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lunedì 4 luglio 2011

Ma Ichino che ci azzecca Con il Centro-sinistra?

Nachricht

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

 

Incredibile Pd: sulle politiche del lavoro il 18 giugno c'è unanimità, il 24 ci si dissocia. Ed è sempre Pietro Ichino a sventolare un vessillo da stato confusionale dietro il quale, in verità, i votanti del centrosinistra sono sempre di meno.

 

di Renato Fioretti

 

Presento qui alcune valutazioni rispetto a un importante appuntamento che ha - recentemente - coinvolto gli "stati maggiori" del Pd. Nei giorni 17 e 18 giugno, si è tenuta la prima Conferenza nazionale per il lavoro del Partito democratico.

    La stessa, come noto, era stata preceduta - nel maggio 2010 - da un'Assemblea nazionale, nel corso della quale erano state indicate le proposte per il "diritto unico  del lavoro".

    Un importante tema, che, se nel 2010 produsse, in realtà, una sostanziale contrapposizione "politica" - nessun voto contrario, ma quasi il 50 per cento di astenuti - nei giorni scorsi ha, eccezionalmente, realizzato un documento finale approvato all'unanimità. 

    In effetti, già lo scorso anno si realizzò una situazione di tipo kafkiano.  

    Poco più della maggioranza semplice dei partecipanti all'Assemblea approvò la risoluzione finale che, in particolare, rispetto al tema del superamento della precarietà, rigettava l'ipotesi di "Contratto unico" di Ichino e accoglieva la tesi del responsabile economico del partito. Tesi secondo la quale, al fine di favorire i rapporti di lavoro a tempo indeterminato, si rendeva necessario aumentare - in termini retributivi e previdenziali - il costo del lavoro "atipico".

    Contemporaneamente, un numero più o meno corrispondente di partecipanti, evidentemente "sedotti" dalla formula del "Tutti a tempo indeterminato, nessuno inamovibile" (di cui al ddl 1481/09 di Pietro Ichino), fu sostanzialmente costretto - a mio parere, allo scopo di non ufficializzare una netta contrapposizione - a limitare il proprio dissenso attraverso l'astensione. 

    Tale "savoir-faire" fu, però, bruscamente interrotto nello scorso mese di aprile.

    In quei giorni, infatti, a un articolo apparso sulle pagine del Corriere della Sera, a firma di Pietro Ichino, Nicola Rossi e Luca Cordero di Montezemolo - attraverso il quale l'inedito "Trio", con l'aggiunta di un entusiasta Piercamillo Falasca (di Futuro e Libertà) faceva il panegirico del ddl 1481/09 - si contrappose un duro intervento di Stefano Fassina.

    Lo stesso, senza più alcun riguardo nei confronti dei colleghi di partito, non esitava, infatti, a parlare di "proposte tendenti a creare illusioni ai giovani afflitti dal dramma della precarietà del lavoro e del protrarsi di un paradigma ideologico e fasullo realizzato attraverso la contrapposizione (forzata e strumentale) della "generazione 1.000 euro" dei figli, a quella 1.200 dei padri"!

    Personalmente, anche se ancora oggi non ritengo che quella proposta del Pd potesse risolvere i problemi (professionali e sociali) dei lavoratori "atipici", né, tanto meno, che la soluzione potesse (e possa) essere affidata al contratto "a protezione crescente" che suggerisce Ichino, avevo, all'epoca, molto apprezzato che, all'interno del maggior partito di opposizione, fosse stata - finalmente - adottata una decisione "di merito" rispetto al dramma della precarietà di milioni di lavoratori italiani; giovani e meno giovani.

    Purtroppo, la recente Conferenza ha - drammaticamente - riproposto una grave contraddizione.

    Infatti, l'epilogo della "due giorni" ha confermato il carattere "distonico" della politica del Pd. Rispetto al lavoro, come a qualsiasi altro tema.

    Esaminiamo i fatti. All'inizio dei lavori del 17 e 18 giugno, a Genova, in effetti, si confrontavano due documenti.

