giovedì 28 novembre 2013

Le idee - Che fare? A saperlo!

Crisi di una democrazia

di Fabio Vander

Il sistema politico italiano è terremotato. Precisamente lo sono i soggetti politici della Seconda Repubblica. Quelli che avrebbero dovuto essere i Träger della nuova democrazia finalmente compiuta, dell’alternanza, del bipolarismo, del Nuovo Millennio.

Dovevano essere il nuovo e sono già il vecchio.

Gli avvenimenti degli ultimi giorni e mesi ne sono la riprova. La fine politica di Berlusconi ha portato alla fine del PDL, cioè del maggiore partito della destra italiana di questi anni. La scissione di Scelta Civica d’altro canto ha dimostrato che non c’è un’alternativa democratica alla destra berlusconiana.

Solo pochi mesi fa è scomparsa Italia dei Valori travolta dagli scandali che era nata per combattere. Sinistra ecologia e libertà è scossa dalla sua insussistenza politica. È fallito il tentativo di costruire un soggetto alla sinistra del PD. Fallimento già sancito sul piano elettorale dal disastro di Sinistra Arcobaleno nel 2008 e su quello politico appunto dalla vicenda di SEL. Partito personale di Vendola e del gruppo di potere ex-Rifondazione (Migliore, Ferrara, Smeriglio, ecc.), che mai ha voluto darsi un autentico progetto politico di rifondazione della sinistra, sopravvivendo piuttosto da parassita del PD (prima con l’illusione della scalata di Vendola alle primarie di quel partito, poi con il fallimento di Italia Bene Comune). Di aborti politici come Rivoluzione Civile o Alba non vale nemmeno la pena di dire.

Resta il PD. Quel che fu nelle sue vite precedenti un grande partito della sinistra italiana è stato scalato da uno come Renzi: ecco il crisma di uno sfacelo. E delle responsabilità di una classe ‘dirigente’. Quella degli ex-comunisti, assolutamente incapaci di venire a capo del proprio problema storico. Proprio e del Paese, della nostra democrazia. Ha perfettamente ragione Asor Rosa a sostenere che Renzi è la degna conclusione di una sciagurata parabola iniziata alla Bolognina. C’è continuità diretta, si tratta di momenti successivi di uno stesso destino. Continuità di premesse (una certa analisi dell’Italia, per cui si doveva eliminare il PCI, ma poi anche il socialismo, infine la sinistra per arrivare al ‘partito perfetto’, democratico). Ma continuità anche di risultati. Dato che, dal PDS al PD, dal 1994 al 2013, sono stati capaci solo di perdere.

Il PD altro non è che un partito nato per perdere. E che sempre ha perso, nelle città come alle politiche. Costituendo la vera ‘assicurazione sulla vita’ di Berlusconi. Un tizio che in nessun paese democratico, mai, avrebbe potuto esistere e resistere.

Un punto dev’essere quindi chiaro: non ci sarà futuro per la sinistra, per il centro-sinistra e per la nostra democrazia finché ci saranno PD e SEL. Bisogna lavorare per favorire la disarticolazione di questi soggetti. In questo senso non tutto il male viene per nuocere. La crisi in corso aiuta. Ma certo va aiutata a sua volta, con la messa in campo di un progetto politico alternativo. Proprio quello che finora è mancato. Il che incancrenisce la crisi. Le preclude esisti positivi.

Questo il quadro. Implementato per altro da un governo delle “larghe intese”, cioè appunto di convergenza fra quelli che dovrebbero essere per natura alternativi e invece da anni (cioè compreso Monti) governano insieme.

Il quadro, si diceva, di una crisi. Di una crisi di sistema. Cioè di istituzioni, di valori, di classe dirigente.

Che fare? ...saperlo.

Come accennato, ci vorrebbe una risposta di respiro, di sistema. Dello stesso livello della crisi che si ha di fronte.

Intanto partire da un’altra lettura della storia d’Italia. Delle tare di una democrazia, di ciò che la ha resa perennemente “incompiuta” e “difficile”. Una nuova lettura che non parta dalla tabula rasa. Che non presupponga la necessità di liquidare tutto (appunto comunismo, socialismo, sinistra, sindacati, diritti e tutele del lavoro) nell’illusione che così ci si legittima finalmente a governare. Perché così si arriva solo a Renzi. E poi, tra l’altro, manco si vince, né si governa.

Insieme a questo, la proposizione di un soggetto politico a sinistra del PD. Organizzato intorno ad una idea di socialismo e di libertà, del lavoro e dei saperi, di una sinistra capace di critica, di proposta, di governo. Disposta ad avere un rapporto con il centro democratico (il PD, ma non solo), ma entro un centro-sinistra ‘col trattino’, in cui la sinistra dispieghi precisamente un ruolo autonomo, visibile, credibile.

Quanto all’Europa, il rapporto con il Socialismo europeo deve essere stretto e stringente, ma mantenendo intatta la curiosità di conoscere quanto di nuovo e migliore la sinistra europea in genere è capace di produrre.

Solo una sinistra autonoma e dinamica può dare chance ad un nuovo centro-sinistra capace di riorganizzare il quadro politico oltre le macerie del berlusconismo e le gore dell’anti-politica e del grillismo.

Sarà questo il nostro contributo al futuro della nostra democrazia.

 

IPSE DIXIT

Breve storia dell'umanità - «Nel corso della storia le società umane hanno inventato le gerarchie più disparate. La razza svolge un ruolo importante negli Stati Uniti, ma non possedeva praticamente alcun significato per i mussulmani del medioevo. La casta era nell'India medievale una faccenda di vita o di morte, ma nell'Europa moderna è pressoché sconosciuta. Una gerarchia ha svolto per contro un ruolo centrale in tutte le società conosciute: la gerarchia dei sessi. In ogni società umana ci sono uomini e donne, e in tutte le società umane, ma proprio in tutte, gli uomini vengono privilegiati rispetto alle donne.» – Yuval Noah Harari

Chiamare le cose con il proprio nome - «Potrebbe essere utile, innanzitutto a partire dai giornali, iniziare a chiamare le cose con il proprio nome. Sostituire la parola gelosia, per esempio, con volontà di possesso, amore con dominio, avances con molestie, passione con aggressione. E forse inizierebbe a cambiare anche la nostra percezione della realtà. Non si uccide perché si ama ma perché non si riesce a concepire la propria compagna al di fuori della funzione che le è stata assegnata. (…) La parola “femminicidio” è stata introdotta dalla criminologa statunitense Diana Russell nel 1992, per indicare una categoria criminologica vera e propria: una violenza da parte dell’uomo contro la donna in quanto donna; un atto in cui, cioè, la violenza è il risultato di una precisa cultura del possesso e della sopraffazione. Quello quindi che distingue il femminicidio da ogni altro omicidio, sia di uomini che di donne, è il movente di genere: la donna vittima di femminicidio ha messo in qualche modo in discussione l'idea che l'assassino aveva del suo ruolo.» – Cinzia Sciuto

 

giovedì 14 novembre 2013

SCHEDA - Le elezioni per il rinnovo del Parlamento di Praga

di Felice Besostri

La sconfitta del Governo ceco, già segnata politicamente dallo scioglimento anticipato della legislatura per decisione della stessa Camera con 140 voti a favore e 7 contrari su 200 membri, è stata confermata massicciamente dalle urne. I due principali partiti, ODS e TOP 09, della coalizione uscente, che aveva perso pezzi nell'aprile 2012 (Úsvit) sono passati da 90 seggi e il 36,9% del 2010 agli attuali 42 seggi con il 19,71% complessivo. Questi i risultati con le variazioni rispetto alle elezioni 2010 tra parentesi:

Partiti

Percentuali (df)

Seggi (df)

ČSSD

20,45 (-1,63)

50 (-4)

ANO

18,65 (+18,65)

47 (+47)

KSČM

14,91 (+3,64)

33 (+7)

TOP 09

11,99 (-4,71)

26 ( -16)

ODS

7,72 (-12,50)

16 ( -32)

Úsvit

6,88 (+6,88)

14 (-3)

KDU

6,78 (+2,39)

14 (+14)

SZ

3,19 (+0,75)

0 (=)

Altri

9,30 (-4,22)

0 (-55)

Nella Repubblica Ceca c'è una soglia di accesso del 5%. Dei 7 partiti in Parlamento 2 sono entrati con queste elezioni, ma di essi sono uno il Movimento dei Cittadini del miliardario Andrej Babiš assolutamente nuovo, tipo M5S, mentre il KDU, L'Unione Democratica, sempre presente nel Parlamento, aveva mancato di poco la soglia nel 2010. Sulla carta, stante l'indisponibilità grillina del Movimento A.N.O., malgrado il suo acronimo ("Ano" in lingua ceca significa "Sì"), la sola alleanza possibile è una coalizione di sinistra-centro dei socialdemocratici (ČSSD) e dei comunisti (KSČM), 83 seggi, con Úsvit (Úsvit přímé demokracie Tomia Okamury = Aurora della Democrazia Diretta, partito di Tomio Okamura) e la KDU, entrambi con 14 seggi, per un totale di 111 seggi.

L'accordo con il Partito Comunista di Boemia e Moravia è sostenuto dal Presidente della Repubblica, il socialdemocratico Zeman, omologo di Giorgio Napolitano sulle rive della Moldava. La quale Moldava è un fiume nei cui fondali sprofondano le pietre, ma più difficilmente si possono seppellire i ricordi della repressione della Primavera di Praga e dell'occupazione sovietica.

ANDAMENTI ELETTORALI

PARTITI, ANNI, PERCENTUALI E SEGGI

KSČM (Partito Comunista)

KDU (Unione democratica)

ČSSD (Socialdemocratici)

1990 13,2 % 33

1990: 4,1 % – 0

1992 14,1 % 35

1992: 8,4 % 19

1992: 6,5 % 16

1996 10,3 % 22

1996: 6,3 % 15

1996: 26,4 % 61

1998 11,0 % 24

1998: 8,1 % 18

1998: 32,3 % 74

2002 18,5 % 41

2002: 14,3 % 31

2002: 30,2 % 70

2004 Europee 20,4% 6

2009 Europee 14,18% 4

2004 Europee /

2009 Europee 7,61% 2

2004 Europee 8,8 % 2

2009 Europee 22,38% 7

2006 12,8 % 26

2006: 7,2 % 13

2006: 32,3 % 74

2010 11,3 % 26

2010: 4,4 % 0

2010: 22,1 % 56 (-2 usciti)

2013 14,9 % 33

2013: 6,78% 14

2013: 20,45% 50

Dalla tabella risulta stupefacente che il Corriere della Sera del 27 ottobre scorso abbia messo in un occhiello che i Comunisti entrano nel Parlamento per la prima volta dal 1989. Sicuramente un refuso: volevano scrivere "nel Governo"? Nel Parlamento sono presenti fin dal 1990 e lo sono stati per più tempo dei socialdemocratici, che rimasero sotto soglia nel 1990, e dei democristiani, che saltarono il turno del 2010.

Una riflessione merita il fatto, che, a differenza di altri paesi ex comunisti come la Romania e la Bulgaria, il Partito Comunista, allora cecoslovacco, era forte anche elettoralmente tra le due guerre e nelle prime elezioni del secondo dopoguerra, anche se pose fine al simulacro di democrazia con il colpo di Stato del 1948. Come in altri paesi l'occupazione russo-sovietica favorì l'unificazione forzata di socialdemocratici e comunisti, ma c'era una forte componente socialdemocratica di sinistra, quella del presidente Fielbinger, politicamente convinta.

La diversità dei comunisti cecoslovacchi è stata drammaticamente messa in luce dai processi di Praga, dove accanto ai soliti trotzkisti vi era l'accusa di sionismo e di collaborazionismo con partiti socialisti occidentali, in particolare con i laburisti britannici. Infine dal PCCS venne il più serio e tragico tentativo di riformare il comunismo dall'interno con la Primavera di Praga e il Socialismo dal volto umano. Con l'occupazione sovietica ci fu un'epurazione del Partito Comunista, che liberò una serie di compagni, che raggiunsero come Zeman il Partito socialdemocratico dandogli una forza prima sconosciuta, fino a farne il primo partito nel 1998 riuscendo a porre Zeman a Capo del Governo fino al 2002, ma con la stessa percentuale nel 2006 non ebbe la possibilità di governare pur con il 50% dei seggi alla sinistra. Il terzo partner, la KDU, presenta anch'esso una particolarità avendo tra i suoi precursori nel XIX secolo un singolare partito Cristiano Socialista, invece che sociale.

Un problema è costituito dalla non nascosta nostalgia dei Comunisti per il passato regime, compresa la sua fase più buia della normalizzazione, senza uguali nell'Europa ex sovietica: la Linke secondo i loro parametri è un covo di revisionisti. Tuttavia non ci sono altre soluzioni ad eccezione di un'instabilità foriera di un ritorno al potere della destra, ora sconfessata dall'elettorato. Speriamo che a Praga non si caccino in un vicolo ceco.

La soluzione ceca alla crisi sarebbe un segnale di livello europeo e di rapporti non solo conflittuali a sinistra, come imporrebbero le elezioni europee del 2014. Come ha ribadito Martin Schulz nella manifestazione di Bergamo del 29 ottobre scorso: se le prossime elezioni europee si fanno sul tema Europa Sì o No si rafforzano i populisti e la destra. Dobbiamo invece imporre un dibattito intorno a quale Europa, per sottolineare le differenze tra destra e sinistra. (Milano 29 ottobre 2013)

 

Parliamo di socialismo - Un nuovo inizio socialista?

L’Italia è messa proprio male: parlo non solo dell’Italia economica, perché il giudizio è ovvio. Parlo anche dell’Italia politica: giudizio anche esso ovvio, ma sul quale si può fare un ragionamento e vedere qualche speranza: forse mi ripeto, ma repetita juvant!

di Giuseppe Tamburrano

L’ostacolo principale è Berlusconi. Proviamo con un esercizio di fantapolitica – che faccio ogni giorno – ad immaginare che scompaia: io credo che avremmo un effetto a cascata che muterebbe profondamente il panorama politico.

Prima di tutto il suo partito si spaccherebbe: una parte guidata dalla Giovanna D’Arco della Santanchè andrebbe a destra e l’altra con il mite Alfano al centro. Il Governo – se non perde la maggioranza al Senato – non soffrirebbe più il delirio quotidiano e forse riuscirebbe anche a cambiare la legge elettorale e portarci ad elezioni decenti.

Dunque avremmo una Destra arricchita dal nuovo corso di Storace e abbastanza consistente. Ma avremmo anche un Centro formato dalle truppe di Alfano e dagli altri spezzoni di centro . E potremmo – finalmente! – avere anche una sinistra degna di questo nome. A me ha fatto una grande, positiva impressione la notizia che il PD promuoverà in Italia il congresso del Partito socialista europeo. Bravo compagno Epifani! Se l’iniziativa andrà in porto il PD entrerà nel PSE operando una svolta che ha già messo in allarme gli ex d.c.: Fioroni ha già detto che loro non ci starebbero. Bene! Escono dal PD e vanno a rinvigorire il Centro: tornano a casa! Ed esce pure Prodi!

Con una legge elettorale ad hoc – il doppio turno alla francese (con qualche aggiustamento all’italiana) – avremmo maggioranze alternative di destra e di sinistra, con un centro ago della bilancia.

Sogno? Ma perché questo processo non si può compiere? Perché c’è Berlusconi che tiene tutto bloccato attorno ai suoi problemi personali. Facciamo la prova del nove. Il Cavaliere riesce ad uscire dall’Italia (gioco da bambini per un tycoon come lui!) e se ne va in un posto incantevole a godersi gli ultimi anni della sua vita (posto che potrà ribattezzare, volendo, Colombey-les-deux-Eglises, o Isola d’Elba, sognando magari di essere richiamato in patria come De Gaulle o Napoleone). Potrà inondare di messaggi i suoi fedelissimi continuando – o credendo di continuare – ad esercitare la sua influenza in Italia. Ma si leverà di mezzo: e questo è l’importante!

Sto sognando? E lasciatemi sognare! Sono avanti negli anni anche io e spero di andarmene meno incazzato. Pensate: la sinistra si depura, si unisce e si chiama “socialista europea”! E visto che sogno ad occhi aperti lasciatemi concludere il sogno: si chiama socialista e spende le sue energie non nella rissa attuale ma nel dibattito, anche duro, su qual è il “sol dell’avvenire” nella gravissima crisi odierna del capitalismo finanziario-industriale globalizzato.

Mia moglie mi ha svegliato: “E’ tardi, bisogna andare a votare alle primarie!”.

No! Preferisco sognare.

 

La situazione a sinistra - Pasticci

Che il Pd fosse, geneticamente, impossibilitato a divenire un partito lo abbiamo sostenuto più volte. I fatti ci stanno dando ancora una volta ragione, ma che si arrivasse a questo punto, era difficilmente immaginabile. E, anche solo raccontare il caos imperante, è impresa ardua.

 

di Paolo Bagnoli

 

Ciò che si può dire è, a situazione data, che il Pd non dà garanzia alcuna di essere la soluzione né per la crisi politica aspra che investe la Repubblica né per il governo del Paese.

Questa situazione rappresenta per qualcuno la fine di una speranza, per altri la conferma che i pasticci generano solo pasticci. Oramai non ci crede più nemmeno Prodi, padre nobile e tradito che ha confermato la veridicità del detto secondo cui la vendetta si consuma a freddo. Nemmeno Prodi, tuttavia, è esente da responsabilità; ma facciamogli almeno l’onore delle armi, come dignità richiede.

Nel Pd il momento della scissione tra le due anime questa volta sembra aver fatto qualcosa di più che un semplice capolino sulla ribalta. A cancellare ogni equivoco su cosa il partito non deve assolutamente essere ci ha pensato Giuseppe Fioroni il quale, alla notizia che Epifani avrebbe organizzato per il prossimo febbraio a Roma il congresso del Pse, ha detto con chiarezza: "Sarebbe una mutazione genetica che trasformerebbe i democratici in un soggetto di sinistra e annullerebbe di fatto lo scioglimento della Margherita. Nelle clausole risolutive del patto fondativo del Pd era espressamente indicata la condizione di non iscriversi al Pse" (Corriere della Sera,10.11.2013). Tra tante altre interessanti cose, Fioroni ha aggiunto che il fine del soggetto era quello “di superare le vecchie famiglie europee, mettendo insieme moderati e riformisti”. Vaste programme, cher monsieur.

Vediamo, allora. In primo luogo: che senso avrebbe per un partito non aderente al Pse organizzarne il congresso? Di riscontro: secondo quali presupposti il Pse potrebbe dare in appalto a una forza estranea un simile evento, e per di più alle soglie delle elezioni europee? Forse perché spera che il Pd entri nel Pse o forse perché il Pd vuole entrarvi. Tutto può essere. Ma, se così fosse, non ci sembra questa la prassi più seria.

Il Pd non appartiene a nessuna delle strutture internazionali del socialismo. E ciò in coerenza con se stesso, poiché, come ricorda Fioroni, il suo fine era il "superamento" di cui sopra. D’altronde Veltroni – ricordate? – aveva declamato che “il socialismo è morto e la sinistra è finita.” Da qui la conferma certificata del fatto, anche questo da noi sostenuto, che il Pd non può essere una forza della “sinistra” intendendo se stesso appunto come "superamento delle vecchie famiglie".

Ritenere il socialismo morto significa porsi oltre. Dove? In un altrove che è rimasto a tutt'oggi sconosciuto, eccezion fatta per la sua distanza dalla storia, la funzione, i valori e la cultura del movimento operaio, cioè dal motivo conduttore del socialismo europeo e della sinistra in generale. Essere posizionati alla sinistra di Berlusconi non vuol dire essere la “sinistra”.

Che al Parlamento europeo vi sia un gruppo “dei socialisti e dei democratici” riflette una necessità parlamentare, non un indirizzo strategico: necessità che è stata equivocamente usata per mere esigenze tattiche creando confusione e, talora, pure inganno. Dunque, il Pd non riesce a essere un partito. Ma, se vi riuscisse, sarebbe quello indicato da Fioroni. E a corollario di ciò domandiamo ancora una volta che cosa rappresenti il Psi (partito membro del PSE) se non riesce nemmeno a mugolare come il coro muto della Madame Butterfly!

Tutto ci conferma nel convincimento che, nel quadro ricostruttivo della democrazia italiana, la questione della ripresa socialista, cui è strettamente collegata quella della sinistra, è assolutamente tra quelle centrali. Occorre un socialismo di sinistra, un pensiero politico autonomo, compiuto e marcatamente europeista.

La verità, anche in questo caso, è semplice: per il socialismo occorrono i socialisti, fieri e consapevoli di esserlo e di volerlo essere; occorre una ripresa dell’elaborazione culturale, a partire dalla concretezza delle questioni sociali drammatiche che sono sul tappeto. Occorre uscire dal sonnecchiamento in cui tanti luoghi socialisti sono stati fino ad oggi, per tentare un’impresa assai difficile, come lo sono quelle che si pongono quali scommesse sulla storia: quella del presente e del futuro, s’intende, nel solco di un’identità ideale che viene dal passato.

Le scommesse sulla storia non hanno mai certezze. E tuttavia la loro assenza non è nemmeno rassegnazione, ma solo correa negativa responsabilità.

Noi crediamo che le battaglie si danno perché si ritiene sia giusto e doveroso farlo. Quali saranno i loro esiti mai nessuno può dire.

 

 

IPSE DIXIT

L’avvenire degli schiavi - «L'avvenire è il solo tipo di proprietà che i padroni concedono volentieri agli schiavi.» – Albert Camus

Uomo in rivolta - «Cos'è un uomo in rivolta? Un uomo che dice no.» – Albert Camus

La creatura - «L'uomo è la sola creatura che rifiuti di essere ciò che è.» – Albert Camus

Mezzi e fini - «Il fine giustifica i mezzi? È possibile. Ma chi giustificherà il fine? A questo interrogativo, che il pensiero storico lascia in sospeso, la rivolta risponde: i mezzi.» – Albert Camus

Infine - «L'uomo infine non è interamente colpevole, non ha dato inizio lui alla storia; né del tutto innocente, poiché la continua.» – Albert Camus

 

martedì 5 novembre 2013

Il dibattito politico-costituzionale / Problemi non risolti

Pensieri di un costituzionalista che diffida dei “giuristi puri”

di Felice Besostri

La congiuntura politica istituzionale è condizionata dai problemi non risolti. Con le sentenze n. 15 e 16 del 2008 del 23/01/2012 (l’udienza pubblica nella quale ho discusso l’ammissibilità dei referendum Guzzetta, opponendomi si era tenuta il 13/12/2011), la nostra Corte Costituzionale, non pronta proceduralmente ad accogliere le obiezioni sul premio di maggioranza che i quesiti referendari avrebbero accentuato con il divieto di coalizioni, aveva lanciato un forte monito al Parlamento e alle forze politiche di modificare il premio di maggioranza prevedendo una soglia minima in voti o seggi.

L’invito, reiterato con la sentenza n. 13 del 2012, è rimasto inascoltato al pari degli appelli del Capo dello Stato. Si è votato, invece, con quella legge di dubbia costituzionalità nel 2008 e nel 2013, confidando in quella giurisprudenza, consolidata delle SS.UU. di Cassazione e del Consiglio di Stato sulla carenza assoluta di giurisdizione nei confronti delle operazioni elettorali, grazie ad un’abnorme interpretazione dell’art. 66 della Costituzione, che rende arbitre le Camere elette, anche con legge di dubbia, anzi addirittura manifesta incostituzionalità, di giudicare sui ricorsi contro le operazioni elettorali.

Il risultato pratico è che una legge incostituzionale che fosse votata da una maggioranza artificiale, grazie ad un premio di maggioranza, che fosse promulgata da un Presidente eletto dalla stessa maggioranza non avrebbe un giudice nemmeno per le operazioni elettorali preparatorie; lo stesso decreto di convocazione dei comizi elettorali sarebbe atto inimpugnabile (TAR Lazio Sez.IIbis n. 1855/2008 e CdS, sez.IV, n.1053/2008). Eppure la Corte Costituzionale aveva fatto una richiesta minimale di fissare una soglia di accesso, che ben poteva coincidere con il 25% della fascistissima legge Acerbo.

Il mancato adeguamento della legge elettorale non dipendeva dalla soglia di accesso, ma probabilmente dalle liste bloccate, che sono un bene irrinunciabile per i gruppi dirigenti o per i padroni di partiti e/o liste. Un parlamento di nominati, e la cui ripresentazione dipende da un gruppo ristretto di persone, è un organo più docile di chi debba rispondere ai propri elettori. La docilità e la prevedibilità dei loro comportamenti, salvo quando entrano in gioco altri fenomeni come la corruzione o semplicemente il desiderio di non perdere il posto e i connessi vantaggi, consentono di assicurare la stabilità e quindi la governabilità, che è la chiave di lettura delle scelte compiute in materia elettorale.

Non si è tenuto conto che in una democrazia rappresentativa, che resta, a mio avviso, la miglior forma di governo, che può essere integrata e completata, ma non sostituita, da istituti di partecipazione popolare e democrazia diretta, è il dibattito pubblico che deve precedere le deliberazioni, l'essenza della democrazia, come ci insegna Urbinati, più dei sistemi elettorali, aggiungo io.

Si spiega così scelte come la modifica degli artt. 81, 97, 117 e 117 Cost. con una maggioranza straripante superiore ai due terzi e in condizioni di semi-clandestinità. Stabilità e governabilità spiegano la preferenza per sistemi elettorali maggioritari e bipolarizzanti, come se questo fatto potesse sostituire l’elaborazione di programmi all’altezza dei problemi dei problemi da risolvere e la capacità di organizzare un blocco politico e sociale egemone, in grado di garantire una maggioranza non solo numerica ed apparente, come quella che deriva dalla combinazione di premi in seggi e soglie di accesso che trasformano minoranze occasionalmente più forti in maggioranze eterogene”. Il prof. Onida , che purtroppo non può essere tra noi, ha definito queste scelta: “La fiera dei premi di maggioranza”. NEL VALUTARE POSITIVAMENTE L’ORDINANZA DEL Tar Lombardia, che ha inviato in Corte Costituzionale la L.R. 17/2012 della Lombardia , con norme condivise da altre leggi elettorali regionali. La legge elettorale regionale lombarda può così raggiungere le modifiche introdotte dalla l. 270/2005, la cui discussione è fissata al prossimo 3 dicembre.

Il vertice dell’equivoco si è raggiunto coll’errata convinzione che si debba sapere chi ha vinto le elezioni e quindi governerà la sera stessa delle elezioni. E’ una pretesa che non ha riscontro neppure nei sistemi presidenziali: Obama ne è dimostrazione.

La situazione non è migliore neppure nei sistemi semipresidenziali: non solo ci sono state 2 coabitazioni in Francia, ma in astratto non è garantito, che il Presidente abbia la maggioranza nelle seguenti elezioni dell’Assemblea Nazional. Persino in Gran Bretagna chi avrebbe governato sarebbe dipeso dalle scelte dei liberali, come in Germania il successo personale della Merkel non le garantisce il Governo finché non firma un contratto di coalizione con un secondo partner, perché nel Bundestag è in minoranza come lo era nel 2005.

Per noi che abbiamo gioito per la chiara vittoria di Hollande sia alle presidenziali che alle legislative desta preoccupazione il fatto che a poco meno di un anno e mezzo dal maggio 2012 non sia garantito di poter governare, cioè malgrado una confortevole maggioranza, frutto del sistema maggioritario a doppio turno, che piace a molti, anche nel centro-sinistra. Ebbene senza la disciplina repubblicana il sistema maggioritario a doppio turno non assicurerebbe stabili maggioranze.

La cultura politica, che determina i comportamenti, pare non far parte delle riflessioni o del bagaglio di conoscenze ,di chi si occupa da politico o da giurista di leggi elettorali. Il maggioritario di collegio uninominale con ballottaggio eventuale, che ha il consenso di molti, senza disciplina repubblicana, senza la polarizzazione destra-sinistra e la discriminante anti-fascista verso la destra estrema e con, a contrario, forti partiti regionali e vaste porzioni del territorio a forte dominanza clientelare, quando non di influenza elettorale della criminalità organizzata, avrebbe esiti diversi, se non opposti, in un Paese come l’Italia. Lo stesso con un sistema elettorale, come quello tedesco -l’altro grande modello di riferimento- con un sistema tripartito prima Union-SPD e FDP e quadripartito poi con i Verdi si poteva scommettere che in Italia non avremo avuti Cancellieri Democristiani o Socialdemocratici ma Liberali o Verdi, finché DC e PCI non fossero stati pronti a praticare larghe intese o una sorta di Große Koalition grazie al Compromesso Storico.

Nei paesi scandinavi, quando tramontò il periodo delle maggioranze assolute dei socialdemocratici furono possibili stabili governi di minoranza perché i partiti a sinistra dei socialdemocratici, mai avrebbero unito i loro voti a quelli dei partiti borghesi per sfiduciare o mettere in minoranza il governo: questo scrupolo è invece stato assente in Italia per sfiduciare il governo Prodi nell’ottobre 1998 e nel gennaio 2008.

Vogliamo pensare ai paradossi della governabilità e del bipolarismo, che avrebbero dovuto essere favoriti da leggi elettorali con premio di maggioranza, si sono avute legislature anticipate dopo le elezioni del 2006 e senza la crisi economica e l’emergenza dopo quelle del 2008 e la stessa legislatura del 2013 non è destinata a durare fino al 2018, anzi sarebbe già terminata come la precedente se si potesse tornare a votare con una legge elettorale riformata.

Nel dibattito attuale preoccupa, che invece di trarre lezione da quanto accaduto si pensi di accentuare l’artificialità di maggioranze con l’introduzione di un premio di maggioranza nazionale anche al Senato, malgrado l’art. 57 Cost., quando la differenza di possibili maggioranze politiche tra Camera e Senato non dipende dal premio di maggioranza nazionale per la prima e regionale per il secondo, ma delle diverse soglie di accesso e di deroghe per le liste coalizzate, che contro ogni nozione minima di matematica, sono più elevate per il Senato anche fino al doppio, benché abbia la metà dei componenti della Camera. Questo fatto impedisce che ci sia la stessa offerta politica alla Camera e al Senato.

L’elezione diretta dei vertici esecutivi, insieme con la prevalenza dell’esposizione mediatica, nella scelta dei cittadini ha modificato il criterio di scelta della classe politica i cui effetti non positivi cominciano ad emergere nel caso dei Sindaci di grandi città. Tra i criteri di scelta non compare la valutazione della capacità di essere un buon sindaco, ma solo quello di poter abbattere l’avversario nei consensi. Se questo è il criterio è logico che il Sindaco di Milano non voglia fare un secondo mandato e quello di Firenze abbia da tempo concepito la carica come trampolino per altri destini, avendo un chiaro obiettivo finale la Presidenza del Consiglio. La stessa logica di stabilità ha presieduto alle riforme elettorali di comuni, province e regioni, con accentuazione per queste ultime dalla mancata previsioni di un secondo turno di ballottaggio.

Siamo riusciti ad inventare un sistema elettorale sui generis, che subordina l’assemblea rappresentativa al vertice del potere esecutivo, contraddicendo 200 anni di sviluppo di democrazia e assegnando al vertice esecutivo, Sindaco, Presidente di Provincia (specie in via di esaurimento) e di Regione un potere inesistente persino nelle forme di governo presidenziale(dove non può sciogliere il Congresso) o semi-presidenziale.

Negli Stati Uniti il Presidente non ha la garanzia di controllare il Congresso, le elezioni non sono mai totalmente contestuali e neppure in Francia. In questi due paesi a nessuno è mai venuto in mente di eleggere presidente e assemblee legislative in un unico election’s day, assegnando un premio di maggioranza al presidente con più voti al primo ed unico turno negli USA o al ballottaggio in Francia.

L’esperienza ha provveduto a smentire nei fatti che per assicurare stabilità fosse sufficiente assegnare un alto premio di maggioranza( se volessimo pulire il linguaggio dovremo chiamarlo premio alla minoranza più forte), senza tener conto che il premio è incentivo a raccogliere il più ampio arco di forze e quindi senza badare troppo alla loro eterogeneità. Il premio, quando si presentano problemi politici, non costituisce legame per il governo , così è stato con le elezioni del 2006, del 2008 e persino del 2013 la coalizione IBC non ha resistito 60 giorni alla mezza vittoria della coalizione (Parafrasando il Talmud sulle mezze verità, che sono una bugia intera, le mezze vittorie sono una sconfitta totale).

 

Parliamo di socialismo - L’ambiguità della “via italiana al socialismo”

La tesi di Macaluso nel suo ultimo libro Comunisti e riformisti è in frontale contrasto con quanti hanno visto nel partito togliattiano un potente impedimento alla diffusione della cultura politica socialista-riformista nel nostro disgraziato Paese.

di Luciano Pellicani

Il titolo dell'ultimo libro di Emanuele Macaluso – Comunisti e riformisti – sintetizza assai bene qual è la tesi che vi è argomentata con passione e lucidità. Una tesi che è in frontale contrasto con quanti hanno visto proprio nel partito creato da Palmiro Togliatti l'istituzione che ha impedito che nel nostro Paese prevalesse la cultura politica del socialismo riformista. E' accaduto che l'ipertrofica crescita del Pci – battezzata da Alberto Ronchey "il fattore K" — ha fatto sì che in luogo dell'alternanza di governo c'era l'alternativa di sistema , vale a dire la fuoriuscita dell'Italia dall'Occidente . Di qui il carattere plebiscitario che , a partire dal 1948 sino al crollo del Muro di Berlino ( 1989 ) , hanno assunto le elezioni nel nostro Paese. Eppure – controbatte Macaluso – , se si vanno a leggere i testi programmatici elaborati da Togliatti , non si può non convenire che in essi il riconoscimento dei valori cardinali della civiltà liberale – lo Stato costituzionale, le libertà individuali , il pluralismo politico, ecc. – è onnipresente. Sennonché – sempre secondo Macaluso – tutto ciò che per Togliatti aveva una "caratura strategica per una parte del suo partito era invece solo tattica". Di qui la "doppiezza" che al Pci si è sempre rimproverato . Una "doppiezza" che nasceva dal fatto che , contemporaneamente alla elaborazione della "via italiana al socialismo", c'era la legittimazione del sistema nato dalla Rivoluzione leninista ; una legittimazione che nasceva dal fatto che – le parole sono di Macaluso – nella visione togliattiana "il campo socialista continuava ad essere essenziale per mantenere viva la prospettiva del superamento del capitalismo". Di qui l'aspra , accanita, instancabile polemica contro la socialdemocrazia , rea di aver rinunciato alla fuoriuscita dal capitalismo.

E qui si tocca con mano l'ambivalenza organica della "via italiana al socialismo " . In essa , erano compresenti il riformismo di stampo socialdemocratico e il totalitarismo di stampo bolscevico. E si tocca con mano anche la debolezza della tesi centrale del libro di Macaluso. Non fu solo il "gelo della Guerra Fredda " ciò che impedì al Pci di essere coerentemente riformista; fu – anche e soprattutto – quello che Filippo Turati, nel memorabile discorso di Livorno, chiamò "il feticcio di Mosca". Un feticcio che Togliatti contribuì a rafforzare . Una cosa che non poteva non produrre ciò che di fatto ha prodotto: l'eternizzazione della Democrazia cristiana al potere e , di conseguenza, il funzionamento anomalo della vita politica nazionale. Talché i contributi che il Pci ha dato alla costruzione e allo sviluppo della nostra democrazia – la partecipazione all'elaborazione della Carta costituzionale, l'alfabetizzazione politica di milioni di cittadini , l'energica difesa dei diritti dei lavoratori – sono stati tutti sotto il segno dell'ambiguità, Né avrebbe potuto essere diversamente, visto che il sistema che definiva se stesso "socialismo realizzato" era la più spietata forma di regime rivoluzionario mai apparsa sulla faccia della terra.

 

Decisione della Giunta del regolamento del Senato

DECADENZA - 1

LA MIA SCELTA PER IL VOTO PALESE

La senatrice Lanzillotta, il cui voto è stato determinante per la decisione della Giunta del regolamento del Senato, esplicita qui i motivi della sua scelta: “Non c’è dubbio che il voto non riguardi la persona ma solo il mero accertamento dell’esistenza di un presupposto di integrità morale”.

di Linda Lanzillotta

Roma, 30 ottobre 2013 – La mia decisione di votare, nella Giunta per il Regolamento, per il voto palese è stata adottata dopo un’analisi approfondita delle norme e dei precedenti e dopo un’importante discussione nella Giunta.

Sul piano tecnico regolamentare gli elementi che mi hanno indotto a questa decisione sono i seguenti:

1. Il Senato applica per la prima volta la Legge Severino e quindi non esistono precedenti invocabili in modo univoco.

2. Non esiste nel Regolamento del Senato una norma esplicita che indichi la modalità di votazione utilizzabile nei casi analoghi ma non identici (ineleggibilità e incompatibilità). Il voto segreto è stato applicato in via di prassi.

3. Il Regolamento della Camera precisa invece che il voto per la decadenza non è un voto sulla persona e quindi si applica il voto palese.

4. In altre occasioni, alla luce di nuove valutazioni giuridiche e istituzionali, prassi consolidate sono state modificate senza che fossero mutate le norme positive.

5. Nel caso di specie non c’è dubbio che il voto non riguardi la persona ma solo il mero accertamento dell’esistenza di un presupposto di integrità morale che condiziona la composizione del Senato. Non vi sono scelte discrezionali o di coscienza del Parlamentare che possono essere compromesse dal voto palese.

6. Per questo mi sono dichiarata favorevole ad una decisione che circoscrivesse l’interpretazione in favore del voto palese al nuovo caso che si presenta e per il quale non ci sono né norme né prassi in contrario rinviando a specifiche valutazioni la questione del voto in materia di ineleggibilità e incompatibilità per le quali i precedenti sono nel senso del voto segreto.

7. A queste considerazioni aggiungo che una estensione non dovuta del voto segreto andrebbe in direzione opposta a quella che ha orientato, dagli anni Novanta in poi, l’evoluzione dei Regolamenti parlamentari per fare sì che le procedure di Camera e Senato si svolgano nel rispetto della Costituzione e sempre più aderendo al bisogno di trasparenza che viene da parte dei cittadini e che è la condizione per conservare il rispetto dell’istituzione parlamentare e la legittimazione dell’esercizio delle prerogative da parte di ogni singolo deputato e delle Assemblee nel loro complesso.

 

DECADENZA - 2

SOLO RISPETTO DELLE REGOLE

Un commento alla decisione della Giunta del regolamento del Senato

di Anna Finocchiaro

(Roma, 30.10.2013) - La decisione di oggi della Giunta per il regolamento non costituisce né uno strappo alla Costituzione né una modificazione o interpretazione del regolamento del Senato né tanto meno un mostro costituzionale.

Si è trattato, al contrario, di una decisione circa la applicazione del regolamento ad un caso che il Senato ha affrontato per la prima volta, perché per la prima volta l'applicazione della legge Severino riguarda un componente del Senato. La decisione è stata adottata, peraltro, in coerenza con la natura della deliberazione e con i precedenti. E ricordo che la legge Severino è già stata applicata più volte nei confronti di componenti di altre assemblee elettive.

Siamo di fronte ad una decisione presa sulla base delle regole e non sulla base di scelte politiche. Come Pd abbiamo proposto la strada della non modifica del regolamento, dimostrando che non si è trattato di una scelta contro qualcuno né di una decisione che riguarda la 'persona', ma di una decisione basata su solide regole giuridiche. Si doveva verificare la sussistenza dei requisiti richiesti per essere senatore, perché da questa verifica dipende la corretta composizione dell'assemblea del Senato.

Di questo abbiamo discusso e questo è il tema che verrà sottoposto all'aula di Palazzo Madama che voterà su questo, come deve essere, in modo palese.

 

IPSE DIXIT

Ogni cosa a suo tempo - «Per tutto c'è il suo tempo, c'è il suo momento per ogni cosa sotto il cielo. (…) Un tempo per strappare e un tempo per cucire; / un tempo per tacere e un tempo per parlare.» – Ecclesiaste

Geniale 1 - «L'ultima ripresa de “La nave va” è un punto mai raggiunto da nessun'altra cinematografia al mondo.» – Sidney Lumet

Geniale 2 - «Per quanto mi riguarda, io ho una grande notizia da darvi. Lo sapevate che il rinoceronte dà un ottimo latte?» – Federico Fellini