domenica 5 aprile 2020

THE TEMPEST

La tempesta passerà, ma abiteremo in un mondo diverso…
 
di Andrea Ermano
 
Qualcuno mi presta Adulti nella stanza? È un film di Costa-Gavras di cui riesco a vedere in rete solo poche scene (vai alla clip). Parla del trattamento riservato alla Grecia dopo l'esplosione della crisi finanziaria del decennio scorso. La storia è tratta dal libro omonimo di Yanis Varoufakis, ex ministro greco delle finanze, che ha raccolto in un libro i suoi ricordi di quei mesi drammatici. Iniziò allora una "lenta catastrofe" tuttora in corso: «Molti sostenitori del Partito laburista in Inghilterra votarono poi per l'uscita del Regno Unito dall'Unione Europea... La vittoria del referendum sulla Brexit (51,9%) contribuì alla vittoria di Donald Trump. Il trionfo di Donald Trump diede nuovo vigore ai movimenti nazionalisti xenofobi in Europa e nel mondo».
    Questo scriveva Varoufakis nel 2017, concludendo sarcasticamente così: «Putin si starà stropicciando gli occhi incredulo nel vedere lo straordinario successo con il quale l'Occidente si sta distruggendo».Oggi, e sarà per sottile bizzarria della storia o per grossolana ironia della sorte, stiamo approdando a una crisi economica simile a quella ellenica, ma molto più grande.
     Dalla pandemia di Covid-19 usciremo. Solo che il problema è globale e la soluzione non potrà essere locale. Lo sottolinea Yuval Harari in un saggio apparso sul Financial Times del 23 marzo scorso. Alle tesi dello storico israeliano ci dedicheremo nelle considerazioni che seguono (per il testo completo vai al Financial Times. Sintesi in italiano al sito linkiesta.it).
    «L'umanità sta affrontando una crisi globale… Probabilmente, le decisioni che le persone e i governi prenderanno nelle prossime settimane daranno forma al mondo per gli anni a venire», osserva Harari: «Dobbiamo chiederci non solo come superare la minaccia immediata, ma anche in che tipo di mondo vivremo una volta che la tempesta sarà passata. Sì, la tempesta passerà, l'umanità sopravvivrà, la maggior parte di noi sarà ancora viva, ma abiteremo in un mondo diverso».
    Come in un dramma sperimentale ad esito aperto, le maschere, una dopo l'altra, fanno il loro ingresso sulla scena. Aprono il corteo un imperatore della Cina vestito in tuta stachanoviana e un Papa che vagamente ricorda Cipputi, ma in abito talare bianco. Seguono Falstaff, Trump, Capitan Fracassa, i liberi cittadini del Far West, un diciassettenne morto in California di coronavirus perché sprovvisto di assicurazione sanitaria. I soldati guidano a Bergamo carri funebri in grigioverde. Uno "scippatore della spesa" taglia di corsa il proscenio. Poi le annunciatrici televisive, belle senza belletto, con truccatrici quietamente in sciopero, e così le parrucchiere e le manicure. E pure le pedicure. In cotanto giusto ossequio della giusta distanza sociale, s'ode a destra un colpo di scena. È l'Ungheria! La nobile Ungheria... Che succede colà, di grazia, messere? 
    Un dispaccio dell'Agenzia Telegrafica Svizzera, inviatomi alcuni giorni fa da Renzo Balmelli, riassumeva così quel che tutti i sinceri democratici hanno ormai appreso non senza costernazione: «IlParlamento ungherese ha votato i pieni poteri per il premier Viktor Orban... Orban, senza limiti di tempo, può governare con decreti, chiudere il Parlamento, cambiare o sospendere leggi esistenti e ha la facoltà di bloccare le elezioni. Spetta a lui determinare quando finirà lo stato di emergenza. Chi diramerà "false notizie" rischierà da uno a cinque anni di carcere… L'opposizione ha cercato di far inserire nel testo una limitazione temporale di 90 giorni, garantendo in cambio il suo appoggio, ma Orban ha rifiutato».