    La relazione introduttiva di Stefano Fassina che, tra l'altro, relativamente al delicato tema dell'occupazione - e, in particolare, a quello della precarietà - prevedeva un "Progetto" da articolare attraverso: a) l'eliminazione dei vantaggi di costo del lavoro precario rispetto al lavoro stabile, b) la drastica riduzione delle tipologie contrattuali, c) la riforma dell'apprendistato, d) l'istituzione di un salario minimo. 

    Un "contributo di un gruppo di parlamentari, studiosi e dirigenti del Pd" (tra i quali autorevoli esponenti quali: Walter Veltroni, Ignazio Marino, Enrico Morando e Sergio Chiamparino) che - allo stesso fine - "sponsorizzavano " il ddl 1873/09 di Ichino, comprendente il nuovo "Codice del lavoro" e l'ossessiva riproposizione del "Tutti a tempo indeterminato, nessuno inamovibile".

    Lo stesso Ichino, nel suo intervento alla Conferenza, aveva ripetuto che "Non può bastare la parificazione contributiva per garantire universalità effettiva al nostro diritto del lavoro….".

    Ebbene, in una situazione di questo tipo, era apparsa (per lo meno) stupefacente la straordinaria capacità del gruppo dirigente del Pd di concludere i lavori con l'approvazione all'unanimità di un OdG con il quale - se il "Progetto" (di cui alla relazione introduttiva) si riduceva fino a prevedere la sola "equiparazione del costo e delle tutele di tutte le forme contrattuali, misure fiscali e politiche sociali di vantaggio per donne lavoratrici e giovani" - i 600 delegati riuscivano nell'ardua impresa di condividere unitariamente tanto la relazione introduttiva di Fassina, quanto il documento - dell'aprile 2011 - "Persone, lavoro e democrazia". 

    Documento attraverso il quale - è opportuno rilevarlo - si riteneva impraticabile la proposta di contratto unico e non condivisibile il superamento dell'art. 18 dello Statuto; ormai storico obiettivo di Pietro Ichino!

    Quindi, delle due l'una: o si era trattato di una farsa, oppure, secondo l'accreditata ipotesi di un soggetto poco avvezzo alle alchimie politiche dei vertici del Pd - tanto abili da riuscire a far coesistere, all'interno del partito, le più bizzarre elucubrazioni - al momento del voto finale, Pietro Ichino e gli altri 36 sottoscrittori del "Contributo" erano alla buvette intenti a sorseggiare un caffè!

    In realtà, il secondo documento era stato, diplomaticamente, ritirato e conservato "agli atti" quale possibile "arricchimento".

    Un chiaro espediente per comunicare all'esterno una comunanza d'intenti che, alla prova dei fatti, ha resistito appena qualche giorno!

    In questo senso, la più eclatante delle conferme, è stata fornita dallo stesso giuslavorista milanese.

    L'occasione è stata fornita da un articolo, pubblicato sul "Sole 24 Ore" del 24 giugno, di Michele Tiraboschi,

    In quella sede, il successore di Marco Biagi nell'incarico di consulente del ministro Sacconi, rilevava - a valle della Conferenza del Pd - un'oggettiva corrispondenza, tra maggioranza e opposizione, su due temi ritenuti centrali nel dibattito sulle riforme del lavoro.

    In estrema sintesi: l'indisponibilità all'adozione del "Contratto unico" e l'intenzione di rilanciare l'apprendistato. Nulla più di questo.

    Sufficiente, però, a scatenare il livore e il risentimento di Pietro Ichino nei confronti di Stefano Fassina, accusato, in sostanza, di realizzare "un'altra sorprendente manifestazione di convergenza" con le forze del male (corsivo mio) dell'opposizione - attraverso Tiraboschi - sulla strategia per il superamento del dualismo del mercato del lavoro. Dimenticando, troppo repentinamente e con discutibilissima superficialità, che la proposta Fassina - pur se non (totalmente) condivisibile - era stata tanto ampia da non poter, in alcun modo, "convergere" con gli unici due elementi di confronto "estrapolati" da Tiraboschi: il contratto unico e l'apprendistato.

    Si è quindi trattato, a mio parere, di un palese tentativo di discredito ai danni di un interlocutore scomodo e poco propenso a condividere quella che allo stato pare rappresentare, per Ichino, una vera e propria ossessione: la cancellazione - a qualsiasi prezzo - dell'art 18 della legge 300/70!

