lunedì 13 novembre 2017

Freschi di stampa, 1917-2017 (24) - E una ricca raccolta darà questa seminagione!

A tre anni passati dall'inizio della Grande guerra, Maksim Gor'kij pub­blica sull'ADL dell'8.9.1917 un testo – I pensieri intempestivi – che di seguito riproduciamo integralmente.

«Parecchie diecine di milioni di uomini, robusti, sani, laboriosi, so­no tolti dalla grande opera della vita, dallo sviluppo delle forze pro­duttive della terra e sono mandati ad uccidersi gli uni contro gli altri.

Rintanati nella terra, essi vivono sotto la pioggia e la neve, nel fan­go, nella strettezza, tormentati dalle malattie, divorati dai parassiti. Vivono come bestie, spiando gli uni gli altri per uccidere.

Già è il terzo anno che noi viviamo nell'incubo sanguinoso e ci sia­mo imbestialiti, e siamo impazziti. L'arte eccita la sete di sangue, di massacro, di distruzione. La scienza, violata dal militarismo, serve ubbidiente allo sterminio di uomini.

Questa guerra è il suicidio dell'Europa! Pensate. Quanto cervello sano, magnificamente organizzato, fu buttato sulla terra fangosa durante questa guerra! Quanti cuori sensibili si sono fermati!

Questo insensato sterminio dell'uomo, da parte di un altro uomo, que­sta distruzione delle grandi opere dell'uomo non si limita alle perdite ma­teriali, no! Diecine di migliaia di soldati mutilati, per lungo tempo, fino alla morte, non dimenticheranno i loro nemici. Nei racconti sulla guerra essi trasmetteranno il loro odio ai figli, cresciuti sotto le im­pres­sioni dei tre anni di orrore quotidiano. In questi anni molto odio è seminato sulla terra e una ricca raccolta darà questa seminagione! E pe­rò da così lungo tempo ci si parlò con tanta eloquenza della fratel­lan­za degli uomini, dell'unità! Chi è colpevole del diabolico inganno, della creazione di questo caos di sangue?

Non andiamo a cercare i colpevoli fuori di noi stessi, diciamo la ve­rità amara: tutti noi siamo colpevoli di questo delitto, tutti e ciascuno.

Immaginate per un momento che viviamo nel mondo degli uomini savi, sinceramente preoccupati dalla buona organizzazione della loro vita, fiduciosi nelle loro forze creatrici; immaginate per esempio che a noi, russi, nell'interesse dello sviluppo della nostra industria fosse sta­to necessario scavare il canale Riga-Kherson, riunire il Baltico col Mar Nero, opera alla quale sognò già Pietro il Grande. Ed ecco, in­ve­ce di mandare al macello milioni di uomini, noi ne mandiamo una par­te soltanto a questo lavoro, necessario al paese, al popolo. Io sono si­curo che gli uomini uccisi in tre anni di guerra avrebbero potuto in que­sto periodo di tempo asciugare le migliaia di chilometri delle no­stre paludi, irrigare la Steppa della Fame e altri deserti, riunire i fiumi del Basso Ural colla Kama, costruire una strada attraverso il Caucaso e fare altri grandi lavori per il bene della nostra Patria.

Ma noi distruggiamo milioni di vite ed enormi quantità di energie del lavoro per l'eccidio e lo sterminio.

Si fabbricano masse enormi di esplosivi carissimi e distruggendo le migliaia di vite questi esplosivi si fondono senza traccia nell'aria. Dal proiettile scoppiato restano almeno i pezzi di metallo dai quali in se­gui­to, potremmo fare magari i chiodi; ma tutte queste meliniti, lidditi, dinitro-tolnoli mandano veramente in fumo e al vento la ricchezza del Paese.

Non solo miliardi di rubli, ma milioni di vite umane insensatamente sono distrutte dal mostro dell'Avidità e della Stupidità.

Quando vi penso, una fredda disperazione mi stringe il cuore e un folle grido vuole liberarsi dal petto:

"Disgraziati, abbiate compassione di voi!"» (ADL 8.9.1917).

Maksim Gor'kij a parte, l'ADL apre sulle agitazioni operaie scoppiate a Torino il 23 agosto 1917: «Il proletariato ha dato una nuova formi­da­bile prova del suo odio alla guerra, della sua capacità rivoluzionaria. Come? Quando? Quali sono i dettagli? Non sappiamo. Sappiamo solo che la Cavalleria affrontò la folla per le vie; che il palazzo dell'As­so­ciazione Generale degli Operai, ove ha sede il Partito Socialista e la Camera del Lavoro è chiuso; che alla “FIAT”, ove lavorano 80'000 operai metallurgici, il lavoro è stato abbandonato per cinque giorni; che il pane è mancato e manca tuttavia; che il questore è punito, che il prefetto è sospeso dalle sue funzioni; che l'allarme risuonante di paura passa dai giornali borghesi ai giornali pseudo-rivoluzionari, come il "Popolo d'Italia"» (ADL 8.9.1917).

La sommossa di Torino scoppia spontaneamente e subito è schiac­ciata nel sangue, la capitale sabauda viene classificata “zona di guerra” e sottoposta a legge marziale: oltre cinquanta i morti, più di duecento i fe­ri­ti. Gli arresti indiscriminati di massa decapitano la se­zio­ne cittadina del PSI. La guida del partito torinese passa a un comitato di dodici com­pagni, tra cui anche Antonio Gramsci, esponente allora ven­tisei­en­ne del gruppo giovanile che venti mesi più tardi si cristal­liz­ze­rà – con Angelo Tasca, Umberto Terraccini e Palmiro Togliatti – nel­la reda­zio­ne de "L'Ordine Nuovo – Rassegna settimanale di cultura socialista".

Papa Benedetto XV, in quell'estate infuocata, non fa nulla per na­scondere la propria empatia di fondo verso il popolo torinese, anche se socialista e anticlericale, vedendovi in ogni caso l'espressione di un comune sentire contro la guerra, “inutile strage”. Ma l'accenno a sug­gello delle notizie sulla sommossa che l'editoriale dell'ADL fa al quo­ti­diano "Il Popolo d'Italia", fondato e diretto dal futuro duce del fa­sci­smo, prefigura già lo scontro che andrà consumandosi nel primo dopoguerra italiano tra i “Consigli operai” e la prima ondata di violen­za in camicia nera.

L'atteggiamento papale si riallineerà a quello dell'establishment dopo lo scoppio della guerra civile tra “rossi” e bianchi" nella nascente Unio­ne Sovietica. La Chiesa cattolica manifesterà un favore crescente per le organizzazioni mussoliniane. E queste, osteggiate ai tempi dell'interven­ti­smo bellico, verranno ora invocate, invece, come risposta "provvi­den­zia­le" al bolscevismo.

Il successo dei fascismi, dilaganti di lì in poi dall'Italia all'intera Eu­ro­pa, nasce da una potente convergenza d'interessi – politici, eco­nomi­ci e religiosi – postasi sotto l'egida delle "tempeste d'acciaio" e del loro connotato ideo­logico più ovvio ed esiziale: il nazionalismo. I regimi fascisti ne vor­ranno incarnare l'adattamento a un nuovo clima popu­li­stico che la mobilitazione generale delle masse in guerra ha ormai suscitato su tutto il con­ti­nente.

Così, Mussolini potrà congegnare “da destra” uno stato sociale ca­pa­ce di offrire al popolo d'Italia le concessioni necessarie alla tenuta del sistema, concessioni che per l'establishment saranno accettabili, però, solo in un quadro autoritario, e tendenzialmente totalitario. Questo ap­parirà il regime più idoneo a garantire la sostanziale saldezza delle ge­rar­chie di censo e di potere lungo un percorso di perequazione minima con­trollata.

Il fascismo, lo “stato sociale di destra”, sarà la risposta totalitaria del­­l'Europa occidentale alla grande sfida dello “stato sociale di sinistra” che la Rivoluzione russa subito impersona nelle speranze dei popoli, anche se ben presto im­­boccherà a sua volta i tragitti del totalitarismo. Una terza variante del­lo “stato sociale”, quella gloriosa, di matrice rooseveltiana, seguirà in­fine a partire dagli anni Trenta. Ma verrà poi tradita e rimossa dal pen­siero unico neo-liberista subito dopo la caduta dell'URSS.

(24. continua)

 

Nell'anno delle due rivoluzioni russe l'ADL di allora poté “coprirle” entrambe con materiale di prima mano. Ciò grazie soprattutto ad An­ge­li­ca Bala­banoff, fautrice de­gli stretti legami tra i so­cia­listi ita­liani e russi impe­gna­ti, insieme al PS svizzero, nella gran­de campagna di “guerra alla guerra”. Campagna lanciata con la Con­fe­renza di Zimmerwald. E culminata nella Rivoluzione d'Ottobre.

lunedì 6 novembre 2017

Zimmerwald va a Stoccolma

Freschi di stampa, 1917-2017 (23)
    
 
L'ADL del 25 agosto 1917 ospita un articolo – Intorno alla terza conferenza di Zimmerwald – che Angelica Balabanoff ha inviato il 15 agosto da Stoccolma, e che programmaticamente non tratterà della conferenza "social-diplomatica" promossa dal Soviet di San Pie­tro­burgo nella capitale svedese in quei giorni. Di ciò parlano già tutti i giornali, riferisce la Balabanoff. E la maggior parte dei commentatori non tiene nel dovuto conto la situazione russa, altamente instabile. Sicché i pro­blemi all'orizzonte stanno assumendo la forma dell'aut aut: o pace o guerra, o rivoluzione o contro-rivoluzione, o Lenin o Kerenskij. 
 
