martedì 20 giugno 2017

Freschi di stampa, 1917-2017 (12) - Ancora una calunnia

Freschi di stampa, 1917-2017 (12)

Prosegue la serie di testi ispirati o ripresi dall'ADL nell’anno delle due rivoluzio­ni russe che hanno cambiato il mondo. La nostra redazione di allora poté "co­prir­le" entrambe con materiale di prima mano. Ciò grazie soprattutto ad An­ge­lica Balabanoff, fautrice degli stretti legami svilup­pa­tisi tra i socialisti italiani e russi impegnati, insieme al PS sviz­zero, nella grande campagna di “guerra alla guerra”. Campagna lan­ciata con la Conferenza di Zimmerwald. E culminata nel­la Rivoluzione d'Ottobre.

Ancora una calunnia

Un trafiletto di taglio basso a firma “internazionalista” sulla prima pagina dell’ADL del 9 giugno 1917 s’incarica di respingere come en­ne­sima calunnia della stampa “intesofila” la tesi secondo cui i pro­fughi russi rientrati attraverso la Germania dopo la Rivoluzio­ne di febbraio avrebbero seguito: «Tale cammino in quanto germanofili e quindi perché… agenti degli Imperi Centrali» (ADL 9.6.1917).

In realtà, le vicende successive – il rovesciamento dell’impero prus­siano e di quello austro-ungarico – mostra come le accuse contro i so­cialisti internazionalisti tra­di­scano solo una scarsa comprensione delle dinamiche storiche in atto.

Dalle testimonianze rese di fronte alla "Commissione socialista in­ter­nazionale di Stoccolma" emerge che le condizioni di viaggio lungo la via Parigi-Londra rendono sconsigliabile questo itinerario di rientro: «Già solo le pratiche per ottenere il passaporto durano più di tre set­timane a Parigi ed il visto definitivo è concesso quasi esclusivamente a profughi atti al servizio militare (…) I trasporti per mare avvengono sotto scorta militare armata ed i profughi vengono soggetti alle più umilianti perquisizioni e vessazioni poliziesche» (ADL 9.6.1917).

Perciò ben si comprende, continua l'articolo, che gli esuli, e soprat­tutto quelli residenti nella Svizzera, «abbiano preferito di ritornare in Russia approfittando delle concessioni delle autorità tedesche. Già il 14 maggio ben 257 erano in tal modo arrivati nella Svezia; fra i quali tutto uno stato maggiore di compagni alla testa del movimento operaio russo, come Martoff, Bobroff, Martinoff e la compagna Angelica Balabanoff.» (ADL 9.6.1917).

Dai documenti dell'Ufficio politico centrale presso il Quartier generale di Berlino, i passeggeri risultano essere in numero inferiore rispetto a quello fornito dall’ADL: “Uomini 147, donne 14 e bambini 32”. In tutto 193 viaggiatori. Un numero di 253 persone a bordo del treno viene raggiunto nei documenti dell’Ufficio politico di Berlino includendo il personale tedesco. «Anche questa volta i costi per il biglietto delle persone e dei bagagli come pure per il vitto sono stati sostenuti dai passeggeri, su loro esplicito desiderio», riferisce il funzionario del Reich.

Lo “stato maggiore di compagni alla testa del movimento operaio russo” di cui parla l’ADL è, in realtà, formato da socialdemocratici e socialrivo­lu­zionari che, un passo dopo l'altro, si avviano verso una inattesa e brutale uscita di scena. Sul loro treno, a quanto pare, non viaggiano seguaci né di Plechanov né di Lenin. Né L’ADL fa cenno al primo treno, quello su cui Ilic Ulianov era partito due mesi prima.

«La Russia rivoluzionaria per la pace socialista», apre a tutta pa­gi­na L'ADL del 9.6.1917. È ormai chiaro che la parola “socialista” s'intende in molti modi. Le varie correnti del socialismo russo e internazionale si stanno posizionando ciascuna nel proprio “posto di combattimento”. Combattimento, ovvio, intorno alla pace. Ma quale pace? Nessuno lo sa dire con duro realismo (eccetto uno).

“Pace separata o pace generale?” titola l’editoriale firmato "F.M.". La sigla è quella del direttore, Francesco Misiano, la cui figura merita qualche indugio.

Giunge a Zurigo come “disertore” dall’Italia divenuta belligerante. È un convinto esponente del socialismo antimilitarista zimmerwaldiano. Assume un ruolo influente nel PSI in Svizzera e dal 1916 viene inca­ricato di dirigere L’ADL. Dopo la fine del conflitto, lo ritroviamo con Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht a Berlino. Nella breve ma san­guinosa guerra civile a sinistra, tra i socialdemocratici tedeschi appro­dati al governo dopo la caduta dell’imperatore e gli insorti spartachisti, Misia­no si schiera con gli spartachisti, prendendo attivamente parte alla difesa armata del loro giornale, il Vorwärts, sotto l'attacco dei Freikorps filo-governativi. Finite le munizioni, si consegna alla polizia e viene arrestato. Sarà condannato a dieci mesi di carcere.

Rientra in Italia alla fine del 1919. Nel 1921 è a Livorno tra i fon­datori del PCdI. A giugno viene eletto deputato del Regno. Ma proprio nella seduta inaugurale della XXVI legislatura trenta parlamentari in camicia nera, gui­dati da Farinacci, lo aggrediscono all’interno di Mon­te­citorio. I fascisti covano un antico rancore contro Misiano sia per­ché è an­ta­gonista a Fiume di D'Annunzio (che ne chiede la morte) sia per­ché dalle colonne dell'ADL aveva costantemente deriso le pose di Mussolini propagandista di guerra un tanto al chilo. Così, quel 13 giu­gno 1921 i deputati del duce lo sequestrano in Aula e lo consegnano a una squadraccia in attesa fuori dal Parlamento. È sottoposto a violenze e umilia­zioni. Gramsci scrive sull’Ordine Nuovo:

«La prima affermazione dei Fasci in Parlamento è un atto cui non si può attribuire, nemmeno con i più stiracchiati contorcimenti mentali, nes­sun significato politico: è un atto di pura e semplice delinquenza… Di fronte al fascismo italiano riacquistano nobiltà le più immonde fi­gure di delinquenti che mai siano esistite» (14.6.1921).

Nel 1924, anno dell’assassinio di Matteotti, si trasferisce a Mosca. Vi fonda la casa di produzione cinematografica “Mezrabpom” svilup­pando importanti attività di promozione della settima arte.

Nel 1936, accusato di trotzkismo, viene sottratto alla GPU dalla morte per malattia. Il funerale sarà per lo più disertato dai compagni comunisti italiani, per timore di Stalin.

Ma torniamo alla situazione del giugno 1917 e alla questione che Misiano solleva sull’ADL: “Pace separata o pace generale?”.

«Quando la versione della “rivoluzione russa fatta per l’intensifica­zione della guerra”, messa in giro dai Governi borghesi dell’Intesa, è apparsa menzognera ed ormai insostenibile», scrive, «gli stessi Governi si affrettarono a gettare a piene mani ombre e fango sulla “rivoluzione russa” e la dipinsero come opera di “venduti” ai tedeschi, di “visionari fuori della realtà della storia”. Fra questi due estremi si può ritrovare e cogliere un assai abbondante materiale di contraddizioni, di oscillazioni, di volgarità, di menzogne, di calunnie e di infamie». (ADL 9.6.1917)

I rivoluzionari russi sono accusati dai Governi dell’Intesa di voler “fare una pace separata” con gli Imperi Centrali, «il che darebbe ai me­desimi una superiorità militare che porterebbe allo schiacciamento del­le democrazie occidentali. Quindi, accuse conseguenti di tradi­men­to della causa della democrazia, di servizio reso all’impero prussiano, ecc. ecc.». (ADL 9.6.1917)

Pace separata? Mesiano nega recisamente che si punti a questo obiet­tivo. La Russia rivoluzionaria vuole la “pace generale” per tutti i po­poli. Affermazione in teoria veridica, se riferita alla quasi totalità delle forze attive nel Governo provvisorio di San Pietroburgo. E anche i So­viet abbracciano, in teoria, questa posizione, prevalente persino al­l’interno della frazione bolscevica.

«Pace separata? Non possono concepirla, non possono auspicarla coloro che, socialisti rivoluzionari, e rivoluzionari russi per giunta, ri­guardano il mondo intero dall’angolo visuale del socialismo», ag­giunge il Direttore, tenendo ferma la posizione di principio “per noi socialisti internazionalisti”; e prosegue: «Esiste un dovere: farla ces­sare per riprendere l’altra guerra, quella tra le classi, che è la ragion d’essere della nostra fede. Ora, una “pace separata” tra la Russia e le Potenze Centrali, sarebbe la cosa più facile di questo mondo (…) Ma questa “pace separata” darebbe la pace? Ed a chi? Alla sola Russia. (…) Anzi, forse nemmeno alla Russia». (ADL 9.6.1917)

La Russia, se stipulasse una “pace separata”, verrebbe riassorbita “nel baratro di un’altra guerra”, sostiene Misiano, e non a torto. Per questo tutti si proclamano a favore della “pace generale”.

Tutti, eccetto Lenin, minoranza della minoranza. Ma il punto è ben altro. Perché gli USA sono appena entrati in guerra e le condizioni in­terne, internazionali e coloniali di ciascun soggetto belligerante coar­tano gli eventi dentro la morsa d’acciaio di mille necessità oggettive.

«Il gioco della rivoluzione è molto pericoloso. Col fuoco non si scherza», avvertiva già L’ADL del 24 marzo. No, non si scherza. E certo non bastano le emulsioni ideologiche «per un mondo di fratelli e di liberi» a fermare questa tremenda eruzione prima del suo esito piroclastico con collasso finale.

La “pace generale” non esiste.

Ma non esiste nemmeno la continuazione della guerra.

Il popolo russo non la sopporta più.