    All'epoca della crisi greca – dalla quale prese innesco tutta questa "lenta catastrofe" fino all'attuale impennata nazional-sovranista di Budapest che riscuote l'approvazione delle "nostre" destre – l'ambientalista tedesco Joschka Fischer aveva esortato la Germania e l'Europa a un comportamento meno affetto da cecità. Ricordate, invece, quel severissimo ministro della Cancelliera Merkel che ai Paesi meno solidi impartiva lezioni di draconiano rigorismo ordoliberale? Ricordate le famose Hausaufgaben, i "compiti a casa"? Be', sta arrivando un bastimento carico di "compiti a casa", stavolta per tutti. E davvero avranno bisogno di eroi quei Paesi che reputino possibile salvarsi da soli. 
    In Ungheria, fino a nuovo ordine, le persone verranno sorvegliate e punite da Orban. L'analogia più degna di nota è quella cinese: «Controllando attentamente gli smartphone delle persone, utilizzando centinaia di milioni di telecamere che riconoscono il volto e obbligando le persone a rilevare e segnalare la propria temperatura corporea…, le autorità cinesi non solo possono identificare rapidamente i sospetti portatori di coronavirus, ma anche tracciare i loro movimenti e identificare chiunque sia venuto con loro a contatto», afferma Harari. 
    Naturalmente, la sorveglianza biometrica come misura temporanea durante uno stato d'emergenza sanitaria sarebbe una cosa accettabile: finita l'emergenza, finita la sorveglianza. «Senonché le misure temporanee hanno la brutta abitudine di sopravvivere alle emergenze, soprattutto perché c'è sempre una nuova emergenza in agguato all'orizzonte», argomenta lo storico. Anche quando questo contagio sarà cessato, la bulimia di dati biometrici, ormai quasi indistinguibile dalla fame di potere tout court, potrebbe continuare a necessitare di sistemi di sorveglianza, o perché si teme un ritorno epidemico di qua, o perché un nuovo ceppo virale emerge di là, eccetera. 
    Qui in gioco c'è la nostra privacy. Intorno a essa negli ultimi anni s'è combattuta una grande battaglia, ma ora «la crisi da coronavirus potrebbe essere il punto di svolta della battaglia. Perché quando alle persone viene data una scelta tra privacy e salute, di solito esse scelgono la salute». E proprio in questa falsa antitesi si cela un grave errore. Perché proteggere la vita personale e ad un tempo contrastare l'epidemia è certamente possibile: non ci servono le dittature per fare questo! Ma occorre la fiducia delle persone nella scienza e nelle istituzioni. In effetti, il coinvolgimento trasparente dei cittadini nella formazione di un consenso informato intorno alle misure da adottarsi per contrastare il Covid-19 si è rivelato decisivo in diversi paesi come la Corea del Sud e la stessa Italia. E così dev'essere in tutte le democrazie fondate sullo stato di diritto. 
    Ma quali forme potrebbe assumere la sorveglianza nelle mani di chi detiene il potere in paesi a "democrazia illiberale"? 
    Quanto a possibilità di monitoraggio e anche di manipolazione, le tecnologie si stanno sviluppando a velocità fantascientifica. Se non stiamo attenti, ammonisce Harari, l'epidemia potrebbe portarci a fenomeni di controllo totale mai visti prima. Il KGB non poteva pedinare 240 milioni di cittadini sovietici 24 ore su 24, né poteva elaborare efficacemente l'enorme massa delle informazioni raccolte, ma oggi «per la prima volta nella storia dell'umanità, la tecnologia permette di monitorare ininterrottamente tutti», constata lo storico israeliano. 
    Ma c'è di più. Ora c'è «una drammatica transizione dalla sorveglianza "sulla pelle" alla sorveglianza "sotto la pelle". Fino ad ora, quando il tuo dito toccava lo schermo dello smartphone cliccando un link, il governo poteva voler sapere che cosa quel dito stesse cliccando esattamente. E però, con il coronavirus, il punto focale degli interessi si trasla. Ora il governo può voler conoscere la temperatura del tuo dito e la pressione sanguigna sotto la sua pelle»
