giovedì 18 aprile 2019

A Livorno senza livore

 

Le idee

 

Pubblichiamo di seguito ampi stralci tratti dal testo del saluto di Felice Besostri al Congresso di Articolo1: “Dobbiamo pensare di promuovere un’iniziativa di ampio respiro. Nel 2021 sarà il centenario della divisione della sinistra a Livorno, proprio nel pieno di un’offensiva di destra e reazionaria. Proprio Livorno ha ispirato un’iniziativa socialista di sinistra, Socialismo XXI, che non ha come obiettivo il solito partitino, ma di elevare la qualità della proposta programmatica. Proviamo a pensare ad una riunificazione della sinistra come movimento ampio che nasca dal basso, con due testimonial d’eccezione: Matteotti e Gramsci.”.

 

di Felice Besostri, Presidente del Gruppo di Volpedo,

rete dei circoli socialisti e libertari di Nord ovest

 

Avrei voluto che i rapporti politici che mi hanno legato da anni con molti di voi si svolgessero e consolidassero in tutt’altro contesto. Sono stato membro del gruppo parlamentare DS-L’Ulivo del Senato nella XIII legislatura e ho militato nel Partito fino alla decisione della sua maggioranza di sciogliersi nel PD: una decisione, che non potevo condividere. Venivano meno le ragioni dell’adesione di molti socialisti al progetto delineato negli Stati Generali della Sinistra del 1998 a Firenze.

    Abbiamo perso 20 anni nel tentativo di riunire una sinistra superando storiche divisioni ideologiche e psicologiche, quando non frustrazioni e rancori. Non riuscita malgrado la comune adesione al PSE, che non è mai diventato un partito europeo transnazionale, ma una confederazione di partiti, condizionati dalla loro collocazione nella politica nazionale di governo o di opposizione, piuttosto che da una comune visione europeista ed internazionalista.

    La formazione del PD e il suo primo atto significativo, la coalizione alle elezioni del 2008, hanno giustificato la diffidenza. Nessun accordo vi fu con liste di sinistra, che comprendessero aree socialiste, preferendo l’Italia dei Valori. Tuttavia, quelle elezioni dimostrarono anche l’incapacità di rappresentare una credibile alternativa: si ebbe un coacervo rosso verde, quello della Sinistra Arcobaleno, che con 1.124.298 voti e il 3,08% non superò la soglia di accesso alla ripartizione dei seggi. Vi fu l’incapacità di superare i propri recinti, nemmeno per sopravvivere, dimostrata dal fatto che il Partito Socialista raccogliendo 355.495 voti e lo 0,98% avrebbe consentito di raggiungere quella soglia.

    Altra iniziativa ostile del PD è stata quella di aver introdotto, d’intesa con FI la soglia anche per le europee 2009 con la motivazione esplicita di impedire che rientrassero in gioco le forze escluse dal Parlamento nazionale nel 2008. Con la legge precedente sarebbero state rappresentate sia la lista Sinistra e Libertà, con socialisti e la futura Sinistra Italiana, sia la lista di unità comunista, nonché i Verdi e i Radicali.

    La lezione vera, e cioè che le alleanze elettorali e strumentali non hanno futuro, non è stata compresa. E l’errore è stato ripetuto dieci anni dopo con LeU, altra esperienza condivisa con molti di voi con una candidatura di servizio, malgrado che esponenti di punta avessero sulla coscienza un grave strappo della Costituzione avendo ammesso voti di fiducia, su richiesta del governo, per far approvare due leggi elettorali, l’Italikum e il Rosatellum, in violazione dell’art. 72 c.4 Cost.

    La prima è stata dichiarata incostituzionale, prima ancora di essere applicata, grazie ad un’iniziativa giudiziaria, di cui rivendico il merito avendo promosso e coordinato un pool di avvocati costituzionalisti. La seconda è sub iudice innanzi ai Tribunali di Messina e Catanzaro e prossimamente di Roma…

    Nessuno ha mai detto con chiarezza che LeU in base ai voti avrebbe dovuto avere 21 deputati invece di 14 (- 33,33%) e al Senato 10 seggi invece di 4 (-60%). Non lo si è detto, ma probabilmente ci sarebbero state meno tensioni interne. Se sommiamo questi seggi perduti a quelli sottratti al Centro Sinistra (-22 deputati e -12 senatori) l’attuale maggioranza sarebbe più fragile, o forse inesistente, al Senato.

    La difesa prima, e ora l’attuazione, della Costituzione dovrebbero essere il terreno prioritario e comune di ogni aggregazione a sinistra, anche per rispettare la vittoria al referendum costituzionale, ma una forza di sinistra non può limitarsi ai diritti civili, che peraltro sono essenziali per lo sviluppo democratico di una società e del suo grado di civiltà, deve avere un suo progetto economico e sociale per ridurre le diseguaglianze, anche questo c’è nella Costituzione a partire dal secondo comma dell’art. 3 Cost. e il complesso del Titolo III Rapporti economici della Parte Prima.

    Vi si delinea una società solidale e di economia mista. Per molti, anche nel PD, si tratta di arcaismi. Alcuni sono passati dal comunismo al liberismo, senza nemmeno concedersi una pausa socialdemocratica.

    Anche dopo il cambio di segreteria non ci sono cambiamenti di fondo, non basta la cosmesi zingarettiana per un cambiamento effettivo rispetto all’epoca renziana. Bastano certe parole dal sen sfuggite, come quelle sulle colpe della vittoria del NO, per gettare dubbi sull’opportunità di allearsi con il PD alla prossima tornata elettorale: non basta un francobollo del PSE per giustificare l’operazione.

    L’adesione di Renzi al PSE fu puramente strumentale, altrimenti niente posizioni di vertice per un esponente del suo PD nella Commissione: la spartizione PPE-PSE non lasciava spazi.

    Tuttavia, a fronte dell’ondata di destra, cui partiti affiliati al PPE come l’austriaco ÖVP e l’ungherese FIDESZ, lo stato delle sinistre in Italia e in Europa è preoccupante.

    I partiti del PSE, pur non avendo avuto il maggior numero di seggi, sono stati i più votati, ma l’eventuale fuoriuscita del Labour minaccia questo primato di consensi, così come l’indebolimento di partiti come il PS francese, la SPD e il PvdA olandese.

    La sinistra alternativa non sta meglio. Perché le perdite dei partiti socialisti solo in parte non consistente si sono spostate alla loro sinistra o verso i Verdi, tranne che in alcuni casi, comunque complessivamente la sinistra in tutte le sue sfumature conta meno che nei gloriosi trent’anni dell’espansione nel secondo dopoguerra dello stato sociale e dell’aumento del benessere delle classi popolari.

    L’inversione di tendenza è stata pagata dai più deboli e i partiti di sinistra non raccoglievano in molti paesi, compresa l’Italia, la maggioranza dei voti dei lavoratori dell’industria.

    La sopravvivenza elettorale detta l’agenda politica, ma è una cattiva consigliera perché di corto respiro.

