giovedì 29 marzo 2012

Costanza e continuità

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Napolitano: "Non ci può che essere costanza e continuità

nell'omaggio ai 335 martiri delle Fosse Ardeatine"

 

"Desidero rassicurare la signora Stame che ci ha rivolto parole preoccupate e amare: quel che si è fatto anno dopo anno per onorare il sacrificio e la memoria dei 335 martiri delle Fosse Ardeatine non è finito e non finirà". Così il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha voluto rassicurare i partecipanti alla cerimonia di commemorazione del 68° anniversario dell'eccidio delle Fosse Ardeatine sulla continuità delle cerimonie in loro ricordo.

    "Noi, da qui a un anno, il 23 marzo 2013, ci ritroveremo in questa stessa cerimonia con lo stesso animo", ha detto il Capo dello Stato rispondendo immediatamente andando al microfono dal quale la signora Rosina Stame, Presidente dell'Anfim (Associazione Nazionale Famiglie Italiane Martiri Caduti per la Libertà della Patria), aveva manifestato la preoccupazione che il taglio dei fondi potesse mettere a repentaglio l'omaggio ai martiri delle Fosse Ardeatine nei prossimi anni.

    Al termine della cerimonia, il Capo dello Stato è tornato sull'argomento rispondendo alle domande dei giornalisti: "Non si può nemmeno immaginare che non ci sia costanza e continuità in questa cerimonia che ha un valore simbolico ineguagliabile. Se si sono tagliati alla cieca i fondi indispensabili per l'attività dell'Anfim, si ritroveranno in altro modo i mezzi necessari".

Meglio un Sarkozy oggi per un Bayrou domani?

Socialisti e Democratici

 

Che il gruppo dirigente del PD si dividesse anche su chi sostenere in occasione delle elezioni presidenziali francesi era difficile immaginarlo. E invece abbiamo assistito anche a questo.

 

di Silvano Miniati

Network sinistra riformista

 

Abbiamo appreso che per alcuni esponenti del PD sostenere Hollande costituirebbe una grave colpa e ci hanno spiegato che il PD non è una sezione del Partito socialista europeo. Qualcuno è arrivato addirittura a sostenere che, appoggiando Hollande e sottoscrivendo la Carta di Parigi, il PD si avvierebbe su di una china pericolosa, mettendo in dubbio le sue stesse ragioni fondative. Una tesi questa che se non suonasse come un vero e proprio "avvertimento" potremmo semplicemente liquidare come ridicola.

    Credo che se non vogliamo cadere nelle trappole di una polemica che non ha né capo né coda, dobbiamo avere presenti alcuni dati elementari, il primo dei quali riguarda il fatto che si vota in Francia e che spetta ai francesi decidere da chi vogliono essere governati.

    Il secondo problema riguarda il fatto che, al momento, Hollande rappresenta indiscutibilmente l'unica carta giocabile per evitare la riconferma di Sarkozy e, quindi, altri cinque anni di una politica sciagurata che, grazie a lui e alla Merkel, ha già portato l'Europa sull'orlo del disastro.

    Le colpe di Hollande sarebbero, prima di tutto, di essere socialista, come colpa è sempre stata il richiamarsi ad una cultura socialista, azionista e laica, il che per quello che rimane in vita della cultura cattocomunista è imperdonabile, in secondo luogo, di avere aperto la campagna elettorale criticando aspramente le scelte di politica fiscale votate dall'Europa e sostenute da Mario Monti.

    L'equazione è davvero singolare, se i tuoi amici criticano Monti, anche tu diventi nemico di Monti, senza tenere oltretutto conto del fatto che molte delle critiche di Hollande e dei socialdemocratici tedeschi alle scelte sul fisco sono ben chiare all'interno del programma del PD.

    Un vecchio detto toscano ammoniva tutti a non parlare di latte perché il latte lo producono le mucche e siccome le mucche hanno le corna, chi parla di latte, sta quindi dando del cornuto a qualcuno.

    Dire di no a Hollande, evitando al contempo di essere sospettati di fare il gioco di Sarkozy, deve essere sembrato comunque davvero pesante anche per i critici di Bersani. Meglio allora predisporsi una via di fuga.

 

Si è andati così a rovistare nel passato e si è scoperto che c'è sempre Bayrou, che in occasione delle passate presidenziali ebbe più notorietà in Italia, grazie al fatto che Rutelli lo presentò come colui che avrebbe salvato il nostro Paese, che non in Francia dove infatti non venne votato.

    Senza nessun intento aggressivo, mi domando se i compagni anti Hollande e più concretamente anti Bersani siano dotati di un sufficiente senso del ridicolo e se si stiano davvero chiedendo il perché la gente normale capisca sempre di meno e conseguentemente si allontani dalla politica.

    Quello che succede come risposta alle iniziative di Bersani è semplicemente allucinante. Con Hollande no, con i socialdemocratici tedeschi neppure. Non rimane quindi che attendere pazienti che in Europa nasca una destra moderna, democratica e illuminata, che emerga anche un centro democratico e progressista, per poi dare un voto a tutti e stabilire con chi possiamo davvero allearci.

    E se qualche incauto ci dovesse far notare che così passeremo i prossimi cinquant'anni a guardare gli altri governare, potremo sempre rispondere che proprio in ciò sta la prova che noi guardiamo davvero al futuro lontano e non ci interessa se guardando lontano si rischi di dimenticare del tutto quanto succede attorno a noi.