Dunque, quel che alla fine deve sopravvenire è proprio la “pace separata”, cioè: l’Ottobre Rosso, la Guardia bianca, il Comunismo di guerra, la NEP e tutto il resto.

(12. continua)

martedì 13 giugno 2017

Freschi di stampa, 1917-2017 (11)

Freschi di stampa, 1917-2017 (11)

Prosegue la serie di testi ispirati o ripresi dall'ADL nell'anno delle due rivolu­zio­ni russe che hanno cambiato il mondo. La nostra redazione di allora poté "co­prir­le" entrambe con materiale di prima mano. Ciò grazie soprattutto ad An­gelica Balabanoff, fautrice degli stretti legami svilup­pa­tisi tra i socialisti italiani e russi impegnati, insieme al PS sviz­zero, nella grande campagna di “guerra alla guerra”. Campagna lan­ciata con la Conferenza di Zimmerwald. E culminata nel­la Rivoluzione d'Ottobre.

Lettera-programma del compagno Lenin

«Le borghesie alla resa dei conti», titola L'ADL numero 23, anno XX, del 2 giugno 1917. Il catenaccio, anch'esso a tutta pagina, annuncia che: «Col fallimento della guerra, si avvicina il tramonto del nefasto dominio del capitalismo».

    Pochi giorni prima, “Il Secolo” di Milano, all'epoca il secondo quoti­dia­no d'Italia per copie vendute, aveva lanciato questo appello guerre­sco: «Occorre attaccare alla fronte. Una offensiva, comunque vada dal punto di vista militare, per la politica interna è una vera manna».

    In quel maggio-giugno 1917 ha luogo, in effetti, la decima battaglia dell'Isonzo, che si pone come obiettivo lo sfondamento delle linee ne­mi­che e la conquista di Trieste. Siamo, dunque, alle Idi di maggio e – dopo ses­santa ore di bombardamenti a tappeto da Tolmino fino al­l'Adria­tico (gran consumo di munizioni: enormi profitti per l'industria bellica) – il fron­te austro-ungarico viene rotto nella periferia meridio­na­le di Gori­zia. E le forze armate italiane conquistano il villaggio di Jamiano e qualche collina carsica.

    Seguono scontri, scaramucce, attacchi e respingimenti per un paio di settimane. Dopodiché inizia il contrattacco austriaco, che s'intensifica bruscamente il 4 giugno 1917. Ogni vantaggio strategico dell'Italia è vanificato nel giro di poche ore.

    Che dire di questa “vera manna” per la “politica interna”?

    Costi: 53 mila vite umane, 36 mila ragazzi italiani e 17 mila ragazzi austro-ungarici morti in poco più di tre settimane.

    È bene ricordare che l'Austria-Ungheria sarebbe stata disponibile fin dall'inizio della guerra a cedere Trento e Trieste all'Italia in cambio della neutralità. Non una goccia di quel sangue fu, dunque, veramente necessaria allo scopo ufficiale che la propaganda di guerra andava agitando da tre anni.

    Dopo la decima battaglia dell'Isonzo, il Ministero della guerra diffonde un comunicato: «L'azione delle nostre fanterie fu superiore ad ogni elogio, e le gravissime perdite sofferte imposero rispetto allo stesso nemico».

    Tutt'altrimenti, il fondo dell'ADL, recante il titolo “Nel vicolo cieco”, afferma che: «Venne l'offensiva: due chilometri di avanzata, diecine di migliaia di morti dall'una e dall'atra parte. Con la gonfiatura dell'episodio, con strombazzatura della vittoria, con esaltazione morbosa del “valore italico” ecc. ecc. (…) Mentre il giornalismo venduto cerca di dipingere un'Italia unanime che si entusiasma alle novelle della poca terra strappata al nemico, con ecatombi di uomini dall'una e dall'altra parte. Non risoluto nessuno dei problemi (…): non trovati i mezzi, che non vi sono, per risolvere la guerra in breve e vittoriosamente; non fronteggiato il pericolo rosso della rivoluzione che minaccia; non moralizzata la guerra dal punto di vista della equa ripartizione del male e del sacrificio, poiché i fornitori continuano a rubare a man salva ed il proletariato continua a soffrire fame e morte. Nulla!». (ADL 2.6.1917).

    Il fondo dell'ADL incalza: «Noi sentiamo che manca in Italia nei dirigenti della classe dominante ogni fede, ogni entusiasmo, ogni energia (…) Qualcosa è franato con la guerra nel mondo borghese: è franata la convinzione cioè che i popoli anche se martorizzati e massacrati restino docili alla catena (…) Lo schiavo di ieri si è liberato in Russia e minaccia coi pugni protesi gli sfruttatori delle altre nazioni». (ADL 2.6.1917).

    L'establishment si trova in un “vicolo cieco” perché, dopo aver voluto la guerra in vista dei grandi affari che essa sempre porta con sé, si rende conto ora dei grandi rischi sopraggiunti. Avanzare e vincere non si può. Stipulare la pace nemmeno. E cresce, invece, il rischio rivoluzionario. Perciò “si avvicina il tramonto del regime capitalistico-borghese”. Questa la tesi di fondo. Che sembra una cosa eccessiva. Ma sul piano macro-storico le cose paiono prendere proprio questa piega. Basti pensare che, meno di trent'anni dopo, nel maggio del 1945, una grande parte dei paesi e degli abitanti del pianeta si troverà a vivere in regimi di affiliazione sovietica. Solo la successiva avversione al carattere dispotico che il comunismo aveva assunto e il “soft power” – vuoi liberal-democratico, vuoi social-democratico – messo in campo dall'Occidente durante i “trenta gloriosi” (1945-1975) condurrà, in epoca più recente, alla crisi dell'impero moscovita.

    Oggi noi viviamo in una fase di amnesia neo-liberista quasi totale, ma nel punto storico in cui ci collochiamo nel rileggere L'ADL del 2 giugno 1917 è del tutto evidente che un gigantesco rivolgimento globale sta iniziando.

    Appare, quel giorno, sull'ADL “Una lettera-programma di Lenine” (ancora in grafia francese). Il testo esordisce e si snoda, tipicamente diremmo, lungo una serie di prese di distanza piuttosto faziose rispetto ai dirigenti socialdemocratici europei, tutti o quasi in odore di opportunismo. Tra essi il leader bolscevico annovera anche “la maggioranza fra i dirigenti del Partito socialista svizzero” alla quale contrappone la «affettuosissima (…) solidarietà da parte dei lavoratori socialisti rivoluzionari».

    Naturalmente Lenin rivendica la più riguardosa non ingerenza nelle vicende interne degli altri partiti socialisti d'Europa, fatta eccezione tuttavia per le “questioni fondamentali di principio”. Nel qual caso: «La nostra voce si elevava per il trionfo delle tendenze politiche della “Sinistra di Zimmerwald”, e per far fronte non solamente al social-patriottismo, ma anche alle tendenze del cosiddetto “Centro” i cui rappresentanti sono: R. Grimm, P. Schneider, Jacq. Schmid ecc. ecc. nella Svizzera; Kautsky, Haase della “Unione del Lavoro” in Germania; Longuet, Pressemane ed altri in Francia; Snowden, Ramsky, Macdonad ed altri in Inghilterra; Turati, Treves e i loro amici in Italia; e quel Partito socialista russo che abbiamo sopra nominato, avente nel suo Comitato organizzatorio Paul Axelrod, Martow, Tscheidse, Skobelow» (ADL, 2.6.1917).

La polemica di Vladimir Ilic Ulianov contro questa «schiuma immonda che si è prodotta alla superficie del movimento operaio internazionale» non è nuova, ma ora le meandriche dispute contro i menscevichi d'ogni ordine e grado stanno per imboccare la strada di uno scatenamento cinico nuovo, che porterà le parole a tradursi in oltraggi, proscrizioni, pogrom e purghe secondo una dinamica tristemente nota.

    A chi gli chiede che cosa intenda fare il suo partito nel momento in cui giungesse “immediatamente” al potere, Lenin risponde:

    «1. Offrire la pace a tutti i popoli belligeranti; 2. Noi proponiamo al riguardo le seguenti condizioni: a) proclamare immediatamente l'indipendenza delle colonie; b) liberazione dei popoli oppressi, restituendo ad essi i loro diritti. 3. Noi incominceremmo immediata­mente questa opera con la liberazione dei popoli oppressi dai “grandrussi”» (ADL, 2.6.1917).

    Offrire la pace… Liberare i popoli oppressi… Sembra un programma da professori neo-kantiani. Poi però il capo dei bolscevichi aggiunge: «Noi dovremmo condurre la guerra rivoluzionaria non solo contro la borghesia russa, ma anche contro quella della Germania. E noi saremmo disposti a condurla. Noi non siamo pacifisti. Noi siamo avversari delle guerre imperialiste (…) [Ma] sarebbe una assurdità voler pretendere dal proletariato la rinuncia alle guerre rivoluzionarie (…). Il proletariato russo ha avuto la sorte di essere chiamato a dare principio a una serie di rivoluzioni le quali vengono determinate e provocate dalla medesima guerra attuale. (…) Ora, dopo il marzo 1917, solo un cieco può avere il coraggio di sostenere che la nostra tesi sia errata. La trasformazione della guerra imperialista in guerra tra classi incomincia a diventare realtà.» (ADL 2.6.1917).

In effetti, solo un cieco può leggere le parole della “lettera-programma” di Lenin e non vedere come il disegno del futuro fondatore dell'URSS possegga già la forma monumentale e azzardosa della dottrina politica in grande stile.

    Sentiamo, qui, che il secolo breve si approssima alla sua velocità di massima. Quando l'avrà quasi raggiunta, Walter Benjamin trarrà da un quadro di Klee l'immagine emblematica dell'Angelus Novus:

    «Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L'angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Vorrebbe trattenersi, destare i morti e ricomporre l'infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine davanti a lui sale al cielo.»