    Qui Harari ci propone un esperimento mentale: «Si consideri che un certo governo richieda a ogni cittadino d'indossare un braccialetto biometrico idoneo al monitoraggio di temperatura corporea e frequenza cardiaca 24 ore su 24… A quel punto gli algoritmi sapranno che sei malato prima che tu stesso te ne accorga, e sapranno anche dove sei stato e chi hai incontrato. Così, le catene di un'infezione potrebbero essere drasticamente accorciate e tranciate… Il rovescio della medaglia è, naturalmente, che si conferirebbe legittimità a un nuovo e terrificante sistema di sorveglianza. Se sai, per esempio, che ho cliccato 
un link della Fox News piuttosto che un link della CNN, questo può insegnarti qualcosa sulle mie opinioni politiche e forse anche sulla mia personalità. Ma se riesci a monitorare ciò che accade alla mia temperatura corporea, pressione sanguigna e frequenza cardiaca mentre guardo un certo video, potrai sapere che cosa mi fa ridere, piangere o imbufalire… Se le corporations e i governi iniziano a raccogliere massicciamente i nostri dati biometrici, potranno conoscerci molto meglio di quanto noi conosciamo noi stessi, e non solo prevedere i nostri sentimenti, ma anche manipolarli per propinarci tutto quel pare a loro – da un certo prodotto a un certo leader politico... Immaginate la Corea del Nord nell'anno 2030, dove ogni cittadino sia obbligato a indossare sempre il suo bel braccialetto biometrico. Se ascolterà un discorso del Grande Capo e il braccialetto rileverà indizi di collera, quella persona avrà presto finito di vivere»
    Nessuno di noi accetterebbe uno stato d'eccezione globale oltre il tempo strettamente necessario. «Ma questi non sono tempi normali», sottolinea Harari. E ora abbiamo scelte particolarmente importanti davanti a noi: «La prima è tra sorveglianza totalitaria e "empowerment"dei cittadini». 
    Questa parola inglese (vedi empowerment su Wikipedia) significa in sostanza partecipazione attiva dei cittadini. La sola capace di accrescere la consapevolezza dei problemi e delle risorse creando le condizioni di un progresso generale. Ma è del tutto evidente che – se parliamo di questioni su larga scala – sarebbe illusorio credere che una tale partecipazione possa strutturarsi utilmente in modo solo episodico e volontaristico. 
    Per questa ragione in Italia si dovrebbe avviare una riflessione sull'art. 52 della Costituzione, per altro sospeso da una ventina d'anni. Esso parla del servizio militare, ma è evidente che la "guerra" ormai in corso contro la pandemia e parallelamente in difesa della democrazia ha bisogno non di cannoni, ma di un empowerment effettivo e costante. 
    Quel che serve è l'assorbimento dell'ondata di disoccupati che verrà dopo la "tempesta". Lo si potrebbe ottenere combinando il reddito di cittadinanza e di emergenza con un certo numero di ore lavorative settimanali nell'ambito di una grande riorganizzazione democratico-partecipativa del Servizio civile in senso universale e obbligatorio, sul piano locale, nazionale ed europeo. È ciò che qui abbiamo denominato "Esercito del Lavoro", in ossequio al grande esponente radical-socialista Ernesto Rossi (1897-1967), coautore del Manifesto di Ventotene insieme ad Altiero Spinelli e a Eugenio Colorni.
    Ma, oltre al conseguimento della piena occupazione, l'Esercito del Lavoro dovrà fornire alle persone lo "strumento degli strumenti" tramite il quale tutte/i possano articolare in forma di empowerment l'enorme lavoro necessario ad affrontare la transizione sociale, economica ed ecologica iniziata e ormai manifestamente ineludibile.

