lunedì 22 maggio 2017

Freschi di stampa, 1917-2017 (9) - Tic-tac, tic-tac

Prosegue la serie di testi ispirati o ripresi dall'ADL nell'anno delle due rivoluzioni russe che hanno cambiato il mondo. La nostra redazione di allora poté “coprirle” entrambe con materiale di prima mano. Ciò grazie soprattutto ad Angelica Balabanoff, fautrice degli stretti legami svilup­pa­tisi tra i socialisti italiani e russi impegnati, insieme al PS sviz­zero, nella grande campagna di “guerra alla guerra”. Campagna lan­ciata con la Conferenza di Zimmerwald. E culminata nella Rivoluzione d'Ottobre.

Sulla prima pagina dell’ADL in uscita il 5 maggio del 1917 continuano a campeggiare titolazioni “internazionaliste” inneggianti, cioè, alla pace tra gli oppressi e alla solidarietà di classe.

Il titolo a tutta pagina esordisce con un cubitale “Pasqua dei lavoratori”, e nel catenaccio c'è la parola d’ordine: “Internazionalismo in azione – In tutti i paesi, in tutte le favelle i lavoratori chiedono: Pane, pace, libertà”.

Questa parola d'ordine riassume il sentimento ormai prevalente emerso dalle manifestazioni del Primo Maggio, cui allude la “Pasqua”. Parola che s’intende non in modo generico come festa grande del movimento operaio, ma anche come vera e propria resurrezione.

Dopo le complicità belliche che avevano portato la socialdemocrazia europea a divedersi per votare i crediti di guerra mettendo la “nazione” davanti alla “classe”, la rivoluzione in Russia riporta l’interna­zio­na­li­smo nelle piazze come forza politicamente e culturalmente egemone:

«Ai compagni operai di tutta Europa ancora sotto il martellare della morte e della fame e dello sfruttamento più iniquo”, si legge a conclusione dell’editoriale, “il nostro plauso e il nostro incitamento. Come nella giornata del Primo Maggio 1917 la parola culminante fu in tutti i nostri comizi operai di Europa e di America l’“Abbasso la guerra” e l’“Evviva la rivoluzione”, così per l’oggi e per il domani… la parola d’ordine sia “abbasso la guerra, evviva la rivoluzione sociale!”».

Lenin, ormai rientrato a San Pietroburgo, ha pubblicato sulla “Pravda” del 20.4.1917 le sue dieci Tesi d’Aprile nelle quali invita l’esercito alla fraternizzazione con il cosiddetto “nemico” e dichiara che – dopo questa prima fase “borghese” della rivoluzione – i bol­sce­vichi devono prepararsi a una “seconda fase”, cioè alla “rivo­luzione proletaria”. Che porterà al controllo dell’economia e della società sotto l’egida dei Soviet. I bolscevichi cambieranno nome al loro partito, che non sarà più “socialdemocratico”, ma d'ora in poi “comunista”, e che costituirà il nucleo di una nuova “Internazionale”.

Queste posizioni non coincidono affatto con il programma della sinistra socialista e internazionalista d’Europa, la quale punta semmai a una pacificazione bilanciata (“senza annessioni e senza riparazioni”), all’instaurazione di democrazie ovunque possibile e a un programma rivoluzionario sì, ma in senso “sociale”. Perché – per ora lo si nota poco, ma con il tempo lo si vedrà meglio – c’è una bella differenza tra la “rivoluzione proletaria” con la quale i comunisti intendono rovesciare il “governo borghese” in Russia e il programma di riforme radicali che i socialisti di sinistra intendono portare avanti nel primo dopoguerra. Questo programma è la “rivoluzione sociale” di cui parlerà il riformista Turati quattro anni più tardi nei suoi celebri discorsi al Congresso di Livorno.

Angelica si riconosce sostanzialmente nelle posizioni “socialrivoluzionarie” e non certo in quelle leniniane, che rimangono per ora decisamente minoritarie anche all'interno della stessa frazione bolscevica in Russia e che mai avrebbero potuto conquistare la maggioranza, se il governo provvisorio e soprattutto Kerenskij non avessero imboccato con tanto disastrosa determinazione la prosecuzione della guerra.

Sono questi primi giorni quelli in cui Kerenskij compie il suo errore politico più grave, incontrando la delegazione dei socialisti francesi ai quali assicura il suo appoggio, nel Governo e nel Soviet, sulla linea di continuazione delle operazioni militari. E c’è un filo diretto che lega gli abbracci tra Kerenskij e i compagni francesi alla sua fuga dal Palazzo d’Inverno nelle prime ore del 9 novembre 1917 (25 ottobre 1917).

Ma ormai “l’orologio della storia mondiale” ha iniziato a battere forte: “Tic-tac, tic-tac”, recita il titolo dell'articolo di spalla, firmato con lo pseudonimo “arrisan”, dietro al quale si cela verosimilmente Angelica:

«Tic, tac, tic, tac… e l’ora è suonata. Suonò l’ora della rivoluzione russa, come suonò quella della guerra, come suonerà l’ora della rivoluzione europea, l’ora della pace.

Tic, tac, tic, tac, batte imperturbabile l’orologio della storia, preannunciando giorni di interesse universale.

Il tic tac dell’orologio pietrogradese risuona nella capitale germanica. Ed il signor Filippo Sccheidemann misura il suo tempo traverso l’orologio del Palazzo imperiale di Berlino: egli si è accorto che mentre per i Romanoff erano suonate le ore 12, per gli Hohenzollern l’orologio segnava le 11.55.

Ecco perché questo aborto di Giulio Cesare parlamentare esclamò preoccupato al Reichstag prussiano: “Signori, mancano cinque minuti alle ore dodici”.

Cinque minuti di vita concesse il medico Scheidemann al suo malato Guglielmo II!

(…) Il tic tac dell’orologio pietroburghese ha disturbato anche il sonno degli ospiti di Schönbrunn. E il neo-Kaiser di Vienna, parlando collo scrittore svedese Björn Björusen, ha confessato di trovarsi in una situazione difficilissima. Questo giovane e inesperto Carlo I (il primo e l’ultimo forse) disse di avere un vasto programma…

Siamo cioè verso il crollo di un’altra dinastia. Andiamo incontro ad un’altra rivoluzione, che darà forza e vita ad una rivoluzione europea. Ed allora verrà anche la pace sociale, la nostra pace.» (ADL 5.5.1917).

Sul breve periodo quasi tutto si svolgerà come previsto, fatta eccezione per… la Rivoluzione d’Ottobre. Di lì a 18 mesi cadrà il Kaiser a Berlino, e subito dopo il Kaiser a Vienna. Ma la pace non verrà affatto. Tra il 1917 e il 1918 si conclude solo la prima puntata, puntata terribile, ma quella meno terribile, del sanguinosissimo suicidio europeo. Segue un inquieto armistizio lungo diciotto anni. Prossimo appuntamento: Spagna 1936. Poi nel 1939 Hitler darà inizio al più grande conflitto armato della storia e verrà sconfitto in forza del prevalente tributo di sangue versato dal popolo russo.

Nel 1945 il mondo ne uscirà completamente cambiato sotto il profilo geo-politico: la maggior parte dell’umanità – dal mar Adriatico al mar del Giappone, dalla Jugoslavia alla Cina – si ritroverà socialmente congelata oltre una cortina di ferro dentro regimi illiberali d’ascendenza sovietica.

E sarà soprattutto il soft power della socialdemocrazia europea e della liberaldemocrazia americana a motivare i popoli dell’Est verso un superamento della glaciazione comunista.

Peccato che, dopo quei “trent’anni gloriosi”, abbattuto il Muro di Berlino e caduta l’Urss, il capitalismo globale si sia scatenato di nuovo, come prima e più di prima. Tic, tac, tic, tac. 9. continua

Mal comune a sinistra gaudio massimo per la destra

di Felice Besostri

Nella NRW, bastione della SPD, che ha detenuto la guida del Governo del Land dal 1970 al 2005 una vittoria della CDU e dei Liberali non corrisponde tuttavia alla vittoria di Guazzaloca a Bologna o come avere un democristiano Sindaco di Reggio Emilia o Presidente della Provincia di Firenze prima della formazione del PD. Nel 1980 la SPD conquista per la prima volta la maggioranza assoluta con il 48,44% dei voti, che consolida nel 1985 con il 52,14% e nel 1990, ma già nel 1995 pur con un rispettabile 46,02% perde la maggioranza assoluta dei seggi grazie ai Verdi con i quali governa, come aveva governato con il Liberali della FDP, quando la CDU era il primo partito.

La CDU vince nel Land nel 2005-2010, ma la sinistra vince le elezioni del 2010 con il 56,24%, grazie alla Linke che entra nel Landtag con il 5,61%, Il NRW sembrava tornato al 1947 quando SPD (31,97%) e KPD (13,97%) avevano quasi il 46%, ma il governo di minoranza SPD-Verdi cade anche per il voto contrario della Linke. Alle elezioni anticipate, merce rarissima in Germania, del 2012 la Linke paga la caduta del governo rosso verde ed esce dal Landtag , dove aveva 11 consiglieri, con un misero 2,49% anche per il successo dei Pirati, che entrano nel Landtag con il 7,82%, una percentuale superiore a quella attuale della AfG (Alleanza per la Germania).

