lunedì 27 giugno 2011

RIVOLUSSIONE.

Da uno dei leader riconosciuti del "partito in rete" riceviamo e volentieri rilanciamo

www.ucuntu.org


Aaaargh! Nel duemila e passa! Parole orribili! Cose selvagge e sanguinolente! Momento. Vedi Egitto, vedi Tunisia e un pochino forse anche Milano. Ecco cos'è una "rivolussione", oggigiorno e perché è nonviolenta e perché si può fare . . .

 

di Riccardo Orioles

 

Giusto, ha vinto internet. Ormai è banale dirlo ma queste tre elezioni (Milano, Napoli e i referendum) sono la data di nascita del "partito" nuovo, della nuova organizzazione di massa. Il "L'avevo detto" è irrefrenabile (penso al San Libero di dieci anni fa), ma in fondo è sciocco: non ci voleva granché per capire che cosa si stava preparando, bastava tenersi fuori dal ceto politico riconosciuto e, pagandone i prezzi, ragionare.

    Hanno perso gli imprenditori. E' dalla "Milano da bere", dunque dagli anni Ottanta, che la politica si ufficializza sempre più in un pensiero: il Paese è un'azienda, le aziende lo compongono, e tutto il resto è contorno. Neanche il pensiero di Mao era stato così categorico e indiscusso.

    I nuovi imprenditori italiani, in buona parte, sono stati – parlano i conti – la zavorra dell'economia italiana. Hanno rosicchiato un'industria faticosamente costruita negli anni duri, hanno mandato all'estero macchine e mercati, ci hanno trasformato - per pura avidità, senza accorgersene – un dignitoso paese industriale in un pastrocchio indefinibile fra postsovietico e terzo mondo. Le magnifiche sorti e progressive.

    Abbiamo sfiorato il nazismo, in questi anni, e se ne leggeranno le cronache, anni dopo di noi, con un senso d'orrore.


* * *


In questo disastro, creato dai possidentes, imposto a colpi di tv e mafia dalla destra e vaselinato dai leghisti, le colpe della sinistra sono tremende. Il medioevo sociale di Berlusconi - precariato, privatizzazioni selvagge, università, scuola – è cominciato col centrosinistra, che di queste "riforme" andava fiero e orgoglioso.

    Solo quando la gestione è passata alla destra, e le poche carote sono state sostituite dai bastoni, il centrosinistra (non tutto) ha cominciato ad accorgersi del danno fatto. La privatizzazione dell'acqua, ad esempio, nacque anche in Sicilia, con Bianco il "riformista", e venne portata avanti da una lobby precisa dentro il Pds.

    Adesso questo è finito, almeno ora. Bersani si è impegnato onestamente sui referendum, ha sostenuto a spada tratta posizioni che due anni fa avrebbero spaccato il partito, si è dimostrato coi suoi paciosi "ohè ragassi" un leader molto più serio e affidabile dei magniloquenti e catastrofici Veltroni e D'Alema.

    Ma anche lui non osa prendere posizione sulla Fiat (qui ci si spaccherebbe davvero, con un Fassino che sta a Marchionne come una volta Cossutta a Breznev), persino dire "stiamo con gli operai" è troppo pericoloso, in un partito nato esattamente dagli operai della Fiat, cent'anni fa. E va bene.

        Inutile piangere sul latte versato: meglio pensare che la sinistra ufficiale in questo momento è la meno peggio che si vede da molti anni, con ali ben distinte fra loro ma non nemiche, con personalismi assai forti (Vendola, Di Pietro, Grillo) ma tutto sommato controllabili, con una dura opposizione al governo attuale - non al sistema che l'ha prodotto - e con la vaga sensazione che forse privatizzazioni e precariato hanno qualche piccolo difetto.

    Va bene, non si può chiedere troppo dalla vita: questo può darci oggi la "politica", ed è già tanto.


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Al resto, dobbiamo pensarci noi, con altri mezzi. Quali? Ohè ragassi, ma la rivolussione naturalmente!

    Aaaargh! Nel duemila e passa! Queste parole orribili! Queste...  queste cose selvagge e sanguinolente! Queste cose impossibili, fuori dal tempo!

    Momento. Le rivoluzioni nel duemila si possono fare, e si fanno benissimo difatti. Vedi Egitto, vedi Tunisia e un pochino forse anche Milano. Le rivoluzioni oggi possono essere nonviolente (debbono esserlo, perché lo zar non ha più i cosacchi ma le televisioni) e non sono meno rivoluzionarie per questo (chiedetelo a Obama).

    Rivoluzione vuol dire uscire coscientemente dal vecchio sistema e organizzarsi direttamente alla base, con sistemi nuovi. Discutere ma fare anche eventi di massa. Quali sono le bastiglie oggi? I palazzi d'inverno? Non hanno mura e cannoni, ma ci sono lo stesso; non più in una singola piazza, ma diffusi.

    Quella dozzina di liceali che organizza la lotta per l'acqua, in un paesino della Sicilia, e solo dopo si rivolge (se si rivolge) ai partiti, è rivoluzionaria; e alla fine vince. Quel gruppo di studenti a Milano, che parla di informazione e, saltando i decenni, riparte da Giuseppe Fava, è rivoluzionario; altro che Vespa e Santoro.Quella ragazza sveglia, frequentatrice dei Siciliani anni '90, che dopo anni organizza il primo sciopero degli immigrati, è rivoluzionaria.

    Si unissero tutte queste forze fra loro, facessero corpo insieme, sprizzassero scintille: che cosa sarebbe questo, se non una rivoluzione?


* * *


C'è un unico ostacolo serio, ed è la nostra insufficienza. Insufficienza culturale, non di forze. Stiamo perdendo tempo, stiamo perdendo occasioni.

    Ricordate com'è cresciuto Berlusconi? Con un progresso tecnico, l'emittenza locale. E' là che - per colpa nostra - ci ha battuto. Eravamo molto più forti di lui, negli anni Settanta, in questo campo. Duecentocinquantatrè radio libere di sinistra (una era quella di Peppino) e mezza dozzina di tv. Queste sono state date via  perché tanto c'era già il nostro spazio Rai. Quelle non riuscivano mai a coordinarsi fra loro, neanche per un momento, e passavano il tempo a giocare a "rradio-rrossa-alternativa". Intanto Berlusconi macinava.