domenica 22 marzo 2020

Nessuno si salva da solo

Il coronavirus insegna che 

non esistono le frontiere e le nazioni

 

di Toni Ricciardi *)

 Quanto successo in queste settimane e negli ultimi giorni ci ha dimostrato che non esistono le frontiere e che le nostre paure sono alimentate, in maniera spregiudicata, dagli untori di turno. Improvvisamente, bisogna aprire, chiudere, continuare a lavorare, bloccare voli, controllare passaporti, permessi. Non vogliamo prima gli africani, poi i cinesi, gli italiani, gli europei per scoprire alla fine dei conti che siamo noi stessi i potenziali portatori del virus. E ancora, vi ricorderete non meno di una settimana fa si diceva: "Ah l'Italia, solita disorganizzazione, soliti confusionari!". Alla fine, mezzo mondo sta adottando le misure italiane, Svizzera compresa.

    Ed è proprio la Svizzera – il Paese dal quale viene trasmesso questa Newsletter elettronica dell'ADL – che oggi si interroga sul come affrontare l'enorme problema di un mondo interconnesso. Chiudere le scuole, le università, finanche i ristoranti, i bar, significa non farsi prendere dalla paura o dal panico, ma adottare misure, o meglio, protocolli universalmente riconosciuti. Nelle ultime settimane, ogni nazione ha cercato di adottare le proprie misure, di diversificarle, di adeguarle al proprio contesto socio-economico, ma alla fine, eccezion fatta per l'ultimo degli untori, Boris Johnson, tutta la comunità internazionale si sta adeguando. Eppure le difficoltà non mancano. Blocchiamo o meno i frontalieri, quasi 400mila persone che tutti i giorni entrano ed escono dalla Svizzera? E come si fa? Qualcuno già la settimana scorsa aveva proposto di lasciare entrare solo chi lavora nel settore sanitario, infermieri, medici e paramedici. Le cure ci servono e quindi non ne possiamo fare a meno. E ancora, il settore primario, l'agricoltura, la sua produzione e la sua filiera devono continuare; altrimenti come ci nutriamo? Anche qui, i frontalieri, ovvero gli immigrati, ci servono e debbono continuare a lavorare, nonostante siano italiani, albanesi, polacchi (aggiungete la nazionalità che più vi aggrada!). Potremmo continuare all'infinito, con altri esempi, con altri interrogativi, ma non è questo il punto. E non ci sogniamo nemmeno lontanamente di esprimere giudizi sulle misure adottate. Sono talmente tante le variabili da prendere in considerazione che non possiamo fare altro che attenerci rigorosamente alle indicazioni che ci arrivano.

    Ciò che interessa in questa sede è immaginare, quando finirà questa situazione – perché finirà e ritorneremo alla normalità –, quali saranno gli insegnamenti che ne trarremo, o almeno dovremmo trarne.

    Il primo. Questa emergenza, non dissimile dalle epidemie e dalle pandemie che hanno segnato la storia dell'umanità, dall'antichità ai giorni nostri, ci dimostra come il nostro quotidiano dipenda inevitabilmente da tante altre persone e che le barriere non servono a niente, e che nessuno può fare a meno dell'altro. Non possiamo fare a meno delle mascherine che si producono dall'altra parte del mondo; non possiamo fare a meno delle braccia che coltivano i nostri campi per produrre cibo; non possiamo fare a meno dalle sperimentazioni scientifiche in atto per trovare una soluzione, un vaccino, una cura a questa pandemia.

    Il secondo, che è strettamente legato al primo, e n'è diretta conseguenza, è che non esiste il concetto "prima i nostri", di qualsiasi nazionalità o territorio essi siano. O ci salviamo tutti insieme o periremo tutti insieme, senza alcuna distinzione.