    Tra l'altro, rispetto al tema delle paventate "convergenze", con gli avversari politici di turno, è a tutti ampiamente noto che i più fedeli e tenaci sostenitori delle proposte di Ichino sono - di norma - esponenti e simpatizzanti del centrodestra!

    Che si tratti di riformare il mercato del lavoro e rendere più costosi gli studi universitari, optare per l'energia nucleare o preoccuparsi di garantire "un'adeguata remunerazione dei capitali privati investiti nella gestione dei servizi idrici", è sempre Pietro Ichino a reggere il vessillo dietro il quale, in verità, i rappresentanti e i votanti del centrosinistra sono sempre di meno.

    Tanto che qualcuno potrebbe, legittimamente, chiedersi: "Ma Pietro Ichino, che ci azzecca con il Centro-sinistra?"

Una voce nel vento

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

 

Mauro Rostagno (1942-1988) è stato ricordato a Berlino dallo scrittore amico di una vita Peter Schneider e dal regista Alberto Castiglione, autore del documentario "Una voce nel vento" nella quale ricostruisce l'assassinio mafioso di un giornalista che fu tra i fondatori di Lotta Continua.

di Laura Garavini deputata PD, circoscrizione estero

Era un uomo che aveva il coraggio di denunciare gli intrecci tra mafia, potere ed economia. Un giornalista che con i suoi servizi osava fare i nomi dei colpevoli e spingeva i suoi concittadini a fare altrettanto.

    A Berlino abbiamo ricordato Mauro Rostagno, vissuto da giovane anche in Germania e in Inghilterra, in un dibattito insieme allo scrittore tedesco Peter Schneider, suo amico, e al regista Alberto Castiglione, autore del documentario "Una voce nel vento".

    Il pubblico a Berlino è rimasto impressionato da questo filmato che, con le sue rivelazioni, ha consentito di riaprire il processo a distanza di oltre 20 anni dall'omicidio – consiglio vivamente di mostrarlo anche in altre città.

     Sulla situazione attuale dell'antimafia in Italia e delle collaborazioni internazionali ho parlato questo mese a Napoli con gli esperti della sicurezza interna della SPD bavarese e nazionale. Siamo d'accordo sulla necessità di creare le condizioni politiche per rendere possibile una collaborazione più stretta e moderna in materia di contrasto alla criminalità organizzata.

Anche a Roma, il 19 giugno scorso, si è svolto un incontro pubblico con la partecipazione di Marco Boato, Leoluca Orlando e Paolo Brogi in ricordo di Mauro Rostagno (vai alla registrazione audio su Radio Radicale), per richiamare l'attenzione su quanto sta emergendo nell'Aula Falcone di Trapani dove è in corso il processo per l'assassinio del giornalista: una tra le pagine più vergognose e infami della storia italiana. Vennero accusati i vecchi compagni di Lotta Continua, arrestata la sua compagna, perseguitata la sua comunità terapeutica... Nel 1988 ai funerali di Rostagno l'allora ministro della Giustizia, il socialista Claudio Martelli, disse che a suo giudizio si trattava di un assassinio mafioso. Per queste parole, cinque anni dopo, Martelli non più ministro venne inquisito con l'accusa di "tentato depistaggio".

 

 

IPSE DIXIT

Elementi minimi - «È impossibile una qualunque cazzo di battaglia in questo Paese se non si ripristinano elementi minimi di legalità e di stato di diritto.» – Emma Bonino

Parla anche di noi - «Credo che ben pochi italiani abbiano avuto notizia dello sciopero della fame di Marco Pannella, iniziato il 20 aprile scorso, dunque 75 giorni fa. Pannella e i Radicali protestano contro la situazione inumana delle carceri italiane, un problema che si protrae ormai da anni, e ogni estate assume tratti drammatici. Nelle carceri italiane sono rinchiusi quasi 70 mila detenuti, a fronte di una capienza che non raggiunge i 45 mila posti . . . E la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo ha già richiamato più volte l'Italia per le condizioni dei detenuti nelle carceri. Nonostante tutto ciò il tema non è mai, non dico al centro, ma neppure alla periferia del dibattito politico . . . Perciò, non auto-inganniamoci. Lo sciopero della fame di Marco Pannella sembra parlare solo dei detenuti, ma parla anche di noi.» – Luca Ricolfi
 