    E' quel che sta succedendo oggigiorno. Abbiamo scoperto l'internet, ci abbiamo galoppato come i Sioux delle praterie. Ma gli altri lo colonizzano, in compagnie e reggimenti e con l'artiglieria. E noi continuiamo a galoppare, ognuno nella sua valle, allegramente.


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Su che cosa sarà il prossimo referendum (è ovvio che bisogna farlo)? Sul precariato, per caso? Ci saranno elezioni? Quando ci faranno votare? L'accordo Confindustria-Tremonti sostituirà Berlusconi, o ci sarà spazio per una soluzione "milanese"?

    La Lega sparerà, o si limiterà alle parole? Noi saremo un "partito", o solo un'occasionale massa elettorale?

    Quante domande, che un mese fa non esistevano... Il mondo va assai di fretta di questi tempi. Non restiamo a guardare.
 
 
 
 
 
 
 

Riceviamo e volentieri segnaliamo 

A colloquio con Nichi Vendola

Un ritratto radiofonico in due puntate trasmesso sulla Radio della Svizzera Italiana l'8 e il 9 giugno scorsi.

A cura di Sonja Riva

 

Nichi Vendola è tra i politici del centro sinistra uscito vincitore dalle urne delle recenti elezioni amministrative italiane. Sia il neoeletto sindaco di Milano Pisapia, che quello di Cagliari, Zedda, candidati del centro sinistro appartengono, infatti, al suo movimento politico, il Sel, Sinistra e Libertà, che ha incassato anche il cinque per cento a livello nazionale, con punte del 7 in Sardegna e del 10 a Bologna.

    Nichi Vendola è dal 2005 presidente della Regione Puglia. Giornalista e scrittore, personaggio anomalo della scena politica italiana, anche per la sua storia personale, nasce dalla tradizione comunista, è omosessuale dichiarato e cattolico.

    Colto e popolare, rivendica una dimensione nuova e diversa della politica, che non teme le emozioni e le passioni. Possiede il culto della famiglia, è uomo di abitudini antiche, romantico nel suo desiderare una normalità di vita rassicurante. Ha portato all'interno della scena politica italiana una modernità nuova nel linguaggio e nelle modalità di comunicare e una notevole capacità di coinvolgere i giovani.

    L'abbiamo incontrato a Bari, prima delle elezioni, e ai nostri microfoni si è raccontato come mai aveva fatto, parlando di sé, della sua storia personale, di cultura e di politica, di famiglia e di religione, di comunismo e d'incontri importanti. Due appuntamenti per scoprire un personaggio singolare, denso di sfaccettature e di umanità.
 

Il berlusconismo è finito. Il populismo no.

Dopo il refrendum e le amministrative

da L'Avanti della Domenica


Inalterato, in qualche caso aggravato, il quadro politico ed economico del Paese. L'Economist: "Sarebbe ora che l'Italia smettesse di incolpare i morti per i suoi problemi".

 

di Bobo Craxi

 

Sembrano arrivare al pettine i nodi inestricati dell'ennesima legislatura che giunge al suo ultimo giro di boa e che lascia inalterato, in qualche caso aggravato, il quadro politico ed economico del Paese.

    D'altronde, lo rileva anche De Rita , una politica che si fonda sugli slogan facili, sulla volatilità dei sondaggi o sull'affidabilità delle opinioni dei cittadini in Rete impedisce a qualsiasi democrazia di affrontare con efficacia le questioni di fondo che la impegnano sapendo fare "sistema" sulle grandi e impegnative scelte.

    L'impressione è che sia fallita la cosiddetta opzione del "berlusconismo", ma non è affatto finita la sua spinta populistica che non a caso sembra aver preso in ostaggio la Politica nel senso più profondo del suo significato.

    E' il rivendicazionismo "à la carte " quello che sembra essere la cifra politica di movimenti e partiti politici (ne abbiamo avuto una riprova plastica anche a Pontida) che , perduto il senso e lo spirito di chi intende promuovere gli interessi generali, in tempi di crisi economica globale si affida ad estemporanei obiettivi perlopiù dettati da esigenze elettoralistiche di corto respiro.

    D'altronde per la finanza di cartastraccia l'aggressione ai Paesi indebitati e contendibili sul piano economico diventa un gioco da ragazzi in queste settimane, e soltanto la coesione politica nazionale può determinare le condizioni migliori per respingere l'assalto alla diligenza evitando ulteriori svendite sottocosto del patrimonio pubblico, ingenti tagli non solo di costi sociali ritenuti superflui, ma ulteriore ricorso a sforbiciate occupazionali nei settori pubblici più improduttivi.

    La logica mercatista di questa fase continua a prevalere nonostante sia stata la fonte dei disastri economici che a catena hannoinfluenzato prima la caduta e l'annientamento di Istituti bancari ed affini e di conseguenza stanno determinando il collasso di economie fragili e le conseguenti scomparse di regimi, certamente a-democratici, di Paesi che viaggiavano su ritmi di crescita importanti in aree di tradizionale sottosviluppo.

    Gli elementi di criticità del caso italiano sono a tutti noti e presenti, L'Italia sembra essere un Paese a disagio nel mondo, paurosa della globalizzazione e della conseguente immigrazione che comporta, avversa la competizione e discrimina la forza-lavoro più giovane, non riesce ad innovare le proprie istituzioni ed è paralizzata dallo scontro permanente fra la politica, la magistratura, i mezzi d'informazione e le imprese. Ed è costantemente logorata dall'intreccio dei conflitti d'interesse di questi quattro poteri che stentano a trovare e mantenere un equilibrio per realizzare un progetto ed un programma comune.