    Per non rassegnarsi dobbiamo pensare di promuovere un’iniziativa di ampio respiro. Nel 2021 sarà il centenario della divisione della sinistra a Livorno, proprio nel pieno di un’offensiva di destra e reazionaria. Proprio Livorno ha ispirato un’iniziativa socialista di sinistra, Socialismo XXI, che non ha come obiettivo il solito partitino, ma di elevare la qualità della proposta programmatica. Proviamo a pensare ad una riunificazione della sinistra come movimento ampio che nasca dal basso, con due testimonial d’eccezione: Matteotti e Gramsci.

 

 


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Libia sull’orlo della guerra civile

Da Avanti! online

www.avantionline.it/

 

Ricordate la stretta di mano tra al-Sarraj e Haftar con in mezzo il Premier italiano Conte? Accadde nemmeno cinque mesi fa alla conferenza di Palermo. Fu propagandata da una marea di foto che avevano invaso i media. Oggi tutto ciò assume i contorni del tragicomico visto quello che sta accadendo in Libia.

 

di Alessandro Perelli 

 

È in atto in queste ore una furibonda battaglia alle porte di Tripoli che può essere il presupposto di una vera e propria guerra civile. L'avanzata delle truppe del generale Haftar, che già controlla Bengasi e la Cirenaica, è giunta a pochi chilometri dalla capitale libica e nonostante la reazione dei soldati del Governo al-Sarraj, riconosciuto dall'Unione europea, costituisce una realtà di fatto che non potrà essere ignorata dai previsti successivi incontri per trovare un accordo. Ma quello che è ulteriormente preoccupante, oltre alle già numerose vittime, è la regia internazionale che sembra stia dietro al deteriorarsi della situazione.

    Il sostanziale appoggio di Francia, Russia ed Emirati arabi e il silenzio prudente degli Usa alla condotta di Haftar pongono pesanti interrogativi sul futuro di questo martoriato Paese che dopo la caduta di Gheddafi non sembra riuscire a trovare la strada della pacificazione e della ripresa. Pesano sicuramente le divisioni tra i vari gruppi etnici che popolano la Libia (e che Gheddafi bene o male era riuscito a gestire), ma pesano ancora di più gli interessi economici sul controllo ed utilizzo delle risorse naturali come il petrolio. L'Italia è in una posizione geopolitica tale da essere il Paese più interessato alle relazioni con quel territorio che fu nel periodo coloniale un suo possedimento e con cui tradizionalmente si sono mantenuti molti legami di ordine sociale, culturale ed economico dopo la raggiunta indipendenza. Si ha l'impressione che le ultime mosse del Governo italiano non abbiano portato molti risultati positivi ed anzi ci sia stato un pericoloso vuoto di iniziativa politica con un acritico avallo al Governo al-Sarraj che si è dimostrato controproducente alla prova dei fatti e senza reale peso e strategia politica.

    Il recente ritiro da parte dell'Eni dal personale italiano dai numerosi impianti per l'estrazione del petrolio in territori minacciati dal propagarsi del conflitto interno, dimostra ampiamente la gravità della situazione. Senza parlare delle risorse perse da molti imprenditori italiani che avevano investito in Libia e che speravano di recuperare almeno parzialmente il frutto delle loro iniziative ma che ora si trovano nuovamente nel caos più totale. Per il momento la nostra ambasciata a Tripoli rimane aperta, così come proseguono le nostre missioni militari e la collaborazione con la guardia costiera libica per il controllo del problema delle migrazioni clandestine sulle nostre coste e sussistono anche degli accorsi comuni sulla pesca, ma i missili su Tripoli fanno presagire un futuro molto problematico e incerto.

 

 

 


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Qualche riflessione per cercare di uscire dalla crisi

L’economia è l’ambito dove si misurano le capacità di una classe dirigente di guidare un paese verso la ricchezza collettiva e verso la realizzazione compiuta dello stato sociale.

di Ennio Ghiandelli

Quando si parla di economia italiana non bisogna mai dimenticare alcuni dati fisici che sono una nostra caratteristica: scarsità di ricchezze naturali, soprattutto per quanto riguarda i minerali e i prodotti energetici; agricoltura che non brilla per efficienza anche per la tipologia del territorio; densità elevata della popolazione, nonostante il calo demografico di questi anni; orografia complessa che rende difficili le comunicazioni fra le diverse aeree del paese.

    Nonostante questi deficit l’Italia, nel secondo dopoguerra, affidandosi alla capacità manifatturiera delle sue maestranze alla sua classe dirigente sia politica che industriale, e ai rapporti esistenti fra industria pubblica e privata, riesce a portarsi nei primi posti mondiali in alcune industrie chiave: dall’industria informatica, a quella aeronautica, all’elettronica di consumo, alla chimica, all’auto e alle produzioni High-tech.

    Pian piano questo patrimonio si è dissolto, gli errori compiuti nella politica economica dall’inizio degli anni Novanta ad oggi stanno dando i loro frutti resi ancora più velenosi dall’insipienza dell’attuale governo.

    L’Italia soffre di una crisi di produttività, cioè il costo per un’unità di prodotto aumenta rispetto agli altri paesi. Questo fatto rende impossibile, senza interventi appropriati qualsiasi ipotesi di recupero. La possibilità che si divenga una colonia di qualche altra nazione, soprattutto se questa ci finanzia il disavanzo acquistando i titoli del debito pubblico, è reale. Siamo un paese dove, ai tempi della globalizzazione, il tessuto produttivo è costituito per la gran parte da piccole e medie industrie. Eccelliamo nella produzione di marmo, di minerali abrasivi, nella produzione di olio di oliva, vino e filati di lana, molto poco per un sistema produttivo globale dove l’innovazione è l’elemento trainante.

    Si è svenduto il patrimonio industriale dello stato, in nome di un liberismo che non è mai esistito; gli industriali, che pure nel corso di questi anni hanno ricevuto utili rilevanti, hanno preferito investire i profitti in operazioni finanziarie, all’apparenza, molto più redditizie che in investimenti industriali.

    La politica oltre che per le ragioni prima ricordate ha anche la responsabilità di aver fatto invecchiare in maniera significativa il patrimonio infrastrutturale nazionale e mai ha sviluppato politiche atte a mettere mettere in sicurezza un territorio fragile come il nostro, anzi la speculazione edilizia supportata da continue sanatorie ha aggravato il problema.

    Tutto questo avvenuto è con una rapida concentrazione di ricchezza in poche mani e con un’erosione dello stato sociale che ha portato ad un impoverimento delle classi meno abbienti. Tutte le politiche sociali che il primo centro sinistra aveva realizzato sono state o abolite o devitalizzate.

    A questo stato di cose si aggiunge una politica fiscale che ha punito i lavoratori a reddito fisso, rendendo possibile una continua evasione fiscale, senza avviare una seria attività dello Stato per contrastarla efficacemente producendo una elevata pressione fiscale

    In questo quadro si presenta drammatico lo stato del disavanzo pubblico, drammatico non solo perché non si vedono politiche per abbatterlo, anche se la spesa corrente italiana al netto degli interessi del debito è da anni inferiore alle entrate, ma per l’assenza di una politica economica capace di attivare un credibile percorso di recupero della produttività del sistema Italia.