 

LEGALITÀ

L'ARRESTO DI GIUSEPPE RIINA E L'IMPORTANZA DELLE INTERCETTAZIONI

"Il mandamento di Corleone ha ancora un peso  notevole negli equilibri di Cosa nostra. L'arresto di quattro boss, tra cui il fratello di Totò Riina, infligge un duro colpo all'organizzazione e conferma l'importanza delle intercettazioni quale strumento indispensabile per l'attività investigativa. Il governo, quindi, la smetta di minacciare un provvedimento che ne limiti l'utilizzo. Piuttosto faccia il possibile per assicurare ai magistrati e alle forze dell'ordine più risorse e mezzi". Lo dichiara il senatore del Pd Giuseppe Lumia, componente della Commissione antimafia, commentando l'operazione "Apice".
 
 

Nebbia in Val Padana

Mercedes Bresso aveva vinto

È stato condannato il truccatore di firme a favore dell'attuale presidente della Regione Piemonte, il leghista Cota

Dal manifesto del 1° luglio 2011

Traballa, e parecchio, la poltrona del presidente del Piemonte Roberto Cota che, nel 2010, aveva vinto su Mercedes Bresso per soli 9mila di voti. Il processo per falso avviato a Torino nel dicembre scorso ha portato ieri alla condanna a due anni e otto mesi di Michele Giovine, la cui lista Pensionati per Cota ha contribuito con 27 mila voti alla vittoria del leghista. Per il tribunale erano false le firme racconte in 17 circoscrizioni su 19. Una bella soddisfazione per Bresso e per i radicali che sin dall'inizio hanno denunciato l'illegalità di quel voto. Anche perché con ogni probabilità la sentenza avrà effetti decisivi sul procedimento in corso per accertare la regolarità delle elezioni.

    Cota tira dritto: «I problemi legati alle autentiche delle firme di una lista non mi riguardano. Se qualcuno ha sbagliato, paghi. I voti che i piemontesi mi hanno dato sono veri e validi».

    Bresso è di un altro parere: «Cota che non poteva non conoscere le modalità con cui Giovine operava». E finalmente il Pd chiede, insieme al resto della coalizione, «il ritorno alle urne, perché Cota non ha vinto, e la elezioni sono state viziate da una vera e propria truffa» (così il segretario regionale Morgando).

    La sentenza dà ragione a Bresso e ai radicali, e ancora una volta punisce la prudenza con cui il Pd si è schierato all'indomani della sconfitta, diviso da una delle sue guerre interne. Dal punto di vista tecnico, la condanna penale non ha conseguenze amministrative automatiche. Ma il procedimento amministrativo intentato all'indomani del voto da Bresso e altri è ancora aperto. Il 4 ottobre ci sarà l'udienza della Consulta, coinvolta dal Consiglio di Stato che ha ritenuto incostituzionale la sentenza del Tar nel punto in cui rinviava il procedimento amministrativo su Giovine alla conclusione dell'iter giudiziario civile a suo carico. I tempi lunghi di questo ulteriore processo potrebbero portare alla sentenza dopo la fine della legislatura.
 
 
 

lunedì 27 giugno 2011

RIVOLUSSIONE.

Da uno dei leader riconosciuti del "partito in rete" riceviamo e volentieri rilanciamo

www.ucuntu.org


Aaaargh! Nel duemila e passa! Parole orribili! Cose selvagge e sanguinolente! Momento. Vedi Egitto, vedi Tunisia e un pochino forse anche Milano. Ecco cos'è una "rivolussione", oggigiorno e perché è nonviolenta e perché si può fare . . .

 

di Riccardo Orioles

 

Giusto, ha vinto internet. Ormai è banale dirlo ma queste tre elezioni (Milano, Napoli e i referendum) sono la data di nascita del "partito" nuovo, della nuova organizzazione di massa. Il "L'avevo detto" è irrefrenabile (penso al San Libero di dieci anni fa), ma in fondo è sciocco: non ci voleva granché per capire che cosa si stava preparando, bastava tenersi fuori dal ceto politico riconosciuto e, pagandone i prezzi, ragionare.