    Terzo, non esistono territori migliori o nazioni migliori. Esiste l'umanità. D'altronde, l'Italia e la Germania, ivi compresa la Svizzera, ci dimostrano proprio che il Covid-19 non si è manifestato prima tra la misera e la presunta (e inventata) sporcizia, come molte volte crediamo. Infatti, i primi casi e i primi focolai sono emersi nelle aree più produttive e performanti dei singoli Paesi. Volendo fare una digressione "stupida" e nazionalpopolare: non è un napoletano che ha infettato il Ticino, ma qualcuno che è andato nella civilissima e progredita Lombardia. E a sua volta, la Lombardia, probabilmente, l'ha importato dalla civilissima Baviera, e potremmo continuare all'infinito.

    A questo punto cosa facciamo? Chiudiamo le frontiere? Torniamo all'epoca del protezionismo? Ce la prendiamo con la globalizzazione e con i poteri forti e meno forti? Scegliamo la strada dell'autarchia? Ognuno produce per sé, consuma per sé, solo quello che è in grado di produrre? E ancora, ognuno mette a punto un suo internet, una sua sanità? Anche in questo caso potremmo continuare all'infinito.

    È bene ricordarlo, viviamo in un mondo che è globalizzato (mondializzato) da più di 500 anni, e l'Europa rappresenta in questo mondo una stringata minoranza. E da sempre, nonostante ancora qualcuno pensi che la sua nazione o il suo continente siano il centro del mondo, non lo siamo e non lo siamo mai stati. E anche quando, grosso modo per meno di tre secoli, abbiamo prevalso rispetto ad altri continenti, non siamo mai stati autosufficienti. Siamo stati quello che siamo stati perché abbiamo attinto risorse, conoscenze, persone da altri luoghi e altri luoghi hanno fatto lo stesso con noi.

    Questo momento di legittima paura deve insegnarci che è finito il tempo delle differenze. Non si può innalzare il vessillo comunitario e poi volerlo adottare a proprio piacimento. Sentiamo di appartenere alla nostra comunità, con i nostri usi e costumi, con le nostre credenze, con il nostro modo d'essere. Questo è vero, nella misura in cui comprendiamo che la nostra comunità è l'umanità. Perché qui non è in gioco la civiltà dell'uno rispetto all'altro, perché di civiltà e di razza ne esiste una sola: quella umana.

 

*) Storico delle migrazioni presso l'Università di Ginevra. Co-direttore della collana elvetica di studi "Gegenwart und Geschichte / Présent et Histoire" (Seismo), è tra i coautori del Rapporto italiani nel mondodella Fondazione Migrantes, del primo Dizionario enciclopedico delle migrazioni italiane nel mondo (Ser, 2014) e membro del comitato editoriale di "Studi Emigrazione". Ha scritto, tra l'altro, Associazionismo ed emigrazione. Storia delle Colonie Libere e degli Italiani in Svizzera (Laterza, 2013) e L'imperialismo europeo(Edizioni "Corriere della Sera", 2016). Per i tipi di Donzelli ha pubblicato Morire a Mattmark. L'ultima tragedia dell'emigrazione italiana (2015, Premio «La valigia di cartone 2015»); Marcinelle, 1956. Quando la vita valeva meno del carbone (2016); e Breve storia dell'emigrazione italiana in Svizzera (2018).


martedì 25 febbraio 2020

CERCHIAMO DI RAGIONARE

L'Emilia-Romagna e la Calabria si sono espresse. Il risultato calabrese era praticamente scontato, mentre l'altro non lo era affatto. In questo vi si giocava una partita particolare. Matteo Salvini vi aveva puntato tutto se stesso subendo una cocente sconfitta; non è la prima, come è stato detto, perché dal Papeete in poi è stata tutta una sconfitta.

