venerdì 5 giugno 2020

LA PANDEMIA ci renderà migliori?


da La Rivoluzione Democratica 

riceviamo e volentieri pubblichiamo


Ci vorrà tempo per capirlo perché le trasformazioni, quando riguardano i comportamenti delle persone, non sono quasi mai immediatamente visibili: scavano silenziosamente, come una talpa al centro della nostra anima. 

 

di Giorgio Benvenuto

 

Saremo migliori? Sicuramente abbiamo un nutrito gruppo di scienziati che hanno acquisito, grazie alle numerose commissioni create dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, una notorietà inattesa, simile a quella delle star del rock. La scienza viene normalmente maltrattata in questo paese anche a causa di forze politiche animate da evidenti pulsioni antiscientifiche. Nella nostra vita la ricerca ha una funzione delicata e decisiva, come quella di chi amministra giustizia. Al pari dei giudici, gli scienziati dovrebbero usare con larghezza lo strumento della discrezione. Invece, l'esposizione eccessiva li ha fatti diventare simili ai politici: egocentrici e litigiosi. Il governo che si è saggiamente affidato alle loro valutazioni, alla fine è andato oltre dimenticando le sue prerogative (cioè decidere dopo aver fatto la sintesi delle indicazioni ricevute nel rispetto dell'interesse collettivo) e dalla consultazione è passato alla sostituzione: alla "propria" sostituzione come pubblico decisore. 

    Saremo migliori? Sarebbe già sufficiente essere più attenti. E smetterla di considerare gli anziani un peso che si alleggerisce un po' solo quando si rendono utili facendo i baby sitter o accettano passivamente di farsi tagliare le pensioni. La strage prodotta dalla pandemia è la conseguenza non solo di evidenti errori di chi avrebbe dovuto vigilare, ma anche dell'incuria collettiva. Abbiamo dimenticato che il paese sta anagraficamente cambiando. Per due motivi fondamentali: i baby boomers sono entrati o stanno entrando nell'età della vecchiaia; l'attesa di vita si sta progressivamente allungando. Eurostat ci dice che quella italiana è la popolazione più vecchia d'Europa con il 22,8 per cento di over 65 (la media Ue è 20,3), in tutto 13 milioni e 780 mila persone. La Liguria è una delle regioni più anziane del continente (28,5 per cento di over 65), superata da Chemnitz (Germania, 28,9). In dieci anni questa categoria anagrafica ha avuto una crescita di 1,8 milioni di unità mentre gli under 15 si sono ridotti di 400 mila unità. Ma c'è di più. Dal 2000 al 2017 gli over 70 sono passati da 7 a 10 milioni e promettono di essere quindici milioni nel 2042. L'attesa di vita a 65 anni nel 2017 per gli uomini era di 19 anni, nel 2042 sarà di 21, nel 1982 è stata di 14; per le donne nel 2017 era di 22 anni, nel 2042 sarà di 25, nel 1982 si fermava a 17. Il dato, volendo, fornisce una indicazione a chi è chiamato a governare: il sistema sanitario va rafforzato sul fronte dei servizi agli anziani e, in particolare, su quello delle malattie legate all'invecchiamento e sul versante dell'assistenza domiciliare. 

    Saremo migliori? Sicuramente siamo più scettici nei confronti dell'Europa. Tutti i sondaggi dicono che la nostra simpatia nei confronti di una istituzione che avvertiamo sempre più come matrigna che come madre, si è enormemente raffreddata sino a diventare aperta antipatia. La Germania, poi, è al centro dei nostri pensieri peggiori ma questo è, in qualche maniera, un atteggiamento ricorrente e vicendevole. I nostri rapporti con Berlino sono stati caratterizzati negli ultimi 120 anni da diffidenza mista a rare fasi di simpatia. Il peccato originale risale alla Grande Guerra quando ci "slegammo" in "zona Cesarini" dall'alleanza che ci teneva legati all'attuale capitale tedesca. Poi siamo tornati alleati con Mussolini ma si trattava più che altro di un rapporto personale tra due dittatori. In realtà, i rapporti dell'Ovra custoditi negli archivi segnalano abbondantemente la contrarietà della maggior parte del popolo italiano a quella alleanza. Contrarietà ricambiata dai tedeschi che soffrivano nei nostri confronti, e probabilmente soffrono ancora, di un evidente complesso di superiorità. 

    Poi è arrivata l'Europa, ci siamo conosciuti, a volte apprezzati, non sempre capiti, abbiamo anche ironizzato su quelli che un tempo venivano con i carri armati e adesso scendevano con i "maggiolini" per le vacanze sulla riviera romagnola. Sono nati i luoghi comuni sulle "libere" bionde tedesche e sui "focosi" amanti latini, sulla nostra eleganza e la loro rigidità, le teste tonde e le teste quadre, dimenticando quel che diceva un grande tedesco, Immanuel Kant, a proposito del legno storto da cui è stato ricavato l'uomo. Oggi c'è chi propone di fuggire dall'Europa, di tagliare i ponti con la Germania per abbracciare la Cina con la quale l'Italia ha sempre avuto rapporti commerciali, già molto prima di Marco Polo, ai tempi dell'Impero romano e di quello degli Han. Ma l'Europa per quanto costruita con un legno più storto di quello utilizzato per il confezionamento del genere umano, resta il nostro destino: come tutti i destini irreversibili ci obbliga anche a portare la croce. Secondo un sondaggio Swg solo il 27 per cento degli italiani apprezza l'Unione Europea; secondo un'analisi di Tecnè il 42 per cento l'abbandonerebbe volentieri; secondo Demos, invece, il gradimento tocca il 30 per cento. L'Europa ha sicuramente sbagliato molto nella vicenda della pandemia ma sarebbe un errore buttare a mare una storia ricca di fascino e una idea che ha ancora una sua validità per quanto maltrattata da una classe dirigente che ha mostrato straordinari limiti di leadership, a cominciare da Angela Merkel che da sempre insegue un'occasione per scrivere la sua pagina di storia europea ma che si deve accontentare di leggere quelle scritte da altri suoi connazionali come Adenauer, Brandt, Schmidt e Kohl. Lei è rimasta la "ragazza" nata ad Amburgo ma cresciuta nella più provinciale DDR: potente economicamente e perennemente temporeggiatrice come il famoso Quinto Fabio Massimo che la seconda guerra punica, però, la vinse. 

    Ma per quanto timida nelle sue iniziative, la cancelliera nel panorama europeo appare una gigante in una assemblea di nani. Dal punto di vista delle intenzioni e delle dichiarazioni di principio, Angela Merkel è sicuramente in sintonia con la cultura europeista. Il problema è che i fatti non sono sempre conseguenti perché ispirati da logiche elettorali e opportunistiche. Insomma, il problema è… Confucio. 

    Ma tra i tanti discorsi ascoltati nei giorni caldi della pandemia, sicuramente il più "nobile", alto è stato quello pronunciato dalla cancelliera davanti al Bundestag: «Tutti i nostri sforzi a livello nazionale potranno alla fine avere successo se avremo successo in Europa […] Dobbiamo essere pronti, nello spirito di solidarietà, a realizzare contributi di ben altra natura, ossia molto più alti. Perché noi vogliamo che tutti gli stati membri dell'Unione europea possano riprendersi economicamente. Per noi in Germania riconoscerci nell'Europa unita fa parte della ragione di Stato […] L'Europa non è Europa se ognuno non sta dalla parte dell'altro in tempi di emergenza di cui nessuno ha colpa». E qualche ora dopo, al Consiglio europeo faceva seguire a questa dichiarazione di principio l'indicazione di una politica comunitaria: «Se stiamo andando come sembra che stiamo andando, verso la mobilitazione di una quantità di denaro senza precedenti per costruire la necessaria capacità di bilancio, allora dobbiamo avere coerenza nei sistemi di tassazione delle società e ci serve un sentiero di convergenza, con una quantità di idee diverse su come usare i nostri sistemi fiscali». 

    Quello che propone Angela Merkel è un passo enorme nel senso dell'integrazione. Soprattutto di tipo psicologico perché all'interno del corpo di ogni tedesco c'è una vena che non si è mai prosciugata. L'ha indicata con chiarezza il germanista Angelo Bolaffi: «La Germania […] accettò di rinunziare all'amatissima Deutsche Mark (in tedesco il termine è femminile) perché non aveva alternative. Tale rinuncia è stato il prezzo che il governo federale tedesco ha dovuto pagare per l'approvazione dell'unione tedesca».

    Insomma Angela Merkel per quanto frenata da quegli irrefrenabili istinti nazionalistici segnalati da Habermas, prova a dare dell'Europa una interpretazione in qualche maniera prossima a quella di Thomas Mann: una Germania europea, più che un'Europa tedesca. Forse non ci riesce pienamente ma a volte le capita pure di lanciare qualche segnale, qualche idea in questa direzione. E gli altri?

    Tra gli altri ci sono pure gli italiani. Noi ci lamentiamo dell'egoismo altrui, ma negli ultimi anni, anzi decenni non abbiamo saputo produrre praticamente nulla al di là delle sterili lamentazioni. In questa assenza di proposta, inevitabilmente la Germania finisce per guardare con maggiore interesse verso l'area geografica a cui è stata storicamente sempre interessata, cioè l'Europa centro-orientale, trovando assonanze culturali e di linguaggi in quel pezzo di continente più sensibile agli spifferi dell'utilitarismo riletto in chiave protestante. 

    L'Italia non è riuscita a proporre la propria leadership o il proprio pezzo di leadership nonostante l'uscita di scena della Gran Bretagna il cui vuoto avrebbe dovuto e potuto colmare. Ci ha sicuramente danneggiato il declino economico che in questi ultimi anni ci ha allontanato dalla "locomotiva" continentale. Ma è anche mancata una politica europea perché, invece di concentrarci sul complesso dei problemi, ci siamo attardati nel dibattito inutile e sfibrante su populistiche bandierine ideologiche (Mes sì, Mes no). 

    L'ultimo colpo d'ala lo abbiamo prodotto quando Craxi impose alla Thatcher l'ingresso della Spagna e del Portogallo. Poi sprazzi occasionali attraverso Carlo Azeglio Ciampi, Tommaso Padoa-Schioppa, ovviamente Romano Prodi. L'ultimo ricordo consegnato agli annali è rappresentato dai sorrisini ironici di Merkel e Sarkozy nei giorni in cui il governo Berlusconi veniva travolto dai tempestosi marosi dello spread. Ma quest'ultima non è certo un'immagine che ci riempie di orgoglio e di gloria. O eravamo subalterni (governo Monti) o puntavamo a strappare qualche decimale di flessibilità per gli ottanta euro, quota 100, il reddito di cittadinanza. 

    La responsabilità di questa debolezza progettuale incombe in particolare sulle spalle degli uomini del centro-sinistra anche perché sono gli unici dotati di una radicata cultura europeista. Ma sul tavolo di Bruxelles questa cultura non l'hanno spesa adeguatamente pur occupando posti di rilievo nella nomenklatura. Di fronte a una Merkel che ovviamente pone questioni fondamentali per il progresso dell'integrazione, l'Italia risponde con il vuoto delle idee. Il centro-sinistra italiano vive immerso nelle sue ossessioni ma stenta a mettere sul tavolo una proposta sistemica e prospettica. E pensare che la strada è stata anche aperta dalle sollecitazioni di Papa Francesco e di Mario Draghi che nei primi giorni della pandemia ha spiegato sul Financial Times che era "necessario un approccio su scala più vasta" e che "il ricordo delle sofferenze degli europei negli anni Venti" avrebbe dovuto essere per tutti noi di avvertimento. 

    Al sovranismo, il centro sinistra non ha saputo contrapporre un'idea alternativa preferendo accettare passivamente un'Europa sempre più prigioniera di una logica liberista imposta dalle "vincenti" narrazioni politiche del nord: abbagliati da Schroeder, Blair e Clinton; dimentichi di Brandt, Palme e Roosevelt. 

    Avremmo dovuto proporre una nuova rivoluzione europea nel nome di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni; avremmo dovuto rilanciare il discorso della Costituzione, rivendicare il completamento dell'impianto politico, pretendere il perfezionamento della struttura istituzionale in senso più democratico in ossequio al principio della sovranità popolare, reclamare la sburocratizzazione del sistema, sconfiggere l'abusivo primato tecnocratico, rivendicare la supremazia dei diritti sociali rispetto a quelli economici. Invece non siamo andati oltre un inutile vertice tragicamente evocativo al largo di Ventotene su una portaerei. Un capolavoro tanto nei contenuti quanto nei simboli.

    Saremo migliori? Slavoj Zizek, filosofo comunista non pentito, interprete di Marx attraverso le rimodulazioni di Althusser e la psicanalisi di Lacan, sostiene che «l'epidemia di Covid 19 dimostra non solo i limiti della globalizzazione ma anche quelli più letali del populismo nazionalista che insiste nella piena sovranità dello Stato: è la fine di 'prima l'America' (o qualunque altro paese)! […] La crisi attuale dimostra chiaramente che la solidarietà e la collaborazione globale sono nell'interesse di tutti e di ciascuno di noi, e sono l'unica cosa razionale ed egoista da fare». 

    Posta così la questione diventa più complicata e allo stesso tempo intrigante perché obbliga a pensare a un cambiamento che non riguarda solo gli individui ma coinvolge soprattutto le istituzioni e, nel complesso, quell'organizzazione capitalistica che celebra quotidianamente la sua potenza ma poi si scopre un gigante dai piedi d'argilla davanti a un virus visibile solo al microscopio. (1/2. Continua)

 

https://www.rivoluzionedemocratica.it/



LAVORO: DEMOCRATIZZAZIONE, DE-MERCIFICAZIONE, RISANAMENTO AMBIENTALE

Questo appello"DEMOCRATIZING WORK", è stato sottoscritto tra gli altri, da Thomas Piketty, Axel Honneth, Saskia Sassen, Nadia Urbinati, James Galbraith e da tremila altri studiosi di oltre 600 atenei di tutto il mondo. La lista completa è disponibile su https://democratizingwork.org/. È uscito il 16 maggio in simultanea in 25 lingue su La VanguardiaDie ZeitLe Tempsil manifesto e altre 37 testate internazionali. 

 
La versione italiana è stata approntata da Serena OlsarettiRiccardo Spotorno e Laura Cementeri. 
 
L'ADL ha aderito all'appello > Sottoscrivi qui!

 

Chi lavora è molto di più che una semplice risorsa. Questa è una delle lezioni principali che dobbiamo imparare dalla crisi in corso. Curare i malati; fare consegne di cibo, medicine e altri beni essenziali; smaltire i rifiuti; riempire gli scaffali e far funzionare le casse dei supermercati: le persone che hanno reso possibile continuare con la vita durante la pandemia di COVID-19 sono la prova vivente che il lavoro non può essere ridotto a una mera merce. La salute delle persone e la cura di chi è più vulnerabile non possono essere governati unicamente dalle leggi di mercato. Se affidiamo questi compiti esclusivamente al mercato, corriamo il rischio di esacerbare le diseguaglianze e di mettere a repentaglio le vite delle persone più svantaggiate. Come evitare che succeda questo? Implicando chi lavora nelle decisioni relative alle loro vite e al loro futuro nel luogo di lavoro. Democratizzando le imprese. De-mercificando il lavoro. Garantendo a tutti un impiego utile. Dinanzi al rischio spaventoso della pandemia e del collasso ambientale, optare per questi cambiamenti strategici ci permetterebbe non solo di assicurare la dignità di tutti i cittadini ma anche di riunire le forze collettive necessarie per poter preservare la vita sul nostro pianeta.  

    Democratizzazione. Ogni mattina, donne e uomini si svegliano e vanno a lavorare per chi tra di noi può restare in casa in quarantena. La dignità del loro lavoro non ha bisogno di altra spiegazione se non quella contenuta nel termine di "lavoratore essenziali". Questo termine mette alla luce un fatto importante che il capitalismo ha sempre cercato di rendere invisibile, spingendoci a pensare alle persone come "risorse umane". Gli esseri umani non sono una risorsa tra le altre. Senza persone che vogliano investire il proprio lavoro non ci sarebbero produzione né servizi.  

    Ogni mattina, si svegliano anche donne e uomini che, confinati in casa, si danno da fare per le imprese e ditte per le quali lavorano a distanza. Sono la dimostrazione che si sbaglia chi crede che senza supervisione non ci si possa fidare che i lavoratori si impegnino, che questi richiedano sorveglianza e disciplina esterna continua. Sono la dimostrazione, giorno e notte, che i lavoratori non sono solo una delle tante parti in gioco all'interno delle aziende: al contrario, sono loro la chiave per il successo dei datori di lavoro. Sono il nucleo costituente delle aziende; nonostante ciò, sono esclusi dalla partecipazione nella gestione dei luoghi di lavoro – un diritto, quest'ultimo, monopolizzato dagli investitori di capitale.  

    Se ci chiediamo come le aziende e la società intera possono riconoscere il contributo dei lavoratori in tempo di crisi, la risposta è: democrazia. Certamente bisogna ridurre le enormi diseguaglianze salariali e assicurare che aumentino i redditi più bassi; ma questo non basta. Come, dopo le due Guerre Mondiali, si è riconosciuto il contributo innegabile delle donne alla società dando loro il diritto al voto, così oggi appare ingiustificato negare l'emancipazione di chi investe il suo lavoroe il riconoscimento dei suoi diritti di cittadinanza all'interno delle imprese.  

    In Europa, la rappresentanza dei lavoratori sul luogo di lavoro esiste già a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, attraverso i Consigli di Lavoro. Ma questi organi rappresentativi, nel migliore dei casi, hanno scarsa voce in capitolo nella gestione delle imprese, dove sono sempre subordinati alle decisioni dei direttori esecutivi scelti dagli azionisti. Questi Consigli non sono stati in grado di frenare o rallentare la spinta verso l'accumulazione del capitale, con effetti disastrosi per l'ambiente. Questi organi dovrebbero avere diritti simili ai Consigli di Amministrazione e i dirigenti aziendali dovrebbero avere l'obbligo di ottenere sempre un doppio consenso: sia da parte degli organi che rappresentano i lavoratori che da quelli che rappresentano gli azionisti. In Germania, Olanda e nei paesi scandinavi, vari tipi di co-gestione (Mitbestimmung) si sono stabiliti progressivamente dopo la Seconda Guerra Mondiale e hanno rappresentato un passo cruciale ma insufficiente verso la creazione di una vera e propria cittadinanza all'interno dell'impresa. Perfino negli Stati Uniti, dove le organizzazioni di lavoratori e sindacali sono state pesantemente indebolite, si alzano voci a favore del riconoscimento del diritto degli investitori di lavoro di eleggere rappresentanti con una maggioranza qualificata all'interno dei consigli di amministrazione. Questioni come la scelta di un amministratore delegato, le strategie principali e la distribuzione dei profitti sono troppo importanti per essere lasciate interamente nelle mani degli azionisti. Chi investe il proprio lavoro – ovvero, la propria mente e il proprio corpo, la propria salute o anche la propria vita – deve godere del diritto collettivo di appoggiare o respingere queste decisioni.  

    De-mercificazione. Questa crisi ci insegna anche che è sbagliato trattare il lavoro come mera merce e lasciare le scelte che incidono più profondamente sulle nostre comunità in mano interamente ai meccanismi di mercato. Da tempo le politiche di lavoro e di approvvigionamento nel campo sanitario sono state guidate dalla semplice analisi costi/benefici; la crisi della pandemia ci rivela come questo criterio ci abbia spinto a fare errori. Alcuni bisogni fondamentali e collettivi devono essere sottratti al criterio dell'analisi costi/benefici, come ci ricordano il numero crescente di morti di COVID in tutto il mondo. Chi sostiene il contrario ci mette in pericolo. Quando sono in gioco la salute e la nostra vita sul pianeta, ragionare in termini di costi e benefici è indifendibile.  

    La de-mercificazione del lavoro significa proteggere alcuni settori dalla legge del cosiddetto "libero mercato"; significa inoltre assicurare che tutti abbiano accesso al lavoro e alla dignità che conferisce. Una possibile maniera per realizzare questo obiettivo è la creazione di una Garanzia di Impiego. L'articolo 23 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani afferma che ogni persona ha diritto al lavoro. Una Garanzia di Impiego non solo offrirebbe a ogni cittadino la possibilità di lavorare e vivere con dignità, ma rinforzerebbe anche la nostra capacità collettiva di far fronte alle tante sfide sociali e ambientali che ci troviamo davanti. Una Garanzia di Impiego permetterebbe ai governi, in collaborazione con le comunità locali, di creare lavoro degno e al contempo di contribuire agli sforzi per evitare il collasso ambientale. Davanti alla crescita della disoccupazione in tutto il mondo, i programmi per garantire l'impiego posso giocare un ruolo fondamentale per assicurare la stabilità sociale, economica e ambientale delle nostre società democratiche. Un tale programma deve essere adottato dall'Unione Europea come parte del suo Green Deal; al fine di assicurarlo, bisogna ridefinire la missione della Banca Centrale Europea, in modo che quest'ultima possa finanziarlo. Questo programma offrirebbe una soluzione anti-ciclica alla disoccupazione massiccia che sta per colpirci e sarà d'importanza fondamentale per la prosperità europea

    Risanamento ambientale. La nostra reazione alla crisi attuale non deve essere ingenua come lo fu quella alla crisi economica del 2008. Allora si adottò un piano di salvataggio senza condizioni che incrementò il debito pubblico senza pretendere nulla in cambio da parte del settore privato. Se i nostri governi si impegnano per salvare le imprese nella crisi attuale, anche queste ultime devono fare la loro parte, accettando alcune condizioni fondamentali della democrazia. I nostri governi, in nome delle società democratiche dai quali vengono scelti e alle quali devono rispondere, e in nome dell'obbligo che tutti abbiamo di assicurare l'abitabilità del nostro pianeta, devono appoggiare le imprese a condizione che queste adottino delle nuove pratiche, attendendosi a requisiti ambientali esigenti e introducendo strutture interne di governo democratico. Imprese governate democraticamente – all'interno delle quali avrà uguale peso, nelle decisioni strategiche, la voce di chi investe il suo lavoro e di chi investe capitale - saranno capaci di guidare la transizione dalla distruzione al risanamento e rigenerazione ambientali. Abbiamo avuto fin troppo tempo per costatare cosa succede, nel sistema corrente, quando il lavoro, il pianeta e i guadagni si scontrano: il lavoro e il pianeta ne escono perdenti. Sappiamo, grazie alle ricerche del Dipartimento di Ingegneria dell'Università di Cambridge (Cullen, Allwood, and Borgstein, Envir. Sci. & Tech. 2011 45, 1711–1718), che "cambiamenti di progettazione realizzabili" possono ridurre il consumo globale di energia del 73%. Ma questi cambiamenti richiedono l'impiego di molta forza lavoro e per metterli in atto sono necessarie scelte che nell'immediato risultano costose. Finché le imprese saranno gestite con l'obiettivo di massimizzare il profitto in un mondo in cui l'energia è a basso costo, perché mai verrebbero adottati questi cambiamenti?

    Nonostante le sfide che questa transizione comporta, imprese sociali e aziende cooperative, guidate da obiettivi che tengono in conto tanto considerazioni finanziarie quanto sociali e ambientali e che danno spazio alla democrazia interna, hanno già dimostrato il loro potenziale come agenti dei cambiamenti desiderati.

    Non illudiamoci: gli investitori di capitale, potendo scegliere, non si cureranno della dignità degli investitori di lavoro e non si faranno carico di combattere la catastrofe ambientale. È possibile scegliere un'altra strada. Democratizziamo le imprese; de-mercifichiamo il lavoro; smettiamo di trattare le persone come risorse in modo da potere impegnarci insieme per sostenere la vita sul nostro pianeta. (16/05/2020)

 
Isabelle Ferreras (University of Louvain/FNRS-Harvard LWP), Julie Battilana (Harvard University), Dominique Méda (University of Paris Dauphine PLS), Julia Cagé (Sciences Po-Paris), Lisa Herzog(University of Groningen), Sara Lafuente Hernandez (University of Brussels-ETUI), Hélène Landemore(Yale University), Pavlina Tcherneva (Bard College-Levy Institute), Serena OlsarettiRiccardo Spotorno, Léa Ypi (London School of Economics), Massimo Maoret (IESE Business School), Alberto Alemanno (HEC Paris-NYU Law), Elizabeth Anderson (University of Michigan), Philippe Askénazy(CNRS-Paris School of Economics), Aurélien Barrau (CNRS et Université Grenoble-Alpes), Adelle Blackett (McGill University), Neil Brenner (Harvard University), Craig Calhoun (Arizona State University), Ha-Joon Chang (University of Cambridge), Erica Chenoweth (Harvard University), Joshua Cohen (Apple University, Berkeley, Boston Review), Christophe Dejours (CNAM), Olivier De Schutter (UCLouvain, UN Special Rapporteur on extreme poverty and human rights), Nancy Fraser (The New School for Social Research, NYC), Archon Fung (Harvard University), Javati Ghosh (Jawaharlal Nehru University), Stephen Gliessman (UC Santa Cruz), Hans R. Herren (Millennium Institute), Axel Honneth (Columbia University), Eva Illouz (EHESS, Paris), Sanford Jacoby (UCLA), Pierre-Benoit Joly (INRA - National Institute of Agronomical Research, France), Michele Lamont (Harvard university), Lawrence Lessig (Harvard University), David Marsden (London School of Economics), Chantal Mouffe (University of Westminster), Jan-Werner Müller (Princeton University), Gregor Murray(University of Montréal), Susan Neiman (Einstein Forum), Thomas Piketty (EHESS-Paris School of Economics), Michel Pimbert (Coventry University, Executive Director of Centre for Agroecology, Water and Resilience), Raj Patel (University of Texas), Katharina Pistor (Columbia University), Ingrid Robeyns (Utrecht University), Dani Rodrik (Harvard University), Saskia Sassen (Columbia University), Debra Satz (Stanford University), Pablo Servigne PhD (in-Terre-dependent researcher), William Sewell(University of Chicago), Susan Silbey (MIT), Margaret Somers (University of Michigan), George Steinmetz (University of Michigan), Laurent Thévenot (EHESS), Nadia Urbinati (Columbia University), Jean-Pascal van Ypersele de Strihou (UCLouvain), Judy Wajcman (London School of Economics), Lisa Wedeen (The University of Chicago), Gabriel Zucman (UC Berkeley), e 3000 altri studiosi da oltre 600 atenei di tutto il mondo.  

 

La lista completa è disponibile su https://democratizingwork.org/ Sottoscrivi qui!