    Certamente la destra e Berlusconi hanno aggravato questo stato di cose, ma non bisogna illudersi che l'insieme dei fattori di crisi e paralisi possano essere superati in un sol colpo con un cambio di maggioranza parlamentare senza una svolta di sistema che restituisca anche alla politica lo scettro del comando delle decisioni utili ed indispensabili. D'altronde l'Italia non è all'anno zero e la forza che può trarre anche dal suo confuso e disordinato progresso può determinare spinte di cambiamento verso l'alto, purché a dettare ed orientare le politiche di sviluppo e di contenimento dei deficit non siano forze politiche demagogiche e guidate da fini differenti da quelli che in questo momento sono considerati i bisogni reali del Paese.

    Lo spirito per affrontare le sfide che verranno deve essere fondato non soltanto sulla consapevolezza che sia possibile far concludere il ciclo della destra e sconfiggere il suo leader, ma deve essere improntato su un nuovo e più convincente richiamo alla fiducia ed all'ottimismo. In questo senso i risultati referendari devono richiamare alla memoria la svolta degli anni settanta che aprì le porte alla fiducia del decennio successivo e il malinconico trionfo di Segni che avviò il ventennio horribilis della democrazia italiana; Anche se  commentatori e leader politici nella sinistra non sembrano così convinti che il ciclo che si può aprire possa rigenerare lo spirito migliore degli anni 80'.

    Infatti su una questione in questi anni i protagonisti della Seconda Repubblica sono sembrati andar d'accordo e cioè che non vi era dubbio che i fattori scatenanti degli elementi di crisi esistenziale del Paese fossero le pesanti eredità lasciate dai partiti di governo della Prima Repubblica.

    Le parole di Economist su questo punto sono persino illuminanti : "Sarebbe ora che l'Italia smettesse di incolpare i morti per i suoi problemi e si desse una svegliata bevendo una tazza del suo buon caffè".

150 - LA STORIA E LE IDEE - Carlo Rosselli e il sogno di una democrazia sociale

Il progetto rosselliano non si è realizzato nel primo sessantennio della Repubblica, ma indica oggi alla sinistra più avanzata l'unica alternativa credibile al populismo autoritario affermatosi negli anni Novanta. Lo storico Tranfaglia ritorna sulla vita e l'opera di Carlo Rosselli, di cui ha completato una fondamentale biografia. Il volume è stato presentato all'Istituto italiano di Cultura a Parigi il 9 giugno scorso, nell'anniversario dell'assassinio compiuto per ordine del governo fascista.

 

di  Nicola Tranfaglia

 

Gli elementi che caratterizzano la personalità di Carlo Rosselli (ma anche quella di suo fratello Nello che pure si dedicava anzitutto alla storia del Risorgimento) e la sua azione politica in Italia, in Francia e nella Spagna della guerra civile del 1936 non sono difficili da indicare.

Carlo costituì nella lotta contro il fascismo, prima in Italia, poi in Francia e in Spagna un punto di riferimento centrale per quella parte degli italiani che non vollero accettare la dittatura e cercarono di combatterla su una piattaforma politica e liberalsocialista, fortemente critica verso il movimento comunista ma, nello stesso tempo, attenta alla sua evoluzione.

    Dopo l'esperienza del settimanale "Quarto Stato" inieme al repubblicano e socialista Pietro Nenni che chiedeva una forte mobilitazione delle coscienze in senso contrario al fascismo e un'aperta critica degli errori compiuti dal movimento socialista, Rosselli pubblica il saggio sul Socialismo liberale (che sono riuscito a far ripubblicare dal Corriere della Sera il 12 marzo di quest'anno) puntando su un socialismo, nutrito di un metodo liberale moderno, in grado di dare un peso preponderante al problema sociale come al ruolo della libertà e della volontà umana nel farsi della storia.

 

Sia attraverso i "Quaderni di Giustizia e Libertà", pubblicati dopo la fondazione del movimento politico di Giustizia e Libertà fondato a Parigi nel 1929, sia attraverso il settimanale con lo stesso titolo fondato nel 1934, dopo lo scioglimento della Concentrazione antifascista, Carlo dedica la sua attenzione, da una parte, all'analisi del fenomeno fascista, dall'altra all'Italia che dovrà risorgere dalla dittatura e costruire una democrazia sociale moderna capace di realizzare quegli ideali di libertà e giustizia sociali necessari per battere tutte le tentazioni populistiche e dittatoriali che si possono presentare.

 

Ora sul pensiero di Rosselli e sulla sua battaglia complessiva non posso scendere nei particolari e devo rinviare al mio ultimo lavoro su Carlo Rosselli (1899-1937) e il sogno di una democrazia sociale moderna, che ho presentato all'Istituto di Cultura italiano a Parigi il 9 giugno scorso, proprio nell'anniversario dell'assassinio compiuto dal Sim e dalla Cagoule, per ordine del ministro fascista Galeazzo Ciano, di fronte a una sala piena di italiani e di francesi.

 

Qui vorrei sottolineare due aspetti della sua battaglia politica che mi sembrano ancora molto attuali.

 

Il primo riguarda alcune caratteristiche del regime fascista, di cui il populismo berlusconiano riproduce purtroppo - pur con le inevitabili differenze del tempo passato - alcuni tra i difetti maggiori.

 

La prima caratteristica si ricava da un appunto inedito di Carlo Rosselli scritto per una riunione di dirigenti di Giustizia e Libertà a Parigi nel 1932: "Il carattere supremamente ripugnante della dittatura moderna fascista non consiste nella forza e nella soppressione delle libertà -- fenomeni questi propri a tutte le tirannie -- ma nella fabbrica del consenso, nel servilismo attivo che essa pretende dai sudditi."

 

La seconda caratteristica si trova in una indicazione che emerge da un articolo apparso due anni dopo, nel febbraio 1934, sul numero 10 dei Quaderni di Giustizia e Libertà : "Lo Stato Corporativo non è che lo strumento tecnico della reazione moderna, una contraffazione a fini conservatori del movimento operaio libero e creatore. Di fronte alle grandi masse che raduna l'industrialismo moderno, l'assenteismo dell'ancien regime che aveva a che fare con popolazioni sparse e artigiane, non è più possibile. Al movimento di massa è gioco-forza opporre una reazione di massa. Alla lega operaia il sindacato di Stato. All'ideale di una produzione associata, socializzata, la corporazione."

 

Sul comunismo il suo discorso è altrettanto chiaro. Critica radicale alla dittatura marxista staliniana e alle atrocità del regime dispotico ma difesa della rivoluzione "che ha distrutto l'autocrazia, che ha dato la terra ai contadini. Questa rivoluzione l'amiamo e la difenderemo

 

Se alla storia di Carlo e di Nello Rosselli, si aggiungono le storie giudiziarie che hanno sempre assolto i mandanti dell'assassinio in Francia, come nell'Italia del secondo dopoguerra, e il veto opposto prima da Charles De Gaulle in quanto capo dello Stato francese, dai suoi immediati successori e poi nel 1981 da Francois Mitterrand per non consentire agli storici di tutto il mondo (me compreso) di consultare i fascicoli della Cagoule negli archivi nazionali di Parigi, si ha il quadro della vera e propria persecuzione in vita e post-mortem che hanno subito i due fratelli Rosselli, autentici simboli e martiri dell'Italia democratica, liberalsocialista  e antifascista.


Volume su Carlo Rosselli di Nicola Tranfaglia (Baldini Castoldi Dalai, 2010, pp 507, Euro 22). La prima edizione di questo libro fu pubblicata da Laterza nel 1968 con il titolo Carlo Rosselli: dall'interventismo a Giustizia e Libertà , e esplorava in maniera analitica la formazione di Rosselli, il suo pensiero giovanile e la sua azione politica in Italia fino al 1930. In questa edizione la vita e l'opera di Carlo Rosselli vengono restituiti anche gli anni parigini e la attività di Rosselli come leader di Giustizia e Libertà, le sue pubblicazioni e i rapporti con gli altri movimenti antifascisti in esilio, fino all'assassinio di Bagnoles de L'Orne il 9 giugno 1937. Tranfaglia offre ai lettori non solo italiani la biografia completa di uno dei più grandi combattenti nella lotta al fascismo, l'uomo che prefigurò la repubblica democratica nata infine nel 1946 e che ha contrassegnato il dibattito politico a sinistra anche nel secondo dopoguerra. Nicola Tranfaglia ricostruisce le vicende pubbliche e private di Rosselli, la sua azione e il suo pensiero, le concezioni politiche e culturali alla base di uno tra i maggiori e più originali esponenti dell'antifascismo europeo. In Italia, ma anche a livello internazionale, le ricerche di Tranfaglia sono considerate un imprescindibile riferimento scientifico e culturale per la comprensione del progetto rosselliano: cioè di quel connubio tra pensiero liberaldemocratico e socialismo liberale che in Italia non si è realizzato nel primo sessantennio della Repubblica, ma che oggi la sinistra più avanzata persegue come unica alternativa credibile al populismo autoritario affermatosi negli anni Novanta.

 

Nicola Tranfaglia, professore emerito all'Università di Torino e deputato nella XV legislatura, ha diretto grandi opere collettive come Il Mondo Contemporaneo (10 volumi), la Storia della stampa italiana (7 volumi) e La Storia (14 volumi). Si è occupato di molti aspetti della storia italiana ed europea, tra cui fascismo e antifascismo, terrorismo e mafia, giornalismo e potere. Tra i suoi libri più recenti: La sentenza Andreotti (2000); Un passato scomodo. (2006); Vent'anni con Berlusconi 1993-2013 (2009).

 

IPSE DIXIT

Grande passione rosselliana - «La parte liberale del suo socialismo fu essenzialmente una grande passione libertaria; il socialismo come espressione di libertà, come un grande movimento che libera realmente l'uomo.» – Paolo Bagnoli

 

Socialismo libertario - «La libertà, presupposto della vita morale, così del singolo come della collettività, è il più efficace mezzo e l'ultimo fine del socialismo.» – Carlo Rosselli

 
Attenzione - «L'attenzione storica, coniugata necessariamente al passato, contiene un severo giudizio sull'oggi e una tenue speranza per il domani.» – Alastor

lunedì 20 giugno 2011

Dibattito politico: Evviva le privatizzazioni

Di che cosa voglia dire innovare in Italia abbiamo avuto una incontrovertibile testimonianza in questi giorni nel settore delle Poste. Ci era stato spiegato che erano state privatizzate per funzionare meglio con  tutta la retorica di contorno che si accompagna a simili operazioni. I fatti sono sotto gli occhi di tutti.

di Paolo Bagnoli

Il semplice cambio di un sistema informatico ha generato un caos vergognoso in un settore di quelli che una volta venivano definiti strategici per l'interesse nazionale. E le poste lo sono in tutti i Paesi del mondo ove – lo diciamo  non  per scarso attaccamento alla patria - funzionano; in  ogni caso, sempre meglio che nella penisola.

    I danni e i disagi per l'utenza  sono stati di grandissima portata,ma non ci risulta che né il Parlamento né il Governo abbiano chiesto ai dirigenti – che pure,se non altro,sono gravati da responsabilità oggettiva – di andare alla Camere,ossia di fronte al Paese,a dire qualcosa. 

    Anzi  l'amministratore delegato di Poste spa,il dott. Massimo Sarmi, a vedere dai giornali, è apparso quasi seccato che gli si rendesse conto dell'avvenuto;sicuramente ha dato,almeno a chi scrive,l'impressione di uno che in un ufficio postale – beato lui – non ha mai messo piede:quasi mai, recentemente di sicuro.

    Il fatto è che le Poste non sfuggono alla logica generale vigente in Italia:appena si privatizzano settori strategici gli utenti cessano di essere tali per divenire semplicemente dei clienti;ciò avviene per le Poste,per le Ferrovie,per le Austostrade,per la telefonia e potremmo continuare.

    Il cambio di qualità consiste nel fatto che l'ente privatizzato, concepito per le esigenze della collettività tutta, perde come propria mission – un termine che piace così tanto a quest'Italia fatta di convegnisti , analisti di professione e menager tanto da domandarsi dove trovano poi il tempo per fare  cui sono incaricati essendo per di più lautamente retribuiti – quella per cui quel tale servizio è stato istituito e concepito per assumermene una nuova;nel caso delle Poste:fare banca,vendere cd e telefonini, bambole, cartoline, libri, cancelleria, giochi da tavolo e via elencando.

    La maggioranza dei servizi di istituto, poi, è naturalmente esternalizzata. I paradossi, nello specifico, sono addirittura indefinibili poiché in taluni, e non sono pochi, uffici postali, talora è difficile sapere addirittura dove si trovano i francobolli. La mission diviene il vendere, fare profitti, acquisire clienti; punto e basta.

    Verrebbe da dire: evviva le privatizzazioni. Le vicende degli ultimi anni hanno dimostrato il fallimento  epocale del "privato" che,naturalmente,socializza le perdite in barba al mercato e a tutte le fandonie che si raccontano in proposito.

    Si dirà che l'Italia è l'Italia. Noi ne siamo ben convinti, ma riteniamo che ci debba essere un margine anche alla indecenza per quel minimo di decoro che un Paese, che ci ostiniamo a considerare ancora "civile", deve avere.

Fiat, prima udienza del ricorso Fiom

LAVORO E DIRITTI
a cura di rassegna.it

Si è aperta sabato 18 giugno al Tribunale del lavoro di Torino la causa sul ricorso della Fiom contro la newco della Fiat per lo stabilimento di Pomigliano. Il sindacato ritiene illegittimo il contratto firmato da Fim, Uilm, Ugl e Fismic, e in particolare la previsione che solo i firmatari possano eleggere rappresentanti in fabbrica (escludendo di fatto per la stessa Fiom la possibilità di fare attività in quello stabilimento).

"Tra avvocati e parti chiamate in causa - spiega all'Ansa Elena Poli, uno dei sette avvocati della Fiom - saremo almeno una quarantina". Cinque gli avvocati della Fiat, il giudice è Vincenzo Ciocchetti. L'ultimo caso da lui analizzato è quello della Tayco di Collegno, quando è stata accolta la richiesta della Fiom di applicare a tutti i lavoratori gli aumenti previsti dal contratto del 2009.
    L'udienza si è aperta con un tentativo di conciliazione per evitare la causa, tentativo rigettato dalle parti. "Dovrebbero essere ripristinate  nella fabbrica di Pomigliano le condizioni precedenti il contratto del 29 dicembre 2010. Bisogna applicare il contratto nazionale e applicare l'accordo interconfederale sulle Rsu", chiede la Fiom rappresentata dal segretario confederale Maurizio Landini. Per la Fiat "non ci sono le condizioni per un dialogo costruttivo".

Susanna Camusso

Il segretario generale della CGIL, Susanna Camusso ha commentato l'inizio dell'azione giudiziaria contro la Fiat con queste parole: "Siamo sostenitori dell'indipendenza della magistratura e rispettosi delle sentennze".

 

Immigrate che salvano l'Italia

Le imprenditrici straniere sono sempre di più: dinamiche, vivaci, migrano spesso da sole, senza mariti o famiglia. E, anche grazie al microcredito, avviano attività in proprio: ristoranti, negozi, sartorie.

di Paola Simonetti

Pinyin è minuta ma decisa. Gestisce il suo emporio con una gentilezza piena di determinazione. Parla un italiano sorprendentemente cristallino, mentre i suoi fratelli e suo marito che collaborano con lei ancora stentano a capire le richieste dei clienti. Conosce la collocazione delle migliaia di oggetti in vendita a memoria, raramente si mette a pensare se qualcuno le chiede dove trovare quel che cerca; la clientela rimane sempre sbalordita. Sarà per tutto questo che il suo grande negozio situato in uno dei più popolosi quartieri di Roma, fra l'Eur e Trastevere, è sempre strapieno.

    Pinyin, cinese di nascita, è solo uno dei numerosi esempi di quel vivacissimo universo nascente che è l'imprenditoria immigrata al femminile nel nostro paese. Cresciuto da un dinamismo di contesto, che vede gli immigrati in generale particolarmente attivi nell'impresa autonoma capace di surclassare quella italiana (+9,2% dal 2008 al 2010 secondo un'indagine condotta dalla Fondazione Leone Moressa sulla base dei dati Infocamere), si configura non solo come rappresentativo di un nuovo linguaggio dell'economa straniera, ma anche e soprattutto come paradigma di un cambiamento radicale della situazione socio-culturale dell'immigrazione nel nostro paese.

    Nel 2010, stando alle stime della Confederazione dell'artigianato e della piccola e media impresa (Cna), su 213 mila piccole e medie imprese più del 18%, circa 38-39 mila imprese (nel 2009 ammontavano a 32 mila), erano guidate da donne straniere. La maggiore spinta imprenditoriale, stando ai dati Istat, si evidenzia fra le cinesi (16 per cento), le rumene (7,6), le svizzere (7,3) e le marocchine (6,7). Forte anche l'imprenditoria femminile africana, emergente quella asiatica con il Bangladesh, dove sono presenti grandi competenze sull'impresa agricola (i vicini indiani sono, secondo il Cna, abilissimi mungitori).

    Le donne straniere sono particolarmente attive nella ristorazione e nel commercio al dettaglio, con settori di spicco legati anche all'artigianato, come ad esempio la riparazione di abiti. La maggior parte ha scelto come regione la Lombardia. Secondo la Camera di commercio di Milano, infatti, al terzo trimestre 2010 le imprese femminili straniere nella provincia di Milano e nella regione sono 10.354, pari all'11,3% sul totale delle aziende in rosa. Complessivamente si rivela significativo il dato che ha visto, in Italia, le imprese femminili africane capaci di reggere meglio di altre alla crisi, secondo il Cna.