    Hanno perso gli imprenditori. E' dalla "Milano da bere", dunque dagli anni Ottanta, che la politica si ufficializza sempre più in un pensiero: il Paese è un'azienda, le aziende lo compongono, e tutto il resto è contorno. Neanche il pensiero di Mao era stato così categorico e indiscusso.

    I nuovi imprenditori italiani, in buona parte, sono stati – parlano i conti – la zavorra dell'economia italiana. Hanno rosicchiato un'industria faticosamente costruita negli anni duri, hanno mandato all'estero macchine e mercati, ci hanno trasformato - per pura avidità, senza accorgersene – un dignitoso paese industriale in un pastrocchio indefinibile fra postsovietico e terzo mondo. Le magnifiche sorti e progressive.

    Abbiamo sfiorato il nazismo, in questi anni, e se ne leggeranno le cronache, anni dopo di noi, con un senso d'orrore.


* * *


In questo disastro, creato dai possidentes, imposto a colpi di tv e mafia dalla destra e vaselinato dai leghisti, le colpe della sinistra sono tremende. Il medioevo sociale di Berlusconi - precariato, privatizzazioni selvagge, università, scuola – è cominciato col centrosinistra, che di queste "riforme" andava fiero e orgoglioso.

    Solo quando la gestione è passata alla destra, e le poche carote sono state sostituite dai bastoni, il centrosinistra (non tutto) ha cominciato ad accorgersi del danno fatto. La privatizzazione dell'acqua, ad esempio, nacque anche in Sicilia, con Bianco il "riformista", e venne portata avanti da una lobby precisa dentro il Pds.

    Adesso questo è finito, almeno ora. Bersani si è impegnato onestamente sui referendum, ha sostenuto a spada tratta posizioni che due anni fa avrebbero spaccato il partito, si è dimostrato coi suoi paciosi "ohè ragassi" un leader molto più serio e affidabile dei magniloquenti e catastrofici Veltroni e D'Alema.

    Ma anche lui non osa prendere posizione sulla Fiat (qui ci si spaccherebbe davvero, con un Fassino che sta a Marchionne come una volta Cossutta a Breznev), persino dire "stiamo con gli operai" è troppo pericoloso, in un partito nato esattamente dagli operai della Fiat, cent'anni fa. E va bene.

        Inutile piangere sul latte versato: meglio pensare che la sinistra ufficiale in questo momento è la meno peggio che si vede da molti anni, con ali ben distinte fra loro ma non nemiche, con personalismi assai forti (Vendola, Di Pietro, Grillo) ma tutto sommato controllabili, con una dura opposizione al governo attuale - non al sistema che l'ha prodotto - e con la vaga sensazione che forse privatizzazioni e precariato hanno qualche piccolo difetto.

    Va bene, non si può chiedere troppo dalla vita: questo può darci oggi la "politica", ed è già tanto.


* * *


Al resto, dobbiamo pensarci noi, con altri mezzi. Quali? Ohè ragassi, ma la rivolussione naturalmente!

    Aaaargh! Nel duemila e passa! Queste parole orribili! Queste...  queste cose selvagge e sanguinolente! Queste cose impossibili, fuori dal tempo!

    Momento. Le rivoluzioni nel duemila si possono fare, e si fanno benissimo difatti. Vedi Egitto, vedi Tunisia e un pochino forse anche Milano. Le rivoluzioni oggi possono essere nonviolente (debbono esserlo, perché lo zar non ha più i cosacchi ma le televisioni) e non sono meno rivoluzionarie per questo (chiedetelo a Obama).

    Rivoluzione vuol dire uscire coscientemente dal vecchio sistema e organizzarsi direttamente alla base, con sistemi nuovi. Discutere ma fare anche eventi di massa. Quali sono le bastiglie oggi? I palazzi d'inverno? Non hanno mura e cannoni, ma ci sono lo stesso; non più in una singola piazza, ma diffusi.

    Quella dozzina di liceali che organizza la lotta per l'acqua, in un paesino della Sicilia, e solo dopo si rivolge (se si rivolge) ai partiti, è rivoluzionaria; e alla fine vince. Quel gruppo di studenti a Milano, che parla di informazione e, saltando i decenni, riparte da Giuseppe Fava, è rivoluzionario; altro che Vespa e Santoro.Quella ragazza sveglia, frequentatrice dei Siciliani anni '90, che dopo anni organizza il primo sciopero degli immigrati, è rivoluzionaria.