 
Dettaglio di prima pagina dell'ADL del 25 agosto 1917
con la lettera da Stoccolma di Angelica Balabanoff
 
Gli "internazionalisti" si riuniranno a Stoccolma anch'essi, ma se­pa­ratamente dai "social-diplomatici", in una Terza Conferenza di Zim­merwald che si celebrerà «lontano dal rumore, lontano dalle strombazzature della stampa» al seguito del tour che il Soviet di San Pietroburgo, qui ancora in formazione politica filo-Kerenskij, sta svolgendo in Europa. Sulla tappa italiana dei rappresentanti russi la Balabanoff si astiene da giudizi definitivi: «E questo riserbo è tanto più indicato in quanto gli stessi giornali si vanno contraddicendo e smentendo a vicenda. Mentre gli uni narrano di un telegramma di solidarietà, di auguri mandato a Kerensky dai ministri ed interventisti italiani e dagli ospiti russi, gli altri raccontano che questi ultimi si sono rifiutati di firmare il telegramma» (ADL 25.8.1917). 
    Di che cosa stiamo parlando? Di come circolavano le notizie cento anni fa: «Ancora non conosciamo la risposta dei delegati russi al brin­di­si di Bissolati coll'augurio di "schiacciamento del nemico esterno ed interno". Tutti questi particolari li sapremo con precisione al ritorno dei delegati del "Soviet", i quali dovranno naturalmente rendere conto esat­to del loro viaggio anche alla minoranza, non ancora incarcerata, del "Soviet"». Dunque, stiamo parlando anche della minoranza bol­scevica, in parte incarcerata e clandestina, ma lanciata in splendida solitudine nella causa della "pa­ce subito". Intanto è in corso un tentativo di golpe dello Stato Maggiore, al seguito del generale Lavr Georgievič Kornilov. Fallirà, com'era da poco fallita la "Offensiva Kerenskij", anch'essa guidata da Kornilov. Entrambi i fallimenti, l'Offensiva a luglio come il Golpe ad agosto, accadono non da ultimo a causa dello scarsissimo entu­siasmo, diciamo, che i propositi delle élites mietono presso il popolo dei soldati e dei lavoratori russi. 
 
 
Il generale Kornilov nel luglio 1917
 
In tutt'Europa infuriano la guerra e (ovviamente) la propaganda di guerra, che però non cancella milioni e milioni di ragazzi morti inutilmente sul "campo d'onore". Una grande spaccatura, segnala la Balabanoff, si sta consumando «fra i Zimmerwaldiani ed i social-diplomatici», investendo con forza le fila del movimento operaio. Percorrerà tutto il secolo breve, fino alla caduta del Muro di Berlino. L'anno 1917 è il momento a partire dal quale si può comprendere come questa faglia sia potuta nascere e come essa poi abbia assunto una traiettoria a dir poco inaudita. 
    Gli uni «parlano bensì a nome di 250 milioni di proletari organizzati, ma non a nome di coloro che per la volontà del dittatore della nuova Russia (…) vengono condannati a morte, perché guidati da criteri certo non meno rivoluzionari di coloro che animano i "compagni" al potere, e perché ritengono l'offensiva essere un delitto nonché uno sfacelo» (ADL 25.8.1917). 
    Angelica si mostra sprezzante sulla catastrofica "offensiva" che porta il nome del premier laburista e soprattutto sugli "entusiasmi" suscitati da Kerenskij presso i grandi opinionisti "intesofili", grazie ai quali è «di­ventato una persona celeberrima da un giorno all'altro per il tele­gramma col quale egli chiedeva d'urgenza la reintroduzione della pena di morte» (ADL 25.8.1917).  
    Quello della dignità personale, che include l'intangibi­lità della vita di ciascuno, è un tema fondamentale per il quale siamo tutti debitori del movimento per la pace di cent'anni fa. Allo scopo di illustrare questo punto, la Dottoressa Angelica disegna il ritratto di un esponente dei "guerraiuoli" russi, Savinkoff: «Anni fa scrisse un romanzo a tesi, in cui esprimeva i dubbi ed i rimorsi di un terrorista che toglie la vita a chi egli considera nemico ed ostacolo della libertà e della felicità delle molti­tu­di­ni oppresse». Il terrorista qui è Savinkoff stesso, pentito. Il sen­ti­mento morale antiterrorista della Balabanoff non fa velo all'apprez­za­mento letterario per il libro: «era scritto bene da chi aveva sentito evi­den­te­mente gli scrupoli ed i conflitti di cui parlava. I terroristi si pre­paravano a rivedere ed a ritoccare quella parte del programma che ri­guar­dava l'inviolabilità della vita umana, quando ecco questa revisione viene fatta da una fonte autentica. Chi sentiva tanti scrupoli di fronte alla soppressione di un individuo solo (…) si emancipa da ogni scru­polo quando si tratta di condannare al capestro intere moltitudini ree di non aver voluto uccidere i loro fratelli proletari» (ADL 25.8.1917). 
    L'allusione è nuovamente alla pena di morte reintrodotta nell'esercito russo dal governo Kerenskij contro l'opposizione di Lenin, che viene accusato di ogni nefandezza: «Dicono bensì certi giornali che uno dei delegati dei "Soviet" abbia dichiarato essere Lenine un uomo onesto (affrettandosi però di aggiungere che le teorie di Lenine sono pericolose, come è pericoloso il suo "entourage", nel quale si sono infiltrati degli agenti tedeschi…)». Queste insinuazioni proverrebbero, scirve Angelica, dalla più infame delle coalizioni, che sta «com­plot­tando contro l'onore, la libertà e la vita stessa» del leader bolscevico: «bisogna pur dire che in un momento in cui tutti gli interessati, tutti i prezzolati, tutti i pettegoli si accaniscono a dimostrare che i fautori dell'Internazio­nale sono dei venduti, non bastano quelle dichiarazioni, non basta dire che Lenine è "onesto", "idealista", ecc., bisogna pure dire di quante insinuazioni egli è vittima perché lo è, e bisogna "difenderlo"» (ADL 25.8.1917).
    Insomma, se il movimento Zimmerwald deve decidere tra la pena di morte restaurata e la minoranza leninista perseguitata, il dado è tratto. Peccato che Lenin e i leninisti disprezzino la dignità e la vita indivi­dua­le non meno dei loro persecutori. Peccato che la trasfusione di so­li­da­rietà da parte zimmerwaldiana sia destinata a una delle più tragiche, pla­teali e cocenti delusioni della storia. Peccato che nella fossa comune delle vittime del regime nascente debbano finire di lì a pochi anni nu­me­rosissimi esponenti bolscevichi e compagni di strada internazio­na­listi, che formavano l'"entourage" leniniano del 1917, e che nell'anno assiale delle due rivoluzioni russe affrontavano la più grande prova del fuoco, colpiti dall'accusa di spionaggio e tradimento che gli apparati filo-governativi massicciamente andavano dif­fon­dendo. 
    «Non c'è nessuno che ignori che, soprattutto negli ambienti rivo­lu­zionari russi (…), si sono sempre intrufolati dei traditori, degli agenti provocatori (…). Ma – e qui comincia la colpa imperdonabile della maggioranza del "Soviet" e di chi parla in suo nome – (…) nelle sfere bene informate si sa benissimo distinguere fra i rivoluzionari e le spie», sostiene Balabanoff. «Il "Soviet" avrebbe dovuto insistere che si fa­ces­se anche per Lenine [una campagna di stampa a risarcimento del­l'im­magine, ndr] e per tutti i compagni internazionalisti, il cui onore non può essere messo in dubbio da nessun galantuomo» (ADL 25.81917).
    Invece contro "Lenine" vengono portate avanti accuse "malvagie" da parte dei nemici dell'internazionalismo, nonostante che persino la stam­pa ufficiale sia costretta a riconoscere che si tratta di una manovra: «D'altra parte dalla lunghissima serie di telegrammi che l'istituto di spionaggio, la "Controrasvedka", sta pubblicando, comincia a diven­ta­re chiaro ed inoppugnabile che non solo non c'è neppure mezzo docu­mento che permettesse la supposizione che Lenine si trova in qualsiasi rapporto col governo o con denari tedeschi, ma risulta bensì che al suo "entourage" altro non si può rimproverare che di avere avuto dei rap­porti commerciali… colla Russia! Difatti risulta che tutti i famosi tele­grammi si riferivano a rapporti commerciali con uno dei correligionari di Lenine, il quale forniva alla Russia, lapis e medicinali… tant'è vero che già si manifestano malumori negli ambienti ufficiali contro i re­spon­sabili della pubblicazione per aver fatto tanto rumore per nulla» (ADL 25.8.1917). 
    È da supporre che Angelica ignori i dati, allora top se­cret, sia del flusso di finanziamenti in corso dalla Cancelleria del Kai­ser verso la minoranza bolscevica (di cui la Balabanoff stessa non fa parte), sia dell'uso in­dub­biamente efficace che Lenin fa di quei denari per spa­ri­gliare le strategie editoriali della stampa russa. La conclusione logica che la Dottoressa im­boc­ca in anche seguito all'emergere di eclatanti dossier innocentisti, le appare evidente, anche se non sempre le cose sono come appaiono: «Certo per dichiarare che Lenine è al di sopra di ogni sospetto, i so­cia­listi al potere non avevano bisogno di aspettare che il pallone si sgon­fiasse in modo tanto ridicolo», mentre invece «han­no affidato l'in­chiesta allo stesso funzionario che sotto lo czarismo era incaricato di inchieste antirivoluzionarie» (ADL 25.8.1917).
   La direzione inaudita che gli eventi imboccheranno nel giro di poche settimane, nasce dal ciclone di contraddizioni che già di qui inizia a infuriare, in rapporto per esempio alla questione centrale della dignità umana. 
    Dopodiché, c'è una completa saturazione di tutte le astuzie e di tutte le tattiche: umanitarie o geo-strategiche, rivo­lu­zionarie o contro-rivolu­zio­narie, plateali o segrete, sublimi o prezzolate. C'è una gigantesca opa­cità oscillante, nella quale si prepara il trionfo cieco del­la Fortuna. Nes­suno può sapere più quel che sta realmente accadendo. Anche perché tutto, ma proprio tutto, è possibile.
(23. continua)
 
Prosegue la serie di testi ispirati o ripresi dall'ADL nell'anno delle due rivoluzioni russe che hanno cambiato il mondo. La nostra redazione di allora poté "coprirle" entrambe con materiale di prima mano. Ciò grazie soprattutto ad Angelica Balabanoff, fautrice degli stretti legami svilup­pa­tisi tra i socialisti italiani e russi impegnati, insieme al PS sviz­zero, nella grande campagna di "guerra alla guerra". Campagna lan­ciata con la Conferenza di Zimmerwald. E culminata nella Rivoluzione d'Ottobre.

domenica 5 novembre 2017

Besostri: "Il Rosatellum 2.0? Un'altra legge truffa incostituzionale"*

 L'intervista a Felice Besostri, di Giacomo Russo Spena, è apparsa sul sito di MicroMega. Il titolo dell'intervista è quello originale.
 