 

di Paolo Bagnoli

 

Onori a Stefano Bonaccini per la vittoria con la quale ha trainato pure il buon successo percentuale del Pd; il suo partito che ha voluto tenere distante dalla campagna elettorale affidandosi a una coalizione civica per spostare l'asse del confronto dalla politica nazionale a quella del territorio; di quel territorio che gli ha riconosciuto, visto il vantaggio di quasi otto punti sulla sfidante, una buona amministrazione della cosa pubblica. A tale risultato hanno contribuito pure le sardine, ma ci è difficile capire in quale misura. Comunque, riportando la gente in piazza contro la destra, le sardine hanno svolto un'opera democratica di rilievo. 

    Bonaccini ha testimoniato di una tradizione di buon governo delle cose. Con cio', non si pu? certo dire che l'Emilia rossa non è crollata perché essa non esiste da tempo; da quando non esiste più la sinistra, la quale, tuttavia, ha lasciato in piedi una tradizione di cui Bonaccini è valida espressione. La sconfitta di Salvini non significa che la destra sia sconfitta. Tutt'altro: essa è forte e agguerrita e, nella sua visione politica d'insieme, valorialmente ben più compatta rispetto agli antagonisti. Non si pu? pensare, quando ci saranno le elezioni nazionali, che la si possa battere solo giocando il buon governo di alcune amministrazioni. Inoltre, nonostante il buon risultato ottenuto in Emilia-Romagna, il Pd non appare in grado di porsi come l'alternativa perché alla destra occorre contrapporre una sinistra e non una forza incerta. E la sinistra, lo ripetiamo, non c'è. Tra l'altro il Pd, vista la dichiarata intenzione di Zingaretti di cambiare il profilo e il corpo del partito di cui è segretario, confessa autorevolmente quanti dubbi abbiano i democrat su se stessi. Il solo scudo del governo presieduto da Giuseppe Conte non basta; esso è debole, diviso e malfermo sulle proprie gambe e il tracollo –peraltro non difficile da immaginare – dei 5Stelle, ossia della forza maggioritaria nel Parlamento, non aiuta a fare massa critica di una coalizione nata per paura di Salvini. È prevedibile che ci troveremo, presto, di fronte a nuove tensioni poiché il Pd chiederà di pesare di più e gli altri, per far vedere che non stanno scomparendo, faranno peso ritto. Basteranno le affabulazioni del presidente del consiglio per tenere in piedi la baracca? Ben presto lo sapremo; certo che, almeno per un altro anno, le ventilate elezioni anticipate sembrano congelate sia per il referendum sul taglio dei parlamentari sia per quanto ha fatto trapelare il Colle sulla relazione esistente tra il referendum e la nuova possibile legge elettorale. E poi il presidente Mattarella, ne siamo convinti, non è propenso allo scioglimento fino a che pu? accampare motivi formali o intravedere spazi da percorrere per tenere in piedi la legislatura.

    Dunque, vedremo.

    Il voto calabrese fa meno notizia se non per quanto emerge dal risultato grillino. Per la legge elettorale calabrese, i grillini non entreranno in Consiglio; significa che cominciano a rimanere fuori dalle istituzioni. A poco a poco, saranno sempre più residuali sui territori. Quel risultato, pero', ci dice una cosa molto importante. I 5Stelle considerano il Sud come un loro campo privilegiato nella raccolta del consenso e, poiché la Calabria è la regione che si trova più in arretrato di tutte, si poteva pensare che il reddito di cittadinanza portasse loro dei voti. Non è stato cos?, ma il respingimento di tale forma di assistenzialismo induce a una riflessione: la Calabria postula la rimessa in agenda nazionale della questione meridionale; una questione scomparsa da tempo. È un segnale da tenere in seria considerazione.

    La destra, abbiamo detto, è forte. Ora, anche se Salvini finisse per dribblare definitivamente se stesso, essa rimarrebbe forte. La sua forza non è fisiologica come in una dialettica normale del gioco democratico, ma il frutto della crisi della democrazia italiana; della grave rottura della coesione sociale indispensabile per un corretto funzionamento dell'ordine politico cui va aggiunto lo smarrimento della cittadinanza repubblicana, derivante dalla Costituzione. Basti pensare alla forte ventata antisemita, all'attacco agli antifascisti, ai continui episodi di razzismo nonché ai comportamenti anticostituzionali che registriamo praticamente giorno dopo giorno. A cio' si aggiunge la opacità del Parlamento e un sistema giudiziario da riordinare dalla testa; dal CSM, al fine di garantire l'autonomia e l'indipendenza del sistema.

    La crisi non è risolta da una nuova legge elettorale. Tra l'altro, visto che in questi giorni ci si è affaccendati, soprattutto da parte di esponenti democrat, a leggere il quadro postelettorale come attinente a un nuovo maggioritario, se cos? è – noi non lo crediamo – ma se cos? è, perché si sta trattando su una legge proporzionale? Recentemente Dario Franceschini ("Corriere della Sera", 24 gennaio scorso) ha dichiarato: «L'idea che il bipolarismo sia figlio del maggioritario e che il proporzionale sia il suo nemico, è smentito dalla storia italiana. Per cinquant'anni, con il proporzionale senza lo sbarramento, la vita politica del nostro Paese è sostanzialmente ruotata attorno al confronto bipolare tra Dc e Pci.» 

    Ma che ragionamento è questo!? Il Pci era impossibilitato ad andare al governo del Paese e la Dc non era in funzione bipolare, ma di asse centrale di tutto il sistema. Naturalmente, le cose che dice Franceschini sono per mettere le mani avanti, in funzione motivante, dell'intruglio che si tenta di preparare, affermando: «Con l'avvento del maggioritario (…) siamo finiti nella frammentazione, nei ribaltoni, nelle coalizioni disomogenee. In realtà il motore di tutto è l'azione politica. E ritengo che il proporzionale con uno sbarramento al 5% semplificherà ulteriormente il quadro. E porterà a un bipolarismo di fatto Lega-Pd, ognuno con i propri alleati che avranno superato lo sbarramento.»

    Tralasciando ogni altra considerazione in merito a questioni assai rilevanti connesse alla legge elettorale – dicesi preferenze o liste bloccate – è chiaro che si punta alla cancellazione delle forze minoritarie e alla loro eventuale necessarietà solo in ausilio di questo o di quell'altro pilastro su cui si reggono i poli. La legge elettorale non puo' essere una camicia di Nesso che ingessa quanto è inconciliabile con la democrazia ossia la dinamicità della politica democratica e della sua rappresentanza. 

    La confusione, una preoccupante confusione, ci sembra di 'buon' livello. Su tutto, inoltre, grava la questione di fondo aperta con la crisi di inizio anni Novanta: si ritiene che l'Italia possa essere una democrazia senza partiti e solo articolantesi sui soggetti che si costituiscono solo quando è in ballo la contesa per il governo, sia esso locale o nazionale? Ora, a vedere l'esito emilian-romagnolo, si direbbe proprio di s?. 

    La democrazia, per?, non è solo governo: è un progetto morale, civile, economico e politico. La nostra Costituzione, tra l'altro, recita che, quella italiana, non pu? essere una democrazia senza progetto; tuttavia, senza i partiti, i progetti non ci possono essere. Ci sono elezioni e uomini per governare; viene meno quella pedagogia civile che è fondamentale, appunto, per l'incivilimento del Paese.

    Ancora una volta, invitiamo a ragionare, riflettere, a fare della politica un pensiero compiuto, non solo un complesso di etichette accattivanti da mettere sul mercato del consenso.

 

Da La Rivoluzione Democratica

https://www.rivoluzionedemocratica.it/