venerdì 11 dicembre 2009

L'Europa e i privilegi neo-clericali

Laicità

Nell’indifferenza pressoché generale, il 1° dicembre è entrato in vigore il Trattato di Lisbona. Dire che è stata un’operazione di vertice è dire poco . . .  Per Papa Benedetto l’articolo 17 garantisce i “diritti istituzionali” delle chiese. Che cosa ne pensano – se ne pensano – i nostri rappresentanti, che hanno votato a favore del Trattato, non è dato sapere.

di Vera Pegna

Nell’indifferenza pressoché generale, il 1° dicembre è entrato in vigore il Trattato di Lisbona. Dire che è stata un’operazione di vertice è dire poco. Che la si sia voluta tale, lo ha confermato Giuliano Amato secondo il quale i capi dell’UE avevano “deciso” di rendere il nuovo trattato “illeggibile” per evitare che le riforme chiave fossero riconosciute ad una prima lettura e magari seguite da proposte di referendum nei singoli stati membri.

    C’è chi invece indifferente non è stato ma anzi ha aspettato con una certa trepidazione l’ultima firma necessaria al completamento della ratifica del trattato apposta dal ceco Vaclav Klaus. Senza quella firma, senza l’entrata in vigore del trattato, l’attività tenace svolta dalla Santa Sede per assurgere a un riconoscimento istituzionale da parte dell’UE avrebbe potuto essere annullata da futuri dirigenti dell’UE, meno propensi a cedere alle pressioni vaticane.

    Nel 1996 il Consiglio europeo di Torino aveva respinto la richiesta della COMECE (la Commissione dei vescovi europei) di riconoscere un ruolo pubblico alle chiese con la motivazione che la Santa Sede non era uno stato membro dell’Unione. Né poteva diventarlo dato che – unico stato in Europa – la Santa Sede non è firmataria della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo.

    Ciò nonostante, negli ultimi otto anni , da quando fu messa mano alla elaborazione del trattato costituzionale europeo, la richiesta delle gerarchie vaticane ha fatto grandi passi in avanti. Insistendo sulla “morale naturale” e sui “valori universali” della dottrina cattolica e, soprattutto, mettendo i suoi servitori più fedeli nei posti chiave all’interno della Commissione, la Chiesa cattolica ha ottenuto ciò che le era stato rifiutato nel 1996, ovvero la menzione delle chiese in un documento legislativo europeo. Nel trattato di Amsterdam, nonostante le insistenze affinché lo status delle chiese fosse accolto nel corpo del testo,  il Vaticano ottenne solamente una   dichiarazione aggiuntiva annessa al trattato. Invece ecco che qualche anno dopo, nella bozza del trattato costituzionale europeo, appare un articolo sullo status delle chiese, questa volta all’interno del trattato stesso, nonostante un folto gruppo di parlamentari, fra cui gli italiani Lamberto Dini e Elena Paciotti, ne avessero chiesto la soppressione per i seguenti motivi:  Non si capisce perché ciò che è stato inserito in una Dichiarazione non vincolante nel Trattato di Amsterdam debba oggi essere innestato nella Costituzione… L'Unione non ha, e la Convenzione non ricerca, una competenza nel settore della teologia o della filosofia… 

    La tattica seguita dalle gerarchie cattoliche per arrivare a tanto è stata duplice: chiedere due cose per ottenerne almeno una e alzare un gran polverone su quella rinunciabile - la menzione delle radici cristiane - in modo da far passare quatton quattoni quella irrinunciabile contenuta nell’articolo 52 (diventato 17 nel nuovo trattato) difficile da far ingoiare ad una popolazione secolarizzata come quella europea.

    L’articolo 17 rassicura il Vaticano circa tre obiettivi prioritari. Primo: il riconoscimento della dimensione istituzionale della libertà religiosa. Secondo il Vaticano, la dimensione religiosa si estende a tutto ciò che riguarda l’essere umano e siccome la chiesa si proclama “esperta in umanità” è giusto che le sia riconosciuto uno status specifico, diverso da quello attribuito alle associazioni della società civile.

    Secondo: la facoltà per le chiese di intervenire su quei progetti di legge europei da esse considerati di loro competenza prima che tali progetti arrivino in aula. Con ciò la chiesa cattolica, ente privato i cui rappresentanti non sono eletti dai propri fedeli, entra a far parte del processo legislativo europeo provocando un duplice danno: la delegittimazione del parlamento poiché i membri eletti non bastano più a rappresentare le istanze degli elettori e l’inquinamento del sistema di democrazia rappresentativa, pilastro dello stato di diritto.

    Terzo: l’esenzione da quelle leggi e normative europee che sono in contrasto con la dottrina morale cattolica. Ciò riguarda in particolare la facoltà per le organizzazioni cattoliche che gestiscono servizi pubblici quali scuole, ospedali, ecc. di discriminare i propri dipendenti in base sia alla loro religione sia alle loro scelte di vita. È ciò che accade già in Italia per gli insegnanti di religione la cui assunzione o permanenza in servizio possono essere bocciate dalla diocesi di appartenenza qualora questa consideri che non si attengono alla morale cattolica.

    Per Papa Benedetto l’articolo 17 garantisce i “diritti istituzionali” delle chiese. Che cosa ne pensano – se ne pensano – i nostri rappresentanti che hanno votato a favore del Trattato di Lisbona non ci è dato sapere.

       
Lotta alla xenofobia 

SEL (Milano)
su Lega e Minareti

Sinistra Ecologia e Libertà di fronte alle deliranti grida di giubilo di esponenti della Lega sul risultato del referendum tenutosi in Svizzera circa il divieto di erigere minareti nelle città elvetiche ricorda che diritti e libertà (compresa quella religiosa) sanciti dalla Costituzione, sono indisponibili alla volontà di maggioranze e referendum, tanto più locali.

    Castelli ha chiesto di inserire nel tricolore una croce, Borghezio pretende a gran voce che si svolga urgentemente un referendum sui minareti anche in Italia. Ora aspettiamo un commento illuminato anche da parte di Salvini, che a suo tempo propose carrozze speciali sui convogli della metropolitana riservate agli immigrati. 

    Boutade, provocazioni. Sulle dichiarazioni dei leghisti si sorvola sempre. Le compagne e i compagni milanesi di Sinistra Ecologia e Libertà ritengono invece che questo continuo tentativo di erodere i diritti e le libertà fondamentali, sia pure di minoranza, mini il basamento su cui poggia da oltre 60 anni la Repubblica.

    Ricordiamo alla Lega Nord che anche il suo consenso rappresenta nel Paese una minoranza i cui diritti sono garantiti proprio da quei principi di cui si intende fare carta straccia.