"Col Rosatellum 2.0 stanno partorendo l'ennesima legge elettorale an­ti­costituzionale". Felice Besostri, classe '44, avvocato am­mi­ni­stra­ti­vi­sta, docente di diritto pubblico comparato ed ex Senatore dei Ds, ha proposto ricorsi contro le leggi elettorali adottate per il Parlamento europeo e le regioni Lombardia, Campania, Umbria, Sardegna e Pu­glia. Ma, soprattutto, è stato protagonista dei ricorsi, parzialmente vin­ti, contro il Porcellum e l'Italicum. Ora, da rappresentante del co­or­dinamento degli Avvocati Antitalikum, sta affilando le armi per la prossima battaglia giuridica, quella contro il Rosatellum 2.0. Il pros­simo 12 dicembre la Corte stabilirà l'ammissibilità del ricorso. "Già l'aver chiesto la fiducia rende questa legge incostituzionale, la Con­sulta la riterrà incompatibile coi valori della nostra Carta", afferma.
 
 
Una riunione degli "Avvocati Anti-Italikum"
 
Besostri, il Parlamento ha varato la terza legge elettorale consecutiva che verrà considerata incostituzionale?
    Siamo alla violazione dell'art 54 della Carta, il quale prevede che "i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore". Qui, invece, non c'è limite alla decenza. In nessun altro Paese d'Europa sarebbe consentita una cosa del genere.
    Secondo l'editorialista del Corsera Aldo Cazzullo "lei è diventato un personaggio di culto come distruttore di leggi elettorali". Si riconosce in tale affermazione?
    Oltre ad essere un avvocato, sono un socialista e mi sta a cuore la nostra Costituzione. La gente ha combattuto per ottenere questa Carta ed è giusto difenderla con ogni mezzo.
    Al di là che il Rosatellum è passato con il voto di fiducia, quali sono i punti incostituzionali
    L'aspetto fondamentale è la violazione dell'art 48 della Costituzione che stabilisce che il voto debba essere segreto, libero, uguale e personale. Se tali caratteristiche del voto erano già negate con l'Italicum, ora lo sono negate in maniera persino maggiore.
    Il voto congiunto (tra collegio uninominale e liste per il proporzionale), le liste bloccate e le pluricandidature, sono questi gli altri elementi che vanno a minare i principi costituzionali?
    La prima e più importante ragione di incostituzionalità del Rosatellum 2.0 riguarda la impossibilità di esprimere la preferenza. I cittadini, in base alla nostra Carta,  hanno il diritto di scegliere i loro rappresentanti. Ma non sarà così: due terzi dei parlamentari, deputati e senatori, saranno nominati da capi-partito con liste bloccate. Inoltre, un'altra cosa grave: nel sistema misto, stabilito dal governo, non scorporano gli eletti con i voti presi all'uninominale. In poche parole, i consensi all'uninominale vanno ad incrementare, alterandola, la quota proporzionale.
    Però è stato tolto il premio di maggioranza, considerato incostituzionale dalla Consulta, che invece era previsto con l'Italicum. Non è un buon segno?
    Siamo ad una truffa, il premio di maggioranza c'è ma è nascosto. Il partito che ottiene la maggioranza relativa nei collegi uninominali, otterrà un premio nella parte proporzionale. A differenza dell'Italicum non è quantificabile, però esiste eccome.
    Ci faccia un esempio concreto, per far capire i lettori…
    In base ai sondaggi, il M5S è dato al 25% al proporzionale mentre nel complesso, in Parlamento, dovrebbe avere il 20% degli eletti perdendo così quel 5% di differenza che andrà al partito che otterrà più voti nella parte uninominale. Come lo chiama questo se non premio di maggioranza?
    Per il costituzionalista Gaetano Azzariti questa legge tradisce l'elettore "facendogli credere che si sono costituite delle alleanze mentre i partiti rimangono tra loro separati, tanto è vero che il giorno dopo le elezioni potranno liberamente concordare governi e maggioranze con i partiti di qualsiasi altra parte politica comprese quelle avversarie rispetto al voto espresso". È d'accordo?
    Era così anche prima. È la combinazione tra voto congiunto e liste bloccate che porta questa legge fuori dall'alveo costituzionale. I parlamentari non rappresenteranno, infatti, la Nazione senza vincolo di mandato, come chiede l'art. 67 della Costituzione, ma chi li ha nominati. Praticamente, col Rosatellum 2.0 si decide di sacrificare la giusta rappresentanza con l'obiettivo di una stabilità di governo che non si raggiungerà. Si sacrifica inutilmente la rappresentanza.
    Il presidente Mattarella non dovrebbe firmare la legge?
    Già il fatto d'esser stata approvata col voto di fiducia, dovrebbe spin­gere Mattarella a non firmarla. Tra l'altro, l'unico modo per salvare que­sta legge elettorale consiste nel rimandarla alle Camere con alcune osservazioni. Il Parlamento potrebbe accogliere i suggerimenti di Mat­tarella modificandola sotto alcuni aspetti per renderla costituzionale.
    E se Mattarella la promulgherà?
    Verrà ricordato come il Presidente della Repubblica che ha avallato un'ennesima truffa per gli italiani. Spero vivamente che la legge verrà bocciata dalla Consulta.
    Del Tedeschellum cosa ne pensava?
    Senza l'inserimento del voto disgiunto, era anticostituzionale. Mentre la soglia di sbarramento, se identica sia alla Camera che al Senato, può essere compatibile con la nostra Carta. Nel Porcellum, invece, era prevista la follia di soglie differenti per i due rami del Parlamento.
    In passato Lei si è schierato a favore di un sistema proporzionale. Solo questo è compatibile con la nostra Carta?
    Essendo un difensore della Costituzione, sono favorevole al proporzionale perché i nostri Padri costituenti avevano stabilito la forma parlamentare e questo sistema elettorale. Ma, attenzione, il proporzionale non è il solo legittimo: ho già ribadito più volte, ad esempio, che un sistema maggioritario, sul modello inglese ad esempio, sarebbe totalmente compatibile con la Costituzione.
    Nella sua crociata contro il Rosatellum 2.0, ha avuto rapporti con qualche partito?
    Nell'ultima audizione al Senato sono stato invitato a Palazzo Ma­dama sia dal M5S che da Sinistra Italiana. Per un certo periodo sono stato anche candidato alla Corte Costituzionale in quota M5S, però resto un giurista e mi tengo alla larga dalla politica. I gruppi par­lamentari facciano la loro battaglia contro il Rosatellum ed io la mia.
    Nel caso in cui la Corte non riterrà ammissibile il ricorso, sta pensando ad altri strumenti?
    C'è un altro organo dello Stato a cui appellarsi che è il "popolo sovrano" e capire se c'è o meno conflitto di attribuzione. In base alle recenti sentenze della Corte di Cassazione (8878/2014) e della Consulta (1/2017 e 25/2017), in nuce la giurisprudenza dovrebbe elevare il livello di tutela riconoscendo al popolo sovrano cioè al corpo elettorale di poter sollevare il conflitto di attribuzione. Il diritto, cioè, di votare secondo la Carta. Principio che questa classe politica continua costantemente a violare.   


martedì 31 ottobre 2017

Freschi di stampa, 1917-2017 (22) - Ancora i due duellanti di Russia

Mentre L'ADL del 18 agosto 1917 va in stampa, il movimento operaio internazionale è diviso più che mai. E l'editoriale, a firma di Luigi Rainoni, riassume questa spaccatura nel nome dei due duellanti di San Pietroburgo: Lenin, Kerensky e la sconfitta russa, recita il titolo del­l'ar­ticolo. In esso troviamo un ritratto del futuro fondatore dell'URSS: «Nel 1903 egli si separa dai compagni Martoff e Axelrod e fonda la fra­zione dei così detti “bolscevichi”… Già prima della rivoluzione del 1905 discuteva e preparava l'insurrezione armata. Lo zar gli aveva im­piccato un fratello» (ADL 18.8.1917).

Secondo alcuni critici, fanatizzato dal desiderio di vendetta per il fratello, Lenin è «un tipo a cui manca “la finezza dello spirito latino”». Finezza che Rainoni giudica però alla stregua di «una reminiscenza petrarchesca…, sotto la quale si nasconde quella leggerezza ed evanescenza delle idee democratiche francesi» (ADL 18.8.1917).