Serve un "pavimento" di protezione sociale

LAVORO E DIRITTI

a cura di www.rassegna.it

 

La prossima conferenza internazionale del lavoro chiederà agli stati membri di garantire un "social protection floor", ovvero uno "zoccolo" di diritti e tutele come l'assistenza sanitaria essenziale, il reddito di base, l'istruzione

 

di Silvana Cappuccio

 

La prossima Conferenza internazionale del lavoro (ILC) si svolgerà a Ginevra dal 30 maggio al 15 giugno 2012. In aggiunta ai consueti punti in agenda (rapporti sull'applicazione delle Convenzioni, questioni finanziarie e di bilancio etc.), i temi che saranno specificamente trattati in quella sede riguarderanno la proposta di una Raccomandazione sul "social protection floor" (c.d. zoccolo di protezione sociale), il lavoro dei giovani, i principi e i diritti fondamentali al lavoro.

    L'esigenza di discutere una possibile Raccomandazione sul "social protection floor" era maturata lo scorso anno, sempre nel corso del dibattito sviluppatosi durante l'ILC, quando il gruppo dei lavoratori aveva specialmente sottolineato il bisogno di una Raccomandazione a supporto delle norme vigenti e che potesse rappresentare un riferimento flessibile e di rilevanza per gli Stati membri nella definizione di uno zoccolo di protezione sociale, secondo le situazioni nazionali e i livelli di sviluppo. Riaffermando il diritto universale alla protezione ed alla sicurezza sociale come un diritto umano ed un elemento necessario per lo sviluppo economico e sociale e per il progresso, la Raccomandazione dovrà definire una serie di garanzie di base per ridurre la povertà, la vulnerabilità e l'esclusione sociale.

    Queste garanzie di base dovranno riferirsi a un insieme di beni e di servizi definiti a livello nazionale, come l'assistenza sanitaria essenziale, tra cui la maternità; alla sicurezza di un reddito base per i bambini, sufficiente almeno per l'alimentazione, l'istruzione, le cure e altri beni e servizi necessari; alla sicurezza di un reddito base, sempre definito su base nazionale, per persone in età attiva che non riescono a guadagnare un reddito sufficiente, anche in caso di malattia, di disoccupazione, di maternità e di disabilità; alla sicurezza di un reddito base, ancora su base nazionale, per persone anziane. Gli Stati devono mettere a punto i "social protection floors" garantendo il coordinamento con altre politiche per rafforzare l'occupazione, promuovere i servizi sociali, le attività economiche produttive e l'occupazione formale, ridurre la precarietà, promuovere il lavoro dignitoso, l'imprenditorialità e le imprese sostenibili. Gli Stati membri devono poi monitorare periodicamente e costantemente i progressi compiuti nell'attuazione dei "social protection floors" (zoccolo di protezione sociale), attraverso adeguati meccanismi definiti a livello nazionale, con il coinvolgimento delle parti sociali.

    Il tema della crisi occupazionale dei giovani sarà sottoposto anch'esso alla discussione generale della prossima ILC. L'ultima volta che la Conferenza discusse del lavoro dei giovani fu nel 2005, quando adottò una risoluzione in proposito. Da allora ad oggi, la questione ha assunto una dimensione senza precedenti per rilevanza quantitativa e qualitativa: gli altissimi livelli di disoccupazione giovanile, le crescenti difficoltà affrontate dai giovani nel passaggio dalla scuola/università al lavoro, l'estensione delle fasce di precarietà e il deterioramento della qualità delle limitate occasioni lavorative sono elementi di grande preoccupazione per gli Stati in tutte le regioni del mondo.

    La crisi economica e finanziaria globale ha esacerbato questa situazione, le previsioni di crescita globale sono attualmente negative e si profila concretamente la possibilità che il mercato del lavoro peggiori ulteriormente, con effetti ancora pesantissimi per i giovani. La Conferenza sarà preceduta da un Forum mondiale sullo stesso tema, al quale parteciperanno un centinaio di giovani donne e uomini (tra i 18 e i 29 anni). Su questo punto è disponibile un rapporto (in inglese, russo ed arabo) dell'OIL al link http://www.ilo.org/ilc/ILCSessions/101stSession/reports/reports-submitted/WCMS_175421/lang--en/index.htm

    Il dibattito sui principi e diritti fondamentali al lavoro riguarda la libertà di associazione, con l'effettivo riconoscimento del diritto di contrattazione collettiva; l'eliminazione di tutte le forme di lavoro forzato od obbligatorio; l'abolizione del lavoro minorile e l'eliminazione della discriminazione in materia di lavoro ed occupazione. L'obiettivo di questa parte dell'ILC sarà di analizzare le diverse realtà degli Stati e le esigenze con riferimento ai principi e diritti fondamentali del lavoro e di chiedersi come l'Organizzazione Internazionale del Lavoro può meglio indirizzare la sua azione in quella direzione, attraverso un uso mirato dei propri strumenti e in maniera coordinata. Uno dei principali obiettivi della Conferenza nelle sue conclusioni dovrebbe essere la definizione di un piano di azione con le priorità sull'attuazione dei principi e diritti fondamentali al lavoro nel periodo 2012-2016.

MA LA CGIL SI OPPONE

La situazione politica

 

Il no che la CGIL ha detto, chiaro e inequivocabile, alle proposte della ministro Fornero non solo è dettato da ragioni condivisibili, ma esso segna anche – in una situazione nella quale un mix malmostoso di responsabilità e indefinito europeismo, servono a celare ben altro – la svolta a destra rappresentata dal governo Monti.

di Paolo Bagnoli 

L'aggressione all'art. 18 non porterà utile alcuno alla questione degli investimenti in Italia, ma serve solo a sterilizzare un simbolo politico e civile riguardante il ruolo dei sindacati; ovvero ritenerli come una forza che è di impedimento allo sviluppo del Paese.

    Si prepara già il colpevole prima ancora di commettere il peccato! Ciò è inaccettabile sul piano più elementare della concezione democratica poiché il sindacato non è solo l'espressione di tutela del lavoro dipendente, ma costituisce una istituzione della democrazia. Lo sviluppo del governo Monti per ora è mera rappresentato solo da quello delle tasse per coloro che l'hanno sempre pagate; il resto è solo mediatizzazione che copre il vuoto poiché una vera lotta all'evasione fiscale non si fa così come la si vuol rappresentare. Nella svolta a destra è insito il convincimento del liberismo mercatista per cui è giusto e quasi inevitabile che i più paghino per quelli che hanno di più.

    Che Berlusconi sia andato a casa è fuor di luogo positivo e il governo che ne è seguito conferma un vecchio andazzo: che dalle crisi democratiche si esce a destra. Il caso italiano lo conferma. Si dice che non vi era altra scelta: in sostanza, che non poteva essere fatto diversamente e ciò dicendo si grida anche che la vitalità della democrazia si è esaurita poiché, quando una democrazia parlamentare ritiene di avere una ed una unica scelta ciò significa che essa non è più tale. Anche un esecutivo di emergenza nasce quale scelta tra altre possibili scelte; certo che ciò richiede un Parlamento non come quello che ha l'Italia adesso, ma il modello Monti – da taluni addirittura indicato come quello anche per il futuro – non assolve la questione. E alla lunga anche la manifesta e continua copertura da parte della Presidenza della Repubblica finisce per artare l'assetto costituzionale in un presidenzialismo improprio.

 

La controprova la abbiamo dalle dichiarazioni stesse di alcuni membri del governo, secondo la Fornero, chiamati a fare addirittura, se non abbiamo capito male, un lavoro sporco! Ma dove siamo: un ministro è lì per fare un lavoro sporco? L'espressione non si regge nemmeno per metafora. Buttare a mare la concertazione, fondare l'etica del lavoro solo sul licenziamento facile e addirittura agevolato, ritenere che, per il semplice fatto che la fiducia vera al gabinetto non viene dal Parlamento, ma da altro autorevole luogo, autorizzi a procedere per decreto e voti di fiducia – chissà se anche questa procedura la chiede l'Europa – è solo il segnale pericoloso di un involuzione che bisogna contrastare. L'Italia, ma così anche altri Paesi europei, deve essere tutelata dalle sue istituzioni nella sua libertà, compresa quella di scegliersi i primi ministri senza che questi abbiano, come prerequisito, quello di legami con agenzie e gruppi finanziari internazionali che hanno quale esclusivo loro interesse quello di destrutturare socialmente quante più aree europee possono a fini di profitto. E poi lo chiamano mercato.

    La verità è che l'Italia è andata economicamente meglio fino a quando una parte consistente dell'industria nazionale – banche comprese - era sotto l'egida dello Stato senza che ciò umiliasse né il mercato, né gli investimenti, né lo sviluppo. Non solo, ma a ben vedere, la stessa ricerca che si predica come segno dell'essere universitario, che non è nelle condizioni di farla in modo serio e organico, la grande industria statale la faceva, di qualificata e vincente e pure apportatrice di sviluppo.

    Con il no della Cgil, al di là dello specifico sindacale, ciò che è venuto al pettine è la crisi politica che il Presidente della Repubblica cerca di non far deflagrare; ma se non vi sarà decreto o voto di fiducia, sarà difficile che il quadro di calore in cui è avvolto il governo si mantenga tale; Europa o non Europa. E qui il Partito democratico gioca, come si suol dire, la "sua nobilitate" visto che, se pur impropriamente, qualche volta si definisce "di sinistra" dopo essere nato sciogliendo la sinistra e dichiarandola una categoria superata.

    Vedremo, ma certo, tutto dice che, giorno dopo giorno, urge la ripresa di iniziativa di energie socialiste che sono poi quelle che, storicamente, rappresentano, le stesse della democrazia italiana.
 
 
IPSE DIXIT
Per diventare un Vip - «Quel cervellone barbuto di Karl Marx l'aveva detto che nessuno può diventare ricco con il proprio lavoro soltanto e che per diventare un Vip ed entrare nell'élite dei più ricchi bisogna far lavorare gli altri. Per perseguire questo sogno, sono state tentate numerose soluzioni ingegnose nel corso della storia, dalla schiavitù e i lavori forzati, la tratta, la servitù debitoria e le colonie penali fino alla precarizzazione, i contratti a zero ore, il lavoro flessibile, la clausola di non-sciopero, lo straordinario obbligatorio, il lavoro autonomo forzato, le agenzie interinali, la subfornitura, l'immigrazione clandestina, l'esternalizzazione e molte altre novità organizzative improntate alla massima flessibilità». Marina Lewycka

giovedì 22 marzo 2012

150 - Placido Rizzotto- Placido Rizzotto, sì del governo ai funerali di Stato

La decisione del Consiglio dei ministri:

"Figura emblematica nella lotta alla mafia".

La decisione è stata comunicata dal sottosegretario Antonio Catricalà al segretario del Psi, on. Riccardo Nencini. "Deliberati i funerali di stato per Placido Rizzotto" faceva eco un tweet del sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei Ministri, Paolo Peluffo. Il riconoscimento in favore del sindacalista ucciso dalla mafia il 10 marzo del 1948, i cui resti sono stati rivenuti solo pochi giorni fa, era stato chiesto da un vasto gruppo di personalità.

    La proposta è stata avanzata in Cdm dal presidente del Consiglio, Mario Monti. L'esecutivo ha deciso "l'assunzione a carico dello Stato delle spese per i funerali del sindacalista Placido Rizzotto, figura emblematica della lotta contro la mafia". E' quanto si legge nella nota. I funerali si terranno "una volta terminati gli accertamenti tecnici sui resti recuperati".

    I resti erano stati rinvenuti nel settembre del 2009 a Rocca Busambra, nelle campagne di Corleone (Palermo). L'identità è stata accertata da esami di laboratorio eseguiti dal Gabinetto della Polizia Scientifica di Palermo, comparando i resti con il Dna di un parente di Rizzotto morto per per cause naturali. Così è stato possibile risalire all'identità del partigiano e sindacalista, dopo 64 anni dalla morte.

 

Per Placido Rizzotto

Il 9 Marzo scorso è arrivata la conferma, dopo 64 anni sono stati identificati i resti mortali di Placido Rizzotto, sindacalista socialista ucciso dalla mafia di Corleone il 10 marzo del 1948.

di Giuseppe Biasco *)

 

Non basta uccidere, la morte deve parlare a quelli che rimangono, deve essere un messaggio di terrore inequivocabile. La barbarie della delinquenza organizzata si esprime con questa pratica esercitata senza nessuna pietà. La morte viene erogata attraverso modalità diverse, mai in maniera casuale, frutto di un momento di rabbia o di follia. La morte dei nemici è sempre l'esecuzione di una sentenza assunta con freddezza ed eseguita con spietata precisione. Il controllo della morte è alla base dell'esercizio del potere. In questa logica anche far scomparire un corpo ha il suo preciso significato. Far sciogliere un corpo nell'acido, cementarlo in un pilastro, seppellirlo in un luogo sconosciuto, affondarlo in acque profonde, bruciarlo o renderlo irriconoscibile, ha una particolare importanza per  la mafia.

    Quando la mafia uccide con fragore e grande dispendio di mezzi, è per dimostrare il proprio inarrestabile potere, a cui nessuno si può sottrarre. I "Corleonesi" sono stati tra gli interpreti più feroci di questa pratica, proprio per la concezione esasperata che avevano del potere. Il potere non era dato solo dai soldi che si era in grado di razziare, ma dalla capacità di uccidere senza pietà chiunque fosse contrario alle mire della organizzazione senza fermarsi di fronte a niente e nessuno.

    La stessa fine di Michele Navarra, l'indiscusso capo mafia di Corleone dal 1943 al 1958 e mandante dell'omicidio di Placido Rizzotto, avvenne secondo il metodo nuovo inaugurato proprio in quell'occasione da parte di Liggio e dei suoi giovani picciotti: Provenzano e Riina. Navarra fu ucciso mentre rientrava a Corleone su una Fiat 1100, insieme a un suo giovane collega, massacrato innocente insieme a lui. Sul suo corpo furono contate ben 92 ferite, provocate da altrettanti colpi d'arma da fuoco. Da allora la ferocia dei "Corleonesi" non ebbe freno, alternando stragi, agguati e scomparse, furono protagonisti di una lunga vicenda di sangue e malaffare, che arrivò a colpire lo Stato, la grande finanza e determinò le sorti dello sviluppo negato alla Sicilia

    Dalla "strage di Viale Lazio" a Palermo nel 1969, in cui morirono 6 persone, ad opera di Riina e Provenzano, passando per l'omicidio di Carlo Alberto Dalla Chiesa fino ad arrivare a Falcone e Borsellino: questo è il modo di parlare del potere mafioso che sfida lo Stato.

    Ma i Corleonesi sono anche quelli delle centinaia di persone uccise e scomparse, di cui non si doveva mai più parlare. Persone scomparse e finite nel nulla come le decine di poveri contadini che avevano osato levarsi contro i grandi feudatari e che con la battaglia della "occupazione delle terre", avevano messo in discussione gli assetti secolari della proprietà agraria in Sicilia. Il motivo per cui un corpo non doveva essere mai più ritrovato era, da una parte non fornire prove alla Magistratura inquirente, ritardarne l'azione, inquinare prove; e dall'altra parte procedere a una campagna di denigrazione nei confronti dello scomparso. Con questo sistema s'impediva anche di dare degna sepoltura alla vittima. S'impediva di fornire un martire civile ai poveri e ai disperati. S'impediva che la vittima potesse un giorno diventare l'eroe di una nuova lotta, di una vendetta, di una richiesta di giustizia.

    Il potere mafioso, secondo questa barbara impostazione, doveva essere totale, doveva andare anche dopo e oltre la morte.

    Il doppio metodo di uccidere della mafia, quello eclatante e quello silenzioso fu inaugurato nel primo dopoguerra, nel pieno della lotta per la terra e della nascita del movimento contadino: la strage di Portella della Ginestra a opera della banda di Salvatore Giuliano e lo stesso omicidio di Placido Rizzotto, sono i due avvenimenti che segnano l'inizio di una storia infinita di sangue e ferocia.

    Placido Rizzotto, fu un giovane combattente della seconda guerra mondiale che dopo l'8 settembre del 1943, insieme a tanti altri, entrò nella Resistenza combattendo contro i nazifascisti nell'Italia del Nord occupato. Alla fine della guerra, tornato al suo povero paese sulle Madonie, Corleone,  a 57 Km da Palermo, si dedicò alla lotta per il riscatto della terra e dei contadini poveri e dei braccianti oppressi.

    Socialista per convinzione profonda, Rizzotto fu il primo segretario della Camera del Lavoro di Corleone e sviluppò una lotta senza quartiere ai proprietari terrieri e alla mafia dei Navarra e dei Luciano Liggio. La risposta fu feroce e inesorabile: rapito nella serata del 10 marzo 1948, mentre si recava da alcuni compagni di partito, fu ucciso. Il pastorello Giuseppe Letizia assistette al suo omicidio di nascosto e vide in faccia gli assassini: per questo venne assassinato con un'iniezione letale fattagli dal medico-boss Michele Navarra, mandante del delitto Rizzotto.

    Le indagini sull'omicidio furono condotte dall'allora capitano dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa. Sulla base degli elementi raccolti dagli inquirenti, vennero arrestati Vincenzo Collura e Pasquale Criscione, che ammisero di aver preso parte al rapimento di Rizzotto in concorso con Luciano Liggio. Grazie alla testimonianza di Collura fu possibile ritrovare alcune tracce del sindacalista ma non il corpo, gettato da Liggio nelle foibe di Rocca Busambra, presso Corleone.

    Criscione e Collura, insieme a Liggio che rimase latitante fino al 1964, furono assolti in appello dopo una condanna all'ergastolo, per insufficienza di prove, dopo aver ritrattato la loro confessione in sede processuale. In quel periodo il giovane capitano Dalla Chiesa si dovette occupare di ben 74 omicidi di contadini e braccianti che avevano partecipato al movimento dell'occupazione delle terre.

    La settimana prima della scomparsa di Placido Rizzotto, era stato assassinato il capolega Epifanio Li Puma. Meno di un mese dopo, a Camporeale, verrà ucciso Calogero Cangelosi. Come afferma Michele Pantaleone nel suo famoso libro Mafia e Politica, in quelle settimane s'indirizzò anche in questo modo il voto dei poveri braccianti verso la Democrazia Cristiana, che uscirà vincitrice dalle urne del 18 Aprile del 1948.

    Il 9 marzo 2012 l'esame del DNA, comparato con quello estratto dal padre Carmelo Rizzotto, morto da tempo e riesumato per questo scopo, ha confermato che i resti trovati il 7 settembre 2009 presso le foibe di Rocca Busambra presso Corleone appartengono a Placido.

    Dopo 64 anni dalla sua scomparsa, abbiamo la certezza di aver finalmente recuperato i resti di Placido Rizzotto!  Finalmente potremo dare sepoltura a un martire della lotta contro i proprietari terrieri e la mafia. Da tempo Riina e Provenzano sono in carcere. Placido Rizzotto vivrà nella nostra memoria. Sconfitta due volte la Mafia.

    E se il socialismo italiano ripartisse proprio dal ricordare l'esempio e la morte di Placido Rizzotto? E se il 10 Marzo fosse la giornata della memoria dei caduti nella lotta per il riscatto sociale nel nostro Paese?


*) Giuseppe Biasco, ha 63 anni, è un non vedente, iscritto all'ordine dei giornalisti di Napoli, laureato in Storia Contemporanea e specialista in Storia Economica. È stato dipendente dell'Alfa Romeo di Pomigliano d'Arco, sindacalista metalmeccanico, segretario della Uil Campania con Giorgio Benvenuto. Socialista, assessore della Provincia di Napoli alle politiche europee, come laburista "ai tempi di Valdo Spini". Attualmente, si occupa di ricerca sociale, collabora con l'Ires Campania e dedica gran parte del suo tempo ai disabili, in particolare a quelli visivi.

 

Il Coopi di Zurigo al 107° anno di attività

Centosette anni

 

Il 2012 è l'anno internazionale della Cooperazione e la Società Cooperativa Italiana Zurigo, sede storica del Centro Estero socialista e dell'editrice L'Avvenire dei lavoratori, ha compiuto centosette anni d'attività.  

 

ZURIGO, 18.3.2012 - È stata fondata il 18 marzo del 1905 dalle tre sezioni socialiste italiane di Zurigo ("Aussersihl", "Oberstrass" e "Riesbach") rappresentate da Domenico Armuzzi, Alessandro Biagini, Enrico Dezza, Francesco Lezzi e Amilcare Malpeli.

    La Società Cooperativa Italiana Zurigo, sede storica del Centro Estero socialista e dell'editrice L'Avvenire dei lavoratori, ha svolto un ruolo non del tutto trascurabile nelle vicende politico-sociali del Novecento, dall'organizzazione germinale degli operai emigrati al sostegno ad Angelica Balabanoff e Vladimir Ilic Lenin nel movimento di Zimmerwald contro la prima guerra mondiale alla rottura con i comunisti filo-sovietici nel 1921, dall'organizzazione della lotta contro il fascismo da Guadalayara alla Val d'Ossola, in Italia e in Spagna, alla lotta contro il razzismo e la xenofobia nel secondo Dopoguerra.

    Il tradizionale incontro conviviale si è svolto quest'anno in onore del presidente emerito, Sandro Simonitto, che per parte sua ha tagliato il traguardo dei settant'anni. Simonitto – giunto in Svizzera nel 1961 – si era ben presto conquistato un ruolo di rilievo nella Federazione Socialista Italiana in Svizzera (FSIS) come pure nel movimento sindacale. Due volte segretario politico della FSIS, ha guidato le sezioni cantonali a Basilea, San Gallo e in Argovia, dove è stato eletto presidente del ComItEs per due mandati. Attualmente vive da "doppio cittadino" tra l'Italia e la "sua" Lenzburg, città in cui è stato anche consigliere comunale per il Partito Socialista.

 

Sandro Simonitto è tuttora attivo nella direzione della FSIS e della Società Cooperativa come pure nel Comitato XXV Aprile. Il presidente del Coopi, Dr. Andrea Ermano, ha salutato il festeggiato con "un brindisi domenicale, che certo non è un commiato. Perché domani ricomincia il lavoro portato avanti insieme in questi undici anni, fianco a fianco, alla salvaguardia di un patrimonio storico e ideale di tutta l'emigrazione italiana organizzata", ha concluso Ermano, ricordando "la fermezza, la lealtà e la coerenza di Sandro Simonitto anche nei momenti più difficili".

    All'incontro hanno preso parte, tra gli altri, due decani del giornalismo ticinese come Mario Barino, presidente della Fondazione Mario ed Hélène Comensoli, e Renzo Balmelli, già direttore del TG della Televisione della Svizzera Italiana e commentatore dell'ADL con la rubrica "Spigolature". Erano inoltre presenti il Dr. Sandro Pedroli, staffetta partigiana in Piemonte, "medico degli italiani" e presidente emerito del Comitato XXV Aprile; il suo successore Salvatore Di Concilio, consigliere comunale socialista a Zurigo; il segretario politico della FSIS, Maurizio Montana; i membri del comitato direttivo Maria Ermano-Satta e Francesco Papagni; l'ing. Elemer Ujpetery rappresentante di un folto gruppo di amici e simpatizzanti del Coopi.

Marco Biagi e la violenza nemica delle lotte

LAVORO E DIRITTI

a cura di www.rassegna.it

 

Il 19 marzo del 2002 un gruppo di terroristi assassinò il professore tentando di riportare il paese agli anni di piombo. Ricordarlo dopo 10 anni è fondamentale per costruire il futuro del nostro Paese

 

di Susanna Camusso

segretaria generale della CGIL

 

Il 19 marzo del 2002, dieci anni fa, un gruppo di terroristi assassinò il professor Marco Biagi tentando di riportare il paese agli anni di piombo e di mettere in mora un grande movimento di popolo per il lavoro e i diritti.

    Quel popolo che quattro giorni dopo l'efferata uccisione di Biagi diede vita, al Circo Massimo a Roma, alla più grande manifestazione sindacale organizzata nell'Italia repubblicana. Fa bene Rassegna Sindacale, con questo fascicolo, a richiamare alla memoria quei giorni indimenticabili e a ricordare i temi del dibattito di allora, le grandi battaglie della Cgil per il lavoro e per i diritti e gli attentati del terrorismo allo stesso movimento dei lavoratori.

    Fa bene perché tutto ciò fa parte della storia d'Italia e perché i nodi di allora non sono ancora sciolti. La lotta al terrorismo e a ogni forma di violenza continua ad essere elemento caratterizzante del dna del sindacato e della Cgil in particolare: anche perché le ragioni di una protesta civile e democratica, non solo legittima ma doverosa quando necessaria, finiscono per perdere forza ed efficacia quando sono inquinate da atti di violenza e di attacco alla convivenza e al confronto democratico, dieci anni fa come adesso.

    La violenza non rende più forti le lotte, al contrario ne disgrega l'efficacia e la diffusione. Per questo il sindacato, la Cgil, non può che continuare ad essere il nemico più acerrimo di ogni forma di illegalità, di violenza e di terrorismo, senza alcuna discussione: senza se e senza ma. Poiché queste degenerazioni dell'opposizione e della protesta sono rivolte prima di tutto contro la libera espressione del dissenso sociale e sindacale. Per questa ferma posizione abbiamo pagato un tributo di sangue che non può essere mai dimenticato da nessuno. Naturalmente, la Cgil non ha rinunciato ad alzare la propria voce in difesa delle ragioni e dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, dei giovani e degli anziani, dei più deboli. E non intende rinunciarvi. Anche, e soprattutto, quando in discussione è il diritto al lavoro, la difesa contro ogni forma di discriminazione, il ricorso agli strumenti previsti dalla Costituzione per richiedere e ottenere giustizia.

    Questo ha rappresentato la battaglia che abbiamo fatto e stiamo facendo per sostenere la validità, diremmo l'attualità, dell'azione sindacale in difesa dell'articolo 18 e per la presenza del sindacato nelle fabbriche, che significa tutela per i lavoratori più deboli, più esposti contro ogni forma di discriminazione e ricatto. Ricordarlo oggi, a dieci anni dalla morte di Biagi e dalla manifestazione al Circo Massimo non è soltanto giusto, ma fondamentale per costruire il futuro del nostro Paese e consolidare le regole della democrazia e con esse i diritti sindacali.

Coesione sociale e volontà di progresso

150Ieri al Quirinale

 

Riportiamo di seguito ampi stralci dell'intervento del Presidente Napolitano all'incontro a conclusione delle celebrazioni per il 150° anniversario dell'Unità d'Italia

 

di Giorgio Napolitano

predidente della Repubblica

 

Sul significato di questa complessiva, vivissima, variegata risposta, "dall'alto e dal basso", all'appello per celebrare insieme, non formalmente e non retoricamente, i 150 anni dell'Italia unita, abbiamo già detto molto - anche io stesso in diverse occasioni : e non poco ci dice ora la ricerca del Censis - le cui risultanze sono state appena rese note - sui "valori degli italiani", quali appaiono ridisegnati dall'esperienza del profondo travaglio in atto nella nostra società e anche dal mix di sentimenti e riflessioni suscitato dalla ricorrenza del Centocinquantenario. Affiora da questa ricerca un'evoluzione verso atteggiamenti più socievoli, più sensibili culturalmente e civilmente, più legati all'idea di stare solidalmente insieme come nazione : qualcosa che ci conforta nella nostra professione di fiducia nell'avvenire dell'Italia.

    E mi si consenta di calare ora più decisamente nel presente il discorso sul paese, alla luce del bilancio cui questa cerimonia è stata dedicata.

    Nel trarre - all'inizio di ottobre - le prime conclusioni dell'intensa esperienza delle celebrazioni del Centocinquantenario, scrissi che si era prodotto "un risveglio di coscienza unitaria e nazionale" le cui tracce erano destinate a restare, i cui frutti rimanevano ancora largamente da cogliere. Ebbene, credo che quei frutti li stiamo raccogliendo anche e in particolare nella fase speciale e cruciale che la vita pubblica italiana ha imboccato quattro mesi fa. Si sta facendo sentire e mostrando prezioso quel "lievito di nuova consapevolezza e responsabilità condivisa" che avevamo visto crescere nel moto sempre più profondo e diffuso delle celebrazioni.

    Lo dico pensando al clima in cui si è risolta in novembre un'assai difficile crisi politica ; e al clima in cui un governo formatosi fuori degli schemi ordinari, con caratteristiche per varii aspetti mai sperimentate, sta portando avanti un'azione tutt'altro che indolore. Tutto sarebbe stato e sarebbe più arduo se in precedenza, nel ripercorrere gli alti e bassi della nostra storia unitaria, non si fosse ritrovato e potenziato il senso dell'interesse generale da far prevalere su ogni interesse particolare, il senso e il valore della coesione sociale e nazionale come leva per superare - oggi al pari di ieri - sfide e prove ineludibili.

    Hanno certamente spinto nella direzione giusta i crudi fatti del rischio di insostenibile tensione e catastrofico cedimento cui sempre di più nella seconda metà del 2011 è risultato esposto, nel contesto europeo, l'equilibrio dei nostri conti pubblici, il debito sovrano del nostro Stato, il futuro del nostro paese. Ma di ciò si è preso coscienza da parte di larghi strati della popolazione con una maturità, direi sorprendente, stimolata da quel recupero di valori nazionali, civili e morali di cui questa mattina abbiamo voluto tracciare il bilancio.

    A loro volta le principali forze politiche hanno avvertito la stanchezza dell'opinione pubblica e dell'elettorato per il perpetuarsi di una conflittualità esasperata e paralizzante in momenti di evidente emergenza, tali da richiedere invece il massimo sforzo di avvicinamento e convergenza nell'interesse comune. Il senso di responsabilità dimostrato da forze già al governo e già all'opposizione nel rendere possibili la formazione e le scelte urgenti di un esecutivo estraneo a entrambi gli schieramenti partitici, ha anch'esso rispecchiato la consapevolezza della fondamentale sollecitazione scaturita dalle celebrazioni del Centocinquantenario.

 

    Aggiungerei che si trattava di una sollecitazione anche al recupero della grande lezione dell'Assemblea Costituente e della strada maestra della Costituzione repubblicana. Non si è forse avuta nei mesi scorsi la prova della vitalità di un assetto costituzionale, e di un patrimonio di concreta e ricca esperienza costituzionale, capace di suggerire e garantire in modo non traumatico un passaggio politico tra i più delicati e inediti?

    L'evoluzione in senso più costruttivo nei comportamenti di importanti soggetti sociali e politici, sotto la pressione di una forte reazione critica e di una netta domanda di cambiamento provenienti dalla società, si è manifestata in parallelo con la messa in campo, per il governo del paese, di qualificate energie e competenze di cui l'Italia disponeva, e si è tradotta nell'espressione di un largo sostegno parlamentare al governo del Presidente Monti. Ne sono già scaturiti risultati di innegabile rilievo: in sostanza, una rinnovata fiducia, in sede europea e internazionale, nella capacità di ripresa e di sviluppo dell'Italia e nel suo apporto al superamento della crisi dell'eurozona e del progetto europeo. Di qui anche l'allentamento della pressione, nei mercati finanziari, sui titoli del nostro debito pubblico, a conferma che il rimedio sovrano dinanzi ad attacchi speculativi e a più complesse insidie di carattere economico-politico è sempre il capitale di fiducia che si è acquisito o riacquisito.

    Questi risultati, superiori a pure possibili previsioni positive, sono tutti da consolidare e integrare : definendo e applicando rigorosamente i provvedimenti ancora all'esame del Parlamento, spingendo fino in fondo l'impegno per la revisione e il contenimento della spesa pubblica, per la stabilizzazione di una prassi di pareggio di bilancio, per la sostanziale riduzione, attraverso tutte le vie percorribili, dello stock del debito pubblico. Non mettendo in forse questo processo di risanamento finanziario, ma integrandolo con misure e politiche per il rilancio della crescita, al momento solo avviate in sede nazionale e annunciate in sede europea, si potranno porre le basi per la soluzione dei problemi di fondo che travagliano la società e lo Stato italiano.

    Sono certo che questa assoluta necessità di continuare senza cadute e senza regressioni nel cammino intrapreso, sia ben presente alle forze politiche più responsabili. Il garantire la continuità di scelte di governo e parlamentari che stanno palesemente giovando alla causa della salvezza e al prestigio dell'Italia non mortifica la politica, ma contribuisce a rivalutarla, a riaccreditarla nella sua missione più autentica di espressione dell'interesse generale e di rafforzamento della compagine nazionale. E' una missione cui ci ha richiamato lo spirito del Centocinquantenario e che può oggi tornare ad essere riconosciuta alla politica anche a condizione che le sue forze più rappresentative dimostrino in questa fase di saper varare riforme istituzionali condivise, già per troppo tempo eluse, e tendano a garantire nel futuro comportamenti trasparenti sul piano della moralità, nonché più alti livelli di qualità nelle rappresentanze istituzionali e di governo.

    Mi permetto peraltro di dissentire da chi vede un pericolo di svalutazione o marginalizzazione della politica nelle cessioni di sovranità da parte del nostro e degli altri Stati nazionali a favore dell'Unione europea. Quelle cessioni, quelle volontarie autolimitazioni furono l'idea-chiave del lungimirante progetto di integrazione e unità lanciato a Parigi 62 anni orsono. Un'idea-chiave e un progetto che traggono oggi maggior forza e decisivo impulso dal processo di globalizzazione e dal grande cambiamento mondiale. Mi ha confortato in tale convinzione sentire qualche sera fa il cancelliere tedesco richiamare il fatale restringimento del peso del nostro continente al 7 per cento della popolazione del mondo d'oggi, ed evocare il rischio della marginalità per tutti i nostri paesi se non saremo capaci di integrarci più strettamente. Per tutti i nostri paesi, compreso il più grande e dinamico che ella rappresenta. Una sempre più stretta integrazione europea, attraverso il crescente ricorso a forme di sovranità condivisa che riducano l'area delle distinte e separate sovranità nazionali, è una necessità oggettiva del nostro tempo e non conduce alla fine né della politica né della democrazia.

    Piuttosto, muoviamo in Europa verso nuovi scenari e modi di essere della vita democratica, nel rispetto delle diversità e peculiarità delle nostre storie e culture nazionali, ma superando gli steccati di ormai asfittici sistemi nazionali. E questa diventa anche la proiezione di quel sentimento di identità, appartenenza e unità italiana, di quel rinnovato attaccamento alla patria, che abbiamo sollecitato e visto riemergere con le celebrazioni del Centocinquantenario.

    Continuiamo dunque a coltivare, a tener vivo quel sentimento che è anche impegno di coesione, approfondendolo sul piano della consapevolezza storica e del costume civile, e connettendolo con la prospettiva del crescere insieme in Europa, fianco a fianco con le altre nazioni e gli altri popoli del continente cui è consegnato il nostro comune futuro.

    Ho detto "continuiamo". Sì, perché è finito l'anno delle celebrazioni del grande nuovo inizio per l'Italia segnato dal 17 marzo del 1861, ma non è finita l'opera del rilancio del nostro patrimonio unitario, e non può mancare la determinazione nel portarla avanti.

    Sancisce e stimola la continuità del nostro impegno collettivo a interrogarci sulla storia dell'Italia unita, a studiarla e discuterla, la decisione, che saluto, di fare del 17 marzo, in via permanente, la "Giornata dell'anniversario dell'Unità d'Italia". E già si presenta vicina e concreta la scadenza del centenario - il 1915, per il nostro paese - della 1a Guerra Mondiale, passaggio storico cruciale per lo Stato unitario sorto da poco più di cinquant'anni e per un popolo che ancora conosceva poco sé stesso e per la prima volta si riuniva in una drammatica e complessa esperienza comune. Proseguono programmi scolastici felicemente avviati per il Centocinquantenario, restano aperti o stanno per aprirsi canali informatici e restano disponibili materiali didattici, come in particolare ci si suggerisce da Torino, che nel 2010-2011 è già stata centro propulsore ed esempio operoso per il programma complessivo delle celebrazioni dei nostri 150 anni. Faremo tutti la nostra parte come nel periodo celebrativo che oggi si conclude ; la faremo nella convinzione di coltivare un filone non esteriore e rituale ma autentico e vitale, di azione sociale e pubblica, di pedagogia e di partecipazione nazionale, capace di portare a un livello più alto la coscienza civile, la coesione e la volontà di progresso degli italiani.

Politica e tecnica

Parliamo di socialismo

a cura della Fondazione Pietro Nenni

http://fondazionenenni.wordpress.com/

 

La tecnica è neutra. La politica è impegno, è scelta. Nenni lo diceva spesso. Un governo di tecnici significa che i ministri non sono uomini dei partiti ma sono comunque al servizio delle scelte politiche dei partiti.

 

di Giuseppe Tamburrano

 

Il procedimento della politica è noto: i cittadini scelgono i loro rappresentanti i quali esprimono il governo e fanno le leggi, anche su iniziativa (proposte) del governo

    Insomma, nel sistema parlamentare il governo è espressione del parlamento e ad esso è subordinato.

    Abbiamo avuto governi "tecnici", nel senso più ampio del termine: ad esempio Leone, Dini, Ciampi. Governi che non furono espressione di una qualificata maggioranza e di un programma.

    Questo di Monti è singolare. Non vi è un solo parlamentare per scelta precisa; non ha una maggioranza perchè quella che lo vota è composta di partiti opposti e alternativi. Il Parlamento è un ingombro necessario attraverso il quale alla fine deve passare.

    Nato dalla iniziativa del Capo dello Stato, dopo la caduta di Berlusconi, suo compito essenziale era l'uscita dalla crisi economica adeguandosi alle prescrizioni dell'Europa (che Monti a suo tempo definì "commissariamento"). Apparentemente era un compito limitato. Ma il governo è al gran completo e tutti i dicasteri sono coperti, talchè non vi è materia o problema che possono essergli sottratti anche se estranei alle ragioni della sua nascita, dai marò in mani indiane alla RAI.

    Si può parlare di una inversione nel rapporto tra tecnica e politica: la "tecnica" è dominante e la politica è subordinata. Ipotizziamo che i partiti della maggioranza tornino alla loro coerenza, la rottura tra PD e PDL sarebbe immediata e il governo perderebbe la fiducia.

    A rigore noi viviamo in una sorta di sospensione della dialettica parlamentare. Tra deputati e senatori da una parte e ministri e sottosegretari dall'altra vi è una distinzione profonda: due mondi. Spesso non si conoscono personalmente. E i parlamentari vivono questa scissione come una deminutio capitis.

    E' una situazione eccezionale, né è immaginabile che possa riprodursi.

 
Caro Giuseppe, condivido tutto del tuo articolo meno le conclusioni. Ossia che si tratti di una situazione eccezionale, che non possa riprodursi. Io temo che se non sara' cambiata la legge elettorale, ridando ai cittadini la possibilita' di esprimere la preferenza per il candidato, la politica continuera' ad essere succube della tecnica. Con l'attuale legge elettorale, infatti, non sono selezionati i migliori politici ma i piu' cortigiani ed i piu' fedeli. Allo stesso tempo credo che sia necessario riaprire anche alle minoranze la possibilita' di essere rappresentate in Parlamento, ritenendo quest'ultimo il luogo principe dove, nel rispetto dei patti di stabilita', le alleanze politiche possano essere modificate in funzione della forza parlamentare dei partiti e delle esigenze del tempo, senza che questo costituisca uno scandalo. Paradossalmente, pero', chi dovrebbe cambiare le regole, ossia chi detiene attualmente il "Potere di candidatura" tramite il Porcellum, e' anche chi ne risulterebbe maggiormente penalizzato. Ecco perche' temo che la situazione attuale possa non essere un caso eccezionale. - Alfonso Siano