    Nell'ambito di uno scenario di riferimento già molto consolidato e di vecchia data, cresciuto del 39% tra il 2003 e il 2009 fra marocchini, senegalesi, egiziani, tunisini, nigeriani e algerini, le donne "rivestono un ruolo importante – ha spiegato Giuseppe Bea, responsabile Area internazionale del patronato Epasa-Cna – esentando l'1,29% delle imprese. Spicca il caso della Nigeria: il 53,2% dei proprietari d'impresa in Italia originario del grande paese africano è rappresentato da donne, occupate prevalentemente in attività commerciali. Ma anche le tunisine, le algerine e le marocchine sono numerose: rappresentano infatti il 47,8% delle imprenditrici immigrate in Italia".

    Dunque sembra non essere un caso che lo scorso anno l'imprenditore straniero dell'anno è stato proprio una donna africana: Edith Elise Joamazava, originaria del Madagascar e fondatrice dell'azienda Sa.va, la quale si è aggiudicata il Money Gram Award 2010. Da dodici anni in Italia e madre di quattro figli, l'imprenditrice si occupa del commercio delle spezie di qualità. Ha dato vita a un'impresa di import specializzata nel settore che porta in Italia la pregiata vaniglia bourbon, ma anche cannella, pepe rosa, curcuma. In tutto venticinque tipologie diverse di prodotto che arrivano nei nostri ristoranti, nelle aziende dolciarie, nelle pasticcerie e nelle scuole di cucina. La sua attività è in continua espansione: nel 2009 le vendite sono aumentate del 62,8% e nel 2011 è prevista l'apertura di una nuova sede. "Porterò questo premio in Madagascar – ha dichiarato Edith, dedicando il riconoscimento ai suoi figli –. Sarà uno stimolo in più per tutti per lavorare bene".

    Il fenomeno dell'imprenditoria immigrata femminile è figlio di un cambiamento maturato negli ultimi due decenni, secondo Giuseppe Bea: "Le donne, contrariamente a quanto accadeva in passato, hanno cominciato a migrare da sole, spinte da situazioni sempre più critiche in patria e anche per l'assenza in molti casi dei mariti o degli uomini della famiglia. Nelle difficili realtà d'origine – aggiunge Bea – matura con sempre maggior forza per la donna la disponibilità a spendersi, rischiando in prima persona".

    A dare slancio, poi, ci sono stati anche i ricongiungimenti familiari e i nuovi assetti di vita instauratisi una volta giunti qui, che stanno producendo uno sgretolando lento ma costante di molti tabù legati alla condizione femminile. "I capifamiglia sempre più spesso si avvalgono della collaborazione delle mogli nel lavoro – osserva Bea –, anche per necessità contingenti, legate magari alla crisi". Ma a fare la differenza ci sono altri fattori determinanti, sovrapponibili alla condizione di tutti gli immigrati imprenditori: temerarietà, coraggio, spirito di abnegazione, grande forza d'animo e, soprattutto, la voglia di riscatto.

    "Le immigrate/i imprenditrici/ori ce la fanno, per motivazioni anche socio-antropologiche – spiega il responsabile Area internazionale del patronato Epasa-Cna –: la mortalità delle aziende immigrate è inferiore rispetto a quella italiana, perché chi dopo il proprio percorso migratorio arriva a fare impresa lo fa verso la fine di un cammino faticoso, quando c'è stata la conquista della regolarizzazione. Nell'autonomia, inoltre, il lavoratore vede un percorso di inclusione sociale più forte, la possibilità di una reale 'cittadinanza': produrre beni e servizi per una comunità lo fa sentire più partecipe del tessuto sociale di accoglienza; gli autoctoni possono percepire come più visibile l'importanza della sua presenza e del suo contributo. E questo in genere riesce, perché per gli immigrati/e c'è la tendenza a recuperare lavori artigianali che, peraltro, in Italia stanno scomparendo e, dunque, salvano queste professioni dall'estinzione arricchendo i quartieri delle città di servizi che esistevano un tempo. L'altro fattore – prosegue Bea – è anche legato al desiderio di affrancarsi dalla dipendenza per approdare alla libertà lavorativa: la subordinazione li mette spesso in difficoltà, perché vincolati al datore di lavoro per il permesso di soggiorno. L'autonomia scalfisce questa insicurezza".

    Nel caso delle donne, che in Italia svolgono nel lavoro dipendente per lo più mansioni di collaborazione casalinga e cura di anziani e malati, l'incertezza sul futuro può essere ancora più marcata, essendo spesso penalizzate doppiamente come lavoratrici immigrate e come donne. Il lavoro dipendente, però, malgrado gli aspetti negativi che produce, porta con sé anche il seme di un apprendimento che spessissimo viene trasmigrato poi sull'impresa autonoma, arricchito anche da competenze e titoli di studio acquisiti in patria: numerose sono le donne straniere con un alto livello di istruzione. Queste spinte portano, giocoforza, a strutturare meglio l'impresa, a fare il passo con decisione e con la ferma determinazione di non fallire. Gli ostacoli, tuttavia, non mancano. Spesso c'è la non conoscenza della lingua e del mercato, le scarse competenze economiche e, soprattutto, l'imperante difficoltà di accesso al credito: le banche sono sempre più rigide nel concedere mutui e prestiti in linea generale.

    "Le difficoltà, però, vengono saltate con una discreta velocità – conclude Bea–: si arrangiano con corsi o attraverso persone che conoscono e che possono dare dritte. E a livello economico a fare la differenza sono i legami di comunità. Soprattutto in quelle più strutturate circola spesso l'autofinanziamento; quasi sempre si attiva un ricco circuito di mutua assistenza, un motore importantissimo per l'autoimprenditorialità". Molte di loro, però, ormai conoscono le numerose realtà associazionistiche che offrono servizi e consulenza e progetti mirati di formazione, nonché di microcredito, con i quali riuscire a mettere insieme i passi decisivi. E le storie delle donne straniere che ce la fanno si moltiplicano.

mercoledì 15 giugno 2011

La benefica privatizzazione dell'acqua a Fontamara

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Fresco di stampa

 

In Italia si discute di privatizzazione dell'acqua. Non per la prima volta. Di seguito, sull'argomento, uno stralcio da Fontamara.

