lunedì 29 febbraio 2016

L’Italicum rinviato alla Corte Costituzionale

Da Avanti! online

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Dopo la battaglia del Porcellum condotta con l'avvocato Aldo Bozzi, per Felice Carlo Besostri arriva un'altra battaglia, quella sull'Italicum. Un primo punto a favore arriva anche stavolta per il costituzionalista, il tribunale di Messina ha rinviato, infatti, la nuova legge elettorale alla Corte costituzionale. Sull'Italicum Besostri aveva infatti affermato: "L'iniziativa dei ricorsi non è mia, ma del Coordinamento. Se un'azione a difesa della Costituzione diventa motivo di esclusione questo non è un problema mio, ma di chi, sbagliando, ragiona in questo modo. Non sono un nemico del Pd, ma sono un amico della Costituzione".

    I giudici siciliani, come i colleghi togati di altri 17 capoluoghi, erano stati chiamati in causa dal gruppo avvocati anti-Italicum guidati da Felice Besostri e da Vincenzo Palumbo. Il Tribunale di Messina ha rinviato l'Italicum alla Corte costituzionale e il giudice ha fatto propri 6 dei 13 motivi di incostituzionalità della legge elettorale proposti dai ricorrenti, relativi in particolare al premio di maggioranza e alla mancanza di soglia minima per il ballottaggio.

    Per cui il tribunale ha accolto i seguenti motivi di ricorso: il terzo, ovvero il vulnus causato dalla legge elettorale al principio di rappresentanza territoriale; il quarto, il vulnus causato al principio di rappresentanza democratica (capilista bloccati); il quinto, mancata previsione di una soglia minima per accedere al ballottaggio; il sesto, l'impossibilità da parte dell'elettore di scegliere il deputato; il 12esimo (con riferimento al Consultellum che oggi sarebbe applicato all'elezione del Senato), l'irragionevolezza delle soglie di sbarramento di accesso al Senato (8% per i partiti, 20% delle coalizioni) quando il Senato ha la metà dei componenti della Camera; il13esimo, l'irragionevolezza di aver varato una legge elettorale per la sola Camera dei deputati quando oggi la Costituzione prevede il bicameralismo paritario tra Camera e Senato.

   In caso di pronuncia di incostituzionalità, gli effetti della sentenza della Corte, come fu per il Porcellum, potranno condurre a votare secondo le regole del cosiddetto Consultellum (niente liste bloccate, niente premio di maggioranza senza soglia al ballottaggio). Viene quindi messo in discussione l`impianto derivante dal combinato disposto della riforma costituzionale in fase di approvazione e la legge elettorale ultrapremiale Italicum, nei termini denunciati dai cittadini ricorrenti in Sicilia e in tutta Italia dal gruppo di avvocati organizzati dall`Avv. Besostri.

    "Spero che quello di Messina sia soltanto il primo", ha detto Besostri, ad accogliere il ricorso tra i diversi tribunali presso i quali è stato depositato, e che magari alla fine la questione di costituzionalità giunga alla Consulta su tutte e 13 le obiezioni presentate.

 

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Quale Europa? Crisi evidente

Non c'è e non ci sarà accordo sulla questione dei migranti e la Brexit, comunque vada a finire, minerà la credibilità dell'UE. L'unico aspetto "positivo" potrebbe essere il ritardo nell'approvazione del TPPI, ma un ritardo non è accantonamento.

 

di Felice Besostri

 

Una delle prime cose che si insegnano è che uno Stato, vale anche per quelli federali, per esistere deve avere un popolo, un governo e un territorio.

    La UE, che non è uno Stato federale, ha certamente un territorio, peraltro non soggetto alle stesse leggi, perché l'adesione alla UE di Danimarca con la Groenlandia, Gran Bretagna e Repubblica d'Irlanda, prevede deroghe, ma soprattutto netta è la distinzione tra i paesi, che hanno una moneta comune e gli altri membri della UE (Capo 4 del Titolo VIII° TFUE). 

    Il popolo non è costituito dalla sommatoria aritmetica dei possessori della cittadinanza UE, ma dal convincimento di appartenere ad una comunità con istituzioni e valori condivisi. Nella Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino del 1789 è detto "Un paese che non conosce la garanzia dei diritti e la divisione dei poteri non ha una costituzione": l'Europa non ha una garanzia dei diritti rimessa direttamente all'iniziativa giudiziaria dei cittadini, se non in limitati casi, quindi non ha una Costituzione.

    Se non c'è una Costituzione non può esserci un popolo. Eppure le premesse c'erano e ci sono e stanno tutte scritte nei Trattati istitutivi di cui ho allegato ampi estratti. Mi riferisco in particolare al Preambolo e ai titoli I° e II° del Trattato sull'Unione Europea (TUE) , al Titolo II° della Parte Prima del Trattato sul Funzionamento dell'Unione Europea (TFUE) e alla Carta dei Diritti Fondamentali dell'UE (CDFUE).

I principi sono chiari, ma sulla carta. A volte basta un piccolo inciso per poter stravolgere il significato come quando parla di "un'economia sociale di mercato fortemente competitiva" (art. 3 c.3 TUE), ma per scelte politiche il competitivo ha prevalso sul sociale.

    Crescita economica equilibrata e stabilità dei prezzi stanno nello stesso articolo 3 TUE, ma ancora una volta è la politica che decide se debba prevalere la stabilità dei prezzi o la crescita economica, che potrebbe richiedere un certo tasso d'inflazione: invece  ora il pericolo deriva addirittura dalla deflazione.

    La politica d'austerità ha provocato reazioni nazionaliste prevalentemente di stampo demagogico populista con tratti xenofobi, ma anche sinistra non ne è immune, quando una critica fondata all'euro si traduce in una proposta di uscita dall'UE. Nel breve periodo non escludo che ritrovare la sovranità monetaria possa avere benefici effetti congiunturali, sempre che non peggiori la valutazione dei nostri titoli di Stato da parte delle agenzie internazionali di rating , con il conseguente aumento del nostro debito pubblico causa l'aumento dello spread tra i nostri BTP e i Bund tedeschi ( mi scuso per l'uso di termini stranieri, cui ormai assegniamo un significato negativo: basta pensare a jobs act e a stepchild adoption o all'ossessione per la governance, che in italiano si traduce in "Renzi per sempre", cioè for ever).