    Si unissero tutte queste forze fra loro, facessero corpo insieme, sprizzassero scintille: che cosa sarebbe questo, se non una rivoluzione?


* * *


C'è un unico ostacolo serio, ed è la nostra insufficienza. Insufficienza culturale, non di forze. Stiamo perdendo tempo, stiamo perdendo occasioni.

    Ricordate com'è cresciuto Berlusconi? Con un progresso tecnico, l'emittenza locale. E' là che - per colpa nostra - ci ha battuto. Eravamo molto più forti di lui, negli anni Settanta, in questo campo. Duecentocinquantatrè radio libere di sinistra (una era quella di Peppino) e mezza dozzina di tv. Queste sono state date via  perché tanto c'era già il nostro spazio Rai. Quelle non riuscivano mai a coordinarsi fra loro, neanche per un momento, e passavano il tempo a giocare a "rradio-rrossa-alternativa". Intanto Berlusconi macinava.

    E' quel che sta succedendo oggigiorno. Abbiamo scoperto l'internet, ci abbiamo galoppato come i Sioux delle praterie. Ma gli altri lo colonizzano, in compagnie e reggimenti e con l'artiglieria. E noi continuiamo a galoppare, ognuno nella sua valle, allegramente.


* * *


Su che cosa sarà il prossimo referendum (è ovvio che bisogna farlo)? Sul precariato, per caso? Ci saranno elezioni? Quando ci faranno votare? L'accordo Confindustria-Tremonti sostituirà Berlusconi, o ci sarà spazio per una soluzione "milanese"?

    La Lega sparerà, o si limiterà alle parole? Noi saremo un "partito", o solo un'occasionale massa elettorale?

    Quante domande, che un mese fa non esistevano... Il mondo va assai di fretta di questi tempi. Non restiamo a guardare.
 
 
 
 
 
 
 

Riceviamo e volentieri segnaliamo 

A colloquio con Nichi Vendola

Un ritratto radiofonico in due puntate trasmesso sulla Radio della Svizzera Italiana l'8 e il 9 giugno scorsi.

A cura di Sonja Riva

 

Nichi Vendola è tra i politici del centro sinistra uscito vincitore dalle urne delle recenti elezioni amministrative italiane. Sia il neoeletto sindaco di Milano Pisapia, che quello di Cagliari, Zedda, candidati del centro sinistro appartengono, infatti, al suo movimento politico, il Sel, Sinistra e Libertà, che ha incassato anche il cinque per cento a livello nazionale, con punte del 7 in Sardegna e del 10 a Bologna.

    Nichi Vendola è dal 2005 presidente della Regione Puglia. Giornalista e scrittore, personaggio anomalo della scena politica italiana, anche per la sua storia personale, nasce dalla tradizione comunista, è omosessuale dichiarato e cattolico.

    Colto e popolare, rivendica una dimensione nuova e diversa della politica, che non teme le emozioni e le passioni. Possiede il culto della famiglia, è uomo di abitudini antiche, romantico nel suo desiderare una normalità di vita rassicurante. Ha portato all'interno della scena politica italiana una modernità nuova nel linguaggio e nelle modalità di comunicare e una notevole capacità di coinvolgere i giovani.

    L'abbiamo incontrato a Bari, prima delle elezioni, e ai nostri microfoni si è raccontato come mai aveva fatto, parlando di sé, della sua storia personale, di cultura e di politica, di famiglia e di religione, di comunismo e d'incontri importanti. Due appuntamenti per scoprire un personaggio singolare, denso di sfaccettature e di umanità.
 

Il berlusconismo è finito. Il populismo no.

Dopo il refrendum e le amministrative

da L'Avanti della Domenica


Inalterato, in qualche caso aggravato, il quadro politico ed economico del Paese. L'Economist: "Sarebbe ora che l'Italia smettesse di incolpare i morti per i suoi problemi".