    Così Benjamin nelle sue Tesi del 1940, redatte dopo il patto Hitler-Stalin e l'invasione della Polonia.

    Ma già il 2 giugno del 1917 la redazione dell'ADL, pur mostrando sincera ammirazione per “il vigore e il valore” di Vladimir Ilic Ulianov e pubblicando in grande evidenza la sua “lettera-programma” quale testimonianza di un “tenace assertore della pace e della lotta di classe”, non riesce già più a nascondere qualche riserva:

    «Inutile dire che non condividiamo intieramente gli apprezzamenti che il compagno Lenine fa nei riguardi di molti uomini che, come il Grimm, sono parte del nostro movimento zimmerwaldiano» (ADL 2.6.1917). Come dire che, per la nostra comune perceptio, ci sono forme dell'attacco personale tali da risultare eccessive anche agli spiriti più rivoluzionari nei tempi più infuocati.

(11. Continua)

Come voteremo? E quando?

Per adesso la legge elettorale ritorna in Commissione. Tra qualche mese, in autunno o in primavera, l'Italia andrà alle urne. La fine delle rappresentanze geneticamente manipolate tramite correttivo maggioritario (Porcellum) condurrà a molte uscite di scena e anche a molte nuove entrate. Inevitabilmente, succederanno cose. E stanno già iniziando a succedere. Alla fine è probabile che rimarremo tutti un po' sorpresi.

    Si stava per approvare una nuova legge elettorale, ma a quanto pare l'accordo è saltato. Vedremo come andrà avanti. Vedremo se la sinistra a sinistra del PD riuscirà a costituire un “quarto polo”. Vedremo se il partito renziano ci rimetterà un'ottantina di deputati, dato che per riconfermare i 280 attuali avrebbe bisogno di un miracolo, obiettivo più facile ad annunciarsi che a farsi. Entreranno in Parlamento un centinaio di deputati grillini in più: uniti o spaccati? La Lega e FI aumenteranno la loro presenza?

    Al di là di tutto ciò, la partita politica verte su due opzioni. Da un lato c'è il partito filo-europeo che avrà Renzi, Berlusconi e Bersani tra i suoi esponenti di spicco. Dall'altro lato ci saranno Grillo, Casaleggio jr. e Salvini alla guida del partito euro-scettico. Bisognerà vedere come si muoveranno i gruppi dirigenti, se riusciranno a rimanere compatti, e che cosa deciderà infine il popolo italiano.

Comunque sia, è bene che il prossimo parla­mento venga eletto con sistema proporzionale, con buona pace dei grandi sacerdoti della Seconda Repubblica che predicano sfracelli d'ingovernabilità se non si conserva il maggioritario (totem di una promessa tradita alla quale nessuno crede più).

    Occorre il proporzionale per un'esigenza di verità dopo tre falsi parlamenti nominati tramite dispositivi di legge incostituzionali.

    Tutti siamo ben consapevoli che i grandi gruppi di potere impadronitisi dei partiti con la fine della Prima Repubblica non hanno certo rinunciato a manipolare il risultato finale e tendono sempre ancora a predeterminare la composizione del futuro Parlamento per disporre di docili esecutori di decisioni assunte da ristrette élites economico-finanziarie sia italiane che straniere.

    Preoccupano le spinte ad accelerare la data delle elezioni. Gli avvocati anti-Italicum, cioè Felice Besostri, Anna Falcone e altri, attendono oltre tutto un pronunciamento della Consulta sulle parti non modificate delle leggi elettorali e su quelle nuove. Se si votasse prima di questo esame di costituzionalità, non si ri­schie­rebbe di ripetere lo scandaloso paradosso di un Parlamento come quello eletto nel febbraio 2013 con legge dichiarata incostituzionale nel gennaio 2014?

    Le elezioni potevano essere fatte subito dopo la sentenza n.1/2014 di annullamento del Porcellum. La data del ritorno alle urne non deve essere decisa dai capi partito, ma dal Presidente della Repubblica, Mattarella, sentiti la Presidente della Camera, Boldrini, e il Presidente del Senato, Grasso.

    Questo prevede l'art. 88 della Costituzione.

    Dopo tre Parlamenti eletti nel 2006, 2008 e 2013 con una legge elettorale incostituzionale, e dopo una sbornia maggioritaria ultraventennale, si deve sapere chi rappresenta il popolo italiano, solo soggetto costituzionale a cui appartiene la sovranità in questa Repubblica democratica fondata sul lavoro.

martedì 6 giugno 2017

Freschi di stampa, 1917-2017 (10) - La compagna tacque

Freschi di stampa, 1917-2017 (10)

Prosegue la serie di testi ispirati o ripresi dall'ADL nell'anno delle due rivoluzioni russe che hanno cambiato il mondo. La nostra redazione di allora poté “coprirle” entrambe con materiale di prima mano. Ciò grazie soprattutto ad Angelica Balabanoff, fautrice degli stretti legami svilup­pa­tisi tra i socialisti italiani e russi impegnati, insieme al PS sviz­zero, nella grande campagna di “guerra alla guerra”. Campagna lan­ciata con la Conferenza di Zimmerwald. E culminata nella Rivoluzione d'Ottobre.

La compagna tacque

Dall'ADL del 12 maggio 1917 apprendiamo che Angelica Balabanoff è partita per la Russia.

«L'altra sera. Modesto simposio fra compagni per salutare la caris­si­ma compagna Angelica Balabanoff partente per la Russia. (…) Nei convenuti era un dolore: quello del distacco; un orgoglio: quello di aver conosciuto e apprezzato la valorosa milite del socialismo inter­na­zionalista; un pensiero proprio di gratitudine: per l'esempio (…); una vo­lontà: ch'Ella non ritardi oltre a portare in Russia, nel dibattito del­le varie correnti, il suo pensiero, la sua parola, la sua opera socialista (…); una speranza: di riaverla al più presto fra noi – dopo aver com­piu­ta l'alta e nobile impresa nella sua grande terra natale –, qui in Isviz­zera, in Italia – la sua terra d'adozione – a completare la gran­dio­sa opera di proselitismo per la rivoluzione sociale» (ADL 12.5.1917).

    Angelica dunque parte. Un mese dopo Lenin. Come per lui, anche per lei, prima del treno c'è un “modesto simposio” al Coopi. Nel locale socialista alcuni compagni entrano dalla porta principale, altri dal retro, come usano i membri del gruppo anarchico o quelli sotto sorveglianza di polizia.

    A differenza dell'Avvocato Vladimiro, arrivato lì in gran discrezione un mattino d'aprile per attendere di poter salire insieme al suo “seguito” sul famoso treno con i sigilli di piombo, la Dottoressa Angelica tiene un convivio serale. Sul treno salirà all'indomani, pubblicamente, per­correndo la centralissima Bahnhofstrasse tra due ali di folla festante.

    I giornalisti del luogo non afferreranno la ragione per cui le masse proletarie di Fremdarbeiter (cioè italiani) siano accorse a tributare un così grande omaggio a quella piccola esule russa. La stampa "indipen­den­te" sa poco o nulla delle migliaia di comizi, riunioni e manifesta­zioni che da quindici anni ormai la Balabanoff tiene nel mondo del socialismo italiano e internazionale. La sua popolarità è vasta.

    Durante la cena al Coopi parlano Armuzzi, rappresentante dell'anima popolare impegnata nei sindacati, e Misiano, che incarna la frazione intellettuale adibita all'attività di redazione. Armuzzi ama le pose teatrali, i gesti larghi, le formule ispirate. Misiano preferisce l'algebra di concatenazioni concettuali sfocianti in sillogismi rigo­ro­samente rivoluzionari. Ma in quella sera degli addii entrambi si commuovono e la sala si produce in un grande, grandissimo applauso:

    “La guerra è morta nell'infamia”, titola qualche giorno dopo l'ADL. E il catenaccio recita così: “In Russia si elabora la questione sociale: otto ore di lavoro, alleanza fra i popoli, terra e libertà ai contadini”(ADL, 12.5.1917).

    L'Ottobre è ancora lontano. Nessuno immagina neppure lonta­na­mente che poi verranno il comunismo di guerra e i gulag. Ma già s'in­travvede che le divisioni a sinistra porteranno con sé uno scontro duro. Errore politico fatale, perché dopo tre anni d'inutile macello i socialisti internazionalisti, che hanno mantenuto salda la loro opposizione alla guerra, sembrano adesso a un passo dalla vittoria più completa. In Russia l'autarchia zarista è venuta giù come le mura di Gerico. Altre case reali seguiranno. La Questione sociale avanza a passi da gigante. Finalmente le otto ore. E poi un nuovo ordine mondiale fatto di nuove libertà civili e di pane per tutti. Ma anche la condizione della donna cambierà radicalmente dopo la fine della sacra famiglia borghese!

    Questi, all'incirca, i discorsi del “modesto simposio” cooperativo. Di fronte a quell'entusiasmo rivoluzionario in una sera di maggio del 1917, tutti ora attendono che Angelica infiammerà ancor di più gli ani­mi già corroborati da torrenti di lambrusco. Tutti condividono il sen­ti­mento di un'imminente età della riscossa. E tutti – le  compagne e i com­pagni di Zurigo, di Schlieren, di Baden, di Oerlikon e di Brutti­sellen, convenuti lì per salutare la sua partenza – guardano ora verso Angelica, grande intellettuale poliglotta e cosmopolita, oratrice feno­me­nale. E, invece, lei…

«La compagna tacque: parlò nel suo silenzio». (ADL 12.5.1917)

Perché “tacque”? Che cosa significa: “parlò nel suo silenzio”? Sapeva che la sua è una missione quasi impossibile? Mediare tra il Governo provvisorio e l'opposizione bolscevica: altrimenti sarà guerra civile. E per evitarla occorrerà indurre le potenze belligeranti ad accettare – certo, anche nel loro stesso interesse – una pace “senza cessioni e senza riparazioni”. Ma come? Con quali mezzi?