    Sono convito che la UE abbia molto difetti, ma la risposta dovrebbe essere un'altra costituzione europea e non la rinazionalizzazione della politica, particolarmente esiziale per una sinistra che una volta cantava " avanti popolo non più frontiere, stanno ai confini rosse bandiere", quella che ormai è la strofa dimenticata di Bandiera Rossa.

Come sarebbe possibile invertire la rotta quando la realtà non corrisponde all'ideale normativo: dove sono ". I partiti politici a livello europeo" che "contribuiscono a formare una coscienza politica europea e ad esprimere la volontà dei cittadini dell'Unione." delineati dall'art. 10 c. 4 TUE? Sono quelli che in esecuzione dell' articolo 224 TFUE beneficiano degli ingenti finanziamenti sul bilancio UE, ma senza assolvere alla funzione  loro attribuita dai Trattari europei.

    Se esistessero dei partiti politici europei il socialdemocratico slovacco Robert Fico, primo ministro dal 2012 e membro del PSE, non si sarebbe fatto promotore della resistenza degli Stati del Gruppo di Visegrád (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria) a un qualsiasi accordo sull'accoglienza dei migranti, accodandosi al reazionario Viktor Orbán, primo ministro ungherese dal 2010 e membro del PPE. Se esistessero dei partiti politici europei i socialdemocratici danesi, all'opposizione, non avrebbero votato il prelievo forzoso dei richiedenti asilo. Non voglio per rispetto del partito socialista austriaco, SPÖ, indicare tra i reprobi l'austriaco Werner Faymann, Cancelliere dal 2008,  anche perché l'Austria, con la Germania, è stato uno dei paesi più accoglienti nel punto più alto dell'emergenza profughi. 

    Il Gruppo di Volpedo, voce isolata nel panorama della sinistra italiana, aveva prefigurato proprio nel suo documento fondativo la trasformazione del PSE in un partito  transnazionale e federale la chiave per una rinascita o risorgimento socialista in Europa.  Purtroppo non abbiamo personaggi come Brandt, Kreisky, Palme, Mitterrand, González, Soares e anche il nostro Craxi, nei suoi momenti migliori, al vertice del socialismo europeo. Comunque dobbiamo ripartire dal federalismo europeista socialista di Eugenio Colorni e Ignazio Silone, comprese le utopie degli Stati Uniti Socialisti d'Europa del laburista Harold Laski.

    Prima o poi la sinistra tutta dovrà convergere su questa posizione cioè di un'integrazione più stretta dell'Europa grazie a più democrazia e partecipazione cittadina. Ne colgo il segno nella proposta, non per caso fatta a Berlino, dall'ex ministro delle Finanze del primo Governo Tsipras, Gianīs Varoufakīs. Un progetto che per avere gambe ha bisogno che tornino alla ribalta e al potere partiti come la SPD in Germania e il PS in Francia, con un'altra leadership e altri programmi. Al rinnovamento socialista in Europa possono dare un contributo i socialisti portoghesi e spagnoli e il Labour Party, come costituisce un segnale il successo di Bernie Sanders nelle primarie democratiche USA.

Impegnarsi per l'Europa

RICEVIAMO E VOLENTIERI PUBBLICHIAMO

  

Oggi più che mai è necessario impegnarsi per l’Europa. Riuniti a Roma i capigruppo socialisti e progressisti europei impegnati ad affrontare l’attuale crisi. L’Unione Europea sta attraversando la fase forse più difficile dal dopoguerra ad oggi. I populisti, stranieri e nostrani, scommettono su un ritorno delle frontiere e delle singole valute nazionali, con il conseguente fallimento dell'Euro. Alcuni governi europei stanno creando precedenti pericolosi, congelando il Trattato di Schengen e mettendo in discussione il risultato più importante delle politiche europee degli ultimi decenni: la libera circolazione...

 

di Laura Garavini, Deputata eletta nella Circoscrizione Estero

Ufficio di Presidenza del PD alla Camera

 

Noi del Pd siamo convinti che per salvare l’Unione Europea sia necessario investire sul futuro, e non sul passato. Che sia urgente rilanciare il progetto europeo, avendo il coraggio di affrontare le necessarie modifiche, senza lasciare che le destre xenofobe e populiste, fomentando le paure, facciano resuscitare e vincere gli egoismi nazionali.

    E la maggioranza in Parlamento sostiene questo intento. L'ho detto in Aula intervenendo a nome del Gruppo del Pd in dichiarazione di voto sull’intervento del Presidente del Consiglio Renzi sull’Europa. Creare muri ed ergere fili spinati non è una soluzione: semmai riescono solo a deviare le rotte verso altri paesi. Gli imponenti flussi migratori verso l'Europa sono ormai un fenomeno strutturale e come tale va governato e gestito, attraverso delle politiche europee comuni.

    Proprio al fine di costruire rapporti che aiutino a realizzare politiche europee coordinate tra i diversi Parlamenti, in qualità di Ufficio di Presidenza del Gruppo PD alla Camera dei Deputati abbiamo realizzato un importante incontro fra i capigruppo progressisti dei parlamenti nazionali dei 28 paesi membri dell’UE. Ho avuto il piacere di occuparmi in prima persona non solo della moderazione della conferenza, ma anche del lavoro politico preliminare, volto a tessere i rapporti con i diversi presidenti, in stretto raccordo con il PSE, così da pervenire a una posizione comune su economia e immigrazione. Proprio il giorno antecedente l'incontro dei Ministri degli Esteri dei Paesi fondatori dell’UE, riuniti a Roma per chiedere maggiore integrazione europea.

 

Alla Camera abbiamo scattato una foto importante: con il nostro Presidente Rosato, il Presidente del PSE, Stanisev, il capogruppo PSE all’Europarlamento, Pittella, la Presidente della Camera, Boldrini e i capigruppo e i rappresentanti dei partiti socialdemocratici di ben 17 paesi: Germania, Austria, Francia, Spagna, Svezia, Ungheria, Danimarca, Lituania, Lettonia, Lussemburgo, Repubblica Ceca, Grecia, Portogallo, Bulgaria, Belgio, Slovacchia. Tutti riuniti per dichiarare l'impegno reciproco a creare una politica comune in Europa su temi fondamentali come l’economia, la sicurezza e le politiche migratorie.