 

di Bobo Craxi

 

Sembrano arrivare al pettine i nodi inestricati dell'ennesima legislatura che giunge al suo ultimo giro di boa e che lascia inalterato, in qualche caso aggravato, il quadro politico ed economico del Paese.

    D'altronde, lo rileva anche De Rita , una politica che si fonda sugli slogan facili, sulla volatilità dei sondaggi o sull'affidabilità delle opinioni dei cittadini in Rete impedisce a qualsiasi democrazia di affrontare con efficacia le questioni di fondo che la impegnano sapendo fare "sistema" sulle grandi e impegnative scelte.

    L'impressione è che sia fallita la cosiddetta opzione del "berlusconismo", ma non è affatto finita la sua spinta populistica che non a caso sembra aver preso in ostaggio la Politica nel senso più profondo del suo significato.

    E' il rivendicazionismo "à la carte " quello che sembra essere la cifra politica di movimenti e partiti politici (ne abbiamo avuto una riprova plastica anche a Pontida) che , perduto il senso e lo spirito di chi intende promuovere gli interessi generali, in tempi di crisi economica globale si affida ad estemporanei obiettivi perlopiù dettati da esigenze elettoralistiche di corto respiro.

    D'altronde per la finanza di cartastraccia l'aggressione ai Paesi indebitati e contendibili sul piano economico diventa un gioco da ragazzi in queste settimane, e soltanto la coesione politica nazionale può determinare le condizioni migliori per respingere l'assalto alla diligenza evitando ulteriori svendite sottocosto del patrimonio pubblico, ingenti tagli non solo di costi sociali ritenuti superflui, ma ulteriore ricorso a sforbiciate occupazionali nei settori pubblici più improduttivi.

    La logica mercatista di questa fase continua a prevalere nonostante sia stata la fonte dei disastri economici che a catena hannoinfluenzato prima la caduta e l'annientamento di Istituti bancari ed affini e di conseguenza stanno determinando il collasso di economie fragili e le conseguenti scomparse di regimi, certamente a-democratici, di Paesi che viaggiavano su ritmi di crescita importanti in aree di tradizionale sottosviluppo.

    Gli elementi di criticità del caso italiano sono a tutti noti e presenti, L'Italia sembra essere un Paese a disagio nel mondo, paurosa della globalizzazione e della conseguente immigrazione che comporta, avversa la competizione e discrimina la forza-lavoro più giovane, non riesce ad innovare le proprie istituzioni ed è paralizzata dallo scontro permanente fra la politica, la magistratura, i mezzi d'informazione e le imprese. Ed è costantemente logorata dall'intreccio dei conflitti d'interesse di questi quattro poteri che stentano a trovare e mantenere un equilibrio per realizzare un progetto ed un programma comune.

    Certamente la destra e Berlusconi hanno aggravato questo stato di cose, ma non bisogna illudersi che l'insieme dei fattori di crisi e paralisi possano essere superati in un sol colpo con un cambio di maggioranza parlamentare senza una svolta di sistema che restituisca anche alla politica lo scettro del comando delle decisioni utili ed indispensabili. D'altronde l'Italia non è all'anno zero e la forza che può trarre anche dal suo confuso e disordinato progresso può determinare spinte di cambiamento verso l'alto, purché a dettare ed orientare le politiche di sviluppo e di contenimento dei deficit non siano forze politiche demagogiche e guidate da fini differenti da quelli che in questo momento sono considerati i bisogni reali del Paese.

    Lo spirito per affrontare le sfide che verranno deve essere fondato non soltanto sulla consapevolezza che sia possibile far concludere il ciclo della destra e sconfiggere il suo leader, ma deve essere improntato su un nuovo e più convincente richiamo alla fiducia ed all'ottimismo. In questo senso i risultati referendari devono richiamare alla memoria la svolta degli anni settanta che aprì le porte alla fiducia del decennio successivo e il malinconico trionfo di Segni che avviò il ventennio horribilis della democrazia italiana; Anche se  commentatori e leader politici nella sinistra non sembrano così convinti che il ciclo che si può aprire possa rigenerare lo spirito migliore degli anni 80'.

    Infatti su una questione in questi anni i protagonisti della Seconda Repubblica sono sembrati andar d'accordo e cioè che non vi era dubbio che i fattori scatenanti degli elementi di crisi esistenziale del Paese fossero le pesanti eredità lasciate dai partiti di governo della Prima Repubblica.

    Le parole di Economist su questo punto sono persino illuminanti : "Sarebbe ora che l'Italia smettesse di incolpare i morti per i suoi problemi e si desse una svegliata bevendo una tazza del suo buon caffè".

150 - LA STORIA E LE IDEE - Carlo Rosselli e il sogno di una democrazia sociale

Il progetto rosselliano non si è realizzato nel primo sessantennio della Repubblica, ma indica oggi alla sinistra più avanzata l'unica alternativa credibile al populismo autoritario affermatosi negli anni Novanta. Lo storico Tranfaglia ritorna sulla vita e l'opera di Carlo Rosselli, di cui ha completato una fondamentale biografia. Il volume è stato presentato all'Istituto italiano di Cultura a Parigi il 9 giugno scorso, nell'anniversario dell'assassinio compiuto per ordine del governo fascista.

 

di  Nicola Tranfaglia

 

Gli elementi che caratterizzano la personalità di Carlo Rosselli (ma anche quella di suo fratello Nello che pure si dedicava anzitutto alla storia del Risorgimento) e la sua azione politica in Italia, in Francia e nella Spagna della guerra civile del 1936 non sono difficili da indicare.

Carlo costituì nella lotta contro il fascismo, prima in Italia, poi in Francia e in Spagna un punto di riferimento centrale per quella parte degli italiani che non vollero accettare la dittatura e cercarono di combatterla su una piattaforma politica e liberalsocialista, fortemente critica verso il movimento comunista ma, nello stesso tempo, attenta alla sua evoluzione.

    Dopo l'esperienza del settimanale "Quarto Stato" inieme al repubblicano e socialista Pietro Nenni che chiedeva una forte mobilitazione delle coscienze in senso contrario al fascismo e un'aperta critica degli errori compiuti dal movimento socialista, Rosselli pubblica il saggio sul Socialismo liberale (che sono riuscito a far ripubblicare dal Corriere della Sera il 12 marzo di quest'anno) puntando su un socialismo, nutrito di un metodo liberale moderno, in grado di dare un peso preponderante al problema sociale come al ruolo della libertà e della volontà umana nel farsi della storia.

 

Sia attraverso i "Quaderni di Giustizia e Libertà", pubblicati dopo la fondazione del movimento politico di Giustizia e Libertà fondato a Parigi nel 1929, sia attraverso il settimanale con lo stesso titolo fondato nel 1934, dopo lo scioglimento della Concentrazione antifascista, Carlo dedica la sua attenzione, da una parte, all'analisi del fenomeno fascista, dall'altra all'Italia che dovrà risorgere dalla dittatura e costruire una democrazia sociale moderna capace di realizzare quegli ideali di libertà e giustizia sociali necessari per battere tutte le tentazioni populistiche e dittatoriali che si possono presentare.

 

Ora sul pensiero di Rosselli e sulla sua battaglia complessiva non posso scendere nei particolari e devo rinviare al mio ultimo lavoro su Carlo Rosselli (1899-1937) e il sogno di una democrazia sociale moderna, che ho presentato all'Istituto di Cultura italiano a Parigi il 9 giugno scorso, proprio nell'anniversario dell'assassinio compiuto dal Sim e dalla Cagoule, per ordine del ministro fascista Galeazzo Ciano, di fronte a una sala piena di italiani e di francesi.

 

Qui vorrei sottolineare due aspetti della sua battaglia politica che mi sembrano ancora molto attuali.

 

Il primo riguarda alcune caratteristiche del regime fascista, di cui il populismo berlusconiano riproduce purtroppo - pur con le inevitabili differenze del tempo passato - alcuni tra i difetti maggiori.

 

La prima caratteristica si ricava da un appunto inedito di Carlo Rosselli scritto per una riunione di dirigenti di Giustizia e Libertà a Parigi nel 1932: "Il carattere supremamente ripugnante della dittatura moderna fascista non consiste nella forza e nella soppressione delle libertà -- fenomeni questi propri a tutte le tirannie -- ma nella fabbrica del consenso, nel servilismo attivo che essa pretende dai sudditi."

 

La seconda caratteