giovedì 7 febbraio 2019

MORIRE A DANZICA

 

Nella storia del nostro continente Danzica, la città portuale polacca, evoca tristi presagi. L’Europa che non volle “morire per Danzica”, dando libero corso al dilagare del nazismo in Europa, per la sua cecità pagò un prezzo altissimo. Oggi, l’Europa, con alle viste una importante scadenza elettorale i cui risultati sono destinati, qualunque essi siano, a segnarne il futuro, si trova nuovamente a fare i conti con quanto Danzica pone alla coscienza e alla politica democratica europea.

 

di Paolo Bagnoli

 

L’uccisione, causata da un colpo di coltello al cuore, del sindaco Pawel Adamowicz, capofila dei progressisti in un Paese sempre più illiberale per la politica del governo dominato dai nazionalpopolari di Jaroslaw Kacynski, fa scattare un campanello d’allarme sul rischio che corre l’Europa se la ventata populistico-sovranista si consolida. L’assassinio di Adamowicz, infatti, è un assassinio politico; europeista, difensore dei diritti delle minoranze, schierato a favore della comunità Lgtb, il sindaco di Danzica è stato vittima del clima di odio promosso e alimentato dal governo. In Polonia è il primo omicidio di un politico dalla fine del comunismo; il primo di un sindaco dal lontano 1926.

    L’esasperato sovranismo ha portato la Polonia ai ferri corti con l’Europa soprattutto per gli attacchi allo stato di diritto; come per l’Ungheria e la Romania, Europa significa prima di tutto, difesa della legalità ossia della democrazia. Per la sua involuzione illiberale la Polonia è stato il primo Paese contro il quale la Commissione europea, nel 2017, ha avviato la procedura prevista dall’articolo 7 del Trattato di Lisbona a causa delle gravi violazioni allo “stato di diritto” per la riforma della giustizia che mira ad assoggettare i giudici al potere politico. Quasi tutti i governi europei sono stati concordi; Kaczynski è stato difeso dalle sanzioni grazie a Orban poiché, per comminarle, occorre l’unanimità. Salvini, tuttavia, la scorsa settimana è stato a Varsavia per stringere un patto con Kaczynski in vista delle elezioni europee, promettendo di difendere la Polonia “da quest’ondata di odio e di disprezzo.” La Polonia versa in una situazione grave. Nemmeno l’Ungheria di Orban, che pure ne ha percorsa di strada illiberale, si trova allo stesso livello; infatti, ha ricevuto solo una raccomandazione politica approvata dal Parlamento europeo l’anno passato tra non poche polemiche.

 

 

 


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Un Conte a Davos

EDITORIALE

  

Adelante, Pedro, con juicio! Mentre nelle strade delle città nord-europee si susseguono le manifestazioni giovanili di protesta contro il World Economic Forum di Davos e contro l’immobilismo dei governi sul surriscaldamento climatico, il presidente del Consiglio Conte ha preso la parola nell’ampio auditorium riservato ai leader delle élites mondiali ringraziando con consueto sussiego “per l’opportunità di parlare ad una platea così illustre”.

 

di Andrea Ermano

 

Il premier italiano, di fronte a una sala che si era svuotata per due terzi dopo l’affollatissimo intervento di Angela Merkel, ha voluto rappresentare di fronte ai super-ricchi la “visione radicalmente nuova” del governo penta-leghista da lui guidato. «È una visione nuova – ha detto – perché non è costruita in termini di una contrapposizione tra statalismo e liberismo, come ha fatto la tradizionale divisione tra sinistra e destra per più di un secolo».

    Fermiamoci un momento su questo punto. La tradizionale divisione tra statalismo e liberismo non riflette quella tra destra e sinistra da un bel po’ di tempo. Ci si permetta di osservare che il superamento della contrapposizione tra stato e mercato – superamento che ha un nome ben definito, chiamandosi “economia mista” – rappresenta una delle caratteristiche specifiche della socialdemocrazia europea da sei decenni. Le politiche ispirate all’economia mista, infatti, hanno informato di sé l’intero “trentennio glorioso”, che va dal 1945 al 1975 e che ha registrato la fase di maggior espansione economica della storia occidentale, realizzando una grande estensione del benessere e una straordinaria redistribuzione della ricchezza.

    Nel programma SPD di Bad Godesberg, questo principio fondamentale dell’economia mista viene così enunciato: «Nello Stato democratico ogni potere deve sottostare al controllo pubblico. Gli interessi della collettività devono avere priorità sugli interessi del singolo. Nell’economia dominata dalla sete di profitto sono in pericolo la democrazia, la sicurezza sociale e la libertà personale. Per questo il socialismo democratico auspica un nuovo ordinamento sociale ed economico.»

    Il programma socialdemocratico divenne parte integrante della cultura politica europea e garantì un costante miglioramento della qualità della vita nella gran parte della popolazione. Questa è stata la storia della sinistra di governo anche in Italia, quanto meno fino al 1992. Ciò premesso, si potrà dire che, in quest’ultimo quarto di secolo, però, i partiti del socialismo europeo hanno poco o pochissimo difeso lo Stato sociale, secondo il principio enunciato a Bad GodesbergUna critica di questo genere non ci parrebbe certo infondata (soprattutto verso i transfughi dell’osservanza moscovita, passati dal muro di Berlino a Wall Street senza fermate intermedie), anche perché in Italia fu proprio l’abbattimento della Prima Repubblica e la distruzione giudiziaria del PSI craxiano a forzare, non senza violenza, una sorta di “salto di dottrina” dall’economia mista alla cosiddetta “economia di mercato”, con tutto il seguito di liberalizzazioni, privatizzazioni, detassazioni, delocalizzazioni, razionalizzazioni, regalini, regaloni e condoni che hanno concorso a realizzare un trasferimento di ricchezza “dal basso in alto” inaudito e senza precedenti storici.

    Ma torniamo al discorso tenuto a Davos dal premier Conte, il quale per inciso è sembrato volersi profilare come leader a cinque stelle in vista della crisi di consensi cui Di Maio sta portando il “MoVimento” a causa della sua subalternità nazional-leghista.

    Secondo il Presidente del Consiglio il programma di governo che andrà realizzato nei prossimi anni è «vasto e multiforme, guidato da un concetto semplice: sostenere il merito mentre si combattono i monopoli e le rendite di posizione. Una sequenza infinita di riforme può scaturire dal perseguimento di questa idea fondamentale. Il sostegno del merito porterà la nostra attenzione sull’istruzione».

    Anche su questo punto, dell’istruzione e soprattutto dell’istruzione elementare cui Conte si riferisce, siamo di fronte ad antiche questioni socialdemocratiche, e non certo alle tanto propagandate novità a cinque stelle. Senza contare che, dopo venticinque anni di liberismo selvaggio, l’edilizia scolastica ha raggiunto in Italia livelli di estrema precarietà.

    Conte ha anche parlato, in modo forse un po’ velleitario, di «una revisione radicale delle regole per accedere ai mercati, per entrare negli ordini professionali e di una revisione di tutte le norme burocratiche che non perseguono altri obiettivi se non proteggere gli insider».

    Si tratta di obiettivi molto difficili da realizzare al di fuori di un concerto europeo. Contro di esso però l’Italia penta-leghista, sempre più isolata sul piano internazionale, sta muovendo le sue pedine lungo la linea di un’escalation propagandistica che un tempo si sarebbe detta “ostile” e “guerresca”. Oggi ci allarmiamo un po’ meno perché nessuno, in Europa occidentale, può razionalmente ripromettersi qualche vantaggio dall’opzione bellica. Ma come scrive Yuval Harari: «sarebbe ingenuo presumere che una guerra sia impossibile. Anche nel caso in cui un conflitto sia catastrofico per tutti, nessun dio e nessuna legge della natura ci protegge dalla stupidità umana».

    Dei gravi pericoli sottesi all’isolamento internazionale che l’Italia (al netto degli amici americani Bolsonaro e Trump) paga come tributo all’irresponsabile campagna elettorale anti-francese dei due vice-premier, Salvini e Di Maio, il Presidente Conte sembra essere del resto consapevole nella “chiusa” del suo intervento davosiano: «Ogni comunità, se lasciata sola, faticherà a fronteggiare i venti contrari che provengono da chi mette una Nazione contro l’altra solo per il proprio vantaggio. Se noi, come europei, fossimo più uniti in questi sforzi, saremmo molto più forti nel sostenere la visione originale che ha ispirato il sogno di un’Europa che protegge i suoi cittadini e i valori a noi cari: la libertà, la giustizia sociale, un trattamento equo per ciascuno, la solidarietà fra popoli e nazioni, lo Stato di diritto». Insomma, speriamo bene. Qui Davos, a voi Roma.

 

 

 

 


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Di Maio e la rivolta di Francia

RICEVIAMO E VOLENTIERI PUBBLICHIAMO 

 

 

“Gilet gialli non mollate! Il MoVimento 5 Stelle è

pronto a darvi il sostegno di cui avete bisogno…”

 

di Marco Morosini

 

«Gilet gialli non mollate! Il MoVimento 5 Stelle è pronto a darvi il sostegno di cui avete bisogno», ha scritto qualche giorno fa il vicepresidente del Consiglio di un Paese del G7 e della Ue, l’onorevole Luigi Di Maio, incoraggiando la rivolta contro il Governo di un altro Paese del G7 e della Ue. Si è subito unito al suo incoraggiamento anche l’altro vicepresidente del Consiglio, l’onorevole Salvini. Si tratta di una rivolta robusta: 8 morti per incidenti stradali, migliaia di feriti, devastazioni per centinaia di milioni di euro, perdita d’affari (sotto Natale) per quasi un miliardo di euro, vandalismo nell’Arco di Trionfo a Parigi (il maggior simbolo di Francia), distruzione di metà dei radar anti-eccesso di velocità in tutto quel Paese, assalto a un Ministero con un veicolo da cantiere e sfondamento del suo ingresso, incendio di una Prefettura, con gli impiegati dentro, al grido di «Finirete come maiali arrostiti!» – atti compiuti certamente da una piccola minoranza dei manifestanti e ovviamente disapprovati dai due vicepremier italiani.

    Sarebbe utile, tuttavia, che l’onorevole Di Maio chiarisca a quali, tra le persone che hanno indossato un gilet giallo (costa 3 euro), ha inviato la sua lettera. Per esempio a quei veri “gilet gialli” che starebbero per fondare un partito? Questo però sarebbe probabilmente sconfessati da altri veri “gilet gialli” come è accaduto a tutti i sedicenti rappresentanti dei veri “gilet gialli” (minacciati subito di morte da altri veri “gilet gialli”).

    O forse il vicepresidente del Consiglio si rivolge a quel 42% di “gilet gialli” che, secondo un sondaggio, votarono nel 2017 per l’estrema destra di Marine Le Pen (che, li appoggia)? O a quel 20% di “gilet gialli” che votarono per l’estrema sinistra di Jean-Luc Melenchon (che li appoggia)? O forse si rivolge a quei “gilet gialli” che hanno intasato le autostrade con cortei di Harley Davidson? Oppure a quei “gilet gialli” pro-benzina che hanno partecipato lo stesso a Parigi il 7 dicembre alla manifestazione contro i combustibili fossili e per proteggere il clima, invitati da alcuni esponenti dell’ecologismo francese? Il loro slogan: «Gilet gialli, gilet verdi, stessi colpevoli, stessa collera».

    Se i due Vicepremier volessero abbracciare davvero la causa comune dei “gilet gialli”, potrebbero, per esempio, introdurre subito in Italia insieme al Reddito di cittadinanza, una tassa patrimoniale, soddisfacendo così la rivendicazione più popolare di quasi tutti i “gilet gialli”: la reintroduzione della Impôt sur la fortune (Isf ). Solo un anno fa l’onorevole di Maio aveva scritto una lettera piena di apprezzamenti al presidente francese: «Quando ci conoscerà meglio, presidente Macron, capirà che abbiamo, certamente, punti importanti di divergenza, ma scoprirà anche temi e posizioni del MoVimento 5 Stelle condivisibili e su cui poter confrontarsi».

    Alcuni scrivono ora che la rivolta dei “gilet gialli” e dei due vicepremier italiani contro il presidente francese è scoppiata perché Macron «ha tradito le promesse». Ma è così? Macron promise di scoraggiare l’uso dei combustibili fossili e di alzarne il prezzo. Fatto. (Grillo scrive: «L’unica cosa giusta che ha fatto»). Promise di mettere un limite di 80 km/h sulle strade extraurbane (per motivi ecologici e di sicurezza). Fatto. Certo il presidente d’Oltralpe ha mantenuto o non mantenuto anche molte altre promesse. La rivolta però non è esplosa su tutto il suo programma elettorale.

    È esplosa all’inizio su un unico tema: “l’automobilismo del popolo”. Ossia il diritto a avere prezzi bloccati per i carburanti fossili, l’abolizione del nuovo limite di velocità di 80 km/h, la distruzione di metà dei radar anti-eccesso di velocità in tutta la Francia (mettendo in pericolo l’incolumità di milioni di persone). La cosa più significativa, però, è che la rivolta si è data come simbolo e nome il “gilet giallo”, ossia l’unica possibile uniforme comune di tutti gli automobilisti e motociclisti. Un “gilet giallo” che unifica alcuni (300mila manifestanti il 17 novembre, dimezzati ogni sabato fino a 50mila il 5 gennaio) ma esclude altri, per esempio quei 12 milioni di francesi che non hanno una macchina.

 



Solo in un secondo tempo chi ha indossato un “gilet giallo” (con o senza macchina) ha aggiunto una lunga lista di quelle rivendicazioni personali che avrebbe sempre voluto formulare a qualunque governo. Tra tutte queste, tuttavia, la più condivisa è stata quella di redistribuire potere e ricchezza dai ricchi ai meno ricchi e semi-poveri. La voce della rivolta però non parla affatto dei 9 milioni di poveri, la maggioranza dei quali senza macchina.

    Se è questa la cosa più desiderata dai “gilet gialli”, però, essi possono votare o militare o farsi eleggere per partiti che tradizionalmente reclamano una redistribuzione delle ricchezze. In Francia ci sono una decina di partiti di sinistra, dai più compromissori ai più radicali. Forse il vicepresidente del Consiglio italiano Di Maio vorrà chiarire quali “gilet gialli” egli appoggia?

    Per ora l’unica frase chiara del capo della componente 'gialla' del governo detto 'giallo-verde' è quella che incoraggia chi si è rivoltato «colorando di giallo le strade di Francia».

       

 

 

 


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«Trovato l'accordo,

LAVORO E DIRITTI

a cura di www.rassegna.it

 

 

Il segretario confederale Colla ritira la sua disponibilità a succedere a Susanna Camusso alla guida della confederazione. Resta in pista un solo candidato: Maurizio Landini. Dure critiche al governo: in legge di bilancio mancano gli investimenti e un'idea di futuro.

 

 

Vincenzo Colla e Maurizio Landini

 

“Abbiamo trovato una soluzione per mantenere unita la Cgil. Lo voleva la nostra gente, il paese. La Cgil è la casa più importante della sinistra, e nel corso degli anni ha tenuto insieme tutte le sue culture. Non potevamo permetterci una rottura in un momento così delicato per il paese”. Così il segretario confederale della Cgil, in un incontro con i giornalisti a margine del XVIII congresso della Cgil che si sta svolgendo a Bari, ha annunciato l’accordo per la successione alla Camusso. Colla ha dunque espresso il “ritiro della mia disponibilità a fare il segretario generale della confederazione”. Rimane dunque in pista la proposta della segreteria sul nome di Maurizio Landini.

    Ai giornalisti che gli chiedevano quale sarà dopo il congresso il suo ruolo nella confederazione, il sindacalista ha risposto così: “Il mio ruolo lo deciderà il segretario generale. Io sono a disposizione e non ho chiesto nulla”. La cosa importante, per Colla, “è tenere insieme nel quadrato rosso i tanti io che sono presenti nell’organizzazione”.  Del resto “in tutti i congressi ho detto sempre che avrei fatto di tutto per non rompere l’unità della Cgil. Andremo dunque al voto su un unico segretario generale, così come abbiamo sempre detto”.

    Il segretario confederale è stato poi sollecitato sui temi della politica attuale. “Il governo, invitato, ha fatto un errore a non venire al congresso. Il pluralismo è confronto, e questo governo quando non si confronta fa pasticci. Facciano come credono, ma penso sia difficile, superando i corpi intermedi, gestire la complessità di questo paese. Insomma: si tratta di un’occasione persa”.

    Da questo punto di vista, ha sottolineato, “la manifestazione del 9 febbraio non è solo perché non ci convocano. Noi abbiamo proposte alternative e più innovative rispetto a quelle del governo. Bisogna fare attenzione, perché se la crescita del Pil va sotto allo 0,5%, non si creerà più un solo posto di lavoro. Si incrementa la precarietà e la competizione sul costo del lavoro: ma così si mina la coesione sociale ed è difficile poi fare mediazioni”. “Se una persona non ha lavoro è difficile invitarla alla mobilitazione”.

    Il limite più grave di questa legge di bilancio, per Colla, “è la mancanza di investimenti strategici. Non bisogna chiudere ma aprire i cantieri” e “anziché fare il reddito di cittadinanza, occorre creare il lavoro di cittadinanza. Manca totalmente un’idea di sviluppo del paese, serve una politica sulle grandi filiere strategiche”.

    Se non pensiamo strategicamente al futuro, per il dirigente della Cgil, “l’Italia diventerà un paese contoterzista povero. Rischiamo di creare una bolla di lavoratori poveri e in conflitto tra loro, costretti ad accettare quale lavoro purché sia. Ma in questo modo mettiamo in gioco la tenuta della rappresentanza: perché lavoratori così deboli, se si avvicinano al sindacato, vengono facilmente fatti fuori dalle aziende”.

    Sul “cosa fare”, Colla è chiaro: “Abbiamo 2.300 miliardi di debito e però 5.000 miliardi di liquidità in mano a pochi. Questo vuol dire che negli anni il debito ha alimentato la rendita. E, poi, 200 miliardi di evasione fiscale. Questo trittico va affrontato e aggredito”. Altrimenti, anche in vista delle elezioni europee, sarà molto difficile sconfiggere rancori, sovranismi e sfiducia nella politica.

 

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Guido Rossa, 40 anni dopo - Il 24 gennaio 1979 le Brigate Rosse uccidono a Genova il delegato sindacale della Fiom Cgil in Italsider. Un dolore che non si dimentica: le parole della figlia Sabina, l'incontro di Pertini con gli operai del porto, le parole di Lama ai funerali di Stato”.

 

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