    E la cosa più importante è che non è stata soltanto un'iniziativa estemporanea. Si è formalizzato un vero e proprio coordinamento, che si riunirà due volte l’anno con l'obiettivo  di confrontarsi sui temi di maggiore attualità per l'Europa. Perché nel delicato scenario in cui viene a trovarsi l'Europa è fondamentale promuovere scambi sempre più stretti a livello parlamentare. L'Europa ci preme. Ecco perché è decisivo che i gruppi parlamentari che si riconoscono in una grande famiglia politica come quella del Pse collaborino in modo ancora più stretto ed incisivo.

 

lunedì 22 febbraio 2016

UE: comunità o contratto?

Da Avanti! online - www.avantionline.it/

Il premier Renzi ha riferito ieri alle Camere in vista del Consiglio europeo di oggi. "Sul tavolo del consiglio Ue – ha detto il premier – ci sono vari dossier, dal referendum inglese all’immigrazione. Ma il fil rouge è uno: se nei prossimi anni l’Europa torna ad essere comunità o se sarà solo un contratto". Duro scontro con l'ex premier Monti.

(Roma, 17.2.2016) Parlare dei guai altrui per non affrontare i propri. Sembra un po’ questa la strategia del Presidente del Consiglio italiano, Matteo Renzi, che ieri ha riferito al Senato in vista del Consiglio europeo di oggi che ha per tema la situazione esplosiva dei rifugiati (esplosiva per la coesione dell’Ue) e il prossimo referendum in Gran Bretagna sulla permanenza nell’Unione.

    Quanto alla Brexit, il Presidente del Consiglio si è detto convinto che occorra "fare ogni sforzo per far restare la Gran Bretagna". Renzi ha messo in guardia dal dare "un segnale di controtendenza di portata storica" come se già non ve ne fossero a iosa, aggiungendo però che "non dobbiamo accettare pedissequamente le richieste di Londra. Noi siamo per un compromesso e la lettera di Tusk va in questa direzione. C’è da fare e da discutere e lo faremo, certo i paletti a cui l’Italia debba attenersi è a mio avviso la centralità dell’euro, bisogna rafforzare con forza la direzione dell’Europa".

    Sul tema dei rifugiati, al pari della Cancelliera Merkel, anche Renzi chiederà che si arrivi a una normativa europea unitaria sul diritto di asilo: "L’Ue è nata quando i muri sono stati abbattuti e se questo non lo dice una generazione di leader zigzaganti che si preoccupa più dei consenso che del momento storico, toccherà a noi italiani dire che l’Europa è nata non per arginare il mondo che sta fuori, ma come un luogo entusiasmante in cui attirare la parte migliore del mondo e se ciò non accade esiste un problema Europa e noi come italiani abbiamo il dovere e diritto di segnalarlo".

    (Il guaio è però che, al di là della retorica, l’Italia, come la Grecia, rischia di finire stritolata dal ritorno delle frontiere che varrebbero solo per noi trasformandoci in un imbuto per i disperati in fuga dalle guerre e dalla povertà.)

    Non può essere l’Italia da sola a fare i rimpatri, ma deve pensarci l’Europa, ha spiegato Renzi sottolineando (come se fosse una cosa facile e non praticamente impossibile) che "chi non ha diritto all’accoglienza va rimandato a casa".

    Tra i Paesi europei l’Italia risulta essere quello che ha fatto più rimpatri, eppure "è opinione condivisa che non siano sufficienti". Deve esserci un diritto unico di asilo – è la proposta che verrà condivisa da Roma – perché non è possibile avere regole separate.

    Ma oggi la vera questione in Europa “riguarda la prima e la seconda banca tedesca", ha detto Renzi riferendosi soprattutto ai guai della Deutsche Bank e anticipando l’argomento che utilizzerà per frenare l’ipotesi di un ‘tetto’ ai Titoli di Stato custoditi nelle riserve delle banche, ipotesi che spaventa non poco il Governo per la quantità di Bot, Btp ecc. nei forzieri dei nostri istituti di credito.

     "Noi porremo il veto su qualsiasi tentativo di tetto alla presenza di titoli di Stato nelle banche… Saremo senza cedimento di una coerenza e forza esemplare", ha aggiunto Renzi ricordando polemicamente che "la vera questione delle banche in Europa è la questione enorme che riguarda la prima e la seconda banca tedesca. Faccio il ‘tifo’ per loro, ma il dato di fatto è che anziché occuparci dei titoli di stato italiani bisogna avere la forza di dire che nella pancia di molte banche europee c’è un eccesso di derivati e titoli tossici".

    In effetti, la Deutsche Bank, che fino alla settimana scorsa aveva perso da inizio anno il 40% alla Borsa di Francoforte per l’innalzamento a livelli esorbitanti dei premi sui derivati, ha registrato un vero e proprio tracollo cui aveva fatto seguito l’annuncio da parte dell’istituto tedesco del riacquisto di parte del proprio debito per un valore di circa 5 miliardi di euro, un decimo di quello circolante.

    Il Presidente del Consiglio ha poi ripetuto i soliti concetti sull’Europa, l’austerity, la flessibilità e le riforme. "Dire che non basta più una politica solo incentrata sull’austerity e che si occupa in modo discutibile di banche e non di sociale significa essere coerenti con la storia dell’Italia e dire anche un po’ di verità. Al Consiglio parleremo di tante cose, ma il fil rouge è uno: capire se nei prossimi anni l’Europa torna ad essere comunità o se sarà solo un contratto".

    Dura la replica all'ex premier Monti che in Senato aveva ammonito Renzi dall'uso di toni e condotte irrituali in Europa al solo scopo di ottenere mezzi punti percentuali di flessibilità laddove occorrerebbe "decuplicare le forze" per ridurre l'evasione fiscale "Solo chi non vuole vedere, può giudicare la nostra la posizione in Ue come quella di chi batte i pugni sul tavolo per ottenere un decimale in più. Il decimale in più ce lo possiamo prendere: abbiamo il deficit più basso negli ultimi dieci anni, siamo terzi dopo Germania e Olanda per contenimento del debito", ha detto Renzi. (Roma, 17.2.2016 / Avanti!/ADL)

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mercoledì 17 febbraio 2016

Perché Bernie?

