si trova a guidare l'Italia con il proposito di farla uscire dalla crisi più lunga e profonda dal dopoguerra, la necessità di uno spazio libero e critico diventa ancora più importante e strategica, così come quella di una riflessione profonda e sincera sui nuovi lavori e i nuovi diritti dei lavoratori, le tutele da aggiornare e quelle da rafforzare.

La sinistra ha bisogno di un giornale vivo, e talvolta scomodo, per evitare la tentazione di un riformismo dall'alto che la renderebbe debole e subalterna. Di un giornale vivo ha bisogno la società italiana, in tutte le sue articolazioni politiche, sociali, culturali, religiose. Di un giornale vivo ha bisogno la nostra cultura, che si confronta nella modernità ma che non può rinunciare alle differenze, alla creatività, al coraggio di sperimentare.

Di una nuova stagione de l'Unità ha infine bisogno il pluralismo dell'informazione e il giornalismo, che non è solo un patrimonio professionale di chi lavora nel settore, ma lo strumento indispensabile per il corretto e pieno funzionamento della democrazia e un termometro, efficace e insostituibile, della coscienza civica del Paese.

Vai al sito dell'Unità

 

Aspettando Juncker

Da Avanti! online www.avantionline.it/

di Daniele Unfer

Prima al Senato e poi alla Camera, Matteo Renzi è intervenuto sul Consiglio europeo in programma domani e dopodomani a Bruxelles. Un Consiglio che si svolge sotto la presidenza italiana, di cui, a dire il vero, non sembrerebbero essere rimaste molte tracce, e l’ultimo della stagione targata Barroso. Renzi non ha perso l’occasione di sottolineare che “siamo in una fase di transizione e che la grande vittoria di questi mesi è stata aver proposto un piano di investimenti da 300 miliardi di euro, primo segno di attenzione della nostra realtà istituzionale europea non solo al rigore e all’austerità ma anche alla crescita”.Un cambio di prospettiva, dopo gli anni di rigore targati Merkel-Barroso. Ora, anche se ancora in punta di piedi, un nuovo vocabolo è entrato a far parte del lessico europeo: flessibilità. Quella tanto invocata dal premier italiano che con il suo governo ha inaugurato un nuovo tipo di approccio con Bruxelles. E nel giorno in cui l’Italia attende la lettera di Bruxelles sulla manovra, i cui contenuti, sottolinea Renzi, sono espressione nelle presidenza Juncker e non della presidenza Barroso, il premier ha illustrato alle Camere le prospettive italiane al Consiglio europeo. Insomma per Renzi il cambio di passo della commissione è fondamentale per dare concretezza ai contenuti messi nelle legge di stabilità. Il vertice di domani, dunque, rappresenta un passaggio davvero rilevante.

“Ci sono tutte condizioni – ha detto Renzi – perché una volta che dalla settimana prossima a Bruxelles si siano cambiate le poltrone, si possano cambiare anche le politiche, per una Europa non burocratica” in cui “l’Italia sta a testa alta”. Renzi ha ricordato che “è pronto il piano di investimento europeo; è gigantesco, servirà per la creazione di posti di lavoro. Tutto questo è frutto dell’impegno italiano. L’Europa finalmente volta pagina. La più grande vittoria dell’Italia in Europa è quella di aver proposto e per alcuni versi imposto un piano di investimenti da 300 miliardi di euro. E’ il primo segno di attenzione non solo all’austerità e al rigore ma anche a crescita e investimenti. Vorrei che le nuove istituzioni europee – ha detto ancora Renzi – mostrassero un po’ più di coraggio e l’orgoglio di appartenere a questa Comunità che è l’Europa”, ha poi dichiarato rivolgendosi ai senatori presenti, “la Ue sta cambiando le sue istituzioni e bisogna cogliere questa occasione” perché “noi non siamo gli osservati speciali”, ma un Paese che fa le riforme.

Infatti la fretta estiva sulla riforma del Senato era propedeutica proprio a questo: dare dell’Italia l’idea di un paese che sta facendo i compiti a casa. “L’Italia – ha detto Renzi a questo proposito – si presenta a questo vertice europeo avendo mantenuto l’impegno ad aprire alcuni cantieri di riforma credibile. Ma – ha aggiunto – ha bisogno di uno scatto in più: la consapevolezza di ciò che siamo e rappresentiamo”. Ineludibile un passaggio sulla lettera di Bruxelles. “È naturale” che arrivi, ma non basta per parlare di bocciatura”.

Il premier l’ha definita un “emblematico genere letterario” che sta “suscitando entusiasmo e passione di parte di noi e dei media”: ma “è naturale, per le nuove procedure, che quando mandi la legge Stabilità si inizi a discutere, a verificare i punti”. Ma è anche impressione di molti che questa manovra, che in serata è stata finalmente “bollinata ” dalla Ragioneria generale dello Stato e trasmessa al Quirinale, sia basata sulla suggestione e sull’idea che qualcosa è cambiato rispetto al passato. Ma in realtà è l’unica manovra che il governo potesse fare per cercare di ridare un po’ di fiato a un Paese stretto nella morsa del rigore europeo, soffocato dal debito pubblico e angosciato ogni giorno dall’andamento dello spread. Ma è una manovra che agisce in deficit. Non regala nulla, anzi. Posticipa solo, forse aggravandole, le scadenze, facendo pagare a maggior prezzo domani quello che viene scontato oggi.

Una curiosità. Sulle dichiarazioni del presidente del Consiglio sono state presentate al Senato sette mozioni. Su quella della maggioranza, a prima firma Luigi Zanda, e su quella del leghista Roberto Calderoli, riformulata, il ministro delle Riforme, Maria Elena Boschi, ha annunciato parere favorevole. Negativo su tutte le altre. La risoluzione del leghista Roberto Calderoli ha ottenuto 223 sì, 6 no e 43 astenuti. Più di quanto abbia preso quella della maggioranza: 152 sì, 107 no e 4 astenuti.

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lunedì 13 ottobre 2014

CONTRO LA GUERRA

 
DISCORSO NEL CENTENARIO DELLA RISOLUZIONE PER LA
PACE DEI SOCIALISTI ITALIANI E SVIZZERI A LUGANO
 
di Felice Besostri
 
(Lugano, 28 Settembre 2014) - Oggi è una ricorrenza importante perché il 27 settembre 1914 i socialisti italiani e svizzeri due dei pochi partiti socialisti che non si fecero travolgere dalla deriva bellicista, redassero una Risoluzione contro la Guerra, la prima guerra mondiale. Lo è anche perché nello stesso luogo dove sorgeva l'Hotel Helvetia si trovano socialisti ticinesi e lombardi per ricordare quell'evento. Voglio trarre un positivo auspicio che la giornata sia stata aperta da una compagna doppia nazionale, come è un doppio nazionale il compagno Filippo Contarini, presidente dell'Antenna italiana del PSS, organizzatore dell'incontro nato da una proposta del compagno Giovanni Scirocco che ho fatto mia. Io stesso sono un doppio nazionale ma non ticinese, benché l'italiano sia la mia lingua madre, ma neo-castellano. Sono anche un doppio socialista membro della Direzione Nazionale del PSI e della Presidenza della Internationale Sektion del PSS/SPS.
    La più antica (fondata nel 1897) e tuttora esistente rivista del movimento operaio e socialista in lingua italiana è L'Avvenire dei Lavoratori, che si pubblica a Zurigo e che ha avuto come direttori – oltre a Ciro Menotti Serrati, Angelica Balabanoff, Ignazio Silone e Pietro Nenni – anche tre grandi socialisti ticinesi come Guglielmo Canevascini, Ezio Canonica e Dario Robbiani. La Federazione Socialista Italiana in Svizzera è stata fondata nel 1894 come organizzazione di socialisti di lingua, non di cittadinanza, italiana, e lo stesso valeva e vale per il Cooperativo, loro luogo di riunione.
  
Qualcuno leggendo i nomi dei socialisti italiani e svizzeri in calce all'appello si è chiesto se siamo altrettanto rappresentativi. Non dobbiamo preoccuparci anche se fossimo dei nani se ci sediamo sulle spalle di quei giganti possiamo vedere più lontano di loro. Loro avevano individuato i pericoli di una guerra, noi e le generazioni che ci hanno preceduto le abbiamo sperimentate sia della Prima che della Seconda Guerra Mondiale e dei loro dopoguerra, con la divisione del mondo tra Est e Ovest e il confronto nucleare.
    Manes Sperber ricevendo il Friedenpreis degli editori tedeschi nel discorso di ringraziamento si era chiesto come fossa stato possibile che i milioni di cittadini che da Parigi a Berlino, da Vienna a Londra avevano manifestato contro la guerra pochi mesi dopo si sarebbero sparati addosso da opposte trincee. E il dramma del movimento socialista, che non avrebbe più ricostruito un'Internazionale Socialista, comprensiva di tutte le sensibilità. Bandiera Rossa la conosciamo tutti ma si dimentica sempre la terza strofa "Avanti popolo non più frontiere/ stanno ai confini rosse bandiere"-. Negli anni 60 faceva ancora parte della nostra formazione politica Addio Lugano Bella e Gorizia, un grido contro la guerra. E' necessario ritornare ai valori del passato quelli espressi nella risoluzione contro la guerra di cento anni fa. In un cero senso è il Socialismo una nostalgia del futuro. Si colgono segni di pericolo inquietanti non solo nei focolai di guerra nel Medio oriente e nel Mediterraneo con il tradimento delle primavere arabe nella stessa Europa in Ucraina, ma tutto avviene anche perché ce stato uno sviluppo ineguale. La globalizzazione e la finanziarizzazione dell'economia non hanno ripartito la ricchezza con modalità più eque nel mondo, ma spesso hanno accentuato le differenze tra le parti più sviluppate e quelle più arretrate ed anche ha aumentato le diseguaglianze tra la parte più ricca e quella più povera anche nei nostri paesi.
    L'Europa Unita ha preso il Nobel per la Pace, ma non è all'altezza della sua missione anche simbolicamente se la guardiamo su una carta geografica ha un vuoto nel suo centro, in corrispondenza del cuore di un corpo umano: La Svizzera non ne fa parte e quindi ci manca la sua esperienza di collaborazione tra popoli di lingue e religioni diverse. Ha una sua responsabile di i politica estera e di sicurezza, con l'altisonante grado di Vicepresidente della Commissione Europea ma non una politica estera e di sicurezza comune. Non gioca quindi un ruolo sullo scenario internazionale. Non è quello che si immaginava nel manifesto di Ventotene, né quello per cui si sono battuti europeisti socialisti come Ignazio Silone o Eugenio Colorni. Oggi con il nostro incontro abbiamo ripreso in mano la loro bandiera.

giovedì 2 ottobre 2014

I turbamenti del giovane Renzi

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

 

 Comincia a farsi dura per il governo Renzi. In pochi mesi ci sono i primi segnali di inversione di tendenza dei livelli di consenso che ne avevano accompagnato la ‘scesa in campo’ a spese di Bersani e Letta e che avevano trovato vistoso riscontro elettorale alle Europee.

 

di Fabio Vander

 

I fatti, si sa, hanno la testa dura e il governo in carica comincia a sbattervi la propria di testa.

   Problemi politici e di merito. Riguardanti soprattutto il senso e la tenuta del maggiore partito della maggioranza, ma poi anche il rapporto con i sindacati e con il mondo imprenditoriale. Inaspettate sono poi arrivate le critiche da parte della Chiesa cattolica, mentre ereditato da Berlusconi è rimasto il conflitto ormai ‘classico’ con la magistratura.

    Quanto alla considerazione della classe politica italiana all’estero, è rimasta allo stesso (infimo) livello dei tempi di Berlusconi.

    Troppe cose insieme per fare finta di niente. Non è questione di “vecchia guardia”, ma di inequivoci segnali che vengono da settori decisivi della classe dirigente. L’opinione pubblica seguirà.

    L’epicentro della crisi è come al solito il PD. Perse infatti anche le elezioni del 2013, la classe dirigente ex-comunista ha visto svanire ogni residua credibilità. La “rottamazione” è parsa a quel punto inevitabile, anzi tardiva. L’exploit di Renzi si spiega e giustifica così.

    Ma anche per lui è giunta presto la prova dei fatti. Dopo pochi mesi di governo viene chiesto conto. E qui è appunto difficile prendersela genericamente con i “conservatori” politici e sindacali.

    L’attacco di De Bortoli sul “Corriere” del 24 settembre è stato un fatto inusitato per violenza e nettezza. Scalfari su “Repubblica” del 28 settembre si è detto d’accordo con De Bortoli nella condanna di Renzi e del suo governo, definito “frutto di tempi bui”. Renzi è riuscito a ricompattare “Repubblica” e “Corriere”, gruppo De Benedetti e RCS. Anche qui qualcosa di mai visto.

    Nel merito della questione dell’articolo 18, sollevata pretestuosamente da Renzi in chiave anti-sindacale e anti-popolare (“i padroni hanno diritto a licenziare”, è arrivato a dire), Scalfari ha opposto: “penso che bisognerebbe conservarlo, l’art. 18, così inteso e riconoscerlo anche ai lavoratori impiegati in aziende con meno di 15 dipendenti”. Sembra di leggere Landini o Ferrero e invece è Scalfari.

    A difesa del premier c’è rimasta la poco convinta voce di Squinzi, quella interessata di Marchionne e quella tutt’altro che credibile di Alan Friedman. Il giornalista americano sul “Corriere” del 29 settembre prima ha criticato le “mezze misure” a difesa dell’articolo 18, definendole “gattopardesche”, poi però ha auspicato l’estensione del “patto del Nazareno” fra Renzi e Berlusconi anche alle materie economiche. Dunque convergenza tra destra e sinistra su un programma di governo (non più solo sulle ‘riforme’ costituzionali), che “non ha alternativa”. Gattopardismo transatlantico.

    Tornando alle cose serie: la situazione è grave. A questo punto non solo per il governo, ma per il Paese.

    Questo autunno sarà decisivo. Denso di nuvole e pericoli. Politici e economici, certo, ma non solo. Se De Bortoli denuncia lo “stantio odore di massoneria” sollevato dal “patto del Nazareno” (e dai suoi risvolti toscani) e se l’ex-Presidente dell’Antimafia Lumia sul “Corriere” del 28 settembre (...molti allarmi promanano dal “Corriere” di questi tempi) ci avverte delle “verità terribili” che si annunciano sui rapporti Stato-mafia, allora c’è da stare ben desti.

    Bisogna porsi l’obiettivo di un superamento in positivo dell’attuale quadro politico. Sapendo che l’alternativa a Renzi qui è ora non c’è e che il semplice malessere o la recriminazione non bastano, occorre un progetto politico, che non si improvvisa, ma al quale bisogna mettere mano da subito. Perché certo non si può stare ad aspettare il ventilato governo Visco di ‘salvezza nazionale’ (né quello autoprodotto di Della Valle). Non serve un nuovo Monti, un nuovo Letta e men che meno una emanazione diretta della Troika.

    Lavorare a una via d’uscita di sinistra. Comunque democratica. Alcuni punti fermi: pare evidente che l’alternativa a Renzi non può venire dal PD ovvero dalla sua ‘sinistra’. Questa, si diceva, è il problema, non la soluzione.

    Il resto della sinistra? La condizione di SEL resta comatosa dopo la scissione che ha portato fuori Migliore e gli altri. Si contrappongono una linea che punta ancora sulla Lista Tsipras e una che parla di “ricostruzione di una soggettività di sinistra con ambizione di governo”. Che però a ben vedere è la stessa linea dei fuoriusciti di Migliore. Il dibattito è stantio e soprattutto l’azione politica è ferma. In un recente documento di SEL si ammette che la “proposta politica è incerta”, il partito ha un’identità “liquida e impercettibile” ed è “piantato sulle gambe”. Anche qui però non ci si può aspettare che Vendola porti oltre una crisi di cui è in primis responsabile.

    La domanda è quella di sempre: che fare? Anche la risposta è stata però più volte formulata: promuovere la costituente di un nuovo partito della sinistra. Qualcosa sembra muoversi. Quest’estate Alberto Asor Rosa e Piero Bevilacqua sono stati espliciti sul punto. La novità è che anche Scalfari ha iniziato a parlarne. Su “Repubblica” del 14 settembre, prese le distanze dal PD di Renzi, ha scritto: “torniamo ad un partito politico” e addirittura ad un partito con una precisa identità, con una sua “ideologia”, perché altrimenti c’è solo “un’esistenza day-by-day, la vita inchiodata al presente senza passato né futuro”.

    Dunque: partito, ideologia, recupero del “passato”, senso del “futuro”.

    Che anche settori non della sinistra tradizionale e storica avvertano il problema, dà il senso della portata della crisi. Il rischio dell’eterodirezione c’è, ma se ancora esiste una classe dirigente di sinistra, è con queste sfide che deve cimentarsi, recuperando il senso e la responsabilità di una missione nazionale.