 

di Ignazio Silone 

 

Vi furono varie proposte di accomodamento. Una proposta fece il canonico don Abbacchio, un'altra il notaio, un'altra il collettore delle imposte. Ma erano proposte impossibili perché non tenevano conto della scarsa quantità d'acqua del ruscello e degli usi dell'irrigazione.

    L'Impresario non diceva nulla. Lasciava parlare gli altri e sorrideva, col sigaro spento a un angolo della bocca.

    La vera soluzione la presentò don Circostanza.

    "Queste donne pretendono che la metà del ruscello non basta per irrigare le loro terre. Esse vogliono più della metà, almeno così credo d'interpretare i loro desideri. Esiste perciò un solo accomodamento possibile. Bisogna lasciare al podestà i tre quarti dell'acqua del ruscello e i tre quarti dell'acqua che resta saranno per i Fontamaresi. Così gli uni e gli altri avranno tre quarti, cioè, un po' più della metà. Capisco" aggiunse don Circostanza "che la mia proposta danneggia enormemente il podestà, ma io faccio appello al suo buon cuore di filantropo e di benefattore." (…)

    "Se c'è da pagare qualche cosa", mi affrettai a dire "badate che non pago."

    "Non c'è nulla da pagare" spiegò ad alta voce l'Impresario.

    "Niente?" mi disse sottovoce la moglie di Zompa. "Se non costa niente, c'è l'imbroglio."  (…)

    Il notaio scarabocchiò sulla carta le parole dell'accomodamento e lo fece firmare all'Impresario, al segretario comunale e a don Circostanza come rappresentante del popolo fontamarese.

Dopo di che noi ci rimettemmo in cammino per tornare a casa (...)

 

Nei giorni seguenti i cantonieri, sotto la protezione di due guardie armate, ripresero a scavare il fosso che doveva portare una parte della nostra acqua nelle terre acquistate dall'Impresario. Ma, esattamente, quanta parte? (…)

    Nessuno di noi aveva sufficiente istruzione per sciogliere quell'imbroglio, perché all'infuori della scrittura della propria firma, poc'altro ci era stato insegnato; ma diffidavamo dal ricorrere a qualche persona istruita, per non aggiungere altre spese all'inganno.

 

 

IPSE DIXIT

Il sì suona - «Vituperio de le genti / del bel paese là dove 'l sì suona, / poi che i vicini a te punir son lenti.» – Dante

 

 

mercoledì 8 giugno 2011

150 - Roma, Palazzo del Quirinale, 2 giugno 2011 - Un brindisi ai nostri 150 anni

L'Italia merita fiducia per il lungo corso della sua storia di paese democratico, di soggetto responsabile della comunità europea, atlantica e internazionale. Il discorso del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano al Pranzo di Stato in occasione delle celebrazioni del 150° anniversario dell'Unità.

 

di Giorgio Napolitano


Signori Presidenti e gentili consorti, Altezze Reali, Illustri Ospiti, Signore e Signori, sono certo di rappresentare il naturale sentimento di tutti gli italiani esprimendovi profonda gratitudine per il gesto di amicizia e di omaggio nei confronti della nostra nazione e del nostro popolo che avete inteso compiere accogliendo l'invito a partecipare oggi a Roma alla celebrazione del centocinquantesimo anniversario dell'Unità d'Italia.

    E se abbiamo voluto celebrarlo insieme con voi, è innanzitutto perché la nascita dello Stato nazionale italiano nel 1861 rappresentò un fatto di grande rilievo nella storia dei movimenti nazionali e dei moti di libertà in Europa e per l'evoluzione degli equilibri continentali. Di lì l'importanza internazionale del compimento del moto unitario in Italia: importanza che si sarebbe poi dispiegata sempre di più, toccando il culmine nella seconda metà del secolo scorso. Da allora, infatti, l'Italia ha saputo trovare il suo posto e assumersi le sue responsabilità nella comunità internazionale, in modo particolare come paese fondatore, insieme con i suoi principali vicini, della costruzione di un'Europa integrata e unita.

    E' il riconoscimento di ciò che abbiamo sentito risuonare nelle generose parole - di cui lo ringrazio vivamente - del Segretario Generale di quella Organizzazione delle Nazioni Unite i cui principi e le cui regole rappresentano per noi il supremo quadro di riferimento. E mi sia consentito di dire come nel calore della partecipazione di voi tutti, malgrado gli impegni di un fitto calendario internazionale, a questa celebrazione, noi abbiamo colto l'eco di un moto universale di simpatia per il nostro paese.

    Un moto di simpatia suscitato dalle qualità umane migliori del popolo italiano, dallo slancio con cui esso ha saputo superare le prove più difficili della sua storia. Un moto di simpatia suscitato dall'interesse, per non dire dall'ammirazione, che sempre ha suscitato e suscita nel mondo il patrimonio storico, culturale, artistico, lo stesso patrimonio naturale che caratterizza l'Italia. Il retaggio di civiltà dell'antica Roma; il messaggio del Cristianesimo; lo splendore del Rinascimento; il succedersi, nei secoli, di straordinarie figure di poeti, di scienziati, di artisti; la fioritura di una lingua e di una cultura comuni molto prima che l'Italia si unificasse politicamente divenendo Stato nazionale: è di tutto questo che si è nutrita l'idea d'Italia, ispirando, fin dall'inizio dell'Ottocento, quel processo di lotte per l'Unità, di tentativi e di errori, di eroici sacrifici, e di lungimiranti azioni politiche che prese il nome di Risorgimento e giunse all'ambito e sofferto traguardo 150 anni orsono.

 

Vorrei dirvi che siamo consapevoli dell'ineguagliabile valore del patrimonio storico di cui - nella modestia delle nostre persone - siamo eredi come italiani, e quindi della responsabilità che ci spetta di mostrarcene degni custodi e continuatori. Mai dimenticando l'ampiezza di orizzonti, ben oltre i nostri confini, che ha animato gli spiriti più altamente rappresentativi del genio italiano. Scrisse di sé, nei primi anni del XIV secolo, Dante Alighieri: "Noi che pure amiamo Firenze tanto da subire ingiustamente l'esilio per averla amata, abbiamo per patria il mondo, come i pesci il mare".