Il panorama politico delle Regioni italiane è veramente monotono, se paragonato ai governi dei Länder tedeschi: 5 sono SPD-Verdi(GR), 2 CDU-SPD, 1 CDU-SPD-GR, 1 votanti SPD-FDP-GR, 1 LINKE-SPD-CDU, 1 GR-CSU, 1 CDU-GR, 1 SPD-LINKE, 1 LINKE-SPD-GR, 1CSU e ora un CDU-FDP dopo la NRW. Il giudizio degli elettori è influenzato dalla capacità di governo del Land, Hannelore Kraft ha scelto di mettersi in gioco da sola: Schulz non ha fatto una manifestazione elettorale in NRW, mentre il suo avversario CDU ha invitato Merkel, molte volte, 9 se mi ricordo bene. Quindi il risultato delle elezioni del Landtag sono una seria sconfitta per Schulz, ma non di Schulz. Il governo rosso verde uscente ha pagato un'impopolare politica scolastica di responsabilità dei Verdi, ma anche il capodanno tragico di Colonia, con stranieri anche Asylanten (richiedenti asilo) come protagoniste e donne come vittime. La Linke è stata un'opposizione ferma della Kraft, e un piccolo beneficio lo ha tratto +2,45%, ma resta sotto soglia. Chi parla di vittoria deve dimenticare che la SPD ha perduto il 7,9% e i Verdi il 4,9%, quindi una perdita a due cifre intere – 12,8%, il trasferimento a sinistra è stato minimo.

Altro dato preoccupante è che a differenza delle altre volte, quando le perdite della SPD andavano per i 2/3 all'astensione, questa volta i votanti sono stati il 65,17%, mentre nel 2012 erano il 59,6%. Le elezioni in NRW confermano che le perdite socialdemocratiche non vanno a sinistra e neppure ai Verdi. Dopo la NRW la strada di Schulz è tutta in salita perché deve convincere che è finita la subalternità della SPD dentro alla Große Koalition, tuttora al Governo e che c'è un'alternativa concreta al proseguimento della Grande Coalizione e soprattutto ad una riedizione di una maggioranza Union-FDP.

A livello federale il rientro della Linke non è in discussione perché in alternativa al 5% basta l'elezione diretta di 3 deputati al Bundestag, mentre in NRW il 4,9% e l'esclusione della Linke consente la formazione di un governo regionale CDU-FDP. Tuttavia non basta, la credibilità di una coalizione SPD-Linke-Verdi è da provare e in due regioni che hanno votato la Saarland e il NRW non erano proprio idilliaci. Come dimenticare le tensioni nel governo di Berlino tra SPD e Linke? Tuttavia quanto è avvenuto in Germania deve essere spunto per una riflessione a livello europeo: quella è la vera dimensione dello scontro, ma non tra sovranisti ed europeisti, ma per quale Europa, quella di oggi o quella ideale di Spinelli, Rossi e Colorni o del federalismo socialista, figlio ma non surrogato dell'internazionalismo, quello della terza strofa dimenticata di Bandiera Rossa*

In Olanda della perdita del PvdA in percentuale dal 24, 34 % al 5,2%, non ha beneficiato il Partito Socialista (-0,45%), ma almeno i Verdi di Sinistra (Groenlinks) guadagnano un sostanzioso 6,57%. In Francia, a proposito la scelta dl primo Ministro di Macron un repubblicano ha il merito di porre fine alle fantasie che impersonasse la nuova sinistra del futuro, la situazione della sinistra non è tanto migliore. Il risultato di Mèlanchon confrontato con quelli della sinistra italiana nelle sue ultime incarnazioni , dopo il PCI e il PSI è sicuramente esaltante, ma come il PD non può intestarsi la vittoria di Macron, la sinistra non deve esaltarsi. La somma dei voti di Mèlanchon e di quelli di Hamon(25,94%) è inferiore al voto di Hollande (28,67%)al primo turno delle presidenziali 2012 e senza contare per sottolineare la sconfitta della sinistra, che Mèlanchon aveva avuto un 11,10% e Eva Joli degli ecologisti il 2,31 % cioè la sinistra 2012, senza contare le formazioni comuniste e trozkyste era al 42,08%, ancora un piccolo sforzo e la sinistra anche senza i Verdi con l'Italikum si prendeva il premio di maggioranza. Neppure il confronto con il risultato di Ségolène Royal del 2007 (25,87%) rappresenta appena un +0,7%, che va in segno negativo se aggiungiamo i voti della candidata sostenuta del Pcf, ora sostenitore di Mèlanchon, che pure aveva ottenuto un modesto 1,93 % e sempre senza contare la sinistra anticapitalista del 5,41%

Se il mantra prevalente è che non esiste più la divisione destra/sinistra, la prima reazione a sinistra è di pensare alla sinistra nel suo complesso, pur non ignorando le divisioni e le inimicizie, che la percorrono, perché vi è la convinzione che o la sinistra comincia a pensarsi come un soggetto portatore di un progetto unitario di cambiamento o deve giocare di rimessa su un piano secondario. Se destra/sinistra non è una scriminante e anche basso/alto sta perdendo significato, cosa resta responsabili/populisti? o sovranisti/europeisti, a prescindere da quale stato nazionale o da quale Europa? Se si impongono queste dicotomie la sinistra è fuori gioco, non perché sia irresponsabile o sovranista, ma perché non ha un suo progetto alternativo all'austerità e una visione di unità europea democratica e federalista. Da qui partiamo e da una constatazione semplice, non c'è una formazione di sinistra, che da sola possa aspirare ad un'alternativa di potere. Cominciamo a non godere delle disgrazie di chi non la pensa allo stesso modo, perché a sinistra mal comune non è mezzo gaudio.

martedì 16 maggio 2017

Le idee - LEGGI ELETTORALI E SCELTE POLITICHE

Due sentenze della Consulta hanno dichiarato incostituzionali le ultime due leggi elettorali. Il referendum del 4 dicembre ha dimo­strato che occorre una legge elettorale che rispetti la volontà degli elettori. Ma la discussione di questi giorni sembra ignorare tutto ciò.

di Felice Besostri e Salvatore Salzano

Avremo una terza legge incostituzionale? Dobbiamo evitarlo: tre leggi incostituzionali di seguito rappresenterebbero un rischio per la credibilità e la tenuta delle istituzioni.

Occorre tenere conto dei principi che discendono dalle sentenze della Consulta e, soprattutto, delle questioni non ancora esaminate. La sentenza n. 35/2017 ha deciso sulle ordinanze di soli cinque Tribunali. Se i rimanenti dodici Tribunali si pronunciassero sui ricorsi ancora pendenti, l'impatto sui lavori della Commissione Affari Costituzionali della Camera sarebbe fortissimo. Teoricamente quattro o cinque pronunciamenti potrebbero arrivare prima del 29 maggio, data presunta per la conclusione dei lavori della Commissione e la trasmissione di un testo base all'aula di Montecitorio.

Esaminiamo le possibilità oggi in discussione.

Un sistema di collegi uninominali a riparto proporzionale, con premio di maggioranza, sarebbe incostituzionale per violazione degli artt. 48, 56 e 58 e dei principi del voto eguale, personale e diretto. Idem un sistema che abbassi la soglia per il premio e alzi quella di accesso, che abbia o no capilista bloccati. Stesso rischio per tutti i sistemi che confondono e complicano la volontà di espressione del cittadino.

Gli unici sistemi elettorali sicuramente costituzionali sono quelli semplici, cioè: 1) i sistemi proporzionali, con o senza una limitata soglia di accesso, con o senza un limitato premio di maggioranza legato a una soglia di accesso significativamente alta. Oppure 2) i sistemi maggioritari senza fronzoli, come quelli che impongono di ottenere la maggioranza parlamentare conquistando la maggioranza dei collegi uno per uno, senza trucchi.

Un maggioritario all'inglese, dove si vince per merito di candidati, conquistando la maggioranza dei seggi, secondo la volontà degli elettori, sarebbe perfettamente costituzionale, benché scandalizzi la maggioranza dei nostri amici e compagni e non sia tra le nostre opzioni preferite.

Il sistema alla francese, invece, è più distorsivo del maggioritario all'inglese. Nel modello francese, con il ballottaggio al secondo turno, prevale il meno peggio o il voto contro, che spesso è una cosa molto diversa dalla iniziale volontà dell'elettore.

Cosa fare allora?

La legge elettorale non è un dettaglio tecnico. Si tratta di una scelta politica, che va pensata in un'ottica di lungo periodo e nell'interesse del Paese, non di uno o più partiti.

Non fu così con Mattarellum, Porcellum e Italicum, alla base dei quali c'erano calcoli per favorire gli interessi di partito: il Partito Popolare nel primo caso, il PdL nel secondo e il PD nel terzo. Calcoli che si sono per giunta rivelati sbagliati e che hanno condannato il Paese a oltre un decennio di paralisi e degrado della politica.

