martedì 30 maggio 2017

25 anni fa l'ultimo viaggio di Falcone

Da Avanti! online www.avantionline.it/

Venticinque anni fa moriva Giovanni Falcone. Ucciso dalla mafia. Era il 23 maggio 1992, stava rientrando a Palermo, da Roma, insieme alla sua scorta. A pochi chilometri dalla sua città, il viaggio è finito per sempre. Quasi mezza tonnellata di tritolo li hanno fatto saltare in aria l'autostrada all'altezza dello svincolo di Capaci. Oggi è stata una giornata di celebrazioni. A Palermo i cortei partiti nel pomeriggio dall'aula bunker del carcere Ucciardone e da via D'Amelio sono arrivati all'albero Falcone in via Notarbartolo. Gli studenti hanno aspettato sotto l'abitazione del giudice Falcone fino alle 17,58, ora della strage di Capaci, hanno osservato un minuto di silenzio. Nel frattempo, musica, bandiere, cartelloni e palloncini colorati. "Nel '92 non c'eravamo – dicono i ragazzi – ma oggi ci siamo e ci saremo". Energie in marcia contro il grigiore della criminalità.

In testa al corteo, lo striscione "Palermo chiama Italia… la scuola risponde #23 maggio", dal titolo dell'iniziativa promossa da Miur e Fondazione Falcone per commemorare le vittime delle stragi. Ai balconi, decine di lenzuoli bianchi appesi dai cittadini palermitani.

In mattinata dall'aula bunker, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato i magistrati Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina.

"Il risultato, così importante, del maxiprocesso – ha detto – non fu dovuto a una concomitanza di circostanze favorevoli ma all'impegno, alla determinazione, al coraggio anzitutto dei suoi ideatori; e di chi lo condusse".

Il magistrato è stato ricordato anche alla Camera dei deputati. Per i socialisti è intervenuto Oreste Pastorelli. "Noi socialisti – ha detto il deputato del Psi nel suo intervento – siamo particolarmente affezionati alla figura di Giovanni Falcone e fin da subito gli abbiamo riconosciuto nell'opera di contrasto alla mafia una grande capacità innovativa. La sintonia con questo magistrato, fu forse determinata dall'osservare quanto fosse fitta la schiera dei suoi oppositori e quanto fosse pericolosa la marea montante delle dicerie che avrebbe alla fine portato al suo isolamento rendendolo vittima predestinata e indifesa".

"Claudio Martelli – ha ricordato Pastorelli – lo volle con sé al mi­ni­stero di Giustizia, ma la simpatia, certamente umana, era una simpatia tutta politica, nel senso alto della parola. Avevamo capito che quel magistrato stava stracciando un copione che risultava utile a tanti, ma non a combattere la mafia. Falcone e Borsellino avevano deciso che Cosa Nostra andava combattuta con metodi moderni, che bisognava seguire la traccia dei soldi, una traccia che non puzzava, ma che avrebbe portato prove inoppugnabili in tribunale. Invece, al cosiddetto 'terzo livello', non ci credevano per niente perché – spiegavano – è la mafia che comanda gli altri poteri e non viceversa. Oggi – ha concluso Pastorelli – li richiamiamo alla memoria, a 25 anni dagli attentati in cui persero la vita. Li ricordiamo con affetto e riconoscenza".

Vai al sito www.avantionline.it/

ROCCHELLI E MIRONOV 3 ANNI DOPO - MANCONI: “UN AGGUATO”

24 maggio 2014 – 24 maggio 2017 7

"Una vicenda che a fatica in questi tre anni si è sottratta all'oblio", così il sen. Luigi Manconi ha definito il “Caso Rocchelli” in una Conferenza stampa convocata a Palazzo Madama nel terzo anniversario della tragedia.

“Un agguato”, con questa espressione il presidente della Com­mis­sione diritti umani del Senato, Luigi Manconi, ha definito le cir­co­stanze dell'uccisione “a colpi di mortaio” dei due giornalisti Andrej Mirono e Andrea Rocchelli avvenuta in Ucraina il 24 maggio del 2014.

Alla conferenza stampa in Senato sono intervenuti William Reguelon, il fotografo francese sopravvissuto all'agguato, i genitori di Andrea, Elisa e Rino Rocchelli Signori, il presidente della FNSI Beppe Giulietti e l'avv. Alessandra Ballerini, rappresentante legale della Famiglia Rocchelli.

VAI AL VIDEO SU RADIO RADICALE

lunedì 22 maggio 2017

Freschi di stampa, 1917-2017 (9) - Tic-tac, tic-tac

Prosegue la serie di testi ispirati o ripresi dall'ADL nell'anno delle due rivoluzioni russe che hanno cambiato il mondo. La nostra redazione di allora poté “coprirle” entrambe con materiale di prima mano. Ciò grazie soprattutto ad Angelica Balabanoff, fautrice degli stretti legami svilup­pa­tisi tra i socialisti italiani e russi impegnati, insieme al PS sviz­zero, nella grande campagna di “guerra alla guerra”. Campagna lan­ciata con la Conferenza di Zimmerwald. E culminata nella Rivoluzione d'Ottobre.

Sulla prima pagina dell’ADL in uscita il 5 maggio del 1917 continuano a campeggiare titolazioni “internazionaliste” inneggianti, cioè, alla pace tra gli oppressi e alla solidarietà di classe.

Il titolo a tutta pagina esordisce con un cubitale “Pasqua dei lavoratori”, e nel catenaccio c'è la parola d’ordine: “Internazionalismo in azione – In tutti i paesi, in tutte le favelle i lavoratori chiedono: Pane, pace, libertà”.

Questa parola d'ordine riassume il sentimento ormai prevalente emerso dalle manifestazioni del Primo Maggio, cui allude la “Pasqua”. Parola che s’intende non in modo generico come festa grande del movimento operaio, ma anche come vera e propria resurrezione.

Dopo le complicità belliche che avevano portato la socialdemocrazia europea a divedersi per votare i crediti di guerra mettendo la “nazione” davanti alla “classe”, la rivoluzione in Russia riporta l’interna­zio­na­li­smo nelle piazze come forza politicamente e culturalmente egemone:

«Ai compagni operai di tutta Europa ancora sotto il martellare della morte e della fame e dello sfruttamento più iniquo”, si legge a conclusione dell’editoriale, “il nostro plauso e il nostro incitamento. Come nella giornata del Primo Maggio 1917 la parola culminante fu in tutti i nostri comizi operai di Europa e di America l’“Abbasso la guerra” e l’“Evviva la rivoluzione”, così per l’oggi e per il domani… la parola d’ordine sia “abbasso la guerra, evviva la rivoluzione sociale!”».

Lenin, ormai rientrato a San Pietroburgo, ha pubblicato sulla “Pravda” del 20.4.1917 le sue dieci Tesi d’Aprile nelle quali invita l’esercito alla fraternizzazione con il cosiddetto “nemico” e dichiara che – dopo questa prima fase “borghese” della rivoluzione – i bol­sce­vichi devono prepararsi a una “seconda fase”, cioè alla “rivo­luzione proletaria”. Che porterà al controllo dell’economia e della società sotto l’egida dei Soviet. I bolscevichi cambieranno nome al loro partito, che non sarà più “socialdemocratico”, ma d'ora in poi “comunista”, e che costituirà il nucleo di una nuova “Internazionale”.

Queste posizioni non coincidono affatto con il programma della sinistra socialista e internazionalista d’Europa, la quale punta semmai a una pacificazione bilanciata (“senza annessioni e senza riparazioni”), all’instaurazione di democrazie ovunque possibile e a un programma rivoluzionario sì, ma in senso “sociale”. Perché – per ora lo si nota poco, ma con il tempo lo si vedrà meglio – c’è una bella differenza tra la “rivoluzione proletaria” con la quale i comunisti intendono rovesciare il “governo borghese” in Russia e il programma di riforme radicali che i socialisti di sinistra intendono portare avanti nel primo dopoguerra. Questo programma è la “rivoluzione sociale” di cui parlerà il riformista Turati quattro anni più tardi nei suoi celebri discorsi al Congresso di Livorno.

Angelica si riconosce sostanzialmente nelle posizioni “socialrivoluzionarie” e non certo in quelle leniniane, che rimangono per ora decisamente minoritarie anche all'interno della stessa frazione bolscevica in Russia e che mai avrebbero potuto conquistare la maggioranza, se il governo provvisorio e soprattutto Kerenskij non avessero imboccato con tanto disastrosa determinazione la prosecuzione della guerra.

Sono questi primi giorni quelli in cui Kerenskij compie il suo errore politico più grave, incontrando la delegazione dei socialisti francesi ai quali assicura il suo appoggio, nel Governo e nel Soviet, sulla linea di continuazione delle operazioni militari. E c’è un filo diretto che lega gli abbracci tra Kerenskij e i compagni francesi alla sua fuga dal Palazzo d’Inverno nelle prime ore del 9 novembre 1917 (25 ottobre 1917).

Ma ormai “l’orologio della storia mondiale” ha iniziato a battere forte: “Tic-tac, tic-tac”, recita il titolo dell'articolo di spalla, firmato con lo pseudonimo “arrisan”, dietro al quale si cela verosimilmente Angelica:

«Tic, tac, tic, tac… e l’ora è suonata. Suonò l’ora della rivoluzione russa, come suonò quella della guerra, come suonerà l’ora della rivoluzione europea, l’ora della pace.

Tic, tac, tic, tac, batte imperturbabile l’orologio della storia, preannunciando giorni di interesse universale.

Il tic tac dell’orologio pietrogradese risuona nella capitale germanica. Ed il signor Filippo Sccheidemann misura il suo tempo traverso l’orologio del Palazzo imperiale di Berlino: egli si è accorto che mentre per i Romanoff erano suonate le ore 12, per gli Hohenzollern l’orologio segnava le 11.55.

Ecco perché questo aborto di Giulio Cesare parlamentare esclamò preoccupato al Reichstag prussiano: “Signori, mancano cinque minuti alle ore dodici”.

Cinque minuti di vita concesse il medico Scheidemann al suo malato Guglielmo II!

(…) Il tic tac dell’orologio pietroburghese ha disturbato anche il sonno degli ospiti di Schönbrunn. E il neo-Kaiser di Vienna, parlando collo scrittore svedese Björn Björusen, ha confessato di trovarsi in una situazione difficilissima. Questo giovane e inesperto Carlo I (il primo e l’ultimo forse) disse di avere un vasto programma…

Siamo cioè verso il crollo di un’altra dinastia. Andiamo incontro ad un’altra rivoluzione, che darà forza e vita ad una rivoluzione europea. Ed allora verrà anche la pace sociale, la nostra pace.» (ADL 5.5.1917).

Sul breve periodo quasi tutto si svolgerà come previsto, fatta eccezione per… la Rivoluzione d’Ottobre. Di lì a 18 mesi cadrà il Kaiser a Berlino, e subito dopo il Kaiser a Vienna. Ma la pace non verrà affatto. Tra il 1917 e il 1918 si conclude solo la prima puntata, puntata terribile, ma quella meno terribile, del sanguinosissimo suicidio europeo. Segue un inquieto armistizio lungo diciotto anni. Prossimo appuntamento: Spagna 1936. Poi nel 1939 Hitler darà inizio al più grande conflitto armato della storia e verrà sconfitto in forza del prevalente tributo di sangue versato dal popolo russo.

Nel 1945 il mondo ne uscirà completamente cambiato sotto il profilo geo-politico: la maggior parte dell’umanità – dal mar Adriatico al mar del Giappone, dalla Jugoslavia alla Cina – si ritroverà socialmente congelata oltre una cortina di ferro dentro regimi illiberali d’ascendenza sovietica.

E sarà soprattutto il soft power della socialdemocrazia europea e della liberaldemocrazia americana a motivare i popoli dell’Est verso un superamento della glaciazione comunista.

Peccato che, dopo quei “trent’anni gloriosi”, abbattuto il Muro di Berlino e caduta l’Urss, il capitalismo globale si sia scatenato di nuovo, come prima e più di prima. Tic, tac, tic, tac. 9. continua

Mal comune a sinistra gaudio massimo per la destra

di Felice Besostri

Nella NRW, bastione della SPD, che ha detenuto la guida del Governo del Land dal 1970 al 2005 una vittoria della CDU e dei Liberali non corrisponde tuttavia alla vittoria di Guazzaloca a Bologna o come avere un democristiano Sindaco di Reggio Emilia o Presidente della Provincia di Firenze prima della formazione del PD. Nel 1980 la SPD conquista per la prima volta la maggioranza assoluta con il 48,44% dei voti, che consolida nel 1985 con il 52,14% e nel 1990, ma già nel 1995 pur con un rispettabile 46,02% perde la maggioranza assoluta dei seggi grazie ai Verdi con i quali governa, come aveva governato con il Liberali della FDP, quando la CDU era il primo partito.

La CDU vince nel Land nel 2005-2010, ma la sinistra vince le elezioni del 2010 con il 56,24%, grazie alla Linke che entra nel Landtag con il 5,61%, Il NRW sembrava tornato al 1947 quando SPD (31,97%) e KPD (13,97%) avevano quasi il 46%, ma il governo di minoranza SPD-Verdi cade anche per il voto contrario della Linke. Alle elezioni anticipate, merce rarissima in Germania, del 2012 la Linke paga la caduta del governo rosso verde ed esce dal Landtag , dove aveva 11 consiglieri, con un misero 2,49% anche per il successo dei Pirati, che entrano nel Landtag con il 7,82%, una percentuale superiore a quella attuale della AfG (Alleanza per la Germania).

Il panorama politico delle Regioni italiane è veramente monotono, se paragonato ai governi dei Länder tedeschi: 5 sono SPD-Verdi(GR), 2 CDU-SPD, 1 CDU-SPD-GR, 1 votanti SPD-FDP-GR, 1 LINKE-SPD-CDU, 1 GR-CSU, 1 CDU-GR, 1 SPD-LINKE, 1 LINKE-SPD-GR, 1CSU e ora un CDU-FDP dopo la NRW. Il giudizio degli elettori è influenzato dalla capacità di governo del Land, Hannelore Kraft ha scelto di mettersi in gioco da sola: Schulz non ha fatto una manifestazione elettorale in NRW, mentre il suo avversario CDU ha invitato Merkel, molte volte, 9 se mi ricordo bene. Quindi il risultato delle elezioni del Landtag sono una seria sconfitta per Schulz, ma non di Schulz. Il governo rosso verde uscente ha pagato un'impopolare politica scolastica di responsabilità dei Verdi, ma anche il capodanno tragico di Colonia, con stranieri anche Asylanten (richiedenti asilo) come protagoniste e donne come vittime. La Linke è stata un'opposizione ferma della Kraft, e un piccolo beneficio lo ha tratto +2,45%, ma resta sotto soglia. Chi parla di vittoria deve dimenticare che la SPD ha perduto il 7,9% e i Verdi il 4,9%, quindi una perdita a due cifre intere – 12,8%, il trasferimento a sinistra è stato minimo.

Altro dato preoccupante è che a differenza delle altre volte, quando le perdite della SPD andavano per i 2/3 all'astensione, questa volta i votanti sono stati il 65,17%, mentre nel 2012 erano il 59,6%. Le elezioni in NRW confermano che le perdite socialdemocratiche non vanno a sinistra e neppure ai Verdi. Dopo la NRW la strada di Schulz è tutta in salita perché deve convincere che è finita la subalternità della SPD dentro alla Große Koalition, tuttora al Governo e che c'è un'alternativa concreta al proseguimento della Grande Coalizione e soprattutto ad una riedizione di una maggioranza Union-FDP.

A livello federale il rientro della Linke non è in discussione perché in alternativa al 5% basta l'elezione diretta di 3 deputati al Bundestag, mentre in NRW il 4,9% e l'esclusione della Linke consente la formazione di un governo regionale CDU-FDP. Tuttavia non basta, la credibilità di una coalizione SPD-Linke-Verdi è da provare e in due regioni che hanno votato la Saarland e il NRW non erano proprio idilliaci. Come dimenticare le tensioni nel governo di Berlino tra SPD e Linke? Tuttavia quanto è avvenuto in Germania deve essere spunto per una riflessione a livello europeo: quella è la vera dimensione dello scontro, ma non tra sovranisti ed europeisti, ma per quale Europa, quella di oggi o quella ideale di Spinelli, Rossi e Colorni o del federalismo socialista, figlio ma non surrogato dell'internazionalismo, quello della terza strofa dimenticata di Bandiera Rossa*

In Olanda della perdita del PvdA in percentuale dal 24, 34 % al 5,2%, non ha beneficiato il Partito Socialista (-0,45%), ma almeno i Verdi di Sinistra (Groenlinks) guadagnano un sostanzioso 6,57%. In Francia, a proposito la scelta dl primo Ministro di Macron un repubblicano ha il merito di porre fine alle fantasie che impersonasse la nuova sinistra del futuro, la situazione della sinistra non è tanto migliore. Il risultato di Mèlanchon confrontato con quelli della sinistra italiana nelle sue ultime incarnazioni , dopo il PCI e il PSI è sicuramente esaltante, ma come il PD non può intestarsi la vittoria di Macron, la sinistra non deve esaltarsi. La somma dei voti di Mèlanchon e di quelli di Hamon(25,94%) è inferiore al voto di Hollande (28,67%)al primo turno delle presidenziali 2012 e senza contare per sottolineare la sconfitta della sinistra, che Mèlanchon aveva avuto un 11,10% e Eva Joli degli ecologisti il 2,31 % cioè la sinistra 2012, senza contare le formazioni comuniste e trozkyste era al 42,08%, ancora un piccolo sforzo e la sinistra anche senza i Verdi con l'Italikum si prendeva il premio di maggioranza. Neppure il confronto con il risultato di Ségolène Royal del 2007 (25,87%) rappresenta appena un +0,7%, che va in segno negativo se aggiungiamo i voti della candidata sostenuta del Pcf, ora sostenitore di Mèlanchon, che pure aveva ottenuto un modesto 1,93 % e sempre senza contare la sinistra anticapitalista del 5,41%

Se il mantra prevalente è che non esiste più la divisione destra/sinistra, la prima reazione a sinistra è di pensare alla sinistra nel suo complesso, pur non ignorando le divisioni e le inimicizie, che la percorrono, perché vi è la convinzione che o la sinistra comincia a pensarsi come un soggetto portatore di un progetto unitario di cambiamento o deve giocare di rimessa su un piano secondario. Se destra/sinistra non è una scriminante e anche basso/alto sta perdendo significato, cosa resta responsabili/populisti? o sovranisti/europeisti, a prescindere da quale stato nazionale o da quale Europa? Se si impongono queste dicotomie la sinistra è fuori gioco, non perché sia irresponsabile o sovranista, ma perché non ha un suo progetto alternativo all'austerità e una visione di unità europea democratica e federalista. Da qui partiamo e da una constatazione semplice, non c'è una formazione di sinistra, che da sola possa aspirare ad un'alternativa di potere. Cominciamo a non godere delle disgrazie di chi non la pensa allo stesso modo, perché a sinistra mal comune non è mezzo gaudio.

martedì 16 maggio 2017

Le idee - LEGGI ELETTORALI E SCELTE POLITICHE

Due sentenze della Consulta hanno dichiarato incostituzionali le ultime due leggi elettorali. Il referendum del 4 dicembre ha dimo­strato che occorre una legge elettorale che rispetti la volontà degli elettori. Ma la discussione di questi giorni sembra ignorare tutto ciò.

di Felice Besostri e Salvatore Salzano

Avremo una terza legge incostituzionale? Dobbiamo evitarlo: tre leggi incostituzionali di seguito rappresenterebbero un rischio per la credibilità e la tenuta delle istituzioni.

Occorre tenere conto dei principi che discendono dalle sentenze della Consulta e, soprattutto, delle questioni non ancora esaminate. La sentenza n. 35/2017 ha deciso sulle ordinanze di soli cinque Tribunali. Se i rimanenti dodici Tribunali si pronunciassero sui ricorsi ancora pendenti, l'impatto sui lavori della Commissione Affari Costituzionali della Camera sarebbe fortissimo. Teoricamente quattro o cinque pronunciamenti potrebbero arrivare prima del 29 maggio, data presunta per la conclusione dei lavori della Commissione e la trasmissione di un testo base all'aula di Montecitorio.

Esaminiamo le possibilità oggi in discussione.

Un sistema di collegi uninominali a riparto proporzionale, con premio di maggioranza, sarebbe incostituzionale per violazione degli artt. 48, 56 e 58 e dei principi del voto eguale, personale e diretto. Idem un sistema che abbassi la soglia per il premio e alzi quella di accesso, che abbia o no capilista bloccati. Stesso rischio per tutti i sistemi che confondono e complicano la volontà di espressione del cittadino.

Gli unici sistemi elettorali sicuramente costituzionali sono quelli semplici, cioè: 1) i sistemi proporzionali, con o senza una limitata soglia di accesso, con o senza un limitato premio di maggioranza legato a una soglia di accesso significativamente alta. Oppure 2) i sistemi maggioritari senza fronzoli, come quelli che impongono di ottenere la maggioranza parlamentare conquistando la maggioranza dei collegi uno per uno, senza trucchi.

Un maggioritario all'inglese, dove si vince per merito di candidati, conquistando la maggioranza dei seggi, secondo la volontà degli elettori, sarebbe perfettamente costituzionale, benché scandalizzi la maggioranza dei nostri amici e compagni e non sia tra le nostre opzioni preferite.

Il sistema alla francese, invece, è più distorsivo del maggioritario all'inglese. Nel modello francese, con il ballottaggio al secondo turno, prevale il meno peggio o il voto contro, che spesso è una cosa molto diversa dalla iniziale volontà dell'elettore.

Cosa fare allora?

La legge elettorale non è un dettaglio tecnico. Si tratta di una scelta politica, che va pensata in un'ottica di lungo periodo e nell'interesse del Paese, non di uno o più partiti.

Non fu così con Mattarellum, Porcellum e Italicum, alla base dei quali c'erano calcoli per favorire gli interessi di partito: il Partito Popolare nel primo caso, il PdL nel secondo e il PD nel terzo. Calcoli che si sono per giunta rivelati sbagliati e che hanno condannato il Paese a oltre un decennio di paralisi e degrado della politica.

I due partiti egemoni nei due Poli – Forza Italia e PDS-DS-PD –erano d'accordo su tre punti: sistema politico bipolare tendenzialmente bipartitico; sistema elettorale maggioritario; togliere ai cittadini la scelta dei loro rappresentanti, grazie a collegi uninominali e liste parzialmente (Mattarellum) o totalmente bloccate (Porcellum) fino all'invenzione dei capilista bloccati (Italicum). Su quest'ultimo punto va ricordato che abolire il voto di preferenza senza fare una legge sulle regole democratiche dei partiti, secondo l'art. 49 della Costituzione, ha lasciato la nomina dei candidati ai capipartito o, nei casi migliori, alle oligarchie al potere. Sappiamo che chi non è candidato non può essere eletto, quale che sia il sistema elettorale proporzionale, maggioritario o misto.

Nel 2009, nelle Giunte delle Elezioni di Camera e Senato, nell'esaminare i ricorsi contro la legge elettorale, si dichiarò il Porcellum perfettamente costituzionale, con voto all'unanimità che includeva i rappresentanti di partiti ufficialmente contrari a quella legge.

Quando nel 2014 la Corte Costituzionale dichiarò l'incostituzionalità del Porcellum, questo Parlamento formalmente legale ma in sostanza delegittimato fu utilizzato per alterare, con una nuova legge elettorale e la modifica alla Costituzione, gli equilibri tra i poteri dello Stato, cer­can­do di imporre la supremazia del capo del Governo sia sulle Camere, sia sul Presidente della Repubblica, sia sulla Corte Costituzio­nale. Si voleva creare un premierato assoluto, senza nemmeno i pesi e contrap­pesi di un sistema presidenziale, che prevede la separazione dei poteri esecutivo e legislativo.

Quel disegno non è riuscito per vari motivi. In primo luogo a causa degli elettori, che nelle elezioni 2013 hanno creato dal nulla un terzo polo con forza equivalente agli altri due votando per il M5S. Inoltre si è sottovaluta la tenacia degli avvocati antiporcellum e antitalikum. Quest'ultimi hanno promosso un'azione giudiziale parallela e unitaria in 22 tribunali sui 25 delle città capoluogo di distretto di Corte d'Ap­pel­lo. Infine, l'esito del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, vinto dai comitati per il NO.

Questa è stata la storia politica di questi ultimi venti anni. Adesso si deve ripartire dalla nostra Costituzione, restituendo la sovranità al Popolo. Pertanto, sarebbe un errore riproporre un centro-sinistra con una legge che premi le coalizioni, e per giunta con Renzi alla guida del PD, come se non fosse successo nulla.

Non si può pensare di ricorrere a mezzucci come primarie farlocche o, peggio ancora, “premi” a coalizioni improbabili in cui i partiti si mettono insieme solo per convenienza elettorale. Occorre una legge elettorale che affermi una diversa idea di Politica, in cui i rappresentan­ti eletti abbiano “disciplina e onore” in quanto rappresentanti della Nazione. Far tornare in Parlamento idee e programmi che in questi anni sono stati emarginati è l'unico modo per cambiare una società ingiusta nella ripartizione della ricchezza e del potere.

Se invece il centrosinistra dovesse nascere con una coalizione impo­sta da leggi elettorali come quelle di questi ultimi vent'anni, farebbe la fine di Italia Bene Comune, dove il PD ha utilizzato il premio di mag­gioranza per fare cose diverse da quelle concordate. D'altra parte, co­me si fa a parlare di CENTRO-SINISTRA, quando la componente di CENTRO è chiara, mentre quella di sinistra non si sa dov'è? Se la vittoria di Renzi è dovuta alla riscossa dei liberali di sinistra, questi dovranno comunque cercare un'intesa con i socialisti di sinistra di stampo europeo, e costoro devono essere chiaramente identificabili dagli elettori.

La sinistra, come il Paese, hanno bisogno di un'operazione verità, che soltanto un sistema elettorale proporzionale può dare, perché la maggioranza di governo deve nascere dalle urne e da un successivo accordo fra le forze politiche presenti in Parlamento, non da un algoritmo che trasformi in maggioranza chi non lo è!

Siano gli italiani, con i loro voti, a scegliere se vogliono un nuovo centrosinistra, oppure le larghe intese oppure qualcos'altro.

Infine, è finito il tempo che un unico partito della sinistra possa vincere da solo. In Austria al ballottaggio presidenziale mancavano i due tradizionali partiti: Popolari e Socialisti, lo stesso in Francia, con l'esclusione di Gollisti e Socialisti dal ballottaggio presidenziale. In Spagna l'impossibilità di un accordo PSOE-Podemos ha fatto vincere la destra. Persino Syriza in Grecia, con la scomparsa del PASOK e l'ostilità dei Comunisti, governa solo grazie ad un partito nazionalista di destra. Così anche il socialdemocratico Robert Fico in Slovacchia. La SPD senza Verdi e Linke, è solo l'appendice di una grande coalizione a guida CDU-CSU.

Oggi la democrazia rappresentativa, nella sua dimensione nazionale, è minacciata dal peso crescente del capitalismo finanziario, dalle multinazionali e dalle decisioni di organizzazioni e istituzioni internazionali non elette dai popoli.

In Italia la risposta a questa situazione sta nella formazione di un Fronte Popolare Democratico per il Lavoro e la Libertà, che raggruppi tutta la sinistra rosa, verde o rossa che sia, e tutti i sinceri democratici, compresi i veri liberali di sinistra, uniti dai valori della nostra Costituzione Repubblicana, che, se fosse attuata in pieno, sarebbe di per sé un ottimo programma di governo.

martedì 9 maggio 2017

Freschi di stampa, 1917-2017 (8) - Il Rimpatrio dei "senza patria" e il tailleur della "rivoluzionaria russa"

Freschi di stampa, 1917-2017 (8)

Prosegue la serie di testi ispirati o ripresi dall'ADL nell’anno delle due rivoluzioni russe che hanno cambiato il mondo. La nostra redazione di allora poté "coprirle" entrambe con materiale di prima mano. Ciò grazie soprattutto ad Angelica Balabanoff, fautrice degli stretti legami svilup­pa­tisi tra i socialisti italiani e russi impegnati, insieme al PS sviz­zero, nella grande campagna di "guerra alla guerra". Campagna lan­ciata con la Conferenza di Zimmerwald. E culminata nella Rivoluzione d'Ottobre.

Il Rimpatrio dei "senza patria" e il tailleur della "rivoluzionaria russa"

L'ADL del Primo Maggio 1917 è dominato, in prima pagina, da un comunicato del Partito Socialista Italiano nella Svizzera che esorta le lavoratrici e i lavoratori a sostenere la mobilitazione internazionale per la pace, contro guerra e contro sfruttamento:

    «Abbandoniamo il lavoro, tutti! (...)

    Urliamo l'imprecazione ai massacratori della umanità, tutti.

    Il socialismo vuole la pace per la giustizia.

    Primo Maggio 1917!

    Lavoratori, Lavoratrici!

    Nei cortei e nei comizi, nelle case, per le vie, tutti!

    Abbasso la guerra! Evviva il Primo Maggio! Evviva il Socialismo! Evviva l'Internazionale operaia!

    Vogliamo la pace! Evviva la Rivoluzione sociale!»

    Così si conclude l'appello della Commissione Esecutiva socialista, sovrapposto a una cornice tipografica rossa, in stile liberty, contenente una lirica dedicata alla giornata dei lavoratori e alla Giustizia "dea vendicatrice".

    Il testo di maggior contenuto e interesse storico si trova sulla "spalla" della prima e gira poi in seconda trattando del «Rimpatrio dei "senza patria"», così recita il titolo. Si parla, apertis verbis, del rientro in Russia degli emigrati politici russi dopo la Rivoluzione di Febbraio.

    «Diceva a questo proposito Tschendze, deputato socialista e presidente del Consiglio dei delegati operai – cioè l'esponente massimo delle lotte e delle aspirazioni proletarie della Russia odierna – che il popolo russo attraversa una delle più belle ore sue, perché stanno tornando ora i più valorosi figli suoi.»

    Lenin è rientrato da due settimane, mentre solo in Svizzera sono alcune centinaia gli esuli russi che trattano per poter anch'essi fare rientro in patria. Il testo, firmato "ab", sigla di Angelica Balabanoff, passa a ricordare i sacrifici dell'opposizione antizarista:

    «Nella Russia non può sventolare la bandiera rossa, non può risuonare un inno rivoluzionario senza che siano ricordati coloro che, per aver innalzato l'una e aver fatto risuonare l'altro, hanno dovuto, sul patibolo, nelle casematte, nei lavori forzati, negli ergastoli e nell'esilio, scontare il delitto d'aver voluto dare al popolo russo quella libertà e quella pace, per la cui conquista esso ha affrontato ora il più acerrimo e il più ignominioso nemico di ogni libertà: lo czarismo russo».

    Che le trattative per il rientro fossero ormai a buon punto, lo si deduce dallo stile dell'articolo, che prelude a un commiato di Angelica dai suoi lettori e dai suoi compagni di lingua italiana.

    «Col rimpatrio dei "senza patria" verrà a mancare, nei paesi europei, un elemento caratteristico. Già se ne rammarica qualche esteta. Non si vedranno più nelle Università, nelle assemblee, nelle strade, quei "tipi originali" di donne e di uomini...

    La maggior parte di questi emigrati hanno condotto una vita appartata, circondata da un'aureola... di originalità.

    La loro stranezza consisteva nella loro grande, assoluta spregiudicatezza, nella ribellione a tutte le forme della schiavitù, a tutti i vieti convenzionalismi. (...) ribelli della morale corrente, basata sull'interesse e sulla schiavitù, ribelli al dogma della religione, dell'opinione pubblica, gelosi di una cosa sola: della propria coerenza, indifferenti, perché superiori, ad ogni giudizio borghese.

    Erano dei precursori in tutto. Molto prima che l'evoluzione capitalistica – coronata dalla bolgia imperialista – avesse reso la donna uguale all'uomo nel campo economico e politico, la donna rivoluzionaria russa si era conquistata la piena uguaglianza individuale nella politica come nei rapporti fra uomo e donna (...). La rivoluzionaria russa non volle essere seconda a nessuno nelle battaglie per l'emancipazione dell'umanità, come essa esponeva il suo corpo alle sferze profanatrici del dispotismo, pur di non retrocedere nella lotta per il santo ideale, così a pari degli uomini il suo capo veniva cinto dell'aureola del martire e dell'eroe.

    Per arrivare a questo, la rivoluzionaria russa dovette abbattere que­gli ostacoli, e spezzare quelle catene che la donna in genere fanno schiava.

    Non si rassegnò ad essere una schiava legata all'uomo con vincoli esteriori, sebbene volle e seppe esserne la compagna uguale e libera».

    Come si vede, qui il testo assume contorni autobiografici di notevole interesse anche per la storia dei costumi, nel momento in cui esso contiene una sorta di autocoscienza ante litteram da parte di una protagonista del movimento delle donne, la cui Internazionale nel 1909 aveva fondato insieme a Clara Zetkin, a Rosa Luxemburg e ad altre storiche esponenti del femminismo socialista.

    Angelica si sofferma qui sul significato antiborghese e anticonformista dell'originalità che caratterizzava i "senza patria" russi. Ma non si tratta semplicemente di una divagazione, il testo va inteso anche e non da ultimo in senso apologetico, contro la campagna di vera e propria diffamazione portata avanti dai nemici politici dell'oggi, e tra questi in modo particolare si distingueva il futuro duce.

      I "rivoluzionari guerraiuoli", i sostenitori della "guerra come igiene della storia" non risparmiano le più volgari illazioni maschiliste contro la Balabanoff, come si deduce da un altro articolo sulla stessa pagina:

    «Osano tentare di profanare Lei, la migliore fra tutti noi. Indegni! I De Falco, i Mussolini (…) i venduti alla borghesia ed ai fornitori militari, le coscienze traviate, e le anime luride, tentano di mordere alla nobile figura di Angelica Balabanoff. Indegni, e miseri!

    Tutto ciò è vano.

    Nella vostra vita conosceste l'inganno e d'inganno volete lordare coloro che l'inganno non conobbero mai. Conosceste il mendacio, la corruzione, la compra-vendita delle coscienze e lo spionaggio... Indegni e miseri!»

    Così si legge nel commento in seconda intitolato "Omaggio", un testo attribuibile a Misiano, che mostra molto bene il livello di scontro verbale, e non solo verbale, tra i pre-fascisti al seguito di Mussolini e i vecchi esponenti del socialismo italiano d'emigrazione.

    Uno dei temi, che traspare abbastanza chiaramente, riguarda l'ipocrisia morale e la morale sessuale cattolica, delle quali Angelica poco si curò essendo una donna libera che improntava i propri rapporti personali a un'etica della sincerità e della lealtà interpersonale.

    Ma sono tempi di guerra e persino un ossessivo affetto di dongiovannismo, quale Mussolini indubbiamente fu, non disdegnava l'impiego di ogni mezzo, incluse gli sputtanamenti moralistici a mezzo stampa contro certe signore pacifiste e di troppo liberi costumi, pur di continuare la sua propaganda guerra: prove di clerico-fascismo, si potrebbe dire oggi, a cent'anni da quegli eventi senza dubbio penosi.

    Per Angelica Balabanoff, che con i giovane Mussolini aveva avuto una lunga relazione sentimentale oltre che un'intensa collaborazione politico-giornalistica alla direzione dell'Avanti! milanese, questi bassi attacchi del futuro duce non potevano riuscire completamente indolori.

    Non nominò mai più in vita sua i trascorsi sentimentali e trent'anni dopo, finita la Seconda Guerra mondiale, rientrerà a Roma, capitale della Repubblica nata dalla Resistenza antifascista, indossando un tailleur rosso fuoco, nella esibita soddisfazione di poter camminare per le piazze della Città Eterna, lei, donna libera e fedele ai propri ideali, mentre "l'Innominabile" è stato inghiottito dall'abisso della Storia.

8. continua

martedì 2 maggio 2017

Grande impudenza di Mussolini, “rivoluzionario guerraiuolo”

Freschi di stampa, 1917-2017 (7)

Prosegue la serie di testi ispirati o ripresi dall'ADL nell’anno delle due rivoluzioni russe che hanno cambiato il mondo. La nostra redazione di allora poté “coprirle” entrambe con materiale di prima mano. Ciò grazie soprattutto ad Angelica Balabanoff, fautrice degli stretti legami svilup­pa­tisi tra i socialisti italiani e russi impegnati, insieme al PS sviz­zero, nella grande campagna di “guerra alla guerra”. Campagna lan­ciata con la Conferenza di Zimmerwald. E culminata nella Rivoluzione d'Ottobre.

"L’opposizione socialista alla guerra prepara ed affretta la rivoluzione": Anche l’ADL del 21 aprile 1917 dedica un titolo a tutta pagina alla situazione bellica e ai fatti di Russia, ma questa settimana l’attenzione è rivolta contro Mussolini e i “rivoluzionari guerraiuoli” che reclamano una sorta di primazia sul regime change a San Pietroburgo, dove Lenin è giunto il 16 aprile 1917.

Senza por tempo in mezzo, il leader bolscevico chiarisce la sua posizione con le Tesi d'Aprile, che vengono enunciate già all'indomani del suo arrivo, nel discorso tenuto al Palazzo di Tauride, sede del Soviet di San Pietroburgo, il 17 aprile del 1917. Le Tesi appariranno poi sulla Pravda tre giorni dopo con il titolo Sui compiti del prole­ta­riato nella rivoluzione attuale. Il programma leninista mira al rove­sciamento del governo borghese e a un ordine nuovo che conferisca tutto il potere ai consigli operai (soviet) e ponga fine, anche unilate­ral­mente, alle ostilità sul fronte russo.

Nell'ondata di grande entusiasmo popolare e di grandi speranze di pace che la Rivoluzione di Febbraio aveva suscitato in tutta Europa, anche Mussolini e gli altri interventisti ex socialisti, che pure erano divenuti nemici giurati di ogni pacifismo zimmerwaldiano, si videro indotti a schierarsi sul caso russo. E seguirono due tattiche. In primo luogo accentuarono le figure retoriche dell'eroismo maschile irridendo l'ideologia effeminata dei pacifisti, caduti ormai preda delle virago internazionaliste, e in particolare di Angelica Balabanoff, presentata dagli ex compagni come gran corruttrice dell'italica virtù.

In secondo luogo rivendicarono gli eventi rivoluzionari russi, quasi che questi discendessero dall'interventismo italiano. A queste nuove formule della propaganda di guerra reagisce, dunque, l'ADL del 21 aprile 1917 sia nel ripercorrere il calvario delle donne socialiste esuli per causa di tirannia bellicista, sia respingendo i volgari attacchi a Angelica Balabanoff (a pagina 2), sia soprattutto contrastando le rivendicazioni del futuro duce sulla Rivoluzione russa di Febbraio.

Parte importante della stessa frazione bolscevica e la quasi totalità della galassia socialista russa guarda con perplessità alla linea di radicalizzazione rivoluzionaria prospettata dall'esule al suo rientro in patria. Lo stesso dicasi per il vasto panorama politico internazionalista e zimmerwaldiano negli altri paesi, panorama di cui L'ADL è parte, e in cui prevalgono posizioni socialiste-rivoluzionarie e anti-bolsceviche.

Ma nel nuovo governo russo – il cui maggiore esponente social-rivoluzionario è il ministro di Giustizia e futuro premier Aleksandr Kerenskij – non vengono assunte misure cautelative contro le velleità incendiarie del leninismo, ispirate e in parte anche finanziate dal patto di ferro con il Kaiser di Berlino.

Kerenskij – che nutre sentimenti filo-francesi e si sente combattuto tra l'etica dell'onore nazionale nei riguardi degli Alleati e l'acuta esigenza popolare di pace – non farà arrestare Lenin anche a causa dell'antica amicizia che lega lui e la sua famiglia agli Uljanov, appartenenti anch'essi alla piccola aristocrazia della città di Simbirsk, come si chiamava allora l’odierna Uljanovsk.

Rovesciato infine dalla Rivoluzione d'Ottobre, Kerenskij, esule a sua volta a New York, racconterà di non avere mai voluto spiccare un ordine di arresto nei confronti di Lenin perché a trattenerlo era stata sua madre, dalla quale quotidianamente si recava l'anziana madre del capo bolscevico a implorare per l'incolumità personale di Vladimir Ilič, unico figlio rimastole dopo che Aleksandr era stato impiccato dal regime zarista all'età di 21 anni.

 “I volgari inganni e le losche speculazioni dei traditori del socialismo, frantumati dalla analisi della verità”, recita il catenaccio al titolo di prima pagina, che rinvia all’editoriale di Francesco Misiano intitolato "Il colmo dell'impudenza":

«Il grandioso episodio della rivoluzione russa ha dato nuovo modo ai rivoluzionari guerraiuoli, delle radiose giornate di maggio, di dimostrare come nel campo del “girellismo politico”, e della più sfacciata impudenza essi non abbiano competitori.

Si affannano ora ad affermare (...) che gli avvenimenti russi furono da essi previsti, da essi determinati, che questi avvenimenti sono il frutto della loro azione guerrafondaia, che senza l'intervento dell'Italia in guerra essi, avvenimenti rivoluzionari, non si sarebbero verificati, che, in una parola, la “rivoluzione” è nata dalla guerra, e che quindi era bene entrare in guerra, se dalla guerra nasce la rivoluzione. (...) Vediamo un po' quali sono i fattori-causa della rivoluzione russa. Li raccogliamo in tre riassuntivi principali:

1. Carestia, fame, dolori e sventure conseguenti alla guerra.

2. Tradizione rivoluzionaria mirante a rovesciare un sistema di governo anacronistico.

3. Atteggiamento di opposizione alla guerra da parte del Partito socialista rivoluzionario russo.

(...) Non occorre ricordare quanti dei suoi [del Partito socialista rivoluzionario, Ndr] fossero stati, durante la guerra, succhiati dalle prigioni, o eliminati con l'esilio, o con sistemi più rapidi, quelli del patibolo. È notorio che, anche più del nostro Partito italiano, il Partito socialista russo, è rimasto tenace assertore del socialismo, che è contro le guerre, e contro i massacri fra popoli, fra proletari, e come per questo suo reciso atteggiamento abbia affrontato ogni sacrificio di libertà e di sangue. (...) Un Partito socialista che in un qualunque paese belligerante d'Europa si ponesse – come in Francia, come in Germania, – a collaborare per la guerra con la borghesia, viene a svolgere una funzione che, nei riguardi della rivoluzione, è perfettamente in completa opposizione (...).

Ecco perché noi che fummo contro la guerra, che la guerra la subimmo, crediamo che (...) non potranno dire i Mussolini ed i Bissolati, che consigliano al popolo l'astinenza ed il sacrificio di fronte alla fame ed alla morte, in nome della "santità" della guerra, di essere essi i provocatori volenterosi della rivoluzione (...) Che i cialtroni dell'interventismo rivoluzionario italico dicano pure che ad essi va il merito della rivoluzione russa: la verità è ben altra» (ADL 21.4.1917).

Nelle pagine successive continua la rassegna internazionale e di seguito uno stralcio dal discorso del compagno Hoffmann al Reichstag tedesco: “Il militarismo tedesco e il dispotismo tedesco sono responsabili della guerra. Soltanto quando saranno eliminati questi, il popolo respirerà. / Voi deputati di destra, con la vostra politica screditate la Germania. / Voi avete piani annessionistici, pazzi e delittuosi” (ADL 21.4.1917).

7. continua

La Francia dopo il primo turno - Tutto è cambiato e tutto può cambiare

Jacques Attali e François Hollande due grandi elettori di Emmanuel Macron

Quello che nel 2002 fu un incidente dovuto la frammentazione della sinistra è oggi un dato strutturale, con il FN primo partito francese. Ma così cambia la natura delle elezioni presidenziali al primo turno.

di Felice Besostri

Il 7 maggio la Francia sceglierà tra Macron e Le Pen. Rispetto al 2002 il candidato del FN raddoppierà i voti, anzi di più perché la figlia parte già con uno score superiore al primo turno del misero 17,7% del padre al secondo turno delle presidenziali 2002.

Tutto cambierà perché quello che nel 2002 fu un incidente dovuto la frammentazione della sinistra e del campo socialista con Jospin al 16,18% e Chevènement al 5,33 % (e un’estrema sinistra LCR e LO che con il PCF aveva il 13,34%), nel 2017 è un dato strutturale: il FN ap­pare essere il primo partito francese ed è cambiata la natura delle ele­zio­ni presidenziali al primo turno: buona parte dei cittadini elettori han­no votato, come se fosse un secondo turno, cioè voto utile di testa e non di cuore o di pancia per il candidato espressione dei suoi convincimenti politici.

Per gli elettori non del FN si trattava di scegliere chi dovesse andare al secondo turno, anche se i sondaggi davano tutti vincenti contro la Le Pen, compreso Mélenchon. Tuttavia le elezioni di giugno per l’Assemblea Nazionale potrebbero portare ad una situazione confusa, perché Macron è espressione di un movimento e non di un partito, una specie di Renzi senza PD. Il suo risultato, 23,9% è paragonabile a quello dei centristi Alain Poher, 23,31%, nel 1969 o di Bayrou, suo sostenitore in questa elezione, con il 18,57% nel 2007.

Le forze politiche organizzate restano tre, socialisti, gollisti e FN e questo avrà ancora un peso, sempre che specialmente a sinistra non si capisaca la lezione. Nelle presidenziali del 1969, le seconde ad elezione diretta si produsse un fenomeno analogo con il candidato socialista della SFIO Gaston Defferre al 5,01% (Hamon con il 6,35% ha fatto meglio). Non fu l’inizio della fine dell’area socialista, perché anche l’alternativa di sinistra Rocard era al 3,61% e spiccava ancora con Duclos un partito comunista al 21,27%, cioè a una percentuale superiore a quella di Mélenchon 2017 con il suo 19,62%. Rispetto a quell’anno l’unico elemento di continuità è quello dei trozkisti di Lutte Ovriere con lo 0,6% di Nathalie Arthaud oggi e lo 1,06% di Alain Krivine allora.

Per le legislative bisogna fare un passo avanti per allargare gli accordi tra socialisti, ecologisti e radicali di sinistra con alleanze al primo turno e desistenze programmate al secondo turno. La prima difficoltà è che a differenza della Unione de la Gauche di Mitterrand l’interlocutore a sinistra non è un partito come il PCF, ma uno stato d’animo rappresentato da Mélenchon, che è allergico ai partiti come dimostrato dai suoi trascorsi socialisti in posizione eccentrica anche rispetto alla sinistra di Emmanuelli e il contributo decisivo alla dissoluzione al Front de la Gauche.

Se l’asse tradizionale destra/sinistra è sostituito da altre contrapposizioni del tipo populisti/responsabili o europeisti/sovranisti, altrettanto generiche ed indeterminate, cioè se la sinistra non ha programmi credibili per un’altra politica economica o per un processo alternativo di integrazione europea, la sua crisi in Italia ed in Europa è destinata ad aggravarsi, chiunque vinca le primarie del PD ovvero se Pisapia diventasse una sorte di Mélenchon, ma più moderato.