La questione delle "libertà borghesi" costituisce già un tema viru­lento nel confronto in atto all'interno del campo rivoluzionario. Ezio Mauro ricorda il vecchio amico di Lenin, Maksim Gor'kij, che già nel giugno 1917 stronca l'ideologia bolscevica: «Pri­ma nelle lettere pri­va­te: "Sono i veri idioti russi. Li disprezzo e li odio ogni giorno di più". Poi in un articolo sul suo giornale…: "Sia Lenin che Trockij non hanno nessuna idea di ciò che significhino la libertà e i diritti dell'uomo"». Gor'kij po­lemizzerà anche con Zinov'ev capo del partito a Pietrogrado accusandolo di “crimini vergognosi”.

Ma ora, due mesi dopo quel giugno 1917, Lenin è di nuovo esule e perseguitato, mentre Kerenskij governa su tutte le Russie, perse­ve­rando in una guerra che violenta il sentimento popolare. Perciò L'ADL, accantonando antiche differenze con il leader bolscevico, lo difende: «Epurato di tutte le artate esagerazioni, il pensiero leniniano nel­l'im­mane sommovimento russo, può riassumersi benissimo nelle ripetute di­chiarazioni di Zineviov: lotta per impedire la contro-rivoluzione…, scioglimento della Duma e del suo Comitato esecutivo, governo esclu­si­vamente socialista, pubblicazione dei trattati segreti, realizzazione del programma socialista» (ADL 18.8.1917).

Qui Rainoni relativizza: «Più che mirare alla effettuazione pre­ci­pitata del socialismo», Lenin intende soprattutto «assicurare il potere indebellabile di quelle forze, che sono per il socialismo». Tutto il po­tere ai Soviet! In realtà, i bolscevichi non dicono quel che dicono in­tendendolo in senso me­ta­forico. Manca loro, per l'appunto, l'esprit de finesse

Poi c'è la vexata quaestio della “pace separata” con la Germania. E L'ADL non ci può ancora credere perché ogni cuore e ogni mente socialista deve volere la “pace universale”. E così persino i "men­sce­vichi" si battono per la cessazione del macello: «Noi domandiamo l'immediata conclusione di un armistizio generale, noi vogliamo la pace» (ADL 18.8.1917).

Questa “chiara valutazione” – che a Pietrogrado è sostenuta “da quattrocentomila lavoratori” – non piace ovviamente alla stampa "guer­raiuola" dell'Intesa. La “Morning Post”, per esempio, dipinge il mo­vimento operaio russo come un'accozzaglia di «agenti pagati dalla Germania», lamenta Rainoni. Per il quale Lenin, il duellante bol­sce­vico, è «l'uomo più chiaro, più risoluto, più ardito, molto su­pe­rio­re a Kerensky». Il cui Governo provvisorio continua a combattere fedele all'Intesa. Nella conduzione degli altri affari di Stato il duellante la­bu­rista però è ondivago. Di lì a qualche giorno batterà in breccia i con­tro-ri­voluzionari, ai quali aveva lasciato fare per un po', ordinerà l'ar­resto degli ufficiali ribelli, libererà i bolscevichi, incarcerati un mese prima.

Ma l'Offensiva Kerenskij è stata un «salto nel buio, una follia», anche e soprattutto sul piano militare: «L'esercito rivoluzionario non può attaccare fintanto che ogni soldato non abbia l'assicurazione ch'egli combatta per la causa della libertà e della rivoluzione. Per conseguenza se l'attività del governo nel dominio della politica estera non abbia tol­to tutti i dubbi relativi agli scopi ed al carattere della guerra, l'attacco non può aver luogo», si leggeva sulla “Isvestia” agli inizi di giugno. L'azione è giudicata “pericolosa” da tutti i social-democratici. Persino la stampa dell'Intesa riporta all'inizio di giugno «che "tutti i giornali socialisti russi continuano a combattere apertamente l'idea di un'of­fensiva". Zernoff critica e sconfessa Kerensky. Il generale Alexieff è costretto dal “Soviet” a dimettersi in seguito ai suoi sfoghi oratori patologici per l'attacco immediato» (ADL 18.8.1917).

Nel corso di quei giorni, tuttavia, «il “Soviet” cade nelle perplessità e inclina alle concessioni», c'informa l'editoriale. E a nulla vale la pro­testa di Lenin al Congresso panrusso contro un'offensiva che in quel momento sarebbe «la continuazione della guerra imperialistica». Ma forse è proprio lo scontro verbale tra Lenin e Kerenskij a spostare l'ago della bilancia. Il duellante bolscevico propone di arrestare centinaia di im­pren­ditori in quanto tali. Il duellante laburista sale sul palco subito dopo per opporsi. E Lenin abbandona platealmente la sala.

In quest'atmosfera altamente drammatica «il “Soviet” scivola il pri­mo passo sulla via dell'offensiva "considerandola una questione pura­men­te strategica"». In seguito, Lenin e i bolscevichi verranno accusati di disfattismo: «Ma Repington, il freddo critico militare inglese, aveva scritto che "l'offensiva non può essere l'effetto di una improvvisazione o di qualche impulso generoso, ma richiede una mi­nuta lunga prepara­zione, una grande disciplina, uno Stato Maggiore allenato, un ordine perfetto nelle retrovie, le comunicazioni as­si­cu­rate"» (ADL 18.8.1917).

Per inciso, il problema delle comunicazioni, cioè la netta superiorità austro-germanica nell'uso di questa tecnica, costerà all'esercito italiano, proprio in questi un secolo fa, lo sfondamento di Caporetto.

La Caporetto di Kerenskij avviene attraverso la Galizia e l'Ucraina causando una ritirata di 240 chilometri: «Il grande e tragico errore è stato commesso, appunto, dall'impulso non generoso, ma folle del Kerensky», osserva Rainoni: «La compagine ministeriale era già scos­sa dalle radici dagli aspri contrasti sulla riforma agraria, sulla procla­ma­zione della repubblica, sull'elezione per la Costituente. Troppo forte fu la spinta del Lenin provocando pubbliche manifestazioni armate du­rante una situazione militare artificiosa e fragile, che doveva essere pri­ma o poi rotta dalle truppe del Kaiser» (ADL 18.8.1917).

E la conclusione è che Kerenskij «è la prova vivente che le idee va­ghe e le esplosioni frasaiuole sono, se riescono a imporsi, una grande rovina per le nazioni rivoluzionarie». Ormai, la rivoluzione russa è quasi perduta. Po­trà salvarsi solo se muterà strategia in senso difen­sivistico. A tale sco­po sarebbe necessaria, però, la formazione di un nuovo governo fon­dato sull'alleanza di tutti i socialisti, dai massima­li­sti ai minimalisti, sostiene Rainoni.

(22. continua)

Freschi di stampa, 1917-2017 (21) - I massimalisti russi

I massimalisti russi è il titolo di un articolo che inizia a centro pagina sull'ADL dell'11 agosto 1917 e va a concludersi nelle tre colonne di spalla. La sigla "a.g." e l'indicazione di provenienza da “Il Grido del popolo di Torino” segnalano che l'autore qui è un ventiseienne di nome Antonio Gramsci.

Non sappiamo se il giovane dirigente socialista sia a co­no­scenza o me­no dell'evoluzione politica in Russia in tutte le sue deter­minanti. Non pare, per esempio, che Gramsci sappia già della fuga di Lenin in Fin­lan­dia o delle determinazioni di Kerenskij circa la con­ti­nuazione della guerra. Certo è che Lenin e Kerenskij, anche per il fu­tu­ro fondatore del PCdI, sono i gran duellanti di Russia, l'uno campione massimalista, l'altro dei socialisti moderati. Quel che emerge dallo scrit­to non è "l'ana­lisi concreta di una si­tua­zione concreta", ma piut­to­sto un ragio­na­mento speculativo, con retro­gusto di sapore neo-idealista.

Aleksandr Kerenskij e i socialisti moderati «sono l'oggi della Rivoluzione, sono i realizzatori di un primo equilibrio sociale», questa la premessa gramsciana. Grazie ai moderati dell'oggi: «la Russia ha avuto però questa fortuna: che ha ignorato il giacobinismo». Nella nuova Russia nata dalla Rivoluzione di Febbraio vige il pluralismo. Perciò si sono formati numerosi gruppi politici «ognuno dei quali è più audace, e non vuole fermarsi, ognuno dei quali crede che il momento definitivo che bisogna raggiungere sia più in là, sia ancora lontano». La lotta va avanti: «tutti vanno avanti perché c'è almeno un gruppo che vuole sempre andare avanti, e lavora nella massa, e suscita sempre nuove energie proletarie, e organizza nuove forze sociali che minac­ciano gli stanchi, che li controllano e si addimostrano capaci di sosti­tuirli, di eliminarli se non si rinnovano... Così la rivoluzione non si ferma, non chiude il suo ciclo» (ADL 11.8.1917).

La constatazione dell'instabilità politica russa assume in Gramsci i contorni di un'ontologia del movimento storico. In esso la Rivoluzione per propria natura intrinseca: «Divora i suoi uomini, sostituisce un gruppo con un altro più audace e per questa instabilità, per questa sua mai raggiunta perfezione è veramente e solamente rivoluzione». In Gramsci la storia stessa sembra procedere in analogia con il lavoro umano e – così come c'è un lavoro “morto” che vediamo imprigionato nel capitale e nei mezzi di produzione e c'è un lavoro “vivo” che ve­diamo sprigionarsi dall'attività operaia – così c'è una storia “morta” dentro la stabilità delle istituzioni, in contrasto con l'azione rivo­lu­zio­naria che è storia viva. Di più, la rivoluzione e “vita” tout court, e anzi: «Tutta la vita è diventata veramente rivoluzionaria: è un'attività sempre attuale, è un continuo scambio, una continua escavazione nel blocco amorfo del popolo» (ADL 11.8.1917).