I due partiti egemoni nei due Poli – Forza Italia e PDS-DS-PD –erano d'accordo su tre punti: sistema politico bipolare tendenzialmente bipartitico; sistema elettorale maggioritario; togliere ai cittadini la scelta dei loro rappresentanti, grazie a collegi uninominali e liste parzialmente (Mattarellum) o totalmente bloccate (Porcellum) fino all'invenzione dei capilista bloccati (Italicum). Su quest'ultimo punto va ricordato che abolire il voto di preferenza senza fare una legge sulle regole democratiche dei partiti, secondo l'art. 49 della Costituzione, ha lasciato la nomina dei candidati ai capipartito o, nei casi migliori, alle oligarchie al potere. Sappiamo che chi non è candidato non può essere eletto, quale che sia il sistema elettorale proporzionale, maggioritario o misto.

Nel 2009, nelle Giunte delle Elezioni di Camera e Senato, nell'esaminare i ricorsi contro la legge elettorale, si dichiarò il Porcellum perfettamente costituzionale, con voto all'unanimità che includeva i rappresentanti di partiti ufficialmente contrari a quella legge.

Quando nel 2014 la Corte Costituzionale dichiarò l'incostituzionalità del Porcellum, questo Parlamento formalmente legale ma in sostanza delegittimato fu utilizzato per alterare, con una nuova legge elettorale e la modifica alla Costituzione, gli equilibri tra i poteri dello Stato, cer­can­do di imporre la supremazia del capo del Governo sia sulle Camere, sia sul Presidente della Repubblica, sia sulla Corte Costituzio­nale. Si voleva creare un premierato assoluto, senza nemmeno i pesi e contrap­pesi di un sistema presidenziale, che prevede la separazione dei poteri esecutivo e legislativo.

Quel disegno non è riuscito per vari motivi. In primo luogo a causa degli elettori, che nelle elezioni 2013 hanno creato dal nulla un terzo polo con forza equivalente agli altri due votando per il M5S. Inoltre si è sottovaluta la tenacia degli avvocati antiporcellum e antitalikum. Quest'ultimi hanno promosso un'azione giudiziale parallela e unitaria in 22 tribunali sui 25 delle città capoluogo di distretto di Corte d'Ap­pel­lo. Infine, l'esito del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, vinto dai comitati per il NO.

Questa è stata la storia politica di questi ultimi venti anni. Adesso si deve ripartire dalla nostra Costituzione, restituendo la sovranità al Popolo. Pertanto, sarebbe un errore riproporre un centro-sinistra con una legge che premi le coalizioni, e per giunta con Renzi alla guida del PD, come se non fosse successo nulla.

Non si può pensare di ricorrere a mezzucci come primarie farlocche o, peggio ancora, “premi” a coalizioni improbabili in cui i partiti si mettono insieme solo per convenienza elettorale. Occorre una legge elettorale che affermi una diversa idea di Politica, in cui i rappresentan­ti eletti abbiano “disciplina e onore” in quanto rappresentanti della Nazione. Far tornare in Parlamento idee e programmi che in questi anni sono stati emarginati è l'unico modo per cambiare una società ingiusta nella ripartizione della ricchezza e del potere.

Se invece il centrosinistra dovesse nascere con una coalizione impo­sta da leggi elettorali come quelle di questi ultimi vent'anni, farebbe la fine di Italia Bene Comune, dove il PD ha utilizzato il premio di mag­gioranza per fare cose diverse da quelle concordate. D'altra parte, co­me si fa a parlare di CENTRO-SINISTRA, quando la componente di CENTRO è chiara, mentre quella di sinistra non si sa dov'è? Se la vittoria di Renzi è dovuta alla riscossa dei liberali di sinistra, questi dovranno comunque cercare un'intesa con i socialisti di sinistra di stampo europeo, e costoro devono essere chiaramente identificabili dagli elettori.

La sinistra, come il Paese, hanno bisogno di un'operazione verità, che soltanto un sistema elettorale proporzionale può dare, perché la maggioranza di governo deve nascere dalle urne e da un successivo accordo fra le forze politiche presenti in Parlamento, non da un algoritmo che trasformi in maggioranza chi non lo è!

Siano gli italiani, con i loro voti, a scegliere se vogliono un nuovo centrosinistra, oppure le larghe intese oppure qualcos'altro.

Infine, è finito il tempo che un unico partito della sinistra possa vincere da solo. In Austria al ballottaggio presidenziale mancavano i due tradizionali partiti: Popolari e Socialisti, lo stesso in Francia, con l'esclusione di Gollisti e Socialisti dal ballottaggio presidenziale. In Spagna l'impossibilità di un accordo PSOE-Podemos ha fatto vincere la destra. Persino Syriza in Grecia, con la scomparsa del PASOK e l'ostilità dei Comunisti, governa solo grazie ad un partito nazionalista di destra. Così anche il socialdemocratico Robert Fico in Slovacchia. La SPD senza Verdi e Linke, è solo l'appendice di una grande coalizione a guida CDU-CSU.

Oggi la democrazia rappresentativa, nella sua dimensione nazionale, è minacciata dal peso crescente del capitalismo finanziario, dalle multinazionali e dalle decisioni di organizzazioni e istituzioni internazionali non elette dai popoli.

In Italia la risposta a questa situazione sta nella formazione di un Fronte Popolare Democratico per il Lavoro e la Libertà, che raggruppi tutta la sinistra rosa, verde o rossa che sia, e tutti i sinceri democratici, compresi i veri liberali di sinistra, uniti dai valori della nostra Costituzione Repubblicana, che, se fosse attuata in pieno, sarebbe di per sé un ottimo programma di governo.

martedì 9 maggio 2017

Freschi di stampa, 1917-2017 (8) - Il Rimpatrio dei "senza patria" e il tailleur della "rivoluzionaria russa"

Freschi di stampa, 1917-2017 (8)

Prosegue la serie di testi ispirati o ripresi dall'ADL nell’anno delle due rivoluzioni russe che hanno cambiato il mondo. La nostra redazione di allora poté "coprirle" entrambe con materiale di prima mano. Ciò grazie soprattutto ad Angelica Balabanoff, fautrice degli stretti legami svilup­pa­tisi tra i socialisti italiani e russi impegnati, insieme al PS sviz­zero, nella grande campagna di "guerra alla guerra". Campagna lan­ciata con la Conferenza di Zimmerwald. E culminata nella Rivoluzione d'Ottobre.

Il Rimpatrio dei "senza patria" e il tailleur della "rivoluzionaria russa"

L'ADL del Primo Maggio 1917 è dominato, in prima pagina, da un comunicato del Partito Socialista Italiano nella Svizzera che esorta le lavoratrici e i lavoratori a sostenere la mobilitazione internazionale per la pace, contro guerra e contro sfruttamento:

    «Abbandoniamo il lavoro, tutti! (...)

    Urliamo l'imprecazione ai massacratori della umanità, tutti.

    Il socialismo vuole la pace per la giustizia.

    Primo Maggio 1917!

    Lavoratori, Lavoratrici!

    Nei cortei e nei comizi, nelle case, per le vie, tutti!

    Abbasso la guerra! Evviva il Primo Maggio! Evviva il Socialismo! Evviva l'Internazionale operaia!

    Vogliamo la pace! Evviva la Rivoluzione sociale!»

    Così si conclude l'appello della Commissione Esecutiva socialista, sovrapposto a una cornice tipografica rossa, in stile liberty, contenente una lirica dedicata alla giornata dei lavoratori e alla Giustizia "dea vendicatrice".

    Il testo di maggior contenuto e interesse storico si trova sulla "spalla" della prima e gira poi in seconda trattando del «Rimpatrio dei "senza patria"», così recita il titolo. Si parla, apertis verbis, del rientro in Russia degli emigrati politici russi dopo la Rivoluzione di Febbraio.

    «Diceva a questo proposito Tschendze, deputato socialista e presidente del Consiglio dei delegati operai – cioè l'esponente massimo delle lotte e delle aspirazioni proletarie della Russia odierna – che il popolo russo attraversa una delle più belle ore sue, perché stanno tornando ora i più valorosi figli suoi.»

    Lenin è rientrato da due settimane, mentre solo in Svizzera sono alcune centinaia gli esuli russi che trattano per poter anch'essi fare rientro in patria. Il testo, firmato "ab", sigla di Angelica Balabanoff, passa a ricordare i sacrifici dell'opposizione antizarista:

    «Nella Russia non può sventolare la bandiera rossa, non può risuonare un inno rivoluzionario senza che siano ricordati coloro che, per aver innalzato l'una e aver fatto risuonare l'altro, hanno dovuto, sul patibolo, nelle casematte, nei lavori forzati, negli ergastoli e nell'esilio, scontare il delitto d'aver voluto dare al popolo russo quella libertà e quella pace, per la cui conquista esso ha affrontato ora il più acerrimo e il più ignominioso nemico di ogni libertà: lo czarismo russo».

    Che le trattative per il rientro fossero ormai a buon punto, lo si deduce dallo stile dell'articolo, che prelude a un commiato di Angelica dai suoi lettori e dai suoi compagni di lingua italiana.

    «Col rimpatrio dei "senza patria" verrà a mancare, nei paesi europei, un elemento caratteristico. Già se ne rammarica qualche esteta. Non si vedranno più nelle Università, nelle assemblee, nelle strade, quei "tipi originali" di donne e di uomini...

    La maggior parte di questi emigrati hanno condotto una vita appartata, circondata da un'aureola... di originalità.

    La loro stranezza consisteva nella loro grande, assoluta spregiudicatezza, nella ribellione a tutte le forme della schiavitù, a tutti i vieti convenzionalismi. (...) ribelli della morale corrente, basata sull'interesse e sulla schiavitù, ribelli al dogma della religione, dell'opinione pubblica, gelosi di una cosa sola: della propria coerenza, indifferenti, perché superiori, ad ogni giudizio borghese.

    Erano dei precursori in tutto. Molto prima che l'evoluzione capitalistica – coronata dalla bolgia imperialista – avesse reso la donna uguale all'uomo nel campo economico e politico, la donna rivoluzionaria russa si era conquistata la piena uguaglianza individuale nella politica come nei rapporti fra uomo e donna (...). La rivoluzionaria russa non volle essere seconda a nessuno nelle battaglie per l'emancipazione dell'umanità, come essa esponeva il suo corpo alle sferze profanatrici del dispotismo, pur di non retrocedere nella lotta per il santo ideale, così a pari degli uomini il suo capo veniva cinto dell'aureola del martire e dell'eroe.

    Per arrivare a questo, la rivoluzionaria russa dovette abbattere que­gli ostacoli, e spezzare quelle catene che la donna in genere fanno schiava.

    Non si rassegnò ad essere una schiava legata all'uomo con vincoli esteriori, sebbene volle e seppe esserne la compagna uguale e libera».

    Come si vede, qui il testo assume contorni autobiografici di notevole interesse anche per la storia dei costumi, nel momento in cui esso contiene una sorta di autocoscienza ante litteram da parte di una protagonista del movimento delle donne, la cui Internazionale nel 1909 aveva fondato insieme a Clara Zetkin, a Rosa Luxemburg e ad altre storiche esponenti del femminismo socialista.

    Angelica si sofferma qui sul significato antiborghese e anticonformista dell'originalità che caratterizzava i "senza patria" russi. Ma non si tratta semplicemente di una divagazione, il testo va inteso anche e non da ultimo in senso apologetico, contro la campagna di vera e propria diffamazione portata avanti dai nemici politici dell'oggi, e tra questi in modo particolare si distingueva il futuro duce.

      I "rivoluzionari guerraiuoli", i sostenitori della "guerra come igiene della storia" non risparmiano le più volgari illazioni maschiliste contro la Balabanoff, come si deduce da un altro articolo sulla stessa pagina:

    «Osano tentare di profanare Lei, la migliore fra tutti noi. Indegni! I De Falco, i Mussolini (…) i venduti alla borghesia ed ai fornitori militari, le coscienze traviate, e le anime luride, tentano di mordere alla nobile figura di Angelica Balabanoff. Indegni, e miseri!

    Tutto ciò è vano.

    Nella vostra vita conosceste l'inganno e d'inganno volete lordare coloro che l'inganno non conobbero mai. Conosceste il mendacio, la corruzione, la compra-vendita delle coscienze e lo spionaggio... Indegni e miseri!»

    Così si legge nel commento in seconda intitolato "Omaggio", un testo attribuibile a Misiano, che mostra molto bene il livello di scontro verbale, e non solo verbale, tra i pre-fascisti al seguito di Mussolini e i vecchi esponenti del socialismo italiano d'emigrazione.

    Uno dei temi, che traspare abbastanza chiaramente, riguarda l'ipocrisia morale e la morale sessuale cattolica, delle quali Angelica poco si curò essendo una donna libera che improntava i propri rapporti personali a un'etica della sincerità e della lealtà interpersonale.

    Ma sono tempi di guerra e persino un ossessivo affetto di dongiovannismo, quale Mussolini indubbiamente fu, non disdegnava l'impiego di ogni mezzo, incluse gli sputtanamenti moralistici a mezzo stampa contro certe signore pacifiste e di troppo liberi costumi, pur di continuare la sua propaganda guerra: prove di clerico-fascismo, si potrebbe dire oggi, a cent'anni da quegli eventi senza dubbio penosi.

    Per Angelica Balabanoff, che con i giovane Mussolini aveva avuto una lunga relazione sentimentale oltre che un'intensa collaborazione politico-giornalistica alla direzione dell'Avanti! milanese, questi bassi attacchi del futuro duce non potevano riuscire completamente indolori.

    Non nominò mai più in vita sua i trascorsi sentimentali e trent'anni dopo, finita la Seconda Guerra mondiale, rientrerà a Roma, capitale della Repubblica nata dalla Resistenza antifascista, indossando un tailleur rosso fuoco, nella esibita soddisfazione di poter camminare per le piazze della Città Eterna, lei, donna libera e fedele ai propri ideali, mentre "l'Innominabile" è stato inghiottito dall'abisso della Storia.

8. continua

martedì 2 maggio 2017

Grande impudenza di Mussolini, “rivoluzionario guerraiuolo”

Freschi di stampa, 1917-2017 (7)

Prosegue la serie di testi ispirati o ripresi dall'ADL nell’anno delle due rivoluzioni russe che hanno cambiato il mondo. La nostra redazione di allora poté “coprirle” entrambe con materiale di prima mano. Ciò grazie soprattutto ad Angelica Balabanoff, fautrice degli stretti legami svilup­pa­tisi tra i socialisti italiani e russi impegnati, insieme al PS sviz­zero, nella grande campagna di “guerra alla guerra”. Campagna lan­ciata con la Conferenza di Zimmerwald. E culminata nella Rivoluzione d'Ottobre.

"L’opposizione socialista alla guerra prepara ed affretta la rivoluzione": Anche l’ADL del 21 aprile 1917 dedica un titolo a tutta pagina alla situazione bellica e ai fatti di Russia, ma questa settimana l’attenzione è rivolta contro Mussolini e i “rivoluzionari guerraiuoli” che reclamano una sorta di primazia sul regime change a San Pietroburgo, dove Lenin è giunto il 16 aprile 1917.

Senza por tempo in mezzo, il leader bolscevico chiarisce la sua posizione con le Tesi d'Aprile, che vengono enunciate già all'indomani del suo arrivo, nel discorso tenuto al Palazzo di Tauride, sede del Soviet di San Pietroburgo, il 17 aprile del 1917. Le Tesi appariranno poi sulla Pravda tre giorni dopo con il titolo Sui compiti del prole­ta­riato nella rivoluzione attuale. Il programma leninista mira al rove­sciamento del governo borghese e a un ordine nuovo che conferisca tutto il potere ai consigli operai (soviet) e ponga fine, anche unilate­ral­mente, alle ostilità sul fronte russo.

Nell'ondata di grande entusiasmo popolare e di grandi speranze di pace che la Rivoluzione di Febbraio aveva suscitato in tutta Europa, anche Mussolini e gli altri interventisti ex socialisti, che pure erano divenuti nemici giurati di ogni pacifismo zimmerwaldiano, si videro indotti a schierarsi sul caso russo. E seguirono due tattiche. In primo luogo accentuarono le figure retoriche dell'eroismo maschile irridendo l'ideologia effeminata dei pacifisti, caduti ormai preda delle virago internazionaliste, e in particolare di Angelica Balabanoff, presentata dagli ex compagni come gran corruttrice dell'italica virtù.

In secondo luogo rivendicarono gli eventi rivoluzionari russi, quasi che questi discendessero dall'interventismo italiano. A queste nuove formule della propaganda di guerra reagisce, dunque, l'ADL del 21 aprile 1917 sia nel ripercorrere il calvario delle donne socialiste esuli per causa di tirannia bellicista, sia respingendo i volgari attacchi a Angelica Balabanoff (a pagina 2), sia soprattutto contrastando le rivendicazioni del futuro duce sulla Rivoluzione russa di Febbraio.

Parte importante della stessa frazione bolscevica e la quasi totalità della galassia socialista russa guarda con perplessità alla linea di radicalizzazione rivoluzionaria prospettata dall'esule al suo rientro in patria. Lo stesso dicasi per il vasto panorama politico internazionalista e zimmerwaldiano negli altri paesi, panorama di cui L'ADL è parte, e in cui prevalgono posizioni socialiste-rivoluzionarie e anti-bolsceviche.

Ma nel nuovo governo russo – il cui maggiore esponente social-rivoluzionario è il ministro di Giustizia e futuro premier Aleksandr Kerenskij – non vengono assunte misure cautelative contro le velleità incendiarie del leninismo, ispirate e in parte anche finanziate dal patto di ferro con il Kaiser di Berlino.

Kerenskij – che nutre sentimenti filo-francesi e si sente combattuto tra l'etica dell'onore nazionale nei riguardi degli Alleati e l'acuta esigenza popolare di pace – non farà arrestare Lenin anche a causa dell'antica amicizia che lega lui e la sua famiglia agli Uljanov, appartenenti anch'essi alla piccola aristocrazia della città di Simbirsk, come si chiamava allora l’odierna Uljanovsk.

Rovesciato infine dalla Rivoluzione d'Ottobre, Kerenskij, esule a sua volta a New York, racconterà di non avere mai voluto spiccare un ordine di arresto nei confronti di Lenin perché a trattenerlo era stata sua madre, dalla quale quotidianamente si recava l'anziana madre del capo bolscevico a implorare per l'incolumità personale di Vladimir Ilič, unico figlio rimastole dopo che Aleksandr era stato impiccato dal regime zarista all'età di 21 anni.

 “I volgari inganni e le losche speculazioni dei traditori del socialismo, frantumati dalla analisi della verità”, recita il catenaccio al titolo di prima pagina, che rinvia all’editoriale di Francesco Misiano intitolato "Il colmo dell'impudenza":

«Il grandioso episodio della rivoluzione russa ha dato nuovo modo ai rivoluzionari guerraiuoli, delle radiose giornate di maggio, di dimostrare come nel campo del “girellismo politico”, e della più sfacciata impudenza essi non abbiano competitori.

Si affannano ora ad affermare (...) che gli avvenimenti russi furono da essi previsti, da essi determinati, che questi avvenimenti sono il frutto della loro azione guerrafondaia, che senza l'intervento dell'Italia in guerra essi, avvenimenti rivoluzionari, non si sarebbero verificati, che, in una parola, la “rivoluzione” è nata dalla guerra, e che quindi era bene entrare in guerra, se dalla guerra nasce la rivoluzione. (...) Vediamo un po' quali sono i fattori-causa della rivoluzione russa. Li raccogliamo in tre riassuntivi principali:

1. Carestia, fame, dolori e sventure conseguenti alla guerra.

2. Tradizione rivoluzionaria mirante a rovesciare un sistema di governo anacronistico.

3. Atteggiamento di opposizione alla guerra da parte del Partito socialista rivoluzionario russo.

(...) Non occorre ricordare quanti dei suoi [del Partito socialista rivoluzionario, Ndr] fossero stati, durante la guerra, succhiati dalle prigioni, o eliminati con l'esilio, o con sistemi più rapidi, quelli del patibolo. È notorio che, anche più del nostro Partito italiano, il Partito socialista russo, è rimasto tenace assertore del socialismo, che è contro le guerre, e contro i massacri fra popoli, fra proletari, e come per questo suo reciso atteggiamento abbia affrontato ogni sacrificio di libertà e di sangue. (...) Un Partito socialista che in un qualunque paese belligerante d'Europa si ponesse – come in Francia, come in Germania, – a collaborare per la guerra con la borghesia, viene a svolgere una funzione che, nei riguardi della rivoluzione, è perfettamente in completa opposizione (...).

Ecco perché noi che fummo contro la guerra, che la guerra la subimmo, crediamo che (...) non potranno dire i Mussolini ed i Bissolati, che consigliano al popolo l'astinenza ed il sacrificio di fronte alla fame ed alla morte, in nome della "santità" della guerra, di essere essi i provocatori volenterosi della rivoluzione (...) Che i cialtroni dell'interventismo rivoluzionario italico dicano pure che ad essi va il merito della rivoluzione russa: la verità è ben altra» (ADL 21.4.1917).

Nelle pagine successive continua la rassegna internazionale e di seguito uno stralcio dal discorso del compagno Hoffmann al Reichstag tedesco: “Il militarismo tedesco e il dispotismo tedesco sono responsabili della guerra. Soltanto quando saranno eliminati questi, il popolo respirerà. / Voi deputati di destra, con la vostra politica screditate la Germania. / Voi avete piani annessionistici, pazzi e delittuosi” (ADL 21.4.1917).

7. continua

La Francia dopo il primo turno - Tutto è cambiato e tutto può cambiare

Jacques Attali e François Hollande due grandi elettori di Emmanuel Macron

Quello che nel 2002 fu un incidente dovuto la frammentazione della sinistra è oggi un dato strutturale, con il FN primo partito francese. Ma così cambia la natura delle elezioni presidenziali al primo turno.

di Felice Besostri

Il 7 maggio la Francia sceglierà tra Macron e Le Pen. Rispetto al 2002 il candidato del FN raddoppierà i voti, anzi di più perché la figlia parte già con uno score superiore al primo turno del misero 17,7% del padre al secondo turno delle presidenziali 2002.

Tutto cambierà perché quello che nel 2002 fu un incidente dovuto la frammentazione della sinistra e del campo socialista con Jospin al 16,18% e Chevènement al 5,33 % (e un’estrema sinistra LCR e LO che con il PCF aveva il 13,34%), nel 2017 è un dato strutturale: il FN ap­pare essere il primo partito francese ed è cambiata la natura delle ele­zio­ni presidenziali al primo turno: buona parte dei cittadini elettori han­no votato, come se fosse un secondo turno, cioè voto utile di testa e non di cuore o di pancia per il candidato espressione dei suoi convincimenti politici.

Per gli elettori non del FN si trattava di scegliere chi dovesse andare al secondo turno, anche se i sondaggi davano tutti vincenti contro la Le Pen, compreso Mélenchon. Tuttavia le elezioni di giugno per l’Assemblea Nazionale potrebbero portare ad una situazione confusa, perché Macron è espressione di un movimento e non di un partito, una specie di Renzi senza PD. Il suo risultato, 23,9% è paragonabile a quello dei centristi Alain Poher, 23,31%, nel 1969 o di Bayrou, suo sostenitore in questa elezione, con il 18,57% nel 2007.

Le forze politiche organizzate restano tre, socialisti, gollisti e FN e questo avrà ancora un peso, sempre che specialmente a sinistra non si capisaca la lezione. Nelle presidenziali del 1969, le seconde ad elezione diretta si produsse un fenomeno analogo con il candidato socialista della SFIO Gaston Defferre al 5,01% (Hamon con il 6,35% ha fatto meglio). Non fu l’inizio della fine dell’area socialista, perché anche l’alternativa di sinistra Rocard era al 3,61% e spiccava ancora con Duclos un partito comunista al 21,27%, cioè a una percentuale superiore a quella di Mélenchon 2017 con il suo 19,62%. Rispetto a quell’anno l’unico elemento di continuità è quello dei trozkisti di Lutte Ovriere con lo 0,6% di Nathalie Arthaud oggi e lo 1,06% di Alain Krivine allora.

Per le legislative bisogna fare un passo avanti per allargare gli accordi tra socialisti, ecologisti e radicali di sinistra con alleanze al primo turno e desistenze programmate al secondo turno. La prima difficoltà è che a differenza della Unione de la Gauche di Mitterrand l’interlocutore a sinistra non è un partito come il PCF, ma uno stato d’animo rappresentato da Mélenchon, che è allergico ai partiti come dimostrato dai suoi trascorsi socialisti in posizione eccentrica anche rispetto alla sinistra di Emmanuelli e il contributo decisivo alla dissoluzione al Front de la Gauche.

Se l’asse tradizionale destra/sinistra è sostituito da altre contrapposizioni del tipo populisti/responsabili o europeisti/sovranisti, altrettanto generiche ed indeterminate, cioè se la sinistra non ha programmi credibili per un’altra politica economica o per un processo alternativo di integrazione europea, la sua crisi in Italia ed in Europa è destinata ad aggravarsi, chiunque vinca le primarie del PD ovvero se Pisapia diventasse una sorte di Mélenchon, ma più moderato.

martedì 11 aprile 2017

Freschi di stampa, 1917-2017 (5) - Gli eventi di Russia e l'entrata in guerra Usa

Neanche in quell'inizio dell'aprile 1917 Vladimir Il'ič Ul'janov incrociò gl'inservienti del locale dadaista, il Cabaret Voltaire, a una cinquantina di metri dalla sua casa di esule rivoluzionario. Nelle notti insonni li sentiva ogni tanto, Tristan Tzara e i suoi, declamare onomatopee a mi­traglia nelle loro tipiche risate. Ma lui poi, la mat­tina dopo, di­scen­deva disciplinatamente la Spiegelgasse dall'altra parte. E si recava al suo posto di combattimento, la biblioteca centrale di Zurigo, dove entrava ad apertura di cancello.

Zurigo Spiegelgasse, le finestre

dell'appartamento degli Uljanov

Trenta passi fino all'odierna Kantorei. Poi il “Vicolo dei Giudei”, l'odierna Froschaugasse, ed era già praticamente arrivato. Chissà se sapeva che da quelle parti c'era stata un'importante sinagoga medie­vale. Nel Trecento il rabbino Moses ben Menachem vi aveva composto il Semak Zurighese, un celebre commento ai Co­mandamenti, tuttora in uso nelle scuole di Talmud. Era stata, quella, un'epoca di alta fioritura per la locale comunità ebraica, prima di venire esiliata durante le per­secuzioni del 1348. Molti israeliti furono allora uccisi, e tra essi lo stesso rabbi Moses insieme ai suoi allievi in uno dei massacri sca­te­na­tisi con la peste del 1348-1349 e la psicosi antisemita conseguitane.

    Non sembri una divagazione. Per comprendere la Grande Peste del Novecento occorre tener fermo che la manzoniana "caccia all'untore" ha radici profonde nella psicologia delle masse. Perché storicamente le pestilenze tendono sì a provocare ondate di follia omicida, ma queste “crisi sacrificali” possono generarsi anche indipendentemente da esse. René Girard ritiene che la parola “peste” sia stata utilizzata da alcuni antichi cronisti anche per designare certi inquietanti fenomeni di al­lu­cinazione omicida di massa, slegati da qualsivoglia innesco epidemico.

    Ma torniamo al 1917. Un oceano di peste e pazzia circonda ormai da tre anni “la piccola isola di pace svizzera”, scrive Zweig nel suo rac­con­to su Lenin, "questo ometto tarchiato… inappariscente che più non si può". Stefan Zweig è un umanista viennese profondamente lega­to al “mondo di prima”. Detesta il pandaemonium della guerra. Per questo celebra la partenza di Vladimir Il'ič come quella di un rivolu­zionario portatore di pace che, alla fine dei conti, metterà la borghesia guer­ra­fondaia dinanzi al bivio: o la pace kantiana, o la rivoluzione mon­diale.

    Il Lenin che nell'aprile 1917 arriva al suo appuntamento con la sto­ria, al suo “momento fatale”, è un signore schivo e disciplinato, "evita la società, raramente i suoi vicini hanno modo di incrociare lo sguardo acuminato degli occhi scuri a mandorla, raramente arrivano da lui dei visitatori. E invece lui, regolarmente, giorno dopo giorno, (…) se ne sta in biblioteca fino alla chiusura di mezzodì. Esattamente alle dodici e die­ci è di nuovo a casa; e di nuovo ne esce all'una meno dieci per esse­re il primo a rientrare in biblioteca e starsene lì fino alle sei di sera".

    Alcuni tra i più celebri “testi sacri” del leninismo – come ad esempio L'imperialismo, fase suprema del capitalismo – nascono in quei mesi di “guerra alla guerra” combattuta allo scrittoio della Zentralbibliothek. Né le polizie segrete mostrano di sapere che "pericolosissimi tra tutti, per ogni rivoluzionamento del mondo, sono sempre gli uomini solitari, che molto leggono e molto imparano", osserva Zweig.

    E così, ogni mattina di giorno feriale fino a quel mercoledì 4 aprile 1917, Lenin si imbuca nella Froschaugasse per sbucare, poi, dall'altra parte, sulla piazza antistante alla Biblioteca Centrale proprio mentre il campanile della Predigerkirche sta per battere i nove tocchi.

    Ma ora tutto questo appartiene al passato. Perché ormai lo stato za­rista "è stato". E poi Alexander Parvus ha già segnalato agli utili idioti del social­-sciovinismo tedesco che l'uomo più idoneo a de­sta­bilizzare il governo provvisorio formatosi a San Pietroburgo è il suo fido compa­gno di lotta Vladimir Il'ič Ul'janov detto Lenin, esule a Zurigo.

    Ah, se solo potesse rientrare in Russia, egli certo lavorerebbe più a­la­cremente di chiunque altro ad affossare l'esecutivo borghese guidato dal principe L'vov, facendo leva su tre idee forza: Pace subito, Con­fisca delle terre, Tutto il potere ai soviet.

    Secondo il calcolo strategico della cancelleria berlinese, questo Le­nin precipiterà la Russia in una guerra civile senza ritorno, chiu­de­ndo così, di fatto, la partita sul fronte orientale. E gli eserciti dei due Kaiser avranno allora buon gioco a concentrarsi nelle operazioni belliche a ovest e a sud.

    Ma quel 4 di aprile del 1917 – mentre all'ambasciata di Germania in Berna arriva una lista con le condizioni sulla cui base Lenin ac­cet­te­rebbe di farsi trasferire in treno verso i patrii confini – in quelle stesse ore a Washington il presidente Thomas Woodrow Wilson trasmette al Congresso la risoluzione per l'entrata americana nella guerra europea. E due giorni dopo gli Stati Uniti dichiarano, in effetti, lo stato di bel­ligeranza verso la Germania.

    È il 6 aprile 1917, venerdì santo. L'intervento americano in Europa si preannuncia d'impatto enorme. Ma non potrà dispiegarsi con effetto immediato. Occorre un anno almeno affinché tre milioni di soldati a stelle e strisce possano essere addestrati e trasferiti via nave in Francia con adeguato seguito di salmerie.

Sulla scelta bellica degli Stati Uniti s'impernia la titolazione dell'ADL di sabato 7 aprile 1917 (v. foto qui sopra): La borghesia verso l'abis­so. Il delirio del folle massacro invade il nuovo mondo, apre la prima.

    E ancora: L'ultima “americanata” è il titolo dell'editoriale, che pro­segue così: «L'ultimo atto “americano” chiude la serie dei trapassi fan­tasmagorici con cui Wilson... ha cambiato l'acqua in vino... arte bor­ghe­se dell'interesse che guida, calpestando principi ed umanità, le azio­ni del Governo e degli uomini rappresentativi della società borghese... In quanto la pace conveniva alla borghesia americana, Wilson si tra­sfor­mava banditore di “pace”. In quanto, venendo a mancare, per vo­lon­tà altrui, gli elementi indispensabili per rendere alla borghesia ame­ricana proficua la pace, venivano ad affermarsi proficue le ragioni della “guerra”... “Pace” e “guerra” sono dunque sinonimi... L'affermazione è vera se la si considera dal punto di vista dell'interesse borghese. Non pensiamo più ai milioni di cadaveri ed alle ricchezze distrutte, alle la­grime ed al sangue, alla fame ed allo sterminio. Pensiamo solo al gioco degli interessi» (ADL 7.4.1917).

    Pace e Guerra. Guerra e Rivoluzione. I nostri predecessori di allora oscillano tra delusione ed esaltazione: per il "voltafaccia guerrafon­daio" di Wilson e, rispettivamente, per gli eventi rivoluzionari in Russia: «Sul fuoco della guerra si getta una nuova catasta di com­bustibile. Un popolo di 100 milioni d'abitanti [gli USA, ndr] entra nel recinto ove il fuoco divora... Così vuole la borghesia... Guerra e Ri­vo­luzione. Più grande la guerra? (...) la guerra sia uccisa. E la Rivo­lu­zione sia vitto­riosa. E vi sia una sola fiamma a illuminare il mondo. La fiamma della vita è della libertà» (ADL 7.4.1917).

    Morale della favola: a Berlino non c'è più tempo da perdere. Le feste pasquali vengono impiegate nei febbrili preparativi del gran viaggio leniniano. Wilhelm Jansson, un sindaca­li­sta mezzo tedesco e mezzo svedese, insieme ad Arwed von der Planitz, capitano della cavalleria di riserva, è incaricato di riportare a casa l'in­ternazionalista russo.

    Sui binari della stazione di Zurigo viene predisposto un convoglio ferroviario atto ad attraversare il territorio del Reich. È il famoso treno piombato, ma “piombato” solo di nome, per mere ragioni politico-di­plo­matiche, date le ostilità in cui restano reciprocamente coinvolte la Germania e la Russia.

    Lunedì di Pasquetta, 9 aprile 1917: una trentina di persone si reca nella sala riunioni al primo piano del Cooperativo di Zurigo Militär­stras­se, a un centinaio di metri dai vagoni. Il fidatissimo compagno Pietro Bianchi, “muratore e sindacalizzato”, fa da cameriere a Lenin e al suo seguito, diaframmandoli dal mondo esterno.

    Dentro quella sala, insieme al capo bolscevico, tra una scodella di minestrone e i famosi tortellini, si apprestano alla traversata delle Ger­ma­nie: la moglie, Nadežda Krupskaja, e poi Broński con la figlia Wan­da, ma ci sono anche Kharitonov, Radek, Sarra Rawicz, Safarov, Zi­nov'ev e Sokol'nikov. Di lì a pochi anni, dopo la morte di Vladimir Il'ič avvenuta nel 1924, tutti costoro saranno uccisi o internati in Si­be­ria su ordine di Stalin, eccezion fatta per la Krupskaja e Wanda Brońska.

    Sempre su ordine di Stalin il corpo di Vladimir Il'ič verrà imbal­sa­mato, contro la protesta della Krupskaja, ed esposto al pubblico sulla Piazza Rossa. Il cervello, suddiviso in circa trentuno mila sezionature da venti micrometri ciascuna, servirà alla scienza medico-biologica affinché essa indaghi “la base materiale di un genio immortale”, recita il comunicato del Partito comunista russo.

    Di leader bolscevico Albert Einstein dirà: "Non considero i suoi metodi da pra­ti­carsi, ma… rendo onore a Lenin come uomo che ha interamente sa­crificato sé stesso e dedicato tutte le proprie energie alla realiz­za­zione della giustizia sociale.". – (5 – continua)


Nell’anno delle due rivoluzioni russe l'ADL di allora poté “coprirle” entrambe con materiale di prima mano. Ciò grazie soprattutto ad An­ge­li­ca Bala­banoff, fautrice de­gli stretti legami tra i so­cia­listi ita­liani e russi impe­gna­ti, insieme al PS svizzero, nella gran­de campagna di “guerra alla guerra”. Campagna lanciata con la Con­fe­renza di Zimmerwald. E culminata nella Rivoluzione d'Ottobre.

giovedì 30 marzo 2017

La Germania verso le urne - SAAR - Un test a dimensione ridotta

di Felice Besostri

Alla vigilia del voto le previsioni attestavano una vittoria della SPD con il 32,5%, che sommato al 12,8% della Linke davano una vittoria ad una possibile coalizione di sinistra, perché la CDU sarebbe stata sì il primo partito con il 36%, ma senza alleati in quanto sia i liberali della FDP che i Verdi non avrebbero superato la soglia del 5%: esclusa una Jamaica Koalition, essendo i colori dei partiti nero (CDU), giallo (FDP) e verde gli stessi della bandiera della patria del reggae, che governò la Saar dal 2009 al 2012. Nel 2012 si sostituì al governo una Grosse Koalition CDU-SPD con 37 seggi su 51, cioè superiore ai due terzi. La realtà è stata altra, perché la CDU ha preso il 40,7% (+5,5), la SPD il 29,6% (-1) e la Linke 12,9% (-.3,2). La sinistra passa dal 46, 7% del 2012 al 44,3% e i Verdi escono dal Landtag con il 4%( -1).

Una maggioranza relativa di destra esiste sulla carta – CDU + AfD – con il 46,8% e 27 seggi, ma politicamente impraticabile perché CDU e AfD sono alternative alle elezioni federali. Il sistema di riparto dei seggi, per i partiti sopra soglia, favorisce il partito più grande e perciò SPD con 17 seggi e la Linke con 7 hanno lo stesso numero di seggi della CDU, cioè 24, pur avendo un 4% in più.

Le ridottissime dimensioni della Saar non ne fanno un test significativo per le prossime elezioni federali, se non la conferma che l’AfD sarà rappresentata nel Bundestag, come la è ormai in 11 dei 16 Land tedeschi. I liberali sono a rischio di esclusione. La partita CDU vs. SPD si gioca anche su questo e sulla capacità di Verdi e Linke di stare nella stessa coalizione.

Se la Saar fosse il modello non si potrebbe essere ottimisti. I rapporti tra Linke e i Verdi sono pessimi da sempre. Infatti, malgrado un chiaro 51,7% a sinistra (Linke al 21, 3%, SPD al 24,5% e Verdi al 5,9%) il ri­sultato fu un governo CDU, FDP e Verdi. Le coalizioni “Jamaica” non funzionano. Anche nella Saar non si completò la legislatura e nel 2012 si andò ad elezioni anticipate. Ma in linea di principio i Verdi non sono incompatibili con un’alleanza con la CDU di Angela Merkel. Al suc­cesso CDU ci sono spiegazioni locali la Ministerpresidentin è popolare e un buon governo alternativo non era credibile.

I Socialde­mo­cratici erano reduci da una Grosse Koalition a guida democristiana. La Linke ha disperso in pochi anni un consenso del 21%, mai raggiunto in un Land dell’Ovest. I Verdi, infine, non hanno dato prova di essere affidabili per un governo stabile. Se a ciò si aggiunge, che settori di opinione pubblica sono dell'idea, dimostrata dalla più alta percentuale di votanti degli ultimi 15 anni, che per arginare l'estrema destra la cosa tatticamente più saggia sia rinforzare la Mutti, cioè Angela Merkel… Un voto CDU-CSU a spese dei liberali è anche un'ottima assicurazione contro una maggioranza rosso-rosso-verde.

Freschi di stampa, 1917-2017

Nell’anno delle due rivoluzioni russe l'ADL di allora poté “coprirle” entrambe con materiale di prima mano. Ciò grazie soprattutto ad An­ge­li­ca Bala­banoff, fautrice de­gli stretti legami tra i so­cia­listi ita­liani e russi impe­gna­ti, insieme al PS svizzero, nella gran­de campagna di “guerra alla guerra”. Campagna lanciata con la Con­fe­renza di Zimmerwald. E culminata nella Rivoluzione d'Ottobre.

Questa settimana ripubblichiamo ampi stralci tratti da due testi apparsi in prima pagina sull'ADL del 31 marzo 1917.

LA RIVOLUZIONE RUSSA

 «Sulla Russia sono fissi oggi gli occhi di tutto il mondo. Guardano tremebondi i governanti, i dominatori; guardano ansiosi, pieni di speranza e di fede, gli sfruttati, i calpestati di tutta la terra.»

«Al divampare delle fiamme rivoluzionarie, il 9 corrente, le notizie del grandioso movimento giunsero telegraficamente ai Gabinetti d'Eu­ropa.»

«Prima cura delle borghesie fu quella di nascondere il fatto ai po­po­li. Poi, a piccole dosi, giorno per giorno la verità si è fatta strada. (...)».

«Dal “gesto magnanimo” dello czar, e dalla “rivoluzione per la guerra”, siamo passati alla “rinuncia volontaria” del nuovo czar Mi­chele, all'internamento “volontario” dei sovrani spodestati, alla loro “prigionia”, all'arresto di Ministri, Generali, poliziotti (...)».

«È tutta qui la verità? Non sappiamo. Intuiamo che nei giorni che seguiranno altro sapremo: altro che ci farà balzare il cuore di gioia, e che farà spegnere forse nei biechi reazionari di tutta Europa, di tutto il mondo, l'ultima speranza che il movimento rivoluzionario di Russia sia stroncato (...)».

«Altro intuiamo.»

«Comprendiamo lo spasimo borghese; ci rendiamo conto dello spa­simo nostro. (...) la borghesia sta facendo il suo dovere, rap­pre­sen­tato dal suo interesse. E cerca l'inganno, la censura, e prepara strumenti di oppressione. (...) I socialisti, quelli che tennero fede, d'innanzi al fatto della guerra, al principio internazionalista, lo stanno facendo (...)».

«Il fenomeno è grande, grande la ripercussione.»

«Prepariamoci. Se l'ora è matura anco per noi, che l'ora ci trovi al no­stro posto, sicuri, fidenti, temprati e forti! Abbasso la guerra! Ev­­vi­va la rivoluzione sociale!» (ADL 31.3.1917)

 

Un manifesto del Partito socialista russo

Cittadini!

«La capitale si trova nelle mani del popolo, una parte delle truppe s'è unita ai ribelli. Il proletariato rivoluzionario e l'esercito rivoluzionario salveranno il paese dalla rovina totale verso la quale lo spingeva il Go­verno dello czar. La classe lavoratrice e l'esercito rivoluzionario for­me­ranno il Governo provvisorio, si assumeranno l'incarico di creare e con­solidare il nuovo stato repubblicano, proteggeranno i diritti del po­polo, solleciteranno la confisca fondiaria, della proprietà ecclesiastica, onde questa possa passare nelle mani del popolo, introdurranno la gior­nata di otto ore e convocheranno un'assemblea costituente basata sul suffragio popolare.»

«Il Governo provvisorio considera altresì per un suo dovere di prov­vedere immediatamente all'approvvigionamento dell'esercito e del­la po­polazione civile mercé la requisizione dei viveri accumulati dal Go­verno precedente e dalle amministrazioni comunali. Ancora il mo­stro della reazione può alzare la testa; è compito del popolo di sof­fo­care tut­te le tendenze liberticide, antirepubblicane.»

«Il Governo rivoluzionario ha la ferma intenzione di entrare in comunicazione con i proletari di tutti i paesi belligeranti per met­tere rapida fine alla carneficina dei popoli.» (ADL 31.3.1917)


giovedì 23 marzo 2017

Londra - NO ALLA PAURA.

Ieri in seguito a un attacco al Parlamento britannico sono morte cinque persone, incluso l'attentatore. Un uomo alla guida di un Suv ha travolto i passanti sul ponte di Westminster andandosi a schian­tare contro una cancellata, sceso dal veicolo ha poi accoltellato un agente ed è stato infine ucciso dalla polizia. Theresa May: "Non ce­deremo mai al terrore".

di Renzo Balmelli

Si parla tanto di strategie per cambiare l'Europa, ma dopo quanto è accaduto a Londra nelle ultime 24 ore non sembra vi sia altra opzione allo stato attuale delle cose se non quella di formare un fronte comune per arginare la sfida senza respiro del terrorismo. Restare uniti è la principale forza di contrapposizione che i governi del continente possono mettere in campo proprio per impedire all' Isis di realizzare esattamente l'obiettivo a cui mira: sgretolare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni in modo da creare un terreno di coltura per la sua bacata ideologia.

    Alcune inquietanti coincidenze mostrano con ogni evidenza come l'attacco al cuore della capitale inglese non nasca per caso, ma sia il frutto di un disegno deliberato ed elaborato nei minimi particolari dalla cupola dell'organizzazione criminosa onde seminare il panico tra la gente. Per lastricare di vittime innocenti il ponte di Westminster, il ponte simbolico del Millennium e del progresso, è stata scelta una data densa di significati in quanto si colloca a un anno dal sanguinoso attentato di Bruxelles e alla vigilia del vertice di Roma convocato per sottolineare il sessantesimo anniversario dei Trattati che portano il nome della città e che in primo luogo vanno letti e interpretati appunto come un manifesto contro l'oscurantismo.