    Nei 150 anni trascorsi dal giorno dell'unificazione nazionale, l'Italia ha compiuto un lungo e travagliato cammino. Ci siamo sforzati di ripercorrerlo con spirito critico in occasione di un così solenne anniversario, traendone motivi di lucida consapevolezza, di orgoglio e di fiducia. L'Italia è profondamente cambiata, soprattutto da quando è risorta a vita democratica, riacquistando libertà, unità e indipendenza dopo il ventennio della dittatura fascista e la tragedia della seconda guerra mondiale. Abbiamo - diventando Repubblica - fondato una rinnovata convivenza civile sulle solide basi dei lungimiranti principi della Costituzione del 1948. Grazie a uno straordinario sforzo collettivo di ricostruzione, ci siamo non solo sollevati dalle rovine di una guerra sciagurata, ma trasformati e rapidamente sviluppati entrando a far parte dell'area dei paesi più industrializzati e progrediti del mondo.

    Eppure, eravamo partiti da condizioni di grave arretratezza, 150 anni fa. Non pochi tra voi - Illustri Ospiti - sanno che cosa sia stato nel passato il fiume dell'emigrazione italiana : da questo nostro paese, che dopo l'unificazione non riuscì per lungo tempo a offrire prospettive di lavoro a troppi suoi figli, partirono nel corso di un secolo, emigrando nel resto d'Europa e nel Nuovo Mondo, al di là degli oceani, oltre venticinque milioni di italiani. E' solo da poco più di vent'anni che l'Italia è divenuta invece un paese di immigrazione, fino a registrare una presenza di stranieri pari al 7% della popolazione : ultimo segno della trasformazione che l'economia e la società italiana hanno conosciuto.

    Sì, abbiamo percorso un lungo cammino e compiuto straordinari balzi in avanti : ma non sottovalutiamo il peso di problemi di fondo non risolti, di contraddizioni non superate, di squilibri e tensioni persistenti nel tessuto economico e sociale del paese. Non sottovalutiamo, soprattutto, la portata delle nuove sfide che l'Italia è chiamata ad affrontare, in un'epoca di radicale e incessante cambiamento della realtà mondiale. Si tratta di sfide che sono dinanzi al nostro paese in quanto tale, ma anche di sfide comuni che l'Europa unita e l'intera comunità internazionale debbono saper raccogliere e vincere insieme.

    Ebbene, l'Italia farà la sua parte : perché avanzi nel mondo la causa della pace, dei diritti umani, della democrazia, di un equilibrato, equo, sostenibile sviluppo economico e sociale globale. Non nascondiamo le nostre difficoltà : ma sono certo che voi - Signori Presidenti, Altezze Reali, Illustri Ospiti - saprete guardare con amicizia e con fiducia al nostro impegno. Con l'amicizia che la vostra presenza qui oggi ci ha testimoniato; con la fiducia che l'Italia merita per il lungo corso della sua storia di paese democratico, di soggetto responsabile della comunità europea, atlantica e internazionale.
 
 
IPSE DIXIT
Grandezza 1 - «La grandezza non consiste nel ricevere onori, ma nel meritarli.» – Aristotele
 
Grandezza 2 - «Noi invece che abbiamo per patria il mondo, come i pesci il mare, noi che prima di metter denti abbiamo bevuto l'acqua dell'Arno e amiamo Firenze tanto da subire ingiustamente l'esilio per averla amata, noi poggiamo la bilancia del nostro giudizio sulla ragione piuttosto che sulla sensazione.» – Dante
 

Persone, indifferenza, cinismo

Emergenza umanitaria

 

Sedicimila i morti in mare, decine di migliaia i segregati in galere disumane.

 

di Emanuele Macaluso

da Il Riformista

 

Scrive Claudio Magris sul Corriere: «I morti in mare non commuovono più. Su alcuni giornali, duecento morti o dispersi in mare, come quelli dell'altro ieri, in fuga dalla disperazione, non finiscono neppure più in prima pagina».

    Vero. L'Avvenire ci ha informati che "Fortress Europe" ha calcolato che dal 1998 i morti in mare sono circa 16.000. Uomini e donne, vecchi e bambini: una piccola città è seppellita sotto le acque del Mediterraneo, l'indifferenza è totale e impressionante. Se si fosse verificata una moria di pesci avremmo letto le comprensibili proteste delle associazioni degli animalisti; per le persone non c'è più nemmeno pietà. E persone sono anche quelle rinchiuse nelle carceri italiane dove si registra un sovraffollamento impressionante.

    Nella sua piccola posta sul Foglio, Adriano Sofri puntualmente segnala storie e vicende carcerarie sconcertanti, fra cui il susseguirsi di suicidi. E non dimentico quel che è successo al povero Cucchi.

Nelle carceri italiane, c'è un numero grande di extracomunitari, arrestati per piccoli reati o peggio per la violazione di leggi indegne di un paese civile. Queste persone non hanno mezzi, parenti, avvocati; sono depositate in celle affollate in attesa di giudizio. Marco Pannella da più di un mese fa lo sciopero della fame e chiede un'amnistia. Non so come si dovrebbe strutturare un provvedimento, ma la fascia larga di detenuti che hanno commesso reati minori non dovrebbe stare in carcere.

    Il ministro della Giustizia Alfano, ora nominato dal Capo segretario del Pdl, ha fatto tanti annunci sulla costruzione di nuove carceri. Non è successo nulla. Il fatto vero e ineludibile è il sovraffollamento, con il caldo il disagio cresce, le proteste pure, e sono legittime. Infine: questi temi non dovrebbero essere nell'agenda della politica? La protesta solitaria e a volte delegittimata di Marco Pannella non suona una critica alla politica? Lo sottolineo anche perché l'opposizione su questi temi sembra che non ci sia.