    Angelica è troppo addottorata nella storia umana, è troppo profonda conoscitrice delle dinamiche politiche, per non sapere che i venditori di cannoni non si fermeranno e che il suo socialismo, avvicinandosi alla soglia del trionfo, incontrerà adesso, proprio adesso, le resistenze più forsennate.

    Non ci sarà pace in Europa e nel mondo fino alla catastrofe delle potenze belligeranti. E anche il “dibattito tra le varie correnti” in Russia si sta già predisponendo a divenire conflitto armato.

    Di fronte al silenzio di Angelica, che si appresta a partire nella speranza alimentata più dall'etica kantiana del dovere che dal principio di realtà, la “Commissione Esecutiva” del PSI in Svizzera redige un inusuale comunicato, che si conclude con queste parole:

«Compagna buona, generosa e grande, arrivederci presto

con un trionfo socialista in più». (ADL 12.5.1917)

Sul giornale della settimana successiva leggiamo che Angelica si pub­bli­camente è schierata «contro una “pace separata” giovante all'im­pe­ria­lismo tedesco». Una mezza dichiarazione di ostilità a Lenin. E una corsa contro il tempo, che prenderà le mosse di trattative di pace che s'intendono far partire dalla Svezia. Dove c'è l'appoggio dei dirigenti “zimmerwaldiani” Hèden, Oljelund e il giovane deputato Höglund, tutti e tre incarcerati durante la guerra e ora liberati per la pressione del vento rivoluzionario. I tre hanno una certa influenza sul loro partito, che va assumendo sempre più posizioni internazionaliste.

    Dall'altro versante, quello degli interventisti, fioccano, ovviamente, le accuse di “tradimento”. Gli esuli russi che rientrano attraverso la Germania non violano forse il patto d'onore con gli Alleati?

    No, no, e poi no! L'ADL del 19 maggio 1917 respinge decisamente ogni accusa in tal senso e pubblica in prima pagina un comunicato della Commissione Esecutiva recante il titolo “Solidali”:

    «La C.E. del Partito Socialista Italiano nella Svizzera, esaminate le ragioni che hanno indotto i compagni internazionalisti russi ad attra­versare la Germania per rimpatriare; considerata l'alta e nobile lotta per l'Internazionale che li attende in Russia; considerato il divieto opposto con mille tortuosi ripieghi dall'Inghilterra al loro passaggio per altra via; approva il loro atteggiamento» (ADL 19.5.1917).

    Gli internazionalisti russi non vorranno minimamente tradire gli Alleati, ma piuttosto puntano a costringere gli imperialismi «dell'uno e dell'altro gruppo belligerante a rinunciare ai loro nefasti programmi di prolungamento della guerra per inconfessabili appetiti».

    Come? Diffondendo «in tutti gli altri paesi d'Europa la rivoluzione sociale del proletariato, unico mezzo che assicuri ai popoli la fine di tutte le guerre» (ADL 19.5.1917).

    Quanto alla partenza del folto gruppo, trecento esuli e più, l'ADL pubblica una cronaca di I. M. Schweide, intitolata: “Sino al confine svizzero-tedesco”. Angelica “sotto una pioggia di fiori” arriva alla stazione di Zurigo.

    «La più festeggiata fra tutti è stata naturalmente la compagna Angelica Balabanoff. (…) La inconsolabile Rosa Bloch – che volle dare  libero sfogo alle cateratte lacrimatorie – ha ceduto il suo posto ai “bouquets” di fiori di cui è stata inondata la nostra compagna Balabanoff (…) Nessuno forse come lei avrà sofferto durante gli ultimi giorni, quando seppe che il suo distacco dal partito e dai compagni italiani si era reso inevitabile, e che l'Internazionale, la rivoluzione russa, il socialismo la chiamava altrove!» (ADL 19.5.1917).

   In prima pagina campeggia anche “Convoglio rosso”, un breve testo di Armuzzi: «Io ricordo oggi come in una visione di sogno, il treno fantasma che porta con sé il desiderio di milioni di cuori umani, ed in questo ricordo luminoso, incancellabile, io rinnovo il saluto della folla commossa che coperse di fiori i precursori e i poeti della grande rivoluzione», (ADL 19.5.1917).

Ecco, qui l'angelo della storia significa una doppia verità: c'è un crudo passaggio di lì a pochi anni dai fiori zurighesi alle purghe siberiane. Ma quel giorno di maggio del 1917, quel "ricordo luminoso, incancel­la­bile", come dice Armuzzi, resta sempre e comunque quel che esso è: un sole d'avvenire. O non è così?

(10. Continua)

Eugenio Colorni e la sinistra in Europa

LA RELAZIONE DI FELICE BESOSTRI AL CONVEGNO su Eugenio Colorni

di Felice Besostri

Eugenio Colorni scriveva su L'Avvenire dei Lavoratori del 1° febbraio del 1944: «Socialismo, umanismo, federalismo, unità europea, sono le parole fondamentali del nostro programma politico.»

ADL del 1° febbraio 1944, p. 4, dettaglio del testo

“Rinascita del socialismo Italiano”, il Documento

del Centro Interno guidato da Eugenio Colorni

Vi era indubbiamente un certo clima politico culturale se l'idea di Uni­tà Europea, legata sempre a programmi di riforma sociale, venivano da gruppi francesi come «Combat», «Franc Tireur» e «Liberté» ovvero come ricorda Silone dal Movimento del lavoro libero in Norvegia o dal Movimento Vrij Nederland in Olanda ed anche da sparsi gruppi di tedeschi antinazisti.

    La collaborazione di Colorni alla redazione e soprattutto alla dif­fu­sione del Manifesto di Ventotene, a mio avviso, ne fa uno degli autori a ricordare al pari di Altiero Spinelli e Ernesto Rossi. Sicuramente è un suo merito la diffusione nel mondo socialista Ignazio Silone, allora a capo del Centro Estero di Zurigo del PSI e dell'Avvenire dei Lavoratori ebbe già sentore del Manifesto di Ventotene nell'autunno del 1941 e più tardi ricevette un appello analogo, dal Movimento «Libérer et Fédérer» di Tolosa, nel quale militava Silvio Trentin, il padre di Bruno.

    Sempre Colorni va considerato uno degli ispiratori del Socia­li­smo fe­deralista de L'Avvenire dei Lavoratori una delle componenti della conversione socialista di Ignazio Silone, che nella sua visione ebbe la stessa importanza dell'Internazionalismo del suo periodo co­mu­nista. Due sono gli articoli di Silone nei quali delinea la sua visione europea del socialismo, entrambi pubblicati sull'Avanti! di Roma. Il primo con il titolo “Prospettiva attuale del Socialismo Europeo”, il secondo sempre col titolo “Europa di Domani”.

    Per Silone "l'Europa moderna ed il socialismo sono termini storici intimamente connessi. Il socialismo moderno infatti è nato in Europa nel corso del secolo passato, contemporaneamente all'Europa moderna. Le fasi di sviluppo e le crisi del socialismo moderno sono coincise con il progresso e le difficoltà dell'Europa".

    Il dibattito fra i compagni socialisti sul futuro dell'Europa e sulle pro­spettive di ricostruzione per il Vecchio continente: dal federalismo eu­ropeista di Carlo Rosselli alla proposta di una «Costituente europea per la pace» lanciata da Giuseppe Emanuele Modigliani, all'europei­smo di Angelo Tasca era già iniziato nell'esilio francese. Al dibattito partecipò anche Giuseppe Saragat quando si trasferì a Parigi, dopo aver trascorso un triennio in Austria, ove conobbe Otto Bauer e l'austromarxismo, ma la sua visione federalista, anche in seguito al Patto Ribbentrop-Molotov, si connotò sempre più come un europeismo democratico alternativo al totalitarismo.

Siamo tributari di Silone e Colorni della convinzione che non c'è prospettiva socialista se non c'è una chiara scelta federalista, cioè senza una dimensione internazionale della politica, al di là delle singole proposte, perché il destino del socialismo democratico e dell'Europa sono indissolubilmente legati. Questa intuizione non è stata perseguita con coerenza, avrebbe chiesto per esempio la creazione di un Partito Socialista transnazionale, cioè una visione internazionalista, di cui l'europeismo non poteva essere un surrogato, ma un'articolazione continentale. La costruzione europea si è fatta, invece, ponendo alla base la libera concorrenza ed il mercato, guidate da un centralismo burocratico senza effettivi contrappesi democratici. Non solo l'allargamento a Est della UE è stato un processo, che non si è distinto da quello della NATO, quando, nella visione socialista di Cole condivisa da Silone Soltanto il socialismo democratico avrebbe potuto unificare l'Europa e farla servire da mediatrice storica tra il continente sovietico e il continente americano. Una visione che si accompagnava al superamento delle ragioni storiche sella divisione tra socialisti e comunisti, questo lo si poteva pensare negli anni 1944 e 1945 quando si era uniti nella lotta al nazifascismo.

Lo sviluppo nel dopoguerra andò in tutt'altra direzione: nei paesi conquistati dall'Armata Rossa si compì l'unificazione forzata dei partiti socialisti e comunisti, con la scomparsa politica dei primi, anche quando il nome del Partito non divenne formalmente comunista come il POUP (Partito Operaio Unificato Polacco) o mantenne il riferimento socialista come nei casi del Partito Operaio Socialista Ungherese e della SED (Partito di Unità Socialista della Germania). In Occidente la Guerra Fredda portò i partiti socialisti, socialdemocratici e laburisti ad una scelta di campo occidentale, con la sola eccezione, fino alla rivoluzione ungherese del 1956, del PSI. Socialisti e democristiani sono la grande maggioranza dei padri fondatori dell'Europa, con l'eccezione di Altiero Spinelli, che in Italia collaborò con socialisti e comunisti. Nel 1999 fu l'anno della predominanza socialista in Europa, cioè nella UE a 15, con 11 primi ministri socialisti, che sarebbero stati 12 se nel 1996 Aznar non avesse sostituito Felipe Gonzalez.