Pur nel solco del dolore e dello sdegno provocati dalla barbara aggressione davanti all'imponente e storico edificio che ospita il Parlamento del Regno Unito sarebbe un errore imperdonabile mostrare al mondo l'immagine di una Europa balbettante, timorosa e in balia dei suoi nemici: quelli esterni, certo, subdoli e sfuggenti, ma anche quelli interni che non perdono occasione per indebolirla. Dalla base è però salito un messaggio universale di solidarietà e di identificazione nei valori dello spirito e della cultura propri dell'Europa che in questi momenti carichi di angoscia fa bene al cuore. Un messaggio in tutte le lingue per dire: "Non abbiamo paura!".

martedì 14 marzo 2017

Freschi di stampa, 1917-2017 - Prima scena di una storia remota

La prima scena di questa storia remota, per dirla con Thomas Mann, «s'è svolta ed ebbe a svolgersi nel tempo che c'era una volta, nei giorni antichi del mondo di prima della Grande guerra, il cui inizio tante cose iniziò che ben difficilmente hanno già cessato d'iniziare».

Questa non è tutta né soltanto la storia della Giornata della donna, lo Woman's Day che nasce a Chicago nel 1908 per iniziativa di Corinne Brown, leader socialista americana, allo scopo di unire le rivendicazioni sindacali delle camiciaie e delle altre lavoratrici con la battaglia per il diritto di voto, dal quale la metà femminile della cittadinanza americana era allora esclusa.

Due anni dopo lo Woman's Day sbarca in Europa, a Copenaghen, dove Clara Zetkin riesce far accogliere dalla seconda Conferenza internazionale delle donne socialiste una risoluzione che istituisce la “Giornata della Donna”. Non ovunque si formalizza subito la data dell'Otto marzo. Ma “la nave va”, e con l'anno successivo la Giornata viene celebrata in un numero crescente di città, a partire dalla metà di febbraio.

Il 10 marzo 1917 su L'Avvenire del lavoratore (così, al singolare, si chiamava allora la nostra testata) si legge che: «Come tutti gli anni… le donne socialiste di diversi paesi organizzano la giornata… di lotta e di dimostrazioni, [che] deve servire di conforto e di incitamento alle sfruttate del mondo intero, perché guidate dal pensiero socialista rivendichino i loro diritti – tutti quanti i loro diritti».

Tutti quanti i loro diritti! A scrivere queste parole è Angelica Balabanoff (1878-1965), che si prepara a un giro di comizi in lingua italiana e tedesca nella Svizzera centro-orientale. E, infatti, poco sotto il suo pezzo, un poscritto annuncia che il 18 marzo 1917 la compagna Balabanoff parlerà a Zurigo, nella sala grande del Volkshaus, e che sarà «ben lieta, qualora ci fosse un discreto intervento di proletarie italiane, di rivolgere a queste un discorso in italiano perché dai comizi esca un voto unanime di donne svizzere ed italiane, unite dalla visione delle ingiustizie che subiscono oggi e della radiosa liberazione che porterà loro il socialismo» .

Ma, se nella Confederazione elvetica è ancora possibile convocare pubblicamente una regolare manifestazione a favore dei diritti delle donne, tutt'intorno infuria una guerra tremenda che, giunta al suo terzo anno, ha già mietuto dieci milioni di morti. Perciò Angelica, che guida la battagliera testata pacifista degli emigranti italiani, riprende dal giornale delle socialiste svizzere le parole che seguono, e che le servono a collegare la questione femminile con le indicibili sofferenze provocate dal grande massacro bellico:

«Non più luce per illuminare le loro case, non più carbone per scaldarsi, non più pane per sfamarsi. Non più sangue nei corpicini denutriti dei bimbi, non più sangue nelle vene dei superstiti figli adulti destinati a tornare ad innaffiare del loro sangue di campi di battaglia. Non più forza nelle braccia per stringere al cuore straziato i poveri mutilati tornati dalla guerra, non più forza per informarsi all’apposito ufficio o al giornale, se esiste o non esiste più quello che era l’unico bene loro».

Questo scriveva un secolo fa Angelica Balabanoff. E, nelle stesse ore in cui mandava in stampa queste parole, fu proprio una Giornata della Donna a scoccare la scintilla che incendiò una grande prateria.

L'Otto marzo 1917 le operaie di alcune fabbriche tessili pietroburghesi entrarono in agitazione, appellandosi al sostegno dei metalmeccanici: «Sembrava non esserci alcun nuovo motivo, salvo le code sempre più lunghe per il pane, a farle scioperare», leggiamo nelle memorie del rivoluzionario russo Vasilij Kajurov.

In poche ore quelle operaie tessili in sciopero aggregano circa centomila manifestanti. La dimostrazione spontanea che segue si svolge in maniera tutto sommato pacifica. Scoppia qualche scontro con la polizia zarista solo quando il corteo vira verso il centro della capitale, il cui accesso è per ora impedito. E non di meno quella sera iniziano a finire la Prima guerra mondiale e tre imperi.

Il giorno dopo duecentomila lavoratrici e lavoratori invadono San Pietroburgo, manifestando per il pane e la pace, e quindi contro la guerra e contro l'autocrazia zarista. L'insurrezione dilaga. La polizia inizia a sparare sulla folla, ma dalla folla c’è chi risponde al fuoco.

Il 15 marzo 1917, lo zar Nicola II (1868-1918) si vede costretto a compiere un passo indietro, cedendo i poteri al Primo ministro liberale Georgij L'vov (1861-1925), al quale in luglio succederà il laburista (trudovik) Aleksandr Kerenskij (1881-1970). Ma la guerra continua e Kerenskij dilapida ogni popolarità in una sanguinosa offensiva militare, fallita la quale per Vladimir Lenin (1870-1924) diviene possibile ordinare l'assalto del Palazzo d'Inverno al grido: Pace subito!

Un anno dopo la presa del potere da parte dei bolscevichi – alle ore 11.00 dell'11.11.1918 – entra in vigore l'Armistizio che segna la fine della Grande guerra.

Lo stesso giorno ha luogo l'abdicazione del Kaiser tedesco Guglielmo II (1859-1941): dopo lo sciopero generale proclamato dalla maggioranza di sinistra nel Parlamento di Berlino i poteri passano al presidente socialdemocratico Friedrich Ebert (1871-1925). Ma quell'11 novembre anche il Kaiser austriaco Carlo (1887-1922) deve rimettere i propri poteri ai rappresentanti del popolo, sotto l'egida del cancelliere socialdemocratico Karl Renner (1870-1950).

Questo articolo inaugura una serie di testi ispirati o ripresi dall'ADL nell’anno delle due rivoluzioni russe che hanno cambiato il mondo. La nostra redazione di allora poté “coprirle” entrambe con materiale di prima mano. Ciò grazie soprattutto ad Angelica Balabanoff, fautrice degli stretti legami sviluppatisi tra i socialisti italiani e russi intensamente impegnati insieme al PS svizzero nella grande campagna di “guerra alla guerra”. Campagna lanciata con la Conferenza di Zimmerwald. E culminata nella Rivoluzione d'Ottobre.

lunedì 13 febbraio 2017

Per una nuova Proposta Socialista

Presso la sede della sezione socialista Vancini di Bologna si sono in­contrati tanti socialisti provenienti da diverse esperienze in circoli ed associazioni di base, al fine di valutare la situazione politica a seguito dell’esito del Referendum del 4 dicembre e della sentenza della Con­sulta del 25 gennaio, e per definire come procedere sul piano politico.

    Nel corso del dibattito – ampio, partecipato e caratterizzato da una serie di interventi di notevole livello – è stato sottolineato con forza come qualsiasi azione politica socialista oggi in Italia non possa prescindere dall'esito del referendum e della sentenza. E si è rilevato che, contrariamente agli intenti di chi voleva “rottamarla”, la democrazia non solo deve essere difesa ma “allargata”.

    I compagni e le compagne intervenuti convengono inoltre che una autentica politica socialista non possa e non debba prescindere dalla difesa dei diritti e dei bisogni di chi fa del lavoro la propria ragione di vita, per contribuire concretamente al governo del cambiamento che è in atto, che oggi significa solo indebolimento delle condizioni economiche e sociali dei cittadini, riportando al centro dell’azione politica della sinistra i principi di un’autentica Giustizia Sociale, a partire dal sostegno ai referendum sui voucher e sui subappalti.

   Per superare le divisioni che hanno reso difficile la costituzione di una forza di sinistra con una identità chiaramente socialista, le compagne e i compagni riuniti a Bologna avviano il processo per la definizione di una nuova Proposta Socialista e lanciano un appello per l’avvio di un Forum permanente di confronto, sul modello dei Comitati Socialisti per il NO, tra tutti coloro che si richiamano all'idea del Socialismo democratico, laico, libertario e riformatore nel XXI secolo, un possibile terreno di incontro per la sinistra italiana ed europea, federalista e internazionalista.