    Sovente nel corso del dibattito in questo anno di governo giallo verde si sente imputare, da esponenti della maggioranza, che la colpa di questo stato di cose è da ascriversi al fatto che con l’adozione dell’euro l’Italia non è in grado di gestire una propria economia, quindi occorre uscire dalla moneta europea e poco male se ci cacciano anche dai trattati. Errore tragico.

    A questo stato di cose si può e si deve reagire. La prima cosa immediata da fare è recuperare gettito fiscale, non aumentando le tasse a che già le paga, ma colpendo senza pietà gli elusori e gli evasori. Questo comporta immediatamente un riequilibrio del bilancio. Ciò ci consente, da un lato di allentare la presa sugli interessi che l’Italia paga sul debito pubblico, dall’altro di fermare il saccheggio del welfare. Da queste basi ripartire con una politica di investimenti pubblici sia sulle infrastrutture che sull’aumento della produttività (R&S) sostituendo il privato assenteista. Fissati questi capisaldi si deve procedere ad una più equa distribuzione del reddito.

 

Da La Rivoluzione Democratica

https://www.rivoluzionedemocratica.it/

 

 

 


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I DUE CONTRATTI

L’Italia del tempo presente è il risultato di quanto è stata la Seconda repubblica. La somma di tanti addendi del processo decoattivo della politica democratica in moto nel nostro Paese. Un populismo sovranista e un demagogismo governista che vengono da lontano e che si originano, sia nella prima fase che in quella attuale, da un medesimo fattore costitutivo: il contratto. Ovvero, un patto tra due populismi: uno confuso e infantile, un altro cinico e d’ordine.

di Paolo Bagnoli

L’ideatore del metodo fu Silvio Berlusconi il quale, in diretta dallo studio di Bruno Vespa, firmò un contratto con gli italiani contenente quanto avrebbe realizzato se il suo partito fosse andato al governo. Si trattò di una trovata pubblicitaria assai efficace. Nella mentalità ‘sagraiola’ del nostro popolo, sempre voglioso di seguire un domatore di circo, il contratto fece presa. Con quell’ atto, che evoca un qualcosa di vincolante, Berlusconi inaugurò la stagione del populismo; il valore della relazione diretta che si instaurava tra lui e il popolo. Se non ce l’avesse fatta non sarebbe stato per colpa sua, ma perché ci sarebbero state forze mobilitate contro il popolo, tanto che, a giustificazione di ciò che non riusciva a fare – e nel quale invero non credeva nemmeno lui – tirò fuori la categoria di coloro che remavano contro. Intendiamoci, remavano sì contro di lui, ma ben più che a lui andavano contro a quel popolo che a lui si era stretto in un contratto che lui aveva solennemente firmato dal notaio Vespa.

    Il governo gialloverde – ma oramai bisogna dire verdegiallo – si basa su un sempre strombazzato “contratto di governo” firmato, questa volta, dai leader delle due formazioni e affidato per la realizzazione al presidente del consiglio. Ossia, a una personalità politicamente nulla; un grillino che fa finta di essere in sonno e che tira avanti spargendo verità lunari con dichiarazioni di irreale comicità quale quella che quest’anno sarebbe stato “bellissimo”. Alleluja! Balliamo gioiosi sull’orlo del tracollo economico spacciando politiche di assistenza per chi si considera senza speranza come interventi destinati a produrre lavoro e un futuro migliore. Non solo, ma se volessimo abbozzare un bilancio sulla situazione in cui si trova oggi l’Italia - un Paese fragile che dovrebbe temere l’isolamento - vediamo come essa si trovi, invece, nella più completa solitudine. Sul Tav siamo sconfessati da Macron; sull’operazione Cina siamo isolati dall’asse franco-tedesco; la Casa Bianca ci guarda torto per la faccenda degli F35 e per il Venezuela; sulla Libia non abbiamo portato a casa niente considerato che, oramai, il generale Haftar sta arrivando a Tripoli. Tutto ciò va a carico di Conte, pomposamente definitosi “avvocato del popolo”, in quanto presidente di un “governo del popolo”.

    A nostro avviso la formula del “contratto” –ossia di un patto governista in cui ognuno fa di banda all’altro nel perseguimento del proprio interesse – è la logica conseguenza del percorso improprio con il quale si è arrivati a questo governo. Intendiamoci: è nella pienezza della legittimità democratica che due forze facciano maggioranza e diano vita ad un governo se hanno i numero in Parlamento; un governo che si basi su una maggioranza politica, però, che elabora una comune visione delle cose da fare, non su un “contratto” che, invece, di una visione ne garantisce due. Insomma, è tutto un pasticcio e in democrazia, prima o poi, i pasticci si pagano. Assai caramente.

    Rispetto al populismo sovrandemagogico di oggi, quello di Berlusconi fa quasi tenerezza, tanto appare furbescamente arretrato, mentre l’attuale è assai sofisticato come ci dice la sapiente regia comunicativa che lo amministra. Tra i due contratti si seppellisce la Prima e la Seconda repubblica. Quanto c’è di mezzo tra il cavaliere e i dioscuri sono state solo corse sul posto. In Italia, paese dei furbi per definizione, il populismo si lega al “contratto”; furbo il primo, furbissimo il secondo. Alla fine, però, la realtà incalza e, a un anno dal voto, siamo ad una crisi acutissima, piena di conseguenze rischiose. Siamo già al compimento del ruolo propulsivo della bugia elevata ad arte di governo.

    È proprio vero che, alla fine, tutte le volpi finiscono in pellicceria: una constatazione non certo consolatoria.

 

La Rivoluzione Democratica

 

 

 


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giovedì 28 marzo 2019

LA BISCONDOLA NON MOLLARE

 Ci vuole ben altro per fare un partito

La vittoria di Nicola Zingaretti alle primarie e la conseguente proclamazione a segretario del Pd sembra aver rimesso in circolazione il sangue del partito. In giro, il nuovo segretario riscuote buoni apprezzamenti. Crediamo gli giovi molto l’aria bonaria e il ragionamento pacato; che, insomma, riesca a trasmettere affidabilità e fiducia. La ripresa dei sondaggi, se pure a piccoli passi per volta, indica verso il Pd una nuova attenzione dopo le catastrofi elettorali lasciategli in eredità dal renzismo.

 

di Paolo Bagnoli 

 

È troppo presto per poter dire se la tendenza si rafforzerà e in che misura; certo, va dato atto a Zingaretti di aver acceso una nuova fiducia. Le elezioni europee diranno come si stanno mettendo le cose. I problemi che il neosegretario si trova davanti sono molti e di non piccola difficoltà. Il primo, e più rilevante di tutti, è riuscire a fare del Pd un partito. Finalmente poiché, fino ad oggi, il soggetto voluto dal duo Veltroni- Prodi e innestato da Parisi sulle primarie non solo non lo è stato, ma ha dimostrato di non poter mai esserlo. Le ragioni sono molteplici. Quella che svetta su tutte è costituita dall’assenza di una cultura politica vera che ne segnasse la cifra identitaria, di peso storico e ideologico; in altri termini, non è mai stato sufficientemente chiaro cosa socialmente il Pd volesse rappresentare e di quale idea dell’Italia fosse il portatore.