Da l’Unità online

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Per quale ragione il “socialista” Bernie Sanders ha stravinto sulla “femminista” Hillary Clinton nel New Hampshire? Per capirlo è necessario dimenticare l’America dei

film ed entrare nell’America reale

 

di Federiga Bindi

 

Nella fredda notte del New Hampshire, Hillary ha sentito il fiato sul collo di Bernie Sanders il quale, con la schiacciante vittoria alla prima primaria della stagione, ha reso chiaro che Hillary davvero non è più la “candidata inevitabile” e che la campagna elettorale sarà lunga e non scontata. Il discorso con il quale Sanders ha celebrato la vittoria è rimasto rivoluzionario nelle proposte politiche, ma per la prima volta ha avuto anche un tono presidenziale, ricordando che l’obbiettivo finale è battere i repubblicani e quindi – una volta finite le primarie – ci sarà da ricompattare il partito. Così facendo ha messo anche a tacere quanti lo accusano di non essere un “vero” democratico, essendo inizialmente eletto al Senato come indipendente.

    Per capire perché Bernie Sanders ha stravinto su Hillary Clinton e messo una prima ipoteca sulla nomination è necessario dimenticare l’America dei film ed entrare nell’America reale. Abituati a vedere le casette con il giardino, ci dimentichiamo che l’American dream e ormai sempre più un sogno irragiungibile per gli under 45. Sono loro, infatti, lo zoccolo duro dei sostenitori di Sanders.

    I numeri fanno impressione: nella fascia di età 17-29, Sanders ha preso l’84% dei consensi in Iowa ed l’85% in New Hampshire. Nel 2008, i giovani erano per Barak Obama (in aveva Iowa aveva preso il 57% dei loro voti) e gli over-45 per Hillary Clinton, con un’accentuazione per gli over-60; la stessa divisione vede oggi gli under-45 (donne incluse) favorire Bernie Sanders e gli over-45 la Clinton.

    Sanders ha anche attratto il 72% degli indipendenti: in America si può essere registrati come Democratici, Repubblicani o Indipendenti e stati come il New Hampshire – che hanno una forte tradizione di Independents – permettono loro di votare per quale primaria preferiscono.

    Il dibattito della scorsa settimana e gli ultimi giorni di campagna – in cui Hillary ha chiamato a raccolta in New Hampshire sostenitori, amici e parenti – non hanno aiutato. Nel dibattito, Hillary è andata esageratamente all’attacco e ha continuato a ripetere che gli elettori debbono votare lei perché ha più esperienza ed è più brava, risultando alla fine parecchio antipatica.

    Le sue sostenitrici, hanno fatto poi il resto del danno: Madeleine Albright ha affermato che “c’è un posto speciale all’inferno per le donne che non aiutano le altre donne” – un suo vecchio mantra che ama ripetere per sottolineare che le donne debbono sostenersi a vicenda in ambito professionale – cosa molto importante negli Stati Uniti dove il 70% dei posti di lavoro si trova grazie al networking, le raccomandazioni degli amici. Traslato in un contesto politico, tuttavia, la frase è infelice ed in particolare le giovani l’hanno presa storta.

    Il patatrac finale l’ha fatto Gloria Steinem, mitica capofila delle femministe americane, che al Bill Maher show ha visto bene di dire che le ragazze giovani sostengono Sanders perché ai suoi rally trovano i ragazzi fighi. Fosse stata detta in Italia, sarebbe stata una battutaccia, ma qui è stata presa malissimo, tanto più detta in sostegno alla moglie di uno che la Presidenza l’ha quasi persa per una stagista. Apriti cielo! Si aggiunga che molte donne qui non perdonano ad Hillary di non aver mollato Bill dopo la Levinski, e al contrario di aver contribuito a svilire e umiliare le donne con cui il marito aveva avuto relazioni.

    Gli Stati Uniti sono un paese profondamente maschilista e la legislazione contro il sexual harassment non aiuta a distendere gli animi. Diana Bilimoria, docente alla Case Western Reserve University, ha calcolato che alla fine della propria carriera professionale una donna guadagna in media $2.120.731 meno di un uomo di pari qualifica e capacità. In Senato, le donne sono 20 su 100; al Congresso, 104 (il 19,4%): la maggior presenza femminile mai eletta nella storia degli Stati Uniti.

    La generazione della Clinton e delle sue più accese sostenitrici è una generazione che ha strappato, pezzo per pezzo, con determinazione e coraggio, un pezzettino di cielo. Il prezzo che hanno pagato è però quello – salvo rarissimi casi – di una mortificazione eccessiva della propria femminilita’: la Hillary definisce se stessa e la sua generazione “la sisterhood in giacca-pantalone (pant-suit)”.

    Alunna di Welsley College – una delle “Seven Sisters”, i migliori collegi femminili americani – Hillary è una femminista storica e, a suo onore, ha fatto molto per cambiare le cose. Al Dipartimento di Stato, il suo maggior contributo è indubbiamente stata la promozione delle donne e delle politiche di genere. L’articolo della sua Direttrice del Policy Planning – Anne Marie Slaughter, “Why Women Cannot Have it All” – ha poi scatenato un dibattito importante ed un rinnovato entusiasmo contro il cosidetto “glass cieling”, il tetto di cristallo. Ma da lì a pensare che le donne votino Hillary in quanto donna, il passo è lungo.

    Le giovani millenials i pant-suits li amano poco e ancora non sono abbastanza senior da sbattere contro il glass cieling. Sono del resto parte della generazione più egualitaria della storia, una generazione anche meno consumista e materialista di quelle passate: per fortuna, si direbbe, dato che sono mediamente oberati dai debiti universitari.

    La questione del costo dell’educazione e della salute non a caso sono pilastri delle proposte di Sanders, tanto popolari da costringere la Clinton ad adeguarsi e spostarsi sempre più a sinistra. Un anno in un’università di elite costa, tutto compreso, oltre 100.000$. Un anno all’Università nel proprio Stato di Residenza – l’opzione più economica – viaggia dai 12.000 ai 25.000$ l’anno di sole tasse di iscrizione. Per quello, quando Sanders parla di college gratuito, la proposta suona come musica nelle orecchie sia dei Millenials che della Generazione X, i quali – dopo aver finito di pagare i propri debiti universitari e con la casa ancora sul groppo – deve indebitarsi ulteriormente per pagare l’educazione ai figli, come ha ammesso l’ormai ex terzo candidato Dem Martin O’Malley.

    Per tacere della sanità. Il controllo medico (obbligatorio) di inizio anno scolastico con annesso vaccino, senza assicurazione costa sui 500$. Fare un figlio in ospedale può costare sui 100.000$. L’assicurazione medica base, costa anch’essa un minimo di 500$ al mese, sperando che tutto vada bene: se ci si ammala – ad esempio di cancro – la partecipazione alle spese (pudicamente definita “co-pay”) può costare la casa, per la quale bastano poce rate di mutuo saltate per andere in “foreclosure”. Qualche settimana fa, il vicepresidente Joe Biden ha raccontato che quando il figlio Beau era malato, Obama si è offerto di aiutarlo economicamente per evitargli di vendere casa: perché l’assicurazione è legata al lavoro, se ci si ammala e non si lavora, dopo un po’ si perdono entrambe.

    In un mondo così, è evidente che molti siano attratti da Bernie. Va bene una donna alla Casa Bianca, ma vuoi mettere l’educazione gratis e la copertura medica per tutti, svincolata dal lavoro? E sì, è vero che anche la Clinton dice di lottare per la classe media sempre più impoverita, ma poi con un singolo “speech” guadagna più di una coppia di professionasti medio-alti in un anno… Non a caso, il dato che più di tutti fa riflettere è la percentuale ottenuta da Sanders in New Hampshire tra quelli che ritengono che l’onestà debba essere la principale qualità di un candidato: secondo un sondaggio Cnn, Sanders ha vinto 92% a 6%.

    

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martedì 9 febbraio 2016

EUROPA - A Ventotene

di Matteo Renzi - Presidente del Consiglio dei Ministri

 

Pubblichiamo qui ampi stralci dell’intervento di Renzi a Ventotene.

 

C’è un momento, quando sei in difficoltà, quando c’è qualcosa che sembra andare storto, che nella vita di tutti i giorni senti la necessità di tornare in un luogo protetto, e tornare a casa ti sembra l’atto più bello, più naturale. Ma anche trovare rifugio a casa è l’atteggiamento tipico di chi sta vivendo momenti di difficoltà.

    Con questo spirito, in un momento di difficoltà per l’Europa, abbiamo scelto di tornare al luogo dove tutto è iniziato. Fuori da qui, lontano da qui, la guerra si consumava con situazioni che sembravano incomprensibili e inimmaginabili, uno scontro che soltanto pochi chiamavano guerra fratricida europea. Eppure qui, in questo luogo, alcuni visionari con la forza incontenibile e inenarrabile del sogno ebbero il coraggio, la passione, l’idealità, la straordinaria forza di immaginare l’Europa luogo della pace.

    Può sembrare strano che da questa piccola isola sia nato il seme di ciò che oggi è la più grande vittoria politica del ventesimo secolo: 70 anni di pace fra popoli che si erano combattuti in modo costante e ciclico. E noi italiani non vi siamo stai sufficientemente grati: ancora oggi il carcere borbonico è in condizioni indescrivibili e inaccettabili”.

    Dobbiamo ripartire da qui su due fronti: uno interno, per l’Italia, e uno esterno, per l’Europa. Da qui vogliamo dire con molta forza, tenacia, coraggio, che chi vuole distruggere Schengen vuole distruggere l’Europa, e noi italiani non glielo permetteremo. Lo vogliamo dire innanzi tutto sapendo che nessuna isola può contenere la voglia di libertà di visionari statisti cittadini, nessun carcere può contenere il sogno di chi col suo sogno ha saputo scrivere la storia, nessun muro può contenere la voglia di libertà.

    L’Europa è nata perché i muri crollassero, non perché fossero costruiti. Torni ad essere quello che fu per Spinelli, per Rossi: un grande sogno la cui forza è capace di smuovere le frontiere di un confino, i muri di un carcere.

    Ieri abbiamo accolto il giuramento di nuove persone che fanno parte del governo, successivamente ho aperto loro la sala del Consiglio, dove c’è la copia della carta costituzionale, l’originale firmata dal presidente del Consiglio di allora, da varie personalità e da Umberto Terracini, che qui aveva vissuto gli anni del confino e del carcere, e che oggi abbiamo ricordato insieme a chi è stato presidente della Repubblica, come Sandro Pertini: hanno trascorso anni di privazioni della libertà e hanno trovato ragioni costitutive”.

    Che senso ha la memoria di un popolo, la capacità di ricordare ciò che siamo stati, se non affidiamo alle nuove generazioni il testimone? La forza della memoria ha bisogno di luoghi simbolici, ed è con questo spirito che insieme ai parlamentari che vorranno seguirmi abbiamo deciso di onorare con un progetto di lungo termine la memoria di Ventotene e Santo Stefano.

    Mi sono recato sulla tomba di Spinelli per deporre mazzo di fiori, ma ricorderemo centenario della sua nascita, il 31 Agosto 2017: vorremmo fare progetto culturale identitario. Come immaginiamo Santo Stefano? Una foresteria per giovani europei e mediterranei dove si possa approfondire con le più grandi istituzioni universitarie e europee, creare per occasioni per formare l’elite dirigente che governerà l’Europa nei prossimi decenni. Consentiremo a Santo Stefano di non restare solo luogo di ruderi o memoria anche emozionante, ma dove la nostra patria ha visto rinchiusi a chiave gli oppositori al fascismo che anelavano alla libertà. Facciamo trasformare quel luogo in luogo della rivincita della libertà. Già adesso sono partiti i primi lavori per evitare i crolli, ma non basta: serve costruire il futuro. E questo vale anche per l’Europa”.

    L’Europa rischia di crollare: quando perde il senso della propria vocazione e diventa insieme di egoismi, l’Europa non ha un destino già scritto. Si aveva un disegno complessivo, poi ciascuno metteva un pezzettino, la CECA era pezzo di una strategia più ampia. Ora c’è il rischio opposto: abbiamo tutti l’euro nelle nostre tasche, le istituzioni democratiche, ma rischiamo di non avere più l’ideale come motore per costruire un pezzo dell’Europa che verrà. Ecco perché c’è bisogno dell’Italia, con l’orgoglio di chi sa qual è la grande storia del nostro popolo e il grande contributo che ha dato alla libertà e all’ideale. Stiamo cercando di riportare l’Europa a diventare quello che deve essere.

    Tutta questa bellezza richiede la capacità di essere preservata e la forza di immaginarla per il futuro. Ricordiamo i grandi che hanno segnato la nostra storia, impostiamo un lavoro di recupero dell’antico carcere borbonico: i denari non mancano, serve la volontà di un progetto che non sia di breve periodo, a creare luogo di incontro e formazione che sia in grado e  capace di costruire nuova classe dirigente”.

    Da qui, dove l’Europa è libera dai muri, libera dall’odio verso l’altro, libera dalla paura del diverso, e unita dai valori, unita dall’ideale, unita dal sogno. Da qui, dove l’Europa è libera e unita prendiamo l’impegno: da qui al 31 Agosto 2017 il recupero di Santo Stefano dovrà essere partito e in modo corposo. Possiamo, lavorando insieme con determinazione, ospitare il 31 Agosto 2017 il centenario di Spinelli, immaginando che sia il modo di affermare l’ideale dell’Unione europea.

    Abbiamo bisogno di chiedere più ideale, più passione, più sogno. L’Europa o sarà sociale o non sarà. Non è possibile che le persone vivano difficoltà quotidiane. L’Italia lo fa investendo denaro per le nuove generazioni. Da cittadino italiano dico che sono sconvolto al pensiero che dove sono stati i padri italiani ci siano solo dei ruderi. Quello che c’è in quel luogo è tanto di ciò che vogliamo per i nostri figli e i nostri nipoti: la forza di chi è più forte dei muri, la forza di chi è più forte della repressione, la forza di chi è più forte dell’odio”.

    Spinelli e gli altri concludono il manifesto dicendo che occorre tenersi pronti al nuovo. C’è un’ansia di cambiamento nel mondo che richiede l’Europa protagonista. Le persone vengono dal Mediterraneo stanno scappando dalla guerra, dalla fame, dalla povertà. I bambini che muoiono hanno un nome, anche quando noi non lo sappiamo. Ma sappiamo il loro dolore. Tenersi pronti al nuovo significa che c’è bisogno di un’Europa di ideali.

    La via da percorrere non è né facile né sicura, ma dev’essere percorsa e lo sarà. Sono significative le parole con cui si conclude il manifesto: chi lo avrebbe mai detto che quella via che era da percorrere sarebbe davvero stata percorsa? È la forza del sogno: la via non è facile, ma la percorreremo con orgoglio, la percorreremo con la consapevolezza, la percorreremo con la responsabilità di cittadini italiani, e con la volontà di rendere tutti capaci di rispondere al grande ideale dei cittadini europei.”.

 

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Unioni Civili

Da l’Unità online http://www.unita.tv/

 

Accordi su emendamenti e voti segreti: così il Pd vuole ridurre tempi e “sorprese”. Da mercoledì prossimo il voto sugli emendamenti. Il M5S ribadisce il suo sì al testo attuale, ma resta l’incognita del voto segreto.

 

di Silvia Gernini - @SGernini

 

Dopo l’impasse di martedì, l’accordo per il ritiro del 90% degli emendamenti presentati dalla Lega al ddl Cirinnà sembrerebbe finalmente confermato, dopo la capigruppo informale che si è svolta ieri. Contestualmente il Pd ritirerebbe l’emendamento canguro presentato dal senatore dem Marcucci per accorciare i tempi in aula.

    “Zanda ci ha detto che ritireranno il canguro. Noi taglieremo in maniera cospicua i nostri emendamenti. Abbiamo avuto garanzie e abbiamo dato la massima disponibilità”, ha detto il capogruppo del Carroccio Gian Marco Centinaio spiegando che la Lega si è anche resa disponibile “a contingentare il numero dei voti segreti“.

    Ridurre i tempi, ma lasciando il tempo per il confronto: “Come per tutti i provvedimenti importanti, bisogna trovare una posizione di equilibrio: tempi rapidi, ma compatibili con la profondità del dibattito e con la necessità che hanno i senatori di intervenire”, ha detto il capogruppo Pd Luigi Zanda.

    E mentre in aula si susseguono gli interventi fiume a favore o contro il testo sulle unioni civili, prosegue dietro le quinte il confronto politico, quello che consentirà al ddl di arrivare al traguardo del primo via libera del Senato e passare quindi all’esame della Camera.

    Un lavoro che si concentra, come è ovvio, sulla riduzione del numero degli emendamenti. E oltre all’accordo ritrovato tra Lega e Pd, oggi è stato anche creato un gruppo di lavoro, formato da un senatore per ciascun gruppo in Senato, che lavorerà per ridurre ulteriormente il numero di emendamenti che al momento sono oltre 6000. La Lega assicura che “rimarranno in tutto 500 emendamenti – ha detto Centinaio -, di cui la maggior parte relativi alle adozioni“.

    Bisogna cercare di accorciare i tempi visto che fino a martedì si andrà avanti con la discussione generale e mercoledì prossimo finalmente si inizieranno a votare gli emendamenti rimasti dopo la “scrematura”. Il tema centrale restano i voti segreti, che il Pd vorrebbe evitare il più possibile per non incorrere in spiacevoli sorprese al momento del voto, soprattutto dopo le tensioni di questa mattina con i Cinquestelle. Il M5S ha poi ribadito la sua posizione favorevole al ddl, ma solo se non subirà cambiamenti radicali: “Il ddl così com’è l’abbiamo già votato in commissione, e lo votiamo in Aula. Non capisco cosa vuole trattare ancora il Pd – ha dichiarato il senatore Alberto Airola -. Andiamo in Aula e vediamo i numeri”.

    Nel frattempo, fuori dai palazzi, scoppia la polemica per le parole del presidente della Società italiana di pediatria, Giovanni Corsello, che nel mezzo del dibattito sulla stepchild adoption, ha dichiarato: ”Non si può escludere che convivere con due genitori dello stesso sesso non abbia ricadute negative sui processi di sviluppo psichico e relazionale nell’età evolutiva”.

    Parla di dichiarazioni “gravissime e inaccettabili” il deputato Pd Alessandro Zan, membro della bicameralina sulle unioni civili e attivista della comunità gay. “Non hanno alcuna base scientifica – aggiunge il parlamentare dem – e sono fondate sul pregiudizio, senza contare che si pongono in contrasto con i più autorevoli studi psicologici nazionali e internazionali”.

    Il presidente dei pediatri ha torto anche secondo l’associazione Famiglie Arcobaleno secondo cui “è vero il contrario. Si può escludere sulla base di decine di ricerche scientifiche, come d’altronde ha affermato l’Ordine degli psicologi italiani non più tardi di due anni fa”. Il presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologici, Fulvio Giardina, dichiarava, infatti: “Non è certamente la doppia genitorialità a garantire uno sviluppo equilibrato e sereno dei bambini, ma la qualità delle relazioni affettive. Da tempo infatti la letteratura scientifica e le ricerche in quest’ambito sono concordi nell’affermare che il sano ed armonioso sviluppo dei bambini e delle bambine, all’interno delle famiglie omogenitoriali, non risulta in alcun modo pregiudicato o compromesso”.

 

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Il grande risveglio della partecipazione

LAVORO E DIRITTI a cura di www.rassegna.it

  

Si torna a parlare, tra gli studiosi e ora anche nel documento unitario sulle relazioni industriali, del diritto dei lavoratori “a collaborare alla gestione delle aziende”. Una delle chiavi per un’uscita qualificata dalla lunga stagione di crisi

 

Un po’ a sorpresa si torna a parlare di partecipazione dei lavoratori nell’impresa. Strano, perché nella storia questo argomento ha goduto di qualche attenzione solo quando le rappresentanze dei lavoratori vivevano un momento di grande forza e capacità espansiva, oppure (ma spesso le due cose coincidevano) quando il governo in carica era particolarmente interessato a costruire qualche norma di favore per il mondo del lavoro. Due circostanze che oggi non sembrano proprio date, tant’è che il diritto dei lavoratori, previsto dall’articolo 46 della Costituzione, “a collaborare alla gestione delle aziende” rischierebbe di rimanere ancora a lungo – se guardiamo solo a questo – una bella petizione di principio, priva purtroppo di qualsiasi concreta ricaduta.

    Eppure, da un po’ di tempo a questa parte, qualcosa ha cominciato a muoversi. Non tanto per effetto di una previsione pure contenuta nella legge 92 del 2012 (la famigerata legge Fornero), che delegava il governo a regolare – tramite decreto – “le forme di coinvolgimento dei lavoratori nell’impresa”. Certo, “coinvolgimento” non è esattamente “partecipazione”, ma comunque quella delega non ha poi avuto alcun seguito. La ritrovata fortuna delle tematiche partecipative sta forse piuttosto in una crescente consapevolezza della loro correlazione con la qualità e l’efficacia del sistema economico e produttivo. Spesso – anche se non sempre – una maggiore partecipazione di chi lavora è la condizione per trarre il massimo dalle potenzialità insite in nuove e sempre più diffuse innovazioni di carattere tecnologico.

    Paradossalmente, è proprio la debolezza e la limitatezza delle applicazioni avute negli ultimi anni a riproporre l’attualità di questo tema, nel quale viceversa si individua una delle chiavi per un’uscita qualificata e avanzata dalla lunga stagione di crisi che stiamo attraversando. Comunque sia, il dato certo è che se ne torna a parlare, tanto che un intero capitolo sulla partecipazione è stato inserito anche nel testo recentemente condiviso da Cgil, Cisl e Uil dal titolo “Un moderno sistema di relazioni industriali”. Correttamente, il documento unitario distingue tra tre diverse forme della partecipazione: alla governance, organizzativa ed economico-finanziaria.

    Rispetto alla governance, si fa esplicitamente riferimento al modello duale di derivazione tedesca e alla presenza nei Consigli di sorveglianza che esso prevede. Un riferimento che al momento può valere soprattutto in termini di ispirazione, vista la quasi totale assenza, in Italia, di imprese che abbiano adottato questo modello societario e considerati oltretutto gli ostacoli che la legge italiana frappone alla presenza di lavoratori in quei Consigli. Il campo della partecipazione organizzativa è certamente – nell’esperienza del nostro paese – più conosciuto e frequentato, riguarda sostanzialmente la proceduralizzazione di momenti e modalità attraverso i quali concretizzare, e magari allargare, i diritti di informazione e consultazione sanciti dalla legislazione e dalle direttive comunitarie. Su questo la contrattazione nazionale e di secondo livello si è già ampiamente esercitata in passato, meno negli ultimi anni, vissuti sotto il ricatto permanente della crisi.

    La partecipazione economico-finanziaria è infine quella che in vario modo lega quote retributive del lavoratore all’andamento economico e/o al raggiungimento di determinati obiettivi produttivi dell’impresa. In tale ambito, il documento si limita ad affermare i principi della volontarietà dei singoli e della valorizzazione del ruolo delle rappresentanze sindacali in azienda. Su tutte e tre queste forme partecipative è in ogni caso utile fare tesoro delle esperienze già fatte e, in questo senso, può essere di grande interesse il volume recentemente pubblicato a cura di Mimmo Carrieri, Paolo Nerozzi e Tiziano Treu, dal titolo “La partecipazione incisiva” (edizioni Il Mulino). Si tratta di una sorta di catalogo critico delle migliori esperienze compiute su questa materia in Italia e negli altri principali Paesi europei.

    È interessante notare come sia i curatori del volume, sia la grande maggioranza degli studiosi ritengano comunque indispensabile un preciso intervento di sostegno normativo in materia. Non perché non siano consapevoli dei rischi insiti nel mettere la questione nelle mani di organi legislativi o ancor peggio esecutivi, che hanno spesso dimostrato scarsa competenza e acritica adesione al punto di vista del sistema delle imprese. Ma perché ritengono che senza un intervento normativo capace di mettere in relazione il tema della partecipazione con quelli – strettamente connessi – della rappresentanza e della contrattazione, è impossibile che nelle condizioni date maturi solo per via negoziale il salto di qualità e anche di diffusione quantitativa che sarebbe oggi indispensabile e persino urgente.

    Uno dei punti chiave del dibattito riguarda il rapporto tra forme partecipative e contrattazione tra le parti. Anche qui la scelta degli studiosi è largamente orientata a una chiara distinzione tra i due canali, quello partecipativo e quello contrattuale, anche se un intreccio appare comunque auspicabile e forse persino inevitabile nel caso italiano, nel quale il peso della rappresentanza sindacale è storicamente molto più forte che altrove. In definitiva, non può che essere positivo che un tema come quello della partecipazione dei lavoratori nell’impresa e delle possibili concretizzazioni dell’articolo 46 della Costituzione torni a essere affrontato. Ma certo c’è ancora bisogno di approfondirlo e soprattutto di attualizzarlo. In particolare, mettendo meglio a confronto le esperienze fin qui sviluppate in Italia e in Europa con le trasformazioni oggi concretamente in atto nel sistema delle imprese, trasformazioni che spesso, non a caso, rendono più sfuggenti e nascosti i luoghi veri del potere e della decisione, andando così in una direzione opposta a quella della partecipazione.

 

lunedì 1 febbraio 2016

"Senza Schengen fallisce l’Europa"

Da l'Unità online

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Martin Schulz: "Essere critici con Bruxelles non dev'essere considerato come una forma di euroscetticismo".  A colloquio

con il Presidente del Parlamento Europeo. No a una Schengen "mutilata o debilitata", ma gli Stati membri devono mantenere le promesse su ricollocamenti, controllo delle frontiere e condivisione delle risorse. E' questo l'appello ai Governi dell'Ue del presidente del Parlamento europeo, il socialdemocratico tedesco Martin Schulz.

 

di Marco Mongiello

 

Come giudica l'esito della riunione dei ministri dell'Interno ad Amsterdam? Si parla di una reintroduzione dei controlli alle frontiere interne per due anni e si minaccia di espellere la Grecia da Schengen…

    "Ciò di cui l'Unione europea ha bisogno non è un'area Schengen mutilata o debilitata. Non abbiamo bisogno di un'area Schengen con il segno meno, dobbiamo invece rafforzare e difendere strenuamente questo spazio di libertà e di prosperità. Se Schengen dovesse fallire, sarebbe il mercato unico la prima vittima di questa sconfitta politica. Credo che i ministri e i governi ne siano consapevoli e credo che gli Stati Membri stiano finalmente capendo che non è più possibili rinviare le decisioni difficili, ma necessarie. La presidenza olandese è orientata a trovare soluzioni e non alibi. Gli stati membri devono mantenere gli impegni presi, che si parli di ricollocamenti, di controllo delle frontiere esterne, di condivisione degli strumenti e del personale per aiutare i paesi più esposti o degli impegni finanziari nei confronti della Siria e dei suoi vicini. Per l'Unione non c'è decisione peggiore di una decisione non messa in pratica".

    Secondo lei oggi l'Europa deve scegliere tra la libera circolazione e il mantenimento dell'ordine pubblico?

     "Questo è un falso dilemma. L'Unione è e dev'essere per la libera circolazione, ma questo non vuol dire farsi travolgere dall'afflusso massiccio di rifugiati. L'Unione deve procedere, e velocemente, per superare Dublino, per europeizzare il suo sistema d'asilo in modo tale che la pressione venga distribuita in maniera intelligente, trasparente, prevedibile e sostenibile su tutta l'area Schengen e non solo su due o tre stati. Le regole devono essere applicate uniformemente dagli Stati e il diritto d'asilo garantito a chi ne ha veramente bisogno: questo vuol dire anche che chi non si qualifichi come rifugiato dev'essere rimpatriato, attraverso procedure rapide e sistematiche. Se non lo facessimo, rischieremmo di inviare un messaggio sbagliato: che chiunque può venire in Europa. Con un sistema efficace di rimpatri invece i numeri si ridurrebbero drasticamente. Ma finora vediamo nell'Unione pochi ricollocamenti, pochi rimpatri e pochissima solidarietà".

    La Cancelliera Angela Merkel ha sbagliato nell'aprire le porte ai rifugiati senza voler mettere un tetto al numero di ingressi? Non era meglio selezionare i richiedenti asilo nei campi profughi?

     "L'obiettivo è che i rifugiati non s'imbarchino in viaggi disperati, incontrollati e ingestibili: questa è l'obiettivo per l'Unione, ma è soprattutto nell'interesse dei rifugiati stessi. È stato utilizzato più inchiostro per parlare delle responsabilità di Angela Merkel che nel pensare a come risolvere la crisi. Nonostante in tanti ambiti io la pensi diversamente dalla Cancelliera, il suo intervento nella crisi dei rifugiati è stato in primo luogo motivato da un principio di responsabilità. Ora però abbiamo bisogno di un'Europa che ritrovi coraggio, solidarietà ed efficacia".

    Nei giorni scorsi ci sono state polemiche tra Roma e Bruxelles. Come fa un governo a essere "eurocritico" senza essere scambiato per "euroscettico"?

     "Non ho mai pensato che a Roma ci fosse euroscetticismo. Mi sembra che la polemica sia stata gonfiata a dismisura, in gran parte con un contributo dei media e della stampa. È proprio come sottolinea lei nella sua domanda: essere critici con Bruxelles non dev'essere considerato come una forma di euroscetticismo. I dossier comunitari sono assolutamente centrali per molti governi ed è quindi legittimo che i governi rilevino, anche con chiarezza, quando si trovano in disaccordo con Bruxelles. Questa è una Commissione europea che si definisce con forza come una Commissione "politica", questo vuol dire che non si nasconde dietro ai trattati per difendere le decisioni prese. Un dibattito politico acceso tra Bruxelles e le capitali degli Stati Membri è quindi un elemento nuovo, ma non dovrebbe sorprendere. L'importante, a mio avviso, è la volontà della ricerca della sintesi sulla sostanza".

 

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