Con chiaroveggenza divinatoria è evocata l'immagine dell'incendio cosmico, che «si propaga, brucia cuori e cervelli nuovi, ne fa fiaccole ardenti di luce nuova, di nuove fiamme... La rivoluzione procede fino alla completa sua realizzazione». In questo stato nascente vengono suscitate nuove energie e propagate nuo­ve “idee-forze”, sicché gli stadi graduali dell'evoluzionismo sociale possono essere bypassati dal pen­siero vitalistico-rivoluzionario. Esso in via di fatto «nega il tempo come fattore di progresso. Nega che tutte le esperienze intermedie fra la concezione del socialismo e la sua realizzazione debbano avere nel tempo e nello spazio una riprova assoluta e integrale. Queste espe­rien­ze basta che si attuino nel pensiero perché siano superate e si possa procedere oltre» (ADL 11.8.1917).

Ma i massimalisti devono ora entrare in scena come “ultimo anello logico di questo divenire rivoluzionario”. Il punto d'arrivo dell'intero movimento non può abitare nella casa dei riformisti che rappre­sentano solo uno stadio dialettico transitorio. Ma tutto deve approdare infine ai massimalisti che incarnano l'essenza dell'evento e «sono la continuità della rivoluzione, sono il ritorno della rivoluzione: perciò sono la rivoluzione stessa» (ADL 11.8.1917).

Se Kerenskij è la stazione di partenza, quella d'arrivo si chiama dunque Lenin. E il futuro fondatore dell'URSS ha ormai «suscitato energie che più non morranno. Egli e i suoi compagni bolscevichi sono persuasi che sia possibile in ogni momento realizzare il socialismo. Sono nutriti di pensiero marxista. Sono rivoluzionari, non evoluzionisti» (ADL 11.8.1917).

La tempesta vitalistica scompone e ricompone gli «aggregati sociali senza posa e impedisce… il formarsi delle paludi stagnanti, delle mor­te gore». Dopodiché, seconda divinazione di Gramsci, financo «Lenin e i suoi compagni più in vista possono essere travolti nello scatenarsi delle bufere che essi stessi hanno suscitato». Ed è proprio questo il travolgimento che, in effetti, accadrà già a partire dalle prime dure repliche della storia.

E a quel punto Antonio Gramsci, non più ventiseienne in Torino, inizierà a lavorare al nucleo della sua riflessione filosofica più propria, l'idea-forza di una “egemonia culturale” intesa come conditio "so­vra­strut­tu­rale" della rivoluzione proletaria. L'egemonia deve avere luogo anzitutto nella coscienza delle masse. Senza il loro consenso s'in­stau­rerebbe, infatti, soltanto un “dominio” fattizio: un'oppressione vio­lenta, “giacobina”, sostanzialmente instabile.

In questo modo, però, l'idea-forza gramsciana approderà a un luogo molto distante rispetto a quello dell'assalto alle casematte del potere che il “massimalismo” leniniano si appresta a celebrare con la presa del Pa­lazzo d'Inverno. La sua “egemonia culturale” si collocherà semmai nei pressi della teoria della “rivoluzione sociale” che il riformista Tu­rati tratteggerà a Livorno nel gennaio del 1921.

(21. continua)

Prosegue la serie di testi ispirati o ripresi dall'ADL nell'anno delle due rivoluzioni russe che hanno cambiato il mondo. La nostra redazione di allora poté “coprirle” entrambe con materiale di prima mano. Ciò grazie soprattutto ad Angelica Balabanoff, fautrice degli stretti legami svilup­pa­tisi tra i socialisti italiani e russi impegnati, insieme al PS sviz­zero, nella grande campagna di “guerra alla guerra”. Campagna lan­ciata con la Conferenza di Zimmerwald. E culminata nella Rivoluzione d'Ottobre.

Freschi di stampa, 1917-2017 (20) - Notte bianca come non te l'aspetti

L'ADL del 3 agosto 1917 “celebra” il terzo anno di una guerra, scop­piata il 28 luglio 1914, che è già costata almeno dieci milioni di morti. L'Italia è “belligerante” dal maggio 1915, in seguito a un colpo di mano istituzionale. L'ADL del 3 agosto 1917 va in stampa dodici mesi dopo la Sesta battaglia dell'Isonzo (Gorizia) che era iniziata il 4 agosto del 1916 e si era conclusa tre­di­ci giorni dopo, con un bilancio di circa cinquanta mila morti da en­tram­be le parti. Fu uno dei massacri più assurdi che la storia militare ricor­di, la cui memoria risuona nelle note di "Gorizia, tu sei maledetta!", la canzone clandestina che veniva in­tonata sul fronte del macello in quei giorni ( vai al video su YouTube ).

Quando esce L'ADL del 3 agosto 1917 mancano ottantatré giorni all'inizio della Dodicesima batta­glia dell'Isonzo (Caporetto) che provocherà circa tredicimila morti italiani e altrettanti nell'esercito austro-ungarico, oltre che un milione di pro­fughi civili trasferiti dal Friul-Veneto alle altre regioni d'Italia. Lo sfondamento del fronte azzererà ogni pur magro risultato "ir­re­den­tista“ finora comprato dal regio governo ”con alto tributo d'italico sangue".

Dalla Russia rivoluzionaria, intanto, arriva un'altra sorprendente lettera di Angelica Ba­la­banoff. A San Pietroburgo si percepiscono ormai tutte le inevitabili avvisaglie di un'incipiente guerra ci­vi­le: «Più si va avanti, più scarso diventa il numero di cittadini capaci di credere che l’attuale assetto della Russia sia il suo assetto definitivo. In tutti, reazionari e rivoluzionari, è la consapevolezza profonda che così non si può andare avanti, che bisogna cambiare, consolidare», esordisce la Dottoressa Angelica: «Qui la battaglia si combatte su due fronti. Il fronte strategico è lontano dai vostri occhi, ma quello sociale è qui… e nessun atto della tragedia sfugge!» (ADL 3 agosto 1917).

Bisogna cambiare, consolidare: ma che significa? Vuol dire che si deve andare avanti «sulla via delle conquiste, dar loro un contenuto sociale, eliminare sempre più tutto ciò che nelle conquiste rivoluzio­narie v’è stato di accidentale; dare al vero protagonista della rivo­luzione, al proletariato, il posto che la storia gli assegna», spiega la Balabanoff.

Ma un grido «erompe dall’animo del colosso» – ag­giu­nge la dirigente internazionalista. E quel grido «non lo andate a cercare nei “meeting”… nei quali, annunziati da grandi manifesti, esibiscono la loro arte oratoria emissari di paesi alleati che, in una lingua dal popo­lo non compresa, esaltano le barbarie della guerra, e parlano gli spe­cialisti della guerra come Kerensky ed esibiscono la loro arte delle bal­lerine. Ivi non troverete il popolo» (ADL 3 agosto 1917).

Dai ritrovi mondani sciamano le entusiaste signorine di buona fami­glia: «Che angelo il Kerensky! Che simpaticone, e che musica incante­vo­le! Abbiamo speso bene la serata e il denaro dell’ingresso», così si burla di Kerenskij e delle sue “signorine” la veterana del femminismo Balabanoff.

Il popolo, invece, “comizia” in piazza: «Nell’atrio della Duma, nelle grandi officine dove lavorano decine di migliaia di ope­rai, e si ha un bel dare la caccia a Lenine ed ai suoi seguaci: l’anima della nuova Russia si plasma là ove la borghesia vorrebbe che si fab­bricas­sero soltanto merci, armi per la guerra fratricida», è la diagnosi della Dottoressa. E qui anch'essa ci presenta il laburista Kerenskij (nuovo ca­po del Governo provvisorio) e il bolscevico Lenin (di nuovo esule, in Fin­­landia) cime i due punti di riferimento nello scontro in atto, che la­cera il cam­po socialista tra internazionalisti e fautori della lealtà na­zionale.

Il sentire della Piazza ha divorziato dalla sordità del Palazzo. E «s’il­luderebbe chi credesse che in quei comizi improvvisati si facciano dei ragionamenti semplicisti. L’animo russo non si appaga di inter­pre­tazioni superficiali od unilaterali; quel bisogno di approfondire, di com­plicare, magari, che l’Europa occidentale ha scorso, ammirandola o odiando­la, negli scrittori russi si manifesta nelle spontanee radunate del popo­lo» (ADL 3 agosto 1917).

Formalmente, tra i due duellanti della nuova Russia, la Balabanoff si mostra sulle prime fautrice di una terza via equidistante: «Vogliamo pace, terra, libertà; vo­gliamo pane, né pace separata coll’im­pe­rialismo germa­ni­co, né trattati segreti coll’imperialismo dei paesi alleati». Simmetria apparente, però, per­ché: «in nessuno dei paesi martorizzati dalla guer­ra l’avversione ad essa può essere profonda come in Russia». Ed è per questo che, alla fine, «non giovano i bei discorsi del Kerensky, fatti per convincere le si­gnorine della necessità di battersi e di morire sul fron­te lontano», necessità astrat­ta­mente altrui (ADL 3 agosto 1917).

Il Palazzo resta sordo alla voce del popolo, denuncia Angelica, senza lasciarsi sedurre dal potere, nuovo o vecchio che sia. Così, dopo avere frequentato importanti riunioni e congressi, «io cerco di sentire, di ascoltare quella voce. E la colgo anche nei ritrovi quasi esclusi­va­mente femminili, nelle “code”». La vecchia femminista contrappone alle signorine di Kerenskij non tanto, o non subito, i soldati "mar­to­rizzati", quanto le badanti, le casalinghe e le operaie dalle quali l'8 marzo era pur scoccata la scintilla rivoluzionaria. Sono le donne delle “code” che «in piccolo, in forma concentrata rispecchiano la scon­finata pazienza sovraumana di quella maledetta rassegnazione di cui sono dotati i diseredati di tutti i paesi e anzitutto quelli della Russia» (ADL 3 agosto 1917).

«Donne e bambine di tutte le età, ma, naturalmente, non di tutte le classi», stanno in fila ad aspettare un paio di scarpe o un pezzo di pane e intanto «allattano i bambini, ivi pregano, fanno la calza e magari leggono un giornale o un libro», come fosse la situazione «più naturale del mondo» (ADL 3 agosto 1917).

Ma poi c'è che la capitale pullula anche di nuovi paria, gli ultimi degli ultimi: i cinesi! «Persino nell’incredibile disordine e nella sporcizia delle strade russe saltano agli occhi i poveri cinesi! Sem­brano dei cenci fatti di carne ed ossa… Tante volte il vostro piede s’imbatte in essi, raggo­mitolati nelle vicinanze delle stazioni, sulle soglie delle chiese.» Dopo le donne, le vedove della guerra e gli orfani, e persino sotto i soldati mutilati che almeno passano la notte in ospedale, ci sono questi stra­nieri dell'estremo oriente “liberati” dalla santa madre Russia. Qualche giorno prima di scrivere la lettera all'ADL su un tram «un cinese venne trattato con sgarbo, gli si rivolse una di quelle apostrofi colla quale si saluta un ospite sgradito (…). Il cinese non comprende, rimane impacciato, ed allora (…) gli si dà un lieve spintone perché non fa passare il passeggiero. Allora, un vec­chietto, con le stigmate della fatica e della fame in volto, dice: “La­scia­telo in pace, non vedete che in mezzo a noi è un muto?». Ascoltare il popolo, ascoltare le donne, ascoltare i muti… Ascoltare tutti quelli che stanno in coda. «Centinaia di cinesi… fanno parte della schiera dei pazienti e bastonati che aspet­tano il turno nei dintorni dei negozi» (ADL 3 agosto 1917).

E dopo aver detto delle “code” in generale, passiamo ora a quelle notturne: «Già alle dieci, talvolta alle sei del pomeriggio, cominciano a formarsi le cosiddette “code” per l’accesso al negozio di scarpe o di alimentari che si aprirà all’indomani. Donne e uomini, madri di famiglia e donne di servizio si siedono o si coricano alla meglio, si premuniscono, oltre che di pazienza, anche di un “samowar” o di un cuscino, e stanno lì delle serate e delle nottate intere». In effetti, questo tipo di nottate appare lontano dal tipo vita di Palazzo. E la Dottoressa Angelica si domanda fino a quando durerà la pazienza, tanto più che «durante le ore d’involontario ozio, questi secolari schiavi emettono dei giudizi e fanno dei ragionamenti che vi danno la certezza che verrà il momento in cui le porte e i depositi di merce dovranno cedere all’ira popolare» (ADL 3 agosto 1917).

«Butto giù queste poche, disordinate righe, tornando alle due di notte da un comizio tenuto a Crasnoye Sielo in un club di soldati socialisti. È una notte bianca. Potrei fare anche a meno del lume per scrivere», annota Angelica. “Poche e disordinate righe”: come a dire che l'accenno ai soldati è del tutto casuale. Ma poi conclude, et in cauda venenum, con linguaggio solo lie­ve­mente cifrato: «Passo vicino i palazzi della Kcechinsky sul cui tetto sventolano ban­diere rosse: “Comitato Centrale del Partito Socialista Operaio Russo, Organizzazione militare aderente al Partito Socialista Operaio”» (ADL 3 agosto 1917).

“Organizzazione militare aderente”... Notte bianca. Ottobre rosso. Il dado è tratto. Firmato Balabanoff.

(20. continua)

mercoledì 11 ottobre 2017

Freschi di stampa, 1917-2017 (19) - Danton, Robespierre

Prosegue la serie di testi ispirati o ripresi dall'ADL nell'anno delle due rivoluzioni russe che hanno cambiato il mondo. La nostra redazione di allora poté “coprirle” entrambe con materiale di prima mano. Ciò grazie soprattutto ad Angelica Balabanoff, fautrice degli stretti legami svilup­pa­tisi tra i socialisti italiani e russi impegnati, insieme al PS sviz­zero, nella grande campagna di “guerra alla guerra”. Campagna lan­ciata con la Conferenza di Zimmerwald. E culminata nella Rivoluzione d'Ottobre.

L'articolo di spalla in prima sull'ADL del 28 luglio 1917 parla dei due leader emergenti nella nuova Russia. “Su Lenin e Kerensky” è il titolo dell'articolo, firmato I. M. Schweide, che si conclude con queste testuali parole: «Se Lenin è un Robespierre, Kerensky è, piuttosto che Thiers, Danton!».

    Sicché Kerenskij somiglierebbe politicamente al popolare capo dei Cordiglieri nella Francia rivoluzionaria, a Georges Jacques Danton che nel 1792 viene nominato Ministro della Giustizia, nel 1793 eletto primo Presidente del Comitato di salute pubblica, nel 1794 ghigliottinato su pressione del Comitato di salute pubblica.

    I tempi della Russia rivoluzionaria sono più veloci, ma le analogie non mancano: anche Aleksandr Fëdorovič Kerenskij inizia la carriera ministeriale nel Governo Provvisorio (marzo 1917) e, al momento in cui appare l'articolo di cui parliamo (luglio 1917), presiede il Governo Provvisorio. Gli manca, dunque, “solo” di subire un'esecuzione capitale su pressione del Governo Provvisorio. Ma a quella sfuggirà per un palmo (novembre 1917), riparando in Francia.

    Se già Kerenskij inizia, dunque, ad assomigliare al suo Danton, egli non può, però, essere in alcun modo accostato a un Adolphe Thiers.

    Chi è costui? Esponente monarchico fino al 1840, Thiers viene nominato quell'anno Primo Ministro di Francia, ma si dimette per divergenze con Luigi Filippo e muta convinzioni nel senso di un repubblicanesimo li­beral-conservatore.

    Luigi Filippo abdica nel 1848, e nasce la Seconda Repubblica Francese, alla cui presidenza viene eletto Luigi Napoleone Bo­na­par­te, che Thiers dapprima sostiene. Poi inizia a osteggiarlo, quando nel 1852 quello, tramite un colpo di Stato, trasforma la Seconda repubblica in Secondo impero, di cui Luigi Bonaparte si pone a capo con il nome di Napoleone III. Il piano inclinato del potere lo condurrà alla guerra Franco-Prussiana e al disastro.

    Dopo la disfatta di Sedan, la caduta dell'imperatore e la nascita della Terza Repubblica Francese, Thiers assume la guida delle trattative con la Prussia. Il 17 febbraio 1871 viene eletto alla presidenza del governo provvisorio e trasferisce il Parlamento nella reggia di Versailles. Questo sfregio simbolico insieme alle condizioni antipopolari della pa­ce stipulata con Bismarck provocano un forte rigetto generale, sicché il 18 marzo la capitale francese insorge fondando la Comune di Parigi.

Parigi 1871 – La barricata di boulevard Voltaire

Prima esperienza storica di governo socialista, la Comune adotta come proprio simbolo la Bandiera Rossa, secondo il colore del bonnet rouge giacobino. Ma di rosso si tingeranno a breve anche le strade della Ville Lumière, e persino le acque della Senna, perché la Comune di Parigi verrà letteralmente schiacciata nel sangue.

    L'assedio della città si conclude il 28 maggio 1871 e nella sola prigione della Roquette vengono uccisi 1'900 comunardi. Altri 400 vengono gettati in un pozzo del Cimitero di Bercy. L'azione repressiva del Governo Thiers comporta, nel giro di pochi giorni, un numero di vittime che gli storici stimano in decine di migliaia. Durante la “settimana di sangue” (21-28 maggio 1871) si consuma il più sanguinoso massacro della storia della Francia, ancor più sanguinario della Strage degli Ugonotti del 1572, e più tragico persino di tutto il Terrore rivoluzionario nel biennio 1793-1794.

    Tutto questo si replicherà in Russia. E verrà anche di peggio. Ma lo si può già vedere nei segni dei tempi? Certo è che nel social-rivolu­zio­nario russo Ke­ren­skij non si nasconde un macellaio “liberale” come Thiers. Eppure nella coscienza pacifista di Schweide: «I fratelli hanno ucciso i fratelli: / Questa orrenda novella vi do». Nei versi tratti dall'ode manzoniana sulla Battaglia di Maclodio Schweide ci fa balenare il protagonista vero della vicenda russa a venire: la disumanità “fraterna”. Perché «questa “novella” sarà tragica realtà finché… battaglia contro battaglia, guerra contro guerra, forza contro forza, vita contro vita… saranno insomma la ragion suprema di ogni partito, di ogni classe sociale, tendente alla conquista di nuove forme di progresso umano» (ADL 27.7.1917).

    I fratelli, prosegue Schweide, continueranno, a uccidere i fratelli «in nome della guerra… in nome della pace… la pace come la guerra, per affermarsi, per vincersi, per sovrapporsi». E ciò ricorrendo al mede­si­mo mezzo: «l'uccisione; al medesimo fine: il trionfo dei propri inte­res­si morali e materiali a danno degli altri interessi» (ADL 28.7.1917).

    Kerenskij e Lenin – provenienti entrambi dalla piccola nobiltà di Sim­­birsk, concittadini, l'uno al Gover­no, l'altro di nuovo in esilio – sem­­bra­no prigionieri di un solo de­stino: «Citiamo questi due nomi perché essi, al disopra ed all'infuori delle proprie persone, incarnano due fonti correnti d'opinioni».

    Lenin «ha vinto la partita, a danno della propria organizzazione, momen­ta­nea­mente indebolita e perseguitata ed isola­ta». Kerenskij, invece, è cir­condato dalla «solidarietà nazionale gene­ra­le e da quella particolare del Soviet», e ha appena dato il suo consenso «per una politica dittatoriale, bi­smarkiana, in senso russo», chiosa Schweide.

    Lenin «non si attendeva però che Ke­ren­sky espropriasse il suo prin­ci­pio», consistente nella «espropriazione dello stato da parte degli organi dei “Soviet” anche a costo di dominare colla dittatura» (ADL 28.7.1917).

A Kerenskij sembra arridere la vittoria, ma la sua posizione, in real­tà, è debolissima, perché egli continua una guerra odiata dal popolo russo. E però «una debolezza non meno grave è stata da parte di Lenin nel credersi troppo forte»: uomo d'indomabile forza rivoluzionaria, ma pare come «acciecato da questo esclusivismo parziale e talvolta settario – nel sen­so buono della parola, si capisce», che lo induce a «forme di lotta spro­porzionata alle forze delle masse lavoratrici di cui egli può disporre» (ADL 28.7.1917).

    Lenin è stato «il primo a seminare il verbo zimmerwaldiano, in­ter­na­zionalista» in Russia, egli è capace di fare «germogliare il seme della pace generale, so­ciale, internazionale», si legge. Lenin ha tanto patito, non come certi da­me­ri­ni. Lui «non ha mai dato un colpo senza attirare sulle proprie spalle il contraccolpo». E qui anche Schweide gli assesta un altro bel colpo: «Il suo maggior merito è quello delle operazioni chirurgiche in seno al partito, alle organizzazioni proletarie: scissioni, scissioni e scissioni».

    Scissioni che “indirettamente e senza volerlo” hanno favorito gli avversari: «E nell'archivio… della spiocrazia russa, sono stati scoperti dei docu­men­ti in cui funzionari di polizia rilevavano i benefici che reca allo zarismo la politica secessionistica dei leninisti» (ADL 28.7.1917).

    Ma Vladimir Uljanov è di “una purezza illimitata”, ha un passato doloroso e integerrimo: «Quando il fratello… fu impiccato dallo za­ri­smo, egli giurò di vendicare con ogni mezzo lecito il sangue fraterno. Giurò morte allo zarismo. Lottò, congiurò, soffrì senza posare mai le armi. Avrà sbagliato ed ha sbagliato molte volte nella sua tattica. E sono soltanto le ragioni tattiche che ci dividono da lui e che da lui han sempre diviso l'“Avvenire” ed i socialisti italiani» (ADL 28.7.1917).

   In questo andamento ondivago del suo dire sospeso, Schweide plana ora sul momento allora attuale, il momento in cui Lenin è di nuovo fug­gia­sco, in esilio, e «sopra di lui si sono riversate le ire di tutti gli imperialisti», sicché dunque «noi diamo tutta la solidarietà a questo audace campione del proletariato russo» (ADL 28.7.1917).

    Quanto, invece, a Kerenskij, egli è «un laburista con tinta sociale che, per conservare in piedi il nuovo regime, ritiene necessaria la col­laborazione della borghesia col proletariato. È partigiano dell'of­fen­si­va per valorizzare le forze del militarismo rivoluzionario – come lui af­fer­ma... È anti-annessionista e guerraiolo, perché non vede la possibilità di fare altrimenti» (ADL 28.7.1917).

    L'uno ha tanto sofferto, ma sta per assumere il ruolo di Robespierre, l'Incorruptible. L'altro è un po' realista e un po' “guerraiolo”, ma gentile e raffinato: gli si addica la parte di Danton.

    Ecco qua: due destini, nel gran valzer che la Storia Universale va danzando a San Pietroburgo nel 1917, sono assegnati.

(19. continua)

martedì 3 ottobre 2017

Freschi di stampa, 1917-2017 (18) - All’estero si diffida di noi!

Prosegue la serie di testi ispirati o ripresi dall'ADL nell’anno delle due rivoluzioni russe che hanno cambiato il mondo. La nostra redazione di allora poté “coprirle” entrambe con materiale di prima mano. Ciò grazie soprattutto ad Angelica Balabanoff, fautrice degli stretti legami svilup­pa­tisi tra i socialisti italiani e russi impegnati, insieme al PS sviz­zero, nella grande campagna di “guerra alla guerra”. Campagna lan­ciata con la Conferenza di Zimmerwald. E culminata nella Rivoluzione d'Ottobre.

Il fondo in prima sull’ADL del 21 luglio 1917 riferisce di un viaggio intrapreso dall’on. Labriola “attraverso alla Francia, Inghilterra, Norvegia, Svezia e Russia e viceversa”. L’on. Arturo Labriola (1873-1959) – da non confondersi con il filosofo Antonio Labriola (1843-1904), del quale la Angelica Balabanoff era stata allieva a Roma nei primissimi anni del Novecento – aveva assunto in quegli anni una posizione interventista e social-patriota, dopo una lunga fase di impegno politico nelle fila del socialismo rivoluzionario. E, in tale veste interventista l’on. Labriola aveva intrapreso il suo viaggio nei paesi dell’Intesa, rientrando dal quale, così riferisce l’ADL, egli aveva deciso di affidare «ai giornalisti italiani le sue impressioni, in questa pillola concentrata: “All’estero si diffida di noi, e si accusa l’Italia di esplicare una politica imperialistica» (ADL 21.7.1917).

Ironia della storia, l’Arturo Labriola che nel 1917 attacca l'imperialismo italiano, e che dopo l’avvento del fascismo va esule a Parigi, si riavvicinerà poi al regime nel 1935, aderendo entusiasticamente alla conquista coloniale dell’Etiopia: «Mi permetta di assicurare Vostra Eccellenza dei miei sentimenti di piena solidarietà», scrive al duce. E, rientrato in Italia, diviene collaboratore de La Verità, rivista politica di Bombacci, finanziata dal Ministero della cultura popolare.

Nicola Bombacci è una incredibile maschera tragica del Novecento demagogico italiano. Per pochi mesi, durante il “biennio rosso” (1919-1920), è segretario nazionale del PSI, un anno più tardi a Livorno passa al Partito comunista d'Italia, incolonnato nell’ala "destra” di Francesco Misiano. Si oppone al fascismo fino al 1926, quando la sua casa di Roma viene devastata dalle squadracce e lui, per mutata convinzione, si avvicina al regime. Di lì in poi, all’insegna dell’opposizione “proletaria” contro la “plutocrazia” occidentale, finirà per identificarsi totalmente con il regime mussoliniano, che per lui è il vero socialismo. Nel 1944 giungerà a magnificare il fascismo di Salò in un opuscolo edito a Venezia con il titolo: “Questo è il comunismo”.

Finirà appeso a testa in giù, a Piazzale Loreto, il 29 aprile del 1945, insieme al duce, alla Petacci, a Pavolini e a Starace in uno dei più orribilmente spettacolari apici di brutalità politica nazionale.

Sei settimane prima, il 15 marzo 1945, in un discorso rivolto alle camicie nere genovesi, Bombacci esclamava: «Compa­gni! Guardatemi in faccia, compagni! Voi ora vi chiederete se io sia lo stesso agitatore socialista, il fondatore del Partito comunista, l'amico di Lenin che sono stato un tempo. Sissignori, sono sempre lo stesso! Io non ho mai rinnegato gli ideali per i quali ho lottato e per i quali lotterò sempre. Ero accanto a Lenin nei giorni radiosi della rivoluzione, credevo che il bolscevismo fosse all'avanguardia del trionfo operaio, ma poi mi sono accorto dell'inganno.»

Ma torniamo ad Arturo Labriola, le cui affinità con la “sinistra fascista” di Bombacci iniziano nel 1935 e cessano il 25 luglio del 1943, con l’arresto di Mussolini. Labriola non seguirà il direttore de La Verità nel protettorato hitleriano di Salò. E dopo la Liberazione, all’elezione della Costituente lo ritroveremo schierato sulle posizioni lib-lab dell’Alleanza Democratica della Libertà.

Ma l’epoca di cui parliamo risale a trent’anni prima di tutto ciò, siamo nel 1917. E l’ADL riferisce che Labriola ha scoperto come: «l’Italia, al rimorchio dell’Intesa, più delle altre potenze alleate, ha addimostrato con una politica malaccorta, l’appetito dell’imperialismo, oltre ogni misura. L’Italia, entrata in guerra per un “sacro egoismo” che voleva apparire solo irredentista, ha svelato col protettorato sull’Albania, con le pretese su tutta la Dalmazia, sull’Asia Minore, sulle sponde del Mar Rosso, di contro a Massaua, un “sacro egoismo” ch’è prevalentemente imperialista e del colorito irredentista si serve soltanto per uso di comodo» (ADL 21.7.1917).

In effetti, l’Albania, la Dalmazia, la Libia e il Dodecaneso costituiscono un capitolo molto speciale, poco noto, delle azioni belliche della “grande proletaria”, entrata in guerra, a parole, per la santa causa di Trento e Trieste oltre che, naturalmente, per soccorrere il “Belgio massacrato” e la “Francia aggredita” dagli Imperi Centrali.

E però, commenta l’ADL, l’Italia «non ha mandato un fantoccio a Lovain, né un bersagliere a Verdun: ne ha inviati a centinaia invece in Albania, nell’Epiro, nelle isole greche», sicché la nazione italiana – mentre «la Russia rivoluzionaria rinuncia a Costantinopoli» – fa la figura della “pezzente del ieri” e della “parvenue dell’oggi” arrivando al «concerto degli alleati, satura di smodati appetiti ed avida di afferrare a destra e a manca pegni, protettorati e domini» (ADL 21.7.1917).