    È un mistero; chissà se è custodito gelosamente nella tenda di Prodi? Una soffocante vocazione governista lo ha sempre condizionato, ma, essendo nato in un clima bipolare sembrava fosse sufficiente essere il polo alternativo del berlusconismo per conferirgli delle ragioni solide di fondo. Il partito si risolveva, cioè, nell’opposizione a Berlusconi; nell’impedire che il governo del Paese andasse a Forza Italia. Un’ingenuità clamorosa poiché un partito giustificantesi su una prevalente – e nello specifico assorbente – finalità di governo non può nascere e, soprattutto, non si radica risultando solo il prodotto di una situazione.

    Tuttavia, come si dovrebbe sapere, le situazioni cambiano e per

assolvere alla funzione che ci si è dati, occorre solidità culturale, tramatura relazionale nella socialità del territorio, capacità espressiva, pensieri collettivi. Annodare se stessi intorno al solipsismo demiurgico di un leader non porta a niente. I fatti lo hanno ampiamente detto; più che confermato. Non solo, ma si è quasi creata la paura dell’influenza negativa della leadership. Basti pensare che, nel caso delle elezioni regionali di Abruzzo e di Sardegna, sia Legnini che Zedda non hanno voluto nessuno che venisse da Roma ad affiancarne lo sforzo. Un qualcosa di mai visto sotto nessun cielo politico.  Se questo è il primo urgentissimo e preminente problema, l’altro non è di minore rilevanza: dare al partito una linea politica.

    Oggi essa è condensata nel centro-sinistra, ma cosa voglia dire non si capisce. Sembra più il retaggio di un passato nel quale centro-destra e centro-sinistra si sfidavano che non un progetto di proposta, tenuta e mobilitazione, capace di coniugare istanze politiche, sociali ed economiche in un disegno vero. Al contrario, esso appare come il riproporsi di un’alleanza esclusivamente contro e, quindi, ancora un qualcosa di governista. Ma poi, da chi dovrebbe essere formato tale blocco? Dove sono le potenziali forze per formare un’alleanza? Non si vedono perché non ci sono.

    Se la fragilità del Pd, in un sistema politico bipolare, veniva occultata dal potere coalizionale che il partito aveva, in uno proporzionale le cose stanno molto, ma molto diversamente. Al massimo il Pd riesce a stringere a sé singole personalità – Calenda, Pisapia, forse Cacciari – ma quando ha provato a fare un’alleanza con + Europa ha raccolto un secco no. Inoltre, ci sarebbe da chiedersi se +Europa possa annoverarsi in un campo, se pure largo, di centro-sinistra.  Infine, un’ultima osservazione. Ogni partito necessita di un gruppo dirigente che si matura nel progetto politico che esso elabora; ossia, dal partito medesimo poiché, da sempre, è il partito il luogo da dove si sviluppa il progetto politico. In tutti questi anni i dirigenti del Pd, quelli chiamati alle responsabilità di primo piano sono tutti esponenti delle istituzioni.

    Ora, poiché il lavoro politico è assai impegnativo, non si riesce a capire come si possa fare il presidente di Regione, il parlamentare europeo o nazionale, il sindaco e così via e riuscire ad avere le energie per doppiare il proprio impegno. Forse anche questo interrogativo è nascosto nella tenda di Romano Prodi.

 

Da La Rivoluzione Democratica

https://www.rivoluzionedemocratica.it/

 

 

 


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martedì 26 marzo 2019

Tra il serio e il faceto

di Andrea Ermano

 

Ci dicono dall’Unesco che oggi si celebra la Giornata mondiale della poesia. Sul sito dell’ONU (vai al sito) si legge una lirica di César Vallejo (1892-1938) che inizia così:

 

Tutte le mie ossa sono d'altri;

io forse le ho rubate!

 

Sul sito Le parole e le cose Vallejo viene descritto come “il poeta della povertà fino alla miseria… il poeta del poco e del nulla, che non basta, ma che deve essere fatto bastare, perché non c’è altro”. Un poeta chiaramente “di sinistra”.

      A proposito di poesia, Alberto Asor Rosa ricorda che nel suo libro Scrittori e popolo (1964) aveva “stroncato” i romanzi di Pier Paolo Pasolini. E Pasolini una volta a un convegno gli disse: «Sei quello che nella mia vita mi ha fatto più male». E figuriamoci se poteva essere quello il più grande dolore di un grande poeta. Sublime ironia chiaramente “di sinistra”.

    L’ultimo libro di Asor Rosa è dedicato a Machiavelli che tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento scrive pagine di ghiaccio bollente affinché gli “staterelli” si uniscano di fronte alla nuova costellazione geopolitica, che poi altro non è se non l’inizio della globalizzazione inaugurata con la scoperta dell’America.

    «L’Italia soggiace alla superiorità politica e militare delle grandi potenze europee. Le famiglie di Roma e Firenze, a cui Machiavelli si rivolge, potrebbero costituire embrionalmente lo Stato nazione», dice Asor Rosa in un’intervista a Luca Telese.

    Ovviamente, nessuno ascolta il Segretario fiorentino, sicché “i principi italiani vengono schiacciati dall’impero”, nota Asor Rosa ricordando che la sconfitta subita dal Bel Paese in quei trent’anni a cavallo tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento è una “grande catastrofe”, una catastrofe politica “di lunga durata”, come scrive Machiavelli.

    «La storia italiana ha questo di bello: quando uno prende un qualsiasi avvenimento del passato, scopre che qualcosa di incredibilmente attuale emerge sempre», osserva Asor Rosa con un’allusione abbastanza trasparente alla situazione degli “staterelli” europei che si presentano divisi e frammentati all’alba di una nuova era.

    Oggi è giunto a Roma Xi Jinping, l’erede di Mao. E ieri in un ampio articolo apparso sul Corriere il leader cinese ha illustrato il punto di vista della grande potenza imperiale asiatica in tema di rapporti con l’Italia.

    «La Cina è disponibile per consolidare la comunicazione e la sinergia con l’Italia in seno alle Nazioni Unite, al G20, all’Asem e all’Organizzazione Mondiale del Commercio su tematiche come la governance globale, il mutamento climatico, la riforma dell’Onu e del Wto e altre questioni rilevanti, al fine di tutelare gli interessi comuni, promuovere il libero scambio e il multilateralismo e proteggere la pace e la stabilità mondiale e consentire uno sviluppo fiorente», scrive tra l’altro il Presidente della Repubblica popolare cinese.

    L’illustre ospite venuto da Pechino ribadisce più volte concetti come cooperazione, amicizia e progresso, accanto a un leitmotiv: la lunga esperienza storica delle nostre due civiltà cosmopolitiche. L’Italia è stata per ben tre volte una potenza mondiale, e sempre sotto il segno del pluralismo culturale. Xi Jinping ricorda due epoche egemoniche italiane: i tempi dell’Impero romano e quelli rinascimentali delle Repubbliche marinare. Sia detto quasi tra parentesi e con grande, laica pacatezza che ci sarebbe però anche un terzo impero mondiale storicamente domiciliato nel Bel Paese, quello che la rivista Limes ha definito “l’impero del papa”.

    Per parte sua la Cina è stata la maggiore potenza globale per la maggior parte dei secoli di cui si compone la storia umana, fino circa al Settecento. E oggi non fa molto per nascondere l’aspirazione a riprendersi quel ruolo.

    Che detta aspirazione egemonica rischi di condurre a una guerra fredda 2.0 con gli Stati Uniti è evidente. La Casa Bianca ha definito il protocollo d’intesa Roma-Pechino un «approccio da predatori, senza vantaggi per il popolo italiano». Già Obama aveva individuato nella nuova strategia cinese «una chiara sfida all’architettura nata nel 1944 a Bretton Woods per volere di Franklin Roosevelt», rimarca Federico Rampini sulla Repubblica di ieri. E si sa che quando gli americani si appellano ai valori rooseveltiani questo accade perché devono coalizzare gli alleati occidentali in clima appunto di guerra fredda.

    Dopodiché Rampini fa bene a ricordare che l’Italia quanto a cautela sulle tecnologie sensibili sembra dare ascolto ai moniti provenienti dagli USA, mentre altri paesi europei si mostrano ben più filo-cinesi di noi. D’altronde, la «disgregazione di ogni solidarietà occidentale è stata accelerata dallo stesso Trump, che con il suo approccio bilaterale al contenzioso commerciale Usa-Cina non ha mai tentato di cementare una coalizione d’interessi con gli alleati», ma è onesto riconoscere che «il fuggi fuggi in direzione di Pechino era già iniziato sotto Obama, quando i quattro maggiori paesi UE (Italia inclusa) decisero di aderire all’Aiib, la banca della Via della Seta». 

    È ovvio che siamo alle prime mosse di una partita decisiva in quest’epoca storicamente interessante.

    Un po’ di competizione va bene, tanto all’interno dell’Europa quanto nei riguardi degli alleati americani, ma anche ovviamente nei confronti degli interlocutori cinesi.

    I conflitti, invece, non sono nell’interesse di nessuno e soprattutto non nell’interesse dell’umanità, dato che occorre preservare tutti un alto grado di cooperazione sulla crisi ambientale e sulle altre emergenze globali di cui si sostanzia il tempo in cui viviamo, l’Antropocene, l’era geologica nella quale è alla stessa attività umana che si riconducono le cause delle grandi trasformazioni climatiche e tecno-scientifiche dalle quali dipenderà la nostra esistenza sul pianeta. E questa è la cosa “di sinistra” che volevamo dire nel contesto attuale.

    Per concludere tra il serio e il faceto cercheremo ora di capire se la Cina venga a trovarci con intenzioni più “di destra” o più “di sinistra”.

    Qui occorre il “sapere indiziario” di Carlo Ginzburg. E bisogna allora fare attenzione non alle dichiarazioni magniloquenti, ma a dettagli che possono parere insignificanti, occorre badare bene agli “indizi” appunto, come quando Xi Jinping, elogia il Made in Italy “sinonimo di prodotti di alta qualità” e poi aggiunge cripticamente che: «La pizza e il tiramisù piacciono ai giovani cinesi».

    Sembra niente. E anzi, dopo le tante belle parole su Virgilio e Pomponio e Marco Polo e Moravia, un esegeta superficiale potrebbe trovarsi un po’ spiazzato. Invece è proprio qui, nel rinvio alla “cultura materiale” della Pizza e del Tiramisù che a nostro parere si cela un messaggio in codice molto importante.

    La Pizza è facile.

    È napoletana. Napoli è amministrata da De Magistris. E De Magistris è uomo “di sinistra” (noi lo sappiamo bene perché quando è venuto a tenere una conferenza stampa nella nostra sede, il Coopi di Zurigo, ha voluto farsi un selfie di fronte allo storico ritratto di Carlo Marx).

    Ergo, nel riferimento alla Pizza non possiamo non leggere una chiara implicazione “di sinistra”.

    Più complessa l’esegesi del Tiramisù, a causa della paternità contesa di questo fantastico dolce fatto di mascarpone, savoiardi, amaretto, cacao e caffè.

    Con la massima imparzialità possibile noi dobbiamo domandarci se Xi Jinping si riferisca al Tiramisù quale fu legittimamente creato all’Albergo Roma di Tolmezzo, ridente città alpina guidata da un sindaco di centrosinistra, o non intenda accidentalmente quella sorta di maionese impazzita spacciata per Tiramisù a Treviso (città per altro assai cara a chi scrive benché attualmente governata da un sindaco di destra).

      Il dilemma potrebbe apparire insolubile. Ma… Ma nei giorni scorsi il leader della destra italiana Salvini non ha forse mostrato, costui, di gradire pochissimo la visita di Xi Jinping? Ed è sulla base di questo indizio che noi in fin dei conti propendiamo a favore della tesi secondo la quale il Tiramisù vada considerato un dessert di centrosinistra, anzi decisamente “di sinistra”.

 

 


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domenica 10 marzo 2019

TRE VOTI


Sono tre i voti che, nel giro di poco tempo, hanno segnato la 
vita del Movimento 5Stelle: due elettorali e uno parlamentare…
 
di Paolo Bagnoli

 

Sono tre i voti che, nel giro di poco tempo, hanno segnato la vita del Movimento 5Stelle: due elettorali e uno parlamentare. I primi due hanno caratteristiche di tendenza che riguardano il ritorno della contrapposizione tra centro-destra e centro-sinistra, quasi il riaffacciarsi di un bipolarismo pallido. Peraltro, senza partita se si vedono i risultati del primo schieramento rispetto al secondo, ma comunque si può dire ciò considerato che i grillini transitano in terza fila sia in Abruzzo che in Sardegna. Solo nel Molise sono arrivati secondi: la classica rondine che non fa primavera. Quanto è successo in Sardegna, poi, ha del clamoroso essendosi assestati a un misero 9,7%: alle politiche avevano raccolto il 42%. E' il populismo; chi ci vive lucrando alla fine ci ruina. Per essere più immediati: chi di vaffa vince di vaffa perde. È una legge inesorabile e non essendo riusciti a imbastire un ragionamento di un qualche costrutto per spiegare l'accaduto, chissà se i "governanti del popolo", ora che il popolo continua a voltare loro le spalle, non decideranno di mettere ai voti, naturalmente su Rousseau, la proposta di cambiare il popolo! Oppure, se ragionassero sull'amato schema "costi-benefici" potrebbero, una volta tanto essere sinceri, e ammettere che per l'amato popolo loro cominciano a essere più un costo che un beneficio. 
    In Sardegna nemmeno alla Lega, nonostante le violazioni di Salvini pro domo sua durante il silenzio elettorale, è andata come il signore delle felpe avrebbe voluto. Il centro-destra, però, ha vinto e, quindi, tutto bene madama la marchesa anche se, votazione dopo votazione, il problema Forza Italia si impone. Infatti, pur non brillando, il partito di Arcore sul piano elettorale, lo schieramento senza di esso non ce la fa. Le risposte smargiasse di Salvini sono solo ad uso della comunicazione – come, per altro, tutto il suo agire - ma, come dimostra la vicenda 5Stelle, il popolo populista che lo vota non sta ad aspettare a lungo e, quanto che sta succedendo ai grillini, può benissimo capitare anche alla Lega con buona pace di tutte le baracconate del suo leader. E' possibile non vedere quanto emerge dalle urne? In Sicilia, nel novembre 2017, vince Nello Musumeci con il 40%; in Lombardia, nel marzo 2018, vince Attilio Fontana con il 49%; in Molise, nell'aprile 2018, vince Donato Toma con il 43%; pochi giorni dopo, in Friuli, vince Massimiliano Fedriga con il 57%; in Abruzzo, nel febbraio 2019, vince Marco Marsilio con il 48%. Ora in Sardegna vince Christian Solinas con il 47,8%. Ogni vittoria del centro-destra è una sconfessione dell'alleanza con i 5Stelle; la richiesta di Berlusconi di prenderne atto non è campata in aria anche se, sicuramente, stando al governo con Di Maio, Salvini riscuote dei dividendi che con Berlusconi e Meloni difficilmente vedrebbe. Quanto, tuttavia, potrà resistere il signore delle felpe? E' stato osservato che in politica, spesso, come in "borsa", bisogna puntare sugli annunci; al momento delle notizie è troppo tardi. E' vero e tali annunci sono forti; se poi le elezioni in Piemonte e quelle europee confermassero ancora il trend, allora annuncio e notizia andrebbero a braccetto e Di Maio potrebbe portare Rousseau al tribunale fallimentare. 
    Del Pd c'è poco da dire. Oggi si può solo registrare che il malato non è morto; ma quando, come è avvenuto in Sardegna – ove con il 13,5% risulta il primo partito perdendo ben 29mila voti pari a quasi l'otto per cento - gli si chiede di non farsi vedere e quelli di Roma acconsentono a che ciò avvenga, come non pensare che nemmeno i romani credono in se stessi e in quanto stanno facendo, a partire da un improbabile congresso le cui fasi preparatorie sembrano foriere solo di irrisolutezza politica e di confusione?
    Infine. I grillini riescono a perdere anche quando vincono come è avvenuto nella Giunta del Senato che ha evitato in prima battuta – ancora manca l'Aula – a Salvini di andare sotto processo per il caso della Diciotti. Dopo essersi rappresentati come uomini puri e non timorosi della giustizia hanno impedito che un procedimento di giustizia, quello che riguarda Salvini appunto, si compiesse invocando un'inesistente ragione politica. Va detto, infatti, che la Diciotti era approdata al porto di Catania non per far sbarcare i migranti, bensì per fare rifornimento. Salvini, nella sua corsa folle verso il successo e tenere viva la paura verso i migranti, ha recitato lo spettacolo penoso e grave cui abbiamo assistito. E quando gli è stato contestato un reato se l'è letteralmente fatta sotto e invocato la solidarietà politica; cosa che Conte e Di Maio si sono precipitati a dare. Poi c'è stato Rousseau; ma chi in buona fede crede a quel risultato? Da tutta questa squallida vicenda se ne ricavano almeno tre cose: la prima, che Salvini recita sempre costi quel che costi indipendentemente da ciò che ne deriva al Paese; la seconda, che i parlamentari 5Stelle hanno diritto all'accompagnatore perché ritenuti incapaci di muoversi da soli; la terza, che più che a favore di Salvini i 5Stelle, a costo di perdere l'alone di purezza che si erano attribuiti, hanno votato per salvare Di Maio.
    Ci sembra che tra Rousseau che vota e il voto del popolo non ci sia connessione alcuna. Tre voti: il presidente Conte farebbe bene a riporre in un cassetto il contratto e, già che c'è, a gettare anche la chiave.

 


Casaleggio vs Gramsci

Un paragone tra l'Ordine Nuovo e il Nuovo Ordine. Il 2019 è l'anno del centenario dell'Ordine Nuovo di Antonio Gramsci. Ed è anche l'anno del Nuovo Ordine di Gianroberto Casaleggio. È nel 2019, infatti, che i seguaci di Casaleggio e della sua visione rivoluzionaria si sono pienamente installati al governo. L'autore, Marco Morosini, è docente di politica ambientale all'ETH di Zurigo. Dal 1992 per lunghi anni ispiratore e ghostwriter di Beppe Grillo, è autore di articoli, libri e testi per il teatro e la televisione.
 
di Marco Morosini

 

La differenza di statura tra Gramsci e Casaleggio non lascia scampo al perdente nel confronto. Casaleggio però è rilevante storicamente perché, a differenza di Gramsci, riuscì a mandare i suoi seguaci al potere. Se si considera che egli raggiunse questo obiettivo in pochi anni, solo a colpi di "Rete", senza soldi e nell'indifferenza o l'ostilità di tutti i media, la performance di Casaleggio fu sorprendente. Il suo pensiero, invece, non ci sembra qualcosa di cui i posteri non possano fare a meno ("Un'idea non è di destra né di sinistra. È un'idea. Buona o cattiva").
    Il Nuovo Ordine Mondiale - La lunga marcia che portò i suoi seguaci al governo cominciò nel febbraio 2005 con la creazione e la redazione del sito beppegrillo.it detto "Blog di Beppe Grillo" o, più sbrigativamente, "Il Blog". Impressionato dai milioni di click che la sua azienda raccolse grazie al nome di Grillo, Casaleggio cominciò a sentirsi nientemeno che l'avanguardia di un nuovo ordine mondiale. Non sto scherzando. "Gaia, un Nuovo Ordine Mondiale" è il titolo del video del 2008 con il quale Casaleggio espresse il suo credo tecno-politico. Il filmato abbozza in sette minuti le tappe della civiltà, intesa da Casaleggio come storia di crescenti connessioni di persone, gruppi e popoli. L'umanità – asserisce il video - sta facendo un passo da gigante. Con le nuove tecnologie di connessione, verso il 2050 tutti gli abitanti della Terra "faranno rete" e dai loro computer gestiranno insieme la politica del Pianeta con la loro "intelligenza collettiva". Nascerà così una democrazia digitale, diretta e mondiale. 
    Possiamo sorridere di questa visione. Ma è da essa che partirono i seguaci di Casaleggio per arrivare in Parlamento e al governo. Ed è da costoro che oggi dipendono il benessere o il malessere di chi vive in Italia. E anche l'economia e la politica internazionale di un Paese del G7. 
    L'anti-pedagogia di Casaleggio - Dopo quasi un anno al potere i governanti digitali non sembrano all'altezza delle loro ambizioni. La modestia delle loro capacità, delle loro biografie e dei loro risultati non è casuale, ma è il frutto di uno dei cardini dell'ideologia di Casaleggio: la "anti-pedagogia" politica, ossia il rifiuto di ogni iniziativa per generare, acquisire e diffondere culture e saperi. Per "pedagogia politica" non intendo un indottrinamento dall'alto, ma la messa a disposizione di strumenti culturali a chi è socialmente subalterno per permettergli di emanciparsi. Per "strumenti culturali" intendo non le sole scienze politiche, ma anche i saperi umanistici, linguistici, scientifici, artistici. Una pedagogia politica è lo stimolo ad istruirsi, elevarsi, dibattere, acquisire cultura e competenze. È questo stimolo che permise a lavoratori umili di acquisire un livello di consapevolezza storica che li fece diventare sindacalisti e politici, malgrado la carenza di istruzione scolastica. Per pedagogia politica intendo anche l'offerta di saperi e idee da parte di coloro che dello studio, della ricerca e dell'insegnamento hanno potuto fare una passione e una professione. I grandi movimenti di emancipazione del novecento furono possibili anche perché milioni di persone umili poterono beneficiare di una pedagogia politica nelle organizzazioni d'ispirazione socialista e in quelle di ispirazione cristiana. Non può esserci democrazia, se non c'è educazione alla democrazia. Per questo vale la pena di riesaminare la straordinaria esperienza di pedagogia politica de L'Ordine Nuovo. 
    L'Ordine Nuovo e il Nuovo ordine - L'Ordine Nuovo di Antonio Gramsci fu la storica rivista socialista fondata a Torino nel 1919 per stimolare un movimento politico di emancipazione delle classi popolari e renderlo capace di rovesciare l'ordine costituito. Cento anni dopo, anche Casaleggio volle suscitare un movimento popolare per rovesciare l'ordine costituito ed sostituirgli un Nuovo Ordine. I due strumenti per capacitare i senza-potere di ieri e di oggi furono due mezzi di comunicazione consoni ai tempi: nel 1919 fu una rivista di carta autoprodotta, e nel 2019 fu un "Blog" politico in internet. 
    Certo, dobbiamo aver rispetto per l'enorme differenza tra un'epoca nella quale andarono in scena tragedie, e questi tempi nei quali vanno in scena commedie politiche. Non vogliamo accostare destini umani che spesso costarono la vita, con destini digitali che oggi rischiano al massimo una shit storm(tempesta di m…..) nei social media. Eppure questa comparazione tra L'Ordine Nuovo e il Nuovo Ordine è utile perché gli epigoni di quest'ultimo ora governano un Paese del G7 e mirano, insieme alle destre estreme del continente, a smantellare l'edificio dell'Unione Europea. 
    L'unica cosa in comune tra L'Ordine Nuovo e  beppegrillo.it è la loro funzione di agitazione politica. I contenuti, invece non sono nemmeno lontanamente paragonabili. L'Ordine Nuovo di Gramsci, infatti, fu una rivista di molte pagine, che conteneva decine di articoli scritti in modo accessibile ai lavoratori ma di alto livello culturale. Il "Blog" redatto da Casaleggio, invece, pubblicava ogni giorno un solo "post" anonimo e i suoi contenuti erano quasi sempre di polemica, scherno o denigrazione del Partito democratico e dei suoi leader politici.
    La missione di Gramsci e degli altri intellettuali torinesi che scrivevano L'Ordine Nuovo - Togliatti, Terracini e Tasca - fu di acculturare e organizzare gli umili per permettergli di diventare protagonisti della storia. Il motto del giornale e del movimento era: "Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. (…)". 
    Sia L'Ordine Nuovo di Gramsci sia il Nuovo Ordine di Casaleggio chiamarono alla lotta, ognuno contro l'ordine sociale dei rispettivi tempi, che condannavano come ingiusto e corrotto, e che volevano spazzare via (Casaleggio: "tutti a casa!" "siamo in guerra"). Secondo entrambi i leader politici il nuovo ordine sarebbe stato migliore del vecchio, perché sarebbe stato governato dalla creatività del popolo. Le rispettive forme di auto-organizzazione del popolo sarebbero state, nel 1919 quella dei "consigli" nelle fabbriche, e dal 2005 quella dei Meet-up, ossia i gruppi locali di attivisti urbani che si coordinano in internet grazie alla piattaforma meetup.com
    Entrambi i movimenti scaturirono da turbolente transizioni della tecnica: cento anni fa, la rivoluzione industriale, oggi la rivoluzione digitale. Il progetto di Gramsci mirava alla liberazione delle classi popolari dai capitalisti, quello di Casaleggio alla liberazione dei "cittadini" dai "politici" (!). "Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza" scrisse L'Ordine Nuovo. "Organizzatevi (…) per trasformare una discussione virtuale in un momento di cambiamento" scrissero i redattori di beppegrillo.it presentando la piattaforma meetup.com, lo strumento decisivo che aggregò gli attivisti.
    Permanenza ed evanescenza - L'Ordine Nuovo fu tanto rilevante nella storia della cultura e della politica in Italia che la raccolta di tutti i suoi fascicoli (1919-1925) è tuttora acquistabile su carta e scaricabile da internet. Anche "il Blog" di Casaleggio (2005-2018) sarebbe molto rilevante per la storiografia di questi anni, ma esso sparì da internet la notte del 22 gennaio 2018, quando Beppe Grillo tolse a Casaleggio il dominio beppegrillo.it che gli aveva affidato per tredici anni. Durante tutto questo tempo fu "il Blog" realizzato da Casaleggio a plasmare e organizzare il personale del Movimento 5 stelle. Solo studiando quel corpus di decine di migliaia di pagine sarebbe possibile capire come si plasmarono l'ideologia, i discorsi e il gergo di quei politici 5 stelle che ora siedono nei Comuni, nei Parlamenti e nel governo. Un partito digitale la cui intera vita si svolge in internet, però, può far scomparire in una notte l'intera sua storia. Questo gli permette di fare una sorta di "reset" politico, e di ripresentarsi sulla scena come se esso fosse un partito nuovo. E' questo che è successo nel gennaio 2018, dopo quello che Aldo Giannuli ha definito il "colpo di stato", ossia il cambiamento di regole avvenuto senza informare nessuno né far votare gli iscritti, proprio alla fine del 2017, mentre l'Italia festeggiava la fine dell'anno (per inciso, Giannuli è un politologo della Università di Milano, oltre che un elettore 5 stelle, incaricato da Casaleggio di scrivere numerosi testi pubblicati nel "Blog" per spiegare le possibili opzioni per una eventuale legge elettorale del Movimento 5 stelle, sulle quali fu chiesto agli inscritti di votare).