    La presenza contestuale di Blair, Schröder, Jospin e D'Alema per non parlare che dei grandi paesi non ha impresso un corso nuovo al­l'Europa della UE, ma a farlo è stata piuttosto la Commissione Prodi dal 16 settembre 1999 fino al 31 ottobre 2004 con proroga al 21 no­vembre dello stesso anno con la scelta dell'allargamento a Est. Nel contempo a sinistra del PSE la denuncia dell'Europa, come l'Europa dei capitalisti e dei banchieri, è stato un bell'alibi per i partiti della sinistra per non impegnarsi nella costruzione di un'altra Europa, finché il nome non diventò un'insegna elettorale nel 2014 grazie al successo di Tsipras e di Syriza, che non superò le contraddizioni del Partito della Sinistra Europea, che comprende partiti, con scarso peso nel Parlamento Eu­ro­peo e in quelli nazionali della UE fatta eccezione per la LINKE e Si­ni­stra Italiana, e di cui non fanno parte formazioni di sinistra di successo come Podemos di Iglesias o la France Insoumise di Mélenchon

    Il problema più grave è che le grosse perdite socialiste non si trasferiscono massicciamente alla loro sinistra e spesso vi sono perdite dell'intero schieramento teoricamente alternativo comprendente anche i Verdi e in generale gli ecologisti.

    In nessun paese europeo, ad eccezione della Gran Bretagna, ora in fuoriuscita dall'UE, la sinistra è rappresentata da un solo partito che possa aspirare al governo. Formalmente vi è una Grande Coalizione PPE-PSE, ma il PPE ha una posizione centrale ed è riuscita la trasformazione da Partito Democristiano e Socialcristiano in partito di centro conservatore, in armonia con i cosiddetti poteri forti di cui il Presidente della Commissione, Juncker, è un vassallo. Per togliere ogni dubbio il suo partito non è più il PPCS (Partito Popolare Cristiano Sociale), ma semplicemente il PD affiliato al PPE, per non confondersi con il PD affiliato al PSE. Il PSE non ha, invece, un'identità precisa e un programma alternativo all'austerità e su dossier delicati come i fenomeni migratori posizione differenziate.

    Il quadro europeo è ancora instabile mancano i risultati delle legislative francesi di giugno 2017, delle britanniche dello stesso mese e soprattutto di quelle tedesche del 24 settembre, per non parlare di quelle italiane oscillanti tra la fine del 2017 e l'inizio 2018, a dio piacendo e al Presidente Mattarella. Riuscirà la sinistra in senso lato a compiere quella riflessione auspicata da Colorni e Silone nel 1944? Alla sinistra necessiterebbe la capacità di legare il proprio destino a quello di un processo di integrazione europea, che abbia come centro la Carta dei Diritti Fondamentali dell'UE, le cui norme hanno lo stesso valore giuridico dei Trattati per l'art. 6 TUE. E occorrerebbe una politica economica che salvaguardi la coesione sociale e le conquiste del welfare state perseguendo con coerenza una politica di pace e cooperazione per uno sviluppo economico equo e solidale.

martedì 30 maggio 2017

25 anni fa l'ultimo viaggio di Falcone

Da Avanti! online www.avantionline.it/

Venticinque anni fa moriva Giovanni Falcone. Ucciso dalla mafia. Era il 23 maggio 1992, stava rientrando a Palermo, da Roma, insieme alla sua scorta. A pochi chilometri dalla sua città, il viaggio è finito per sempre. Quasi mezza tonnellata di tritolo li hanno fatto saltare in aria l'autostrada all'altezza dello svincolo di Capaci. Oggi è stata una giornata di celebrazioni. A Palermo i cortei partiti nel pomeriggio dall'aula bunker del carcere Ucciardone e da via D'Amelio sono arrivati all'albero Falcone in via Notarbartolo. Gli studenti hanno aspettato sotto l'abitazione del giudice Falcone fino alle 17,58, ora della strage di Capaci, hanno osservato un minuto di silenzio. Nel frattempo, musica, bandiere, cartelloni e palloncini colorati. "Nel '92 non c'eravamo – dicono i ragazzi – ma oggi ci siamo e ci saremo". Energie in marcia contro il grigiore della criminalità.

In testa al corteo, lo striscione "Palermo chiama Italia… la scuola risponde #23 maggio", dal titolo dell'iniziativa promossa da Miur e Fondazione Falcone per commemorare le vittime delle stragi. Ai balconi, decine di lenzuoli bianchi appesi dai cittadini palermitani.

In mattinata dall'aula bunker, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato i magistrati Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina.

"Il risultato, così importante, del maxiprocesso – ha detto – non fu dovuto a una concomitanza di circostanze favorevoli ma all'impegno, alla determinazione, al coraggio anzitutto dei suoi ideatori; e di chi lo condusse".

Il magistrato è stato ricordato anche alla Camera dei deputati. Per i socialisti è intervenuto Oreste Pastorelli. "Noi socialisti – ha detto il deputato del Psi nel suo intervento – siamo particolarmente affezionati alla figura di Giovanni Falcone e fin da subito gli abbiamo riconosciuto nell'opera di contrasto alla mafia una grande capacità innovativa. La sintonia con questo magistrato, fu forse determinata dall'osservare quanto fosse fitta la schiera dei suoi oppositori e quanto fosse pericolosa la marea montante delle dicerie che avrebbe alla fine portato al suo isolamento rendendolo vittima predestinata e indifesa".

"Claudio Martelli – ha ricordato Pastorelli – lo volle con sé al mi­ni­stero di Giustizia, ma la simpatia, certamente umana, era una simpatia tutta politica, nel senso alto della parola. Avevamo capito che quel magistrato stava stracciando un copione che risultava utile a tanti, ma non a combattere la mafia. Falcone e Borsellino avevano deciso che Cosa Nostra andava combattuta con metodi moderni, che bisognava seguire la traccia dei soldi, una traccia che non puzzava, ma che avrebbe portato prove inoppugnabili in tribunale. Invece, al cosiddetto 'terzo livello', non ci credevano per niente perché – spiegavano – è la mafia che comanda gli altri poteri e non viceversa. Oggi – ha concluso Pastorelli – li richiamiamo alla memoria, a 25 anni dagli attentati in cui persero la vita. Li ricordiamo con affetto e riconoscenza".

Vai al sito www.avantionline.it/

ROCCHELLI E MIRONOV 3 ANNI DOPO - MANCONI: “UN AGGUATO”

24 maggio 2014 – 24 maggio 2017 7

"Una vicenda che a fatica in questi tre anni si è sottratta all'oblio", così il sen. Luigi Manconi ha definito il “Caso Rocchelli” in una Conferenza stampa convocata a Palazzo Madama nel terzo anniversario della tragedia.

“Un agguato”, con questa espressione il presidente della Com­mis­sione diritti umani del Senato, Luigi Manconi, ha definito le cir­co­stanze dell'uccisione “a colpi di mortaio” dei due giornalisti Andrej Mirono e Andrea Rocchelli avvenuta in Ucraina il 24 maggio del 2014.

Alla conferenza stampa in Senato sono intervenuti William Reguelon, il fotografo francese sopravvissuto all'agguato, i genitori di Andrea, Elisa e Rino Rocchelli Signori, il presidente della FNSI Beppe Giulietti e l'avv. Alessandra Ballerini, rappresentante legale della Famiglia Rocchelli.

VAI AL VIDEO SU RADIO RADICALE

lunedì 22 maggio 2017

Freschi di stampa, 1917-2017 (9) - Tic-tac, tic-tac

Prosegue la serie di testi ispirati o ripresi dall'ADL nell'anno delle due rivoluzioni russe che hanno cambiato il mondo. La nostra redazione di allora poté “coprirle” entrambe con materiale di prima mano. Ciò grazie soprattutto ad Angelica Balabanoff, fautrice degli stretti legami svilup­pa­tisi tra i socialisti italiani e russi impegnati, insieme al PS sviz­zero, nella grande campagna di “guerra alla guerra”. Campagna lan­ciata con la Conferenza di Zimmerwald. E culminata nella Rivoluzione d'Ottobre.

Sulla prima pagina dell’ADL in uscita il 5 maggio del 1917 continuano a campeggiare titolazioni “internazionaliste” inneggianti, cioè, alla pace tra gli oppressi e alla solidarietà di classe.

Il titolo a tutta pagina esordisce con un cubitale “Pasqua dei lavoratori”, e nel catenaccio c'è la parola d’ordine: “Internazionalismo in azione – In tutti i paesi, in tutte le favelle i lavoratori chiedono: Pane, pace, libertà”.

Questa parola d'ordine riassume il sentimento ormai prevalente emerso dalle manifestazioni del Primo Maggio, cui allude la “Pasqua”. Parola che s’intende non in modo generico come festa grande del movimento operaio, ma anche come vera e propria resurrezione.

Dopo le complicità belliche che avevano portato la socialdemocrazia europea a divedersi per votare i crediti di guerra mettendo la “nazione” davanti alla “classe”, la rivoluzione in Russia riporta l’interna­zio­na­li­smo nelle piazze come forza politicamente e culturalmente egemone:

«Ai compagni operai di tutta Europa ancora sotto il martellare della morte e della fame e dello sfruttamento più iniquo”, si legge a conclusione dell’editoriale, “il nostro plauso e il nostro incitamento. Come nella giornata del Primo Maggio 1917 la parola culminante fu in tutti i nostri comizi operai di Europa e di America l’“Abbasso la guerra” e l’“Evviva la rivoluzione”, così per l’oggi e per il domani… la parola d’ordine sia “abbasso la guerra, evviva la rivoluzione sociale!”».

Lenin, ormai rientrato a San Pietroburgo, ha pubblicato sulla “Pravda” del 20.4.1917 le sue dieci Tesi d’Aprile nelle quali invita l’esercito alla fraternizzazione con il cosiddetto “nemico” e dichiara che – dopo questa prima fase “borghese” della rivoluzione – i bol­sce­vichi devono prepararsi a una “seconda fase”, cioè alla “rivo­luzione proletaria”. Che porterà al controllo dell’economia e della società sotto l’egida dei Soviet. I bolscevichi cambieranno nome al loro partito, che non sarà più “socialdemocratico”, ma d'ora in poi “comunista”, e che costituirà il nucleo di una nuova “Internazionale”.

Queste posizioni non coincidono affatto con il programma della sinistra socialista e internazionalista d’Europa, la quale punta semmai a una pacificazione bilanciata (“senza annessioni e senza riparazioni”), all’instaurazione di democrazie ovunque possibile e a un programma rivoluzionario sì, ma in senso “sociale”. Perché – per ora lo si nota poco, ma con il tempo lo si vedrà meglio – c’è una bella differenza tra la “rivoluzione proletaria” con la quale i comunisti intendono rovesciare il “governo borghese” in Russia e il programma di riforme radicali che i socialisti di sinistra intendono portare avanti nel primo dopoguerra. Questo programma è la “rivoluzione sociale” di cui parlerà il riformista Turati quattro anni più tardi nei suoi celebri discorsi al Congresso di Livorno.

Angelica si riconosce sostanzialmente nelle posizioni “socialrivoluzionarie” e non certo in quelle leniniane, che rimangono per ora decisamente minoritarie anche all'interno della stessa frazione bolscevica in Russia e che mai avrebbero potuto conquistare la maggioranza, se il governo provvisorio e soprattutto Kerenskij non avessero imboccato con tanto disastrosa determinazione la prosecuzione della guerra.

Sono questi primi giorni quelli in cui Kerenskij compie il suo errore politico più grave, incontrando la delegazione dei socialisti francesi ai quali assicura il suo appoggio, nel Governo e nel Soviet, sulla linea di continuazione delle operazioni militari. E c’è un filo diretto che lega gli abbracci tra Kerenskij e i compagni francesi alla sua fuga dal Palazzo d’Inverno nelle prime ore del 9 novembre 1917 (25 ottobre 1917).

Ma ormai “l’orologio della storia mondiale” ha iniziato a battere forte: “Tic-tac, tic-tac”, recita il titolo dell'articolo di spalla, firmato con lo pseudonimo “arrisan”, dietro al quale si cela verosimilmente Angelica:

«Tic, tac, tic, tac… e l’ora è suonata. Suonò l’ora della rivoluzione russa, come suonò quella della guerra, come suonerà l’ora della rivoluzione europea, l’ora della pace.

Tic, tac, tic, tac, batte imperturbabile l’orologio della storia, preannunciando giorni di interesse universale.

Il tic tac dell’orologio pietrogradese risuona nella capitale germanica. Ed il signor Filippo Sccheidemann misura il suo tempo traverso l’orologio del Palazzo imperiale di Berlino: egli si è accorto che mentre per i Romanoff erano suonate le ore 12, per gli Hohenzollern l’orologio segnava le 11.55.

Ecco perché questo aborto di Giulio Cesare parlamentare esclamò preoccupato al Reichstag prussiano: “Signori, mancano cinque minuti alle ore dodici”.

Cinque minuti di vita concesse il medico Scheidemann al suo malato Guglielmo II!

(…) Il tic tac dell’orologio pietroburghese ha disturbato anche il sonno degli ospiti di Schönbrunn. E il neo-Kaiser di Vienna, parlando collo scrittore svedese Björn Björusen, ha confessato di trovarsi in una situazione difficilissima. Questo giovane e inesperto Carlo I (il primo e l’ultimo forse) disse di avere un vasto programma…

Siamo cioè verso il crollo di un’altra dinastia. Andiamo incontro ad un’altra rivoluzione, che darà forza e vita ad una rivoluzione europea. Ed allora verrà anche la pace sociale, la nostra pace.» (ADL 5.5.1917).

Sul breve periodo quasi tutto si svolgerà come previsto, fatta eccezione per… la Rivoluzione d’Ottobre. Di lì a 18 mesi cadrà il Kaiser a Berlino, e subito dopo il Kaiser a Vienna. Ma la pace non verrà affatto. Tra il 1917 e il 1918 si conclude solo la prima puntata, puntata terribile, ma quella meno terribile, del sanguinosissimo suicidio europeo. Segue un inquieto armistizio lungo diciotto anni. Prossimo appuntamento: Spagna 1936. Poi nel 1939 Hitler darà inizio al più grande conflitto armato della storia e verrà sconfitto in forza del prevalente tributo di sangue versato dal popolo russo.

Nel 1945 il mondo ne uscirà completamente cambiato sotto il profilo geo-politico: la maggior parte dell’umanità – dal mar Adriatico al mar del Giappone, dalla Jugoslavia alla Cina – si ritroverà socialmente congelata oltre una cortina di ferro dentro regimi illiberali d’ascendenza sovietica.

E sarà soprattutto il soft power della socialdemocrazia europea e della liberaldemocrazia americana a motivare i popoli dell’Est verso un superamento della glaciazione comunista.

Peccato che, dopo quei “trent’anni gloriosi”, abbattuto il Muro di Berlino e caduta l’Urss, il capitalismo globale si sia scatenato di nuovo, come prima e più di prima. Tic, tac, tic, tac. 9. continua

Mal comune a sinistra gaudio massimo per la destra

di Felice Besostri

Nella NRW, bastione della SPD, che ha detenuto la guida del Governo del Land dal 1970 al 2005 una vittoria della CDU e dei Liberali non corrisponde tuttavia alla vittoria di Guazzaloca a Bologna o come avere un democristiano Sindaco di Reggio Emilia o Presidente della Provincia di Firenze prima della formazione del PD. Nel 1980 la SPD conquista per la prima volta la maggioranza assoluta con il 48,44% dei voti, che consolida nel 1985 con il 52,14% e nel 1990, ma già nel 1995 pur con un rispettabile 46,02% perde la maggioranza assoluta dei seggi grazie ai Verdi con i quali governa, come aveva governato con il Liberali della FDP, quando la CDU era il primo partito.

La CDU vince nel Land nel 2005-2010, ma la sinistra vince le elezioni del 2010 con il 56,24%, grazie alla Linke che entra nel Landtag con il 5,61%, Il NRW sembrava tornato al 1947 quando SPD (31,97%) e KPD (13,97%) avevano quasi il 46%, ma il governo di minoranza SPD-Verdi cade anche per il voto contrario della Linke. Alle elezioni anticipate, merce rarissima in Germania, del 2012 la Linke paga la caduta del governo rosso verde ed esce dal Landtag , dove aveva 11 consiglieri, con un misero 2,49% anche per il successo dei Pirati, che entrano nel Landtag con il 7,82%, una percentuale superiore a quella attuale della AfG (Alleanza per la Germania).

Il panorama politico delle Regioni italiane è veramente monotono, se paragonato ai governi dei Länder tedeschi: 5 sono SPD-Verdi(GR), 2 CDU-SPD, 1 CDU-SPD-GR, 1 votanti SPD-FDP-GR, 1 LINKE-SPD-CDU, 1 GR-CSU, 1 CDU-GR, 1 SPD-LINKE, 1 LINKE-SPD-GR, 1CSU e ora un CDU-FDP dopo la NRW. Il giudizio degli elettori è influenzato dalla capacità di governo del Land, Hannelore Kraft ha scelto di mettersi in gioco da sola: Schulz non ha fatto una manifestazione elettorale in NRW, mentre il suo avversario CDU ha invitato Merkel, molte volte, 9 se mi ricordo bene. Quindi il risultato delle elezioni del Landtag sono una seria sconfitta per Schulz, ma non di Schulz. Il governo rosso verde uscente ha pagato un'impopolare politica scolastica di responsabilità dei Verdi, ma anche il capodanno tragico di Colonia, con stranieri anche Asylanten (richiedenti asilo) come protagoniste e donne come vittime. La Linke è stata un'opposizione ferma della Kraft, e un piccolo beneficio lo ha tratto +2,45%, ma resta sotto soglia. Chi parla di vittoria deve dimenticare che la SPD ha perduto il 7,9% e i Verdi il 4,9%, quindi una perdita a due cifre intere – 12,8%, il trasferimento a sinistra è stato minimo.

Altro dato preoccupante è che a differenza delle altre volte, quando le perdite della SPD andavano per i 2/3 all'astensione, questa volta i votanti sono stati il 65,17%, mentre nel 2012 erano il 59,6%. Le elezioni in NRW confermano che le perdite socialdemocratiche non vanno a sinistra e neppure ai Verdi. Dopo la NRW la strada di Schulz è tutta in salita perché deve convincere che è finita la subalternità della SPD dentro alla Große Koalition, tuttora al Governo e che c'è un'alternativa concreta al proseguimento della Grande Coalizione e soprattutto ad una riedizione di una maggioranza Union-FDP.

A livello federale il rientro della Linke non è in discussione perché in alternativa al 5% basta l'elezione diretta di 3 deputati al Bundestag, mentre in NRW il 4,9% e l'esclusione della Linke consente la formazione di un governo regionale CDU-FDP. Tuttavia non basta, la credibilità di una coalizione SPD-Linke-Verdi è da provare e in due regioni che hanno votato la Saarland e il NRW non erano proprio idilliaci. Come dimenticare le tensioni nel governo di Berlino tra SPD e Linke? Tuttavia quanto è avvenuto in Germania deve essere spunto per una riflessione a livello europeo: quella è la vera dimensione dello scontro, ma non tra sovranisti ed europeisti, ma per quale Europa, quella di oggi o quella ideale di Spinelli, Rossi e Colorni o del federalismo socialista, figlio ma non surrogato dell'internazionalismo, quello della terza strofa dimenticata di Bandiera Rossa*

In Olanda della perdita del PvdA in percentuale dal 24, 34 % al 5,2%, non ha beneficiato il Partito Socialista (-0,45%), ma almeno i Verdi di Sinistra (Groenlinks) guadagnano un sostanzioso 6,57%. In Francia, a proposito la scelta dl primo Ministro di Macron un repubblicano ha il merito di porre fine alle fantasie che impersonasse la nuova sinistra del futuro, la situazione della sinistra non è tanto migliore. Il risultato di Mèlanchon confrontato con quelli della sinistra italiana nelle sue ultime incarnazioni , dopo il PCI e il PSI è sicuramente esaltante, ma come il PD non può intestarsi la vittoria di Macron, la sinistra non deve esaltarsi. La somma dei voti di Mèlanchon e di quelli di Hamon(25,94%) è inferiore al voto di Hollande (28,67%)al primo turno delle presidenziali 2012 e senza contare per sottolineare la sconfitta della sinistra, che Mèlanchon aveva avuto un 11,10% e Eva Joli degli ecologisti il 2,31 % cioè la sinistra 2012, senza contare le formazioni comuniste e trozkyste era al 42,08%, ancora un piccolo sforzo e la sinistra anche senza i Verdi con l'Italikum si prendeva il premio di maggioranza. Neppure il confronto con il risultato di Ségolène Royal del 2007 (25,87%) rappresenta appena un +0,7%, che va in segno negativo se aggiungiamo i voti della candidata sostenuta del Pcf, ora sostenitore di Mèlanchon, che pure aveva ottenuto un modesto 1,93 % e sempre senza contare la sinistra anticapitalista del 5,41%

Se il mantra prevalente è che non esiste più la divisione destra/sinistra, la prima reazione a sinistra è di pensare alla sinistra nel suo complesso, pur non ignorando le divisioni e le inimicizie, che la percorrono, perché vi è la convinzione che o la sinistra comincia a pensarsi come un soggetto portatore di un progetto unitario di cambiamento o deve giocare di rimessa su un piano secondario. Se destra/sinistra non è una scriminante e anche basso/alto sta perdendo significato, cosa resta responsabili/populisti? o sovranisti/europeisti, a prescindere da quale stato nazionale o da quale Europa? Se si impongono queste dicotomie la sinistra è fuori gioco, non perché sia irresponsabile o sovranista, ma perché non ha un suo progetto alternativo all'austerità e una visione di unità europea democratica e federalista. Da qui partiamo e da una constatazione semplice, non c'è una formazione di sinistra, che da sola possa aspirare ad un'alternativa di potere. Cominciamo a non godere delle disgrazie di chi non la pensa allo stesso modo, perché a sinistra mal comune non è mezzo gaudio.

martedì 16 maggio 2017

Le idee - LEGGI ELETTORALI E SCELTE POLITICHE

Due sentenze della Consulta hanno dichiarato incostituzionali le ultime due leggi elettorali. Il referendum del 4 dicembre ha dimo­strato che occorre una legge elettorale che rispetti la volontà degli elettori. Ma la discussione di questi giorni sembra ignorare tutto ciò.

di Felice Besostri e Salvatore Salzano

Avremo una terza legge incostituzionale? Dobbiamo evitarlo: tre leggi incostituzionali di seguito rappresenterebbero un rischio per la credibilità e la tenuta delle istituzioni.

Occorre tenere conto dei principi che discendono dalle sentenze della Consulta e, soprattutto, delle questioni non ancora esaminate. La sentenza n. 35/2017 ha deciso sulle ordinanze di soli cinque Tribunali. Se i rimanenti dodici Tribunali si pronunciassero sui ricorsi ancora pendenti, l'impatto sui lavori della Commissione Affari Costituzionali della Camera sarebbe fortissimo. Teoricamente quattro o cinque pronunciamenti potrebbero arrivare prima del 29 maggio, data presunta per la conclusione dei lavori della Commissione e la trasmissione di un testo base all'aula di Montecitorio.

Esaminiamo le possibilità oggi in discussione.

Un sistema di collegi uninominali a riparto proporzionale, con premio di maggioranza, sarebbe incostituzionale per violazione degli artt. 48, 56 e 58 e dei principi del voto eguale, personale e diretto. Idem un sistema che abbassi la soglia per il premio e alzi quella di accesso, che abbia o no capilista bloccati. Stesso rischio per tutti i sistemi che confondono e complicano la volontà di espressione del cittadino.

Gli unici sistemi elettorali sicuramente costituzionali sono quelli semplici, cioè: 1) i sistemi proporzionali, con o senza una limitata soglia di accesso, con o senza un limitato premio di maggioranza legato a una soglia di accesso significativamente alta. Oppure 2) i sistemi maggioritari senza fronzoli, come quelli che impongono di ottenere la maggioranza parlamentare conquistando la maggioranza dei collegi uno per uno, senza trucchi.

Un maggioritario all'inglese, dove si vince per merito di candidati, conquistando la maggioranza dei seggi, secondo la volontà degli elettori, sarebbe perfettamente costituzionale, benché scandalizzi la maggioranza dei nostri amici e compagni e non sia tra le nostre opzioni preferite.

Il sistema alla francese, invece, è più distorsivo del maggioritario all'inglese. Nel modello francese, con il ballottaggio al secondo turno, prevale il meno peggio o il voto contro, che spesso è una cosa molto diversa dalla iniziale volontà dell'elettore.

Cosa fare allora?

La legge elettorale non è un dettaglio tecnico. Si tratta di una scelta politica, che va pensata in un'ottica di lungo periodo e nell'interesse del Paese, non di uno o più partiti.

Non fu così con Mattarellum, Porcellum e Italicum, alla base dei quali c'erano calcoli per favorire gli interessi di partito: il Partito Popolare nel primo caso, il PdL nel secondo e il PD nel terzo. Calcoli che si sono per giunta rivelati sbagliati e che hanno condannato il Paese a oltre un decennio di paralisi e degrado della politica.

I due partiti egemoni nei due Poli – Forza Italia e PDS-DS-PD –erano d'accordo su tre punti: sistema politico bipolare tendenzialmente bipartitico; sistema elettorale maggioritario; togliere ai cittadini la scelta dei loro rappresentanti, grazie a collegi uninominali e liste parzialmente (Mattarellum) o totalmente bloccate (Porcellum) fino all'invenzione dei capilista bloccati (Italicum). Su quest'ultimo punto va ricordato che abolire il voto di preferenza senza fare una legge sulle regole democratiche dei partiti, secondo l'art. 49 della Costituzione, ha lasciato la nomina dei candidati ai capipartito o, nei casi migliori, alle oligarchie al potere. Sappiamo che chi non è candidato non può essere eletto, quale che sia il sistema elettorale proporzionale, maggioritario o misto.

Nel 2009, nelle Giunte delle Elezioni di Camera e Senato, nell'esaminare i ricorsi contro la legge elettorale, si dichiarò il Porcellum perfettamente costituzionale, con voto all'unanimità che includeva i rappresentanti di partiti ufficialmente contrari a quella legge.

Quando nel 2014 la Corte Costituzionale dichiarò l'incostituzionalità del Porcellum, questo Parlamento formalmente legale ma in sostanza delegittimato fu utilizzato per alterare, con una nuova legge elettorale e la modifica alla Costituzione, gli equilibri tra i poteri dello Stato, cer­can­do di imporre la supremazia del capo del Governo sia sulle Camere, sia sul Presidente della Repubblica, sia sulla Corte Costituzio­nale. Si voleva creare un premierato assoluto, senza nemmeno i pesi e contrap­pesi di un sistema presidenziale, che prevede la separazione dei poteri esecutivo e legislativo.

Quel disegno non è riuscito per vari motivi. In primo luogo a causa degli elettori, che nelle elezioni 2013 hanno creato dal nulla un terzo polo con forza equivalente agli altri due votando per il M5S. Inoltre si è sottovaluta la tenacia degli avvocati antiporcellum e antitalikum. Quest'ultimi hanno promosso un'azione giudiziale parallela e unitaria in 22 tribunali sui 25 delle città capoluogo di distretto di Corte d'Ap­pel­lo. Infine, l'esito del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, vinto dai comitati per il NO.

Questa è stata la storia politica di questi ultimi venti anni. Adesso si deve ripartire dalla nostra Costituzione, restituendo la sovranità al Popolo. Pertanto, sarebbe un errore riproporre un centro-sinistra con una legge che premi le coalizioni, e per giunta con Renzi alla guida del PD, come se non fosse successo nulla.

Non si può pensare di ricorrere a mezzucci come primarie farlocche o, peggio ancora, “premi” a coalizioni improbabili in cui i partiti si mettono insieme solo per convenienza elettorale. Occorre una legge elettorale che affermi una diversa idea di Politica, in cui i rappresentan­ti eletti abbiano “disciplina e onore” in quanto rappresentanti della Nazione. Far tornare in Parlamento idee e programmi che in questi anni sono stati emarginati è l'unico modo per cambiare una società ingiusta nella ripartizione della ricchezza e del potere.

Se invece il centrosinistra dovesse nascere con una coalizione impo­sta da leggi elettorali come quelle di questi ultimi vent'anni, farebbe la fine di Italia Bene Comune, dove il PD ha utilizzato il premio di mag­gioranza per fare cose diverse da quelle concordate. D'altra parte, co­me si fa a parlare di CENTRO-SINISTRA, quando la componente di CENTRO è chiara, mentre quella di sinistra non si sa dov'è? Se la vittoria di Renzi è dovuta alla riscossa dei liberali di sinistra, questi dovranno comunque cercare un'intesa con i socialisti di sinistra di stampo europeo, e costoro devono essere chiaramente identificabili dagli elettori.

La sinistra, come il Paese, hanno bisogno di un'operazione verità, che soltanto un sistema elettorale proporzionale può dare, perché la maggioranza di governo deve nascere dalle urne e da un successivo accordo fra le forze politiche presenti in Parlamento, non da un algoritmo che trasformi in maggioranza chi non lo è!

Siano gli italiani, con i loro voti, a scegliere se vogliono un nuovo centrosinistra, oppure le larghe intese oppure qualcos'altro.

Infine, è finito il tempo che un unico partito della sinistra possa vincere da solo. In Austria al ballottaggio presidenziale mancavano i due tradizionali partiti: Popolari e Socialisti, lo stesso in Francia, con l'esclusione di Gollisti e Socialisti dal ballottaggio presidenziale. In Spagna l'impossibilità di un accordo PSOE-Podemos ha fatto vincere la destra. Persino Syriza in Grecia, con la scomparsa del PASOK e l'ostilità dei Comunisti, governa solo grazie ad un partito nazionalista di destra. Così anche il socialdemocratico Robert Fico in Slovacchia. La SPD senza Verdi e Linke, è solo l'appendice di una grande coalizione a guida CDU-CSU.

Oggi la democrazia rappresentativa, nella sua dimensione nazionale, è minacciata dal peso crescente del capitalismo finanziario, dalle multinazionali e dalle decisioni di organizzazioni e istituzioni internazionali non elette dai popoli.

In Italia la risposta a questa situazione sta nella formazione di un Fronte Popolare Democratico per il Lavoro e la Libertà, che raggruppi tutta la sinistra rosa, verde o rossa che sia, e tutti i sinceri democratici, compresi i veri liberali di sinistra, uniti dai valori della nostra Costituzione Repubblicana, che, se fosse attuata in pieno, sarebbe di per sé un ottimo programma di governo.

martedì 9 maggio 2017

Freschi di stampa, 1917-2017 (8) - Il Rimpatrio dei "senza patria" e il tailleur della "rivoluzionaria russa"

Freschi di stampa, 1917-2017 (8)

Prosegue la serie di testi ispirati o ripresi dall'ADL nell’anno delle due rivoluzioni russe che hanno cambiato il mondo. La nostra redazione di allora poté "coprirle" entrambe con materiale di prima mano. Ciò grazie soprattutto ad Angelica Balabanoff, fautrice degli stretti legami svilup­pa­tisi tra i socialisti italiani e russi impegnati, insieme al PS sviz­zero, nella grande campagna di "guerra alla guerra". Campagna lan­ciata con la Conferenza di Zimmerwald. E culminata nella Rivoluzione d'Ottobre.

Il Rimpatrio dei "senza patria" e il tailleur della "rivoluzionaria russa"

L'ADL del Primo Maggio 1917 è dominato, in prima pagina, da un comunicato del Partito Socialista Italiano nella Svizzera che esorta le lavoratrici e i lavoratori a sostenere la mobilitazione internazionale per la pace, contro guerra e contro sfruttamento:

    «Abbandoniamo il lavoro, tutti! (...)

    Urliamo l'imprecazione ai massacratori della umanità, tutti.

    Il socialismo vuole la pace per la giustizia.

    Primo Maggio 1917!

    Lavoratori, Lavoratrici!

    Nei cortei e nei comizi, nelle case, per le vie, tutti!

    Abbasso la guerra! Evviva il Primo Maggio! Evviva il Socialismo! Evviva l'Internazionale operaia!

    Vogliamo la pace! Evviva la Rivoluzione sociale!»

    Così si conclude l'appello della Commissione Esecutiva socialista, sovrapposto a una cornice tipografica rossa, in stile liberty, contenente una lirica dedicata alla giornata dei lavoratori e alla Giustizia "dea vendicatrice".

    Il testo di maggior contenuto e interesse storico si trova sulla "spalla" della prima e gira poi in seconda trattando del «Rimpatrio dei "senza patria"», così recita il titolo. Si parla, apertis verbis, del rientro in Russia degli emigrati politici russi dopo la Rivoluzione di Febbraio.

    «Diceva a questo proposito Tschendze, deputato socialista e presidente del Consiglio dei delegati operai – cioè l'esponente massimo delle lotte e delle aspirazioni proletarie della Russia odierna – che il popolo russo attraversa una delle più belle ore sue, perché stanno tornando ora i più valorosi figli suoi.»

    Lenin è rientrato da due settimane, mentre solo in Svizzera sono alcune centinaia gli esuli russi che trattano per poter anch'essi fare rientro in patria. Il testo, firmato "ab", sigla di Angelica Balabanoff, passa a ricordare i sacrifici dell'opposizione antizarista:

    «Nella Russia non può sventolare la bandiera rossa, non può risuonare un inno rivoluzionario senza che siano ricordati coloro che, per aver innalzato l'una e aver fatto risuonare l'altro, hanno dovuto, sul patibolo, nelle casematte, nei lavori forzati, negli ergastoli e nell'esilio, scontare il delitto d'aver voluto dare al popolo russo quella libertà e quella pace, per la cui conquista esso ha affrontato ora il più acerrimo e il più ignominioso nemico di ogni libertà: lo czarismo russo».

    Che le trattative per il rientro fossero ormai a buon punto, lo si deduce dallo stile dell'articolo, che prelude a un commiato di Angelica dai suoi lettori e dai suoi compagni di lingua italiana.

    «Col rimpatrio dei "senza patria" verrà a mancare, nei paesi europei, un elemento caratteristico. Già se ne rammarica qualche esteta. Non si vedranno più nelle Università, nelle assemblee, nelle strade, quei "tipi originali" di donne e di uomini...

    La maggior parte di questi emigrati hanno condotto una vita appartata, circondata da un'aureola... di originalità.

    La loro stranezza consisteva nella loro grande, assoluta spregiudicatezza, nella ribellione a tutte le forme della schiavitù, a tutti i vieti convenzionalismi. (...) ribelli della morale corrente, basata sull'interesse e sulla schiavitù, ribelli al dogma della religione, dell'opinione pubblica, gelosi di una cosa sola: della propria coerenza, indifferenti, perché superiori, ad ogni giudizio borghese.

    Erano dei precursori in tutto. Molto prima che l'evoluzione capitalistica – coronata dalla bolgia imperialista – avesse reso la donna uguale all'uomo nel campo economico e politico, la donna rivoluzionaria russa si era conquistata la piena uguaglianza individuale nella politica come nei rapporti fra uomo e donna (...). La rivoluzionaria russa non volle essere seconda a nessuno nelle battaglie per l'emancipazione dell'umanità, come essa esponeva il suo corpo alle sferze profanatrici del dispotismo, pur di non retrocedere nella lotta per il santo ideale, così a pari degli uomini il suo capo veniva cinto dell'aureola del martire e dell'eroe.

    Per arrivare a questo, la rivoluzionaria russa dovette abbattere que­gli ostacoli, e spezzare quelle catene che la donna in genere fanno schiava.

    Non si rassegnò ad essere una schiava legata all'uomo con vincoli esteriori, sebbene volle e seppe esserne la compagna uguale e libera».

    Come si vede, qui il testo assume contorni autobiografici di notevole interesse anche per la storia dei costumi, nel momento in cui esso contiene una sorta di autocoscienza ante litteram da parte di una protagonista del movimento delle donne, la cui Internazionale nel 1909 aveva fondato insieme a Clara Zetkin, a Rosa Luxemburg e ad altre storiche esponenti del femminismo socialista.

    Angelica si sofferma qui sul significato antiborghese e anticonformista dell'originalità che caratterizzava i "senza patria" russi. Ma non si tratta semplicemente di una divagazione, il testo va inteso anche e non da ultimo in senso apologetico, contro la campagna di vera e propria diffamazione portata avanti dai nemici politici dell'oggi, e tra questi in modo particolare si distingueva il futuro duce.

      I "rivoluzionari guerraiuoli", i sostenitori della "guerra come igiene della storia" non risparmiano le più volgari illazioni maschiliste contro la Balabanoff, come si deduce da un altro articolo sulla stessa pagina:

    «Osano tentare di profanare Lei, la migliore fra tutti noi. Indegni! I De Falco, i Mussolini (…) i venduti alla borghesia ed ai fornitori militari, le coscienze traviate, e le anime luride, tentano di mordere alla nobile figura di Angelica Balabanoff. Indegni, e miseri!

    Tutto ciò è vano.

    Nella vostra vita conosceste l'inganno e d'inganno volete lordare coloro che l'inganno non conobbero mai. Conosceste il mendacio, la corruzione, la compra-vendita delle coscienze e lo spionaggio... Indegni e miseri!»

    Così si legge nel commento in seconda intitolato "Omaggio", un testo attribuibile a Misiano, che mostra molto bene il livello di scontro verbale, e non solo verbale, tra i pre-fascisti al seguito di Mussolini e i vecchi esponenti del socialismo italiano d'emigrazione.

    Uno dei temi, che traspare abbastanza chiaramente, riguarda l'ipocrisia morale e la morale sessuale cattolica, delle quali Angelica poco si curò essendo una donna libera che improntava i propri rapporti personali a un'etica della sincerità e della lealtà interpersonale.

    Ma sono tempi di guerra e persino un ossessivo affetto di dongiovannismo, quale Mussolini indubbiamente fu, non disdegnava l'impiego di ogni mezzo, incluse gli sputtanamenti moralistici a mezzo stampa contro certe signore pacifiste e di troppo liberi costumi, pur di continuare la sua propaganda guerra: prove di clerico-fascismo, si potrebbe dire oggi, a cent'anni da quegli eventi senza dubbio penosi.

    Per Angelica Balabanoff, che con i giovane Mussolini aveva avuto una lunga relazione sentimentale oltre che un'intensa collaborazione politico-giornalistica alla direzione dell'Avanti! milanese, questi bassi attacchi del futuro duce non potevano riuscire completamente indolori.

    Non nominò mai più in vita sua i trascorsi sentimentali e trent'anni dopo, finita la Seconda Guerra mondiale, rientrerà a Roma, capitale della Repubblica nata dalla Resistenza antifascista, indossando un tailleur rosso fuoco, nella esibita soddisfazione di poter camminare per le piazze della Città Eterna, lei, donna libera e fedele ai propri ideali, mentre "l'Innominabile" è stato inghiottito dall'abisso della Storia.

8. continua