Di qui si può ben vedere come l’“imperialismo straccione” italiano (Lenin) non possa preludere che alla “vittoria mutilata” (D’Annunzio) e a tutte le tonnellate di retorica protofascista e fascista che ne seguiranno.

Ma siamo all’inizio dell’estate del 1917 e la Dottoressa Angelica è appena arrivata a Stoccolma da San Pietroburgo per assumere al più presto il lavoro nella “Commissione Internazionale”. Scrive ai compagni italiani assicurandoli di non avere mai compiuto, durante tutta la sua permanenza nella nuova Russia repubblicana, alcun passo politico a nome del PSI, della cui Direzione nazionale ella fa parte: «A nome del Partito Socialista Italiano ho fatto una cosa sola» – puntualizza la Balabanoff: «Ho portato una corona alle vittime ed ai martiri della rivoluzione.» (ADL 21.7.1917).

L’Internazionale, scrive Angelica, ha deciso di convocare «la terza Conferenza di Zimmerwald… e ciò principalmente perché i Zimmerwaldiani potessero decidere collettivamente se e con quale programma» essi intendano prendere parte al Congresso del Soviet.

Ma, inaspettatamente, apprendiamo che proprio intorno al Congresso del Soviet emergono virulente divisioni all’interno degli internazionalisti. Alcuni partiti aderenti al movimento pacifista di Zimmerwald intendono, infatti, partecipare comunque ai lavori, mentre altri non solo «non andranno al Congresso [del Soviet], ma minacciano di uscire dall’organizzazione Zimmerwaldiana, qualora la maggioranza dei partiti aderenti decidesse di intervenire» (ADL 21.7.1917).

Per spiegare questo anti-sovietismo ante litteram degli Internazionalisti, un atteggiamento che «meraviglierà alquanto i nostri compagni all’estero», la Dottoressa Angelica parla di una “aureola discussa”, in quanto molti socialisti di tutti Paesi sono assai divisi intorno alla tattica del Soviet: «L’opposizione viene fatta non solo dai Leninisti, non solo da Trotzky, bensì anche da una parte di coloro che fino a ieri erano correligionari e amici intimi… dei “Menscheviki”». Senza contare che «taluni atteggiamenti del Governo provvisorio russo in materia di politica estera ed interna avranno dato a pensare anche a coloro che considerano le vicende russe da lontano» (ADL 21.7.1917).

In altre parole, Angelica Balabanoff ci sta dicendo che “una buona parte degli Zimmerwaldiani” non intende partecipare al Congresso del Soviet russo perché in esso sembra prevalere una maggioranza fa­vo­revole alla continuazione della guerra. Sembra incredibile, a tre mesi dall'Ottobre rosso ("Tutto il potere ai Soviet!"), ma questa è la situazione. Per adesso.

 

(18. continua)

Votare a 18 anni per il Senato.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

I 945 parlamentari di questa legislatura sono ancora in tempo a fare la più grande riforma elettorale con il più piccolo intervento: scri­ven­do “diciottesimo” invece di “venticinquesimo” nell’articolo 58 della costituzione.

di Marco Morosini

“I senatori sono eletti a suffragio universale e diretto dagli elettori che hanno superato il venticinquesimo anno di età.” Ancora oggi, dopo 70 anni di Repubblica, i pieni diritti elettorali sono negati in Italia a quat­tro milioni e mezzo di cittadini, quelli che, hanno tra i 18 e i 24 anni di età e che non possono eleggere i senatori. L’Italia è quindi l’unico Paese al mondo nel quale solo la parte più anziana della popolazione elegge metà del Parlamento e quindi determina il Governo (che non può essere in carica senza la fiducia del Senato). Quasi ovunque nel mondo, invece, si eleggono i parlamenti da quando si compiono 18 anni. Inoltre in 11 Paesi 300 milioni di cittadini votano già dall’età di 16 o 17 anni, mentre in 16 Paesi si vota dai 19, 20 o 21 anni.

Lo sbarramento del “venticinquesimo anno” è ingiusto, diseducativo e dannoso. È ingiusto perché nega i pieni diritti civili proprio a quei milioni di giovani che più patiscono le conseguenze di un sistema politico e economico dominato dagli anziani. È diseducativo perché diminuisce proprio nei giovani la fiducia nel parlamentarismo e la partecipazione politica. Infine la soglia del “venticinquesimo anno” è dannosa perché contribuisce alla instabilità politica. L’Italia, infatti, è il Paese europeo con il più forte “voto generazionale”, ovvero con preferenze elettorali molto diverse secondo l’età degli elettori. Insistere a far eleggere Camera e Senato da due corpi elettorali in parte diversi rende più probabili maggioranze politiche diverse nei due rami del Parlamento. In tal caso è difficile o impossibile formare un governo, la formulazione e approvazione delle leggi diventano più lente e a volte impossibili, alcune proposte di legge vanno avanti e indietro tra le due camere, e tutto il lavoro è volte gettato via perché la legislatura finisce. Inoltre la precarietà dei governi con maggioranze risicate aumenta, e con essa anche il prezzo politico e quello “commerciale” dei parlamentari disposti a cambiare partito, attirando in Parlamento più persone senza scrupoli.

Certo, dare i pieni diritti elettorali ai diciottenni non basta a curare questi mali. Eppure, se su di essi la riforma del “diciottesimo anno” avesse qualche effetto, ne varrebbe sicuramente la pena, visto che si tratta di cambiare una sola parola nella Costituzione. Ciò richiede una procedura speciale e più lunga, che però è ancora praticabile prima delle elezioni, se avviata subito. La maggioranza necessaria è di due terzi. Ma quale partito avrebbe il coraggio di negare il diritto di voto per il Senato a quei quattro milioni e mezzo di giovani dei quali cerca il voto per la Camera? E il primo partito che in Parlamento, nei media e nei talk-show televisivi si facesse paladino del pieno diritto di voto a 18 anni, non guadagnerebbe simpatia tra gli elettori più giovani?

L’anacronismo del “venticinquesimo anno” è insieme effetto e parziale causa del dominio degli anziani nel nostro Paese. L’Italia spicca infatti nelle classifiche internazionali come il secondo Paese al mondo per percentuale di anziani e come la più radicata gerontocrazia tra i Paesi industrializzati. Con un'età media di 59 anni gli uomini di potere italiani sono i più vecchi d’Europa. L'età media dei banchieri e dei vescovi è 67 anni e quella dei professori universitari 63, rileva uno studio dell'Università della Calabria. 79 e 69 anni è l’età dei due politici extraparlamentari che dominano ancora due delle maggiori forze politiche, il centrodestra e il Movimento cinque stelle. L’Italia è ventisettesima su 29 (ora 35) Paesi dell’Ocse nell’ultimo “Indice di giustizia generazionale” di Pieter Vanhuysse del European Centre for Social Welfare Policy. L’indice consta di quatto indicatori: debito pubblico nazionale pro capite dei minorenni, povertà infantile, rapporto tra la spesa sociale pro capite per gli anziani e quella per il resto della popolazione, impronta ecologica pro capite.

L’Italia è un caso estremo di una tendenza generale. In quasi tutti i Paesi dell'Ocse, infatti, il potere e la prosperità degli anziani crescono a scapito dei giovani. Dal 1990 al 2005, l'età mediana dell'elettore in questi stessi Paesi è cresciuta tre volte più velocemente che nei trent'anni precedenti. Nei Paesi più ricchi una percentuale sempre maggiore di anziani e una loro maggiore partecipazione al voto, rispetto ai giovani, causano uno squilibrio politico generazionale. Per controbilanciare questa tendenza, e quella mondiale dei giovani a votare sempre di meno, in molte nazioni si moltiplicano le iniziative per dare i pieni diritti elettorali a partire dai 16 anni. Buoni argomenti per questa riforma sono esposti per esempio da Tommy Peto, dell’Università di Oxford, dal settimanale The Economist, e dal giornale britannico The Guardian. Il voto ai sedicenni è però un tema controverso. Per questo è curioso che il Movimento cinque stelle, il partito italiano più giovane, con i deputati più giovani, e il più votato dai giovani, abbia espresso solo quest’anno una generica posizione per il diritto di voto a 16 anni, mentre in quattro anni i suoi 160 eletti non hanno fatto nulla di efficace in Parlamento e nei media per una riforma meno controversa e più semplice: il voto a 18 anni per il Senato.

Gli italiani anziani sono in proporzione più numerosi e hanno più potere, occupazione, reddito, patrimonio e privilegi dei più giovani. Per questo molti giovani si sentono sempre più esclusi dal tessuto sociale e dalla partecipazione politica. In Italia la disoccupazione e l’emigrazione giovanile sono tra le più alte nei Paesi industrializzati. Ogni anno decine di migliaia di giovani, spesso laureati o dottorati, si trasferiscono all’estero. Ma proprio costoro non hanno diritto di eleggere tutti i legislatori né di contribuire a determinare i governi che potrebbero cercare di rimediare. È per questo che, promossa da Oliviero Toscani, Elda Lanza, Vitaliano Damioli, Wolfgang Gründiger , oltre che da chi scrive (la nostra età media è 73 anni), è in corso la petizione “Voto a 18 anni per il Senato” , indirizzata alle massime autorità della Repubblica e ai Parlamentari.

Il lungo e umiliante mercanteggiare sulle “grandi riforme” elettorali non ha prodotto niente di buono. Inoltre ha gettato discredito sul parlamentarismo, convincendo molti che ogni nuova proposta di riforma volesse solo favorire l’uno o l’altro partito. Se gli attuali parlamentari attuassero una “piccola riforma” dalle grandi conseguenze, che va davvero a beneficio di tutti i cittadini, forse riguadagnerebbero un po’ della loro stima. Prima della fine della legislatura si può e si deve finalmente dare i pieni diritti elettorali a tutti i cittadini che abbiano compiuto diciotto anni.