    La possibilità tecnica di far scomparire in una notte tredici anni della propria storia fa parte dell'agilità e del potere di manipolazione di un partito digitale. Far scomparire con un click tutto il suo passato permette, infatti, al partito digitale di fare una sorta di "reset" politico, e di ripresentarsi sulla scena come un partito completamente nuovo.
    La anti-pedagogia di Casaleggio - Le differenze tra la vicenda dell'Ordine Nuovo di Gramsci e quella del Nuovo Ordine di Casaleggio sono enormi. Ma ce n'è una cruciale, che mi spinge a scrivere questo articolo: la differenza tra la pedagogia politica, così centrale nell'opera di Gramsci e degli "ordinovisti", e la anti-pedagogia politica voluta da Gianroberto Casaleggio e così radicata nella storia del Movimento 5 stelle.
    Il concetto stesso di pedagogia politica è agli antipodi della concezione dei saperi che fu di Casaleggio. Secondo lui, infatti, il luogo della cultura e dei saperi – così come di ogni altra cosa – è "La Rete", ossia la parola magica che risponde a quasi tutte le domande. La produzione e la fruizione di cultura saranno polverizzate e individuali, ognuno di noi davanti al proprio computer. Ogni usercomporrà il proprio canone di letture, visioni, audizioni che non sarà uguale a quello di nessun altro user. Questo non fu solo il credo di Casaleggio, ma anche la regola che egli impose al partito. Nei media del Movimento realizzati da Casaleggio furono e sono praticamente assenti recensioni, brani e citazioni di libri, rubriche culturali, riflessioni e dibattiti. Parimenti, nella struttura organizzativa del Movimento non solo non ci furono e non ci sono forme organizzate di acquisizione e di dibattito della cultura e delle esperienze, ma iniziative del genere furono stroncate sul nascere, spesso con l'emarginazione o l'espulsione dei promotori.
    Dalla sua fondazione nel 2009 il personale del Movimento ha avuto dieci anni per crescere. Dieci anni di pedagogia politica e auto-istruzione gli avrebbero permesso di presentarsi meglio alle responsabilità di governo. Gli avrebbero anche permesso di selezionare governanti più degni. Avrebbero inoltre attirato le simpatie e forse l'adesione di intellettuali e professionisti di valore. Avrebbero innalzato il livello di consapevolezza storica e il livello di cultura di quei ventimila o trentamila iscritti più attivi che sono il vivaio della classe politica 5 stelle.
    Se ci fosse stato un decennio di formazione politica, molti dei 15mila (su circa 30mila!) iscritti che si candidarono nel 2018 per diventare parlamentari avrebbero capito da soli che era il caso di lasciar posto a candidati più adatti. E' stupefacente che circa la metà degli iscritti attivi di un partito si ritenga all'altezza di fare il parlamentare e si candidi alle elezioni primarie. Questo fenomeno dà una misura di quanto il dogma di Casaleggio sia penetrato negli iscritti al partito: "uno vale uno", più spesso messo in pratica come "uno vale l'altro", ossia chiunque può svolgere qualunque funzione.
    Book or Facebook     - Conosco diversi eletti e attivisti 5 stelle. Nelle case di alcuni di loro i libri ci sono. Ma nei media del partito non ci sono momenti di condivisione, dibattito e sviluppo delle idee del nostro tempo, dei loro pensatori, dei loro libri. Considerando inoltre l'intensità e l'incalzare della lettura e della scrittura nei social media e in altre piattaforme di partito, non mi sembra probabile che il personale 5 stelle trovi il coraggio e il tempo per chiudere le connessioni digitali e leggersi un intero libro. 
    C'è stata la lodevole eccezione di qualche convegno in Parlamento organizzato da alcuni eletti 5 stelle, ma buona parte di questi convegni hanno riguardato temi specifici di attualità politica, non dibattiti sulle idee-guida del nostro tempo. Il loro pubblico, inoltre, è stato molto ristretto e di fatto limitato ai frequentatori del parlamento.
    A dieci anni dalla fondazione del Movimento 5 stelle l'assenza di qualunque arena di formazione culturale e politica fa sì che gli intellettuali di riferimento del Movimento siano personaggi del livello di Rocco Casalino, Gianluigi Paragone e Lino Banfi, ossia soggetti che si sono arricchiti di popolarità e di denaro nello show-business di grande successo commerciale e di basso livello culturale.
    "Frattaglie radical chic" - La pedagogia politica fu la principale missione dal movimento dell'Ordine Nuovo. Essa, invece, è completamente assente nel partito dei Casaleggio. Per L'Ordine Nuovo la cultura e il dibattito furono il fondamento della educazione politica. Per il Movimento 5 stelle, invece, la cultura è nel migliore dei casi un fatto privato. Più spesso, però, la stessa parola "cultura" desta nei politici 5 stelle sospetto o avversione. Gli intellettuali che criticano il Movimento 5 stelle, infatti, sono facilmente definiti "frattaglie radical chic o pseudo-intellettuali che guardano il mondo da qualche super-attico" (Alessandro Di Battista). Un intellettuale può anche guadagnare metà dello stipendio di un parlamentare 5 stelle, ma se si permette di criticare il partito diventa automaticamente un "radical chic" (un espressione tipica degli ambienti reazionari e fascisti, che i 5 stelle hanno fatto propria). Nel gergo dei politici 5 stelle e dei loro media, intellettuale e "radical chic" sono praticamente sinonimi. La frase sulle "frattaglie radical chic" è stata scritta dall'ex Onorevole Di Battista in un post intitolato "La rivoluzione culturale continua!". Con buona approssimazione il linguaggio di questo post dà un'idea di come i vertici 5 stelle concepiscono la loro "rivoluzione culturale".
    Pseudo-intellettuali - Tra gli epiteti che la centrale e i politici 5 stelle lanciano contro chi esprime idee diverse dalle loro uno frequente è "pseudo-intellettuali" . Questo termine contiene una doppia accusa. La prima è quella della falsità: "pseudo", ossia che fa finta di essere ciò che non è. La seconda accusa, ancora più disonorevole, è quella di essere un intellettuale. Non si dice espressamente che essere un intellettuale è infamante, ma lo si lascia intendere, appena nascosti dal ventaglio dello "pseudo". La prova a contrario è che tra i ranghi 5 stelle nessuno è definito "intellettuale", implicando così che non si possa essere contemporaneamente intellettuale e 5 stelle. 
     In effetti mentre in Italia perfino tra i fascisti ci sono intellettuali che nel dibattito pubblico si contrappongono ad altri intellettuali con idee diverse, tra le persone dentro o intorno al Movimento 5 stelle gli intellettuali sono rarissimi (non me ne viene in mente nemmeno uno) e gli intellettuali di rilievo praticamente non ci sono. Quei pochi che avevano curiosità o simpatia per il Movimento se ne sono allontanati dopo la sua collusione con la Lega.
     Frequentemente la prosa 5 stelle definisce le voci critiche con espressioni come "sinistra frou frou", "piccole ridicole ideuzze", "bempensantismo" o "cervelli che fiancheggiano la sinistra". Questa frase è eloquente per il suo multiplo disprezzo: "fiancheggiare" è deprecabile, fiancheggiare proprio "la sinistra" (invece della destra) lo è ancora di più, ma il massimo del disonore è essere "un cervello", una condizione che i 5 stelle più in vista cercano ogni giorno di evitare.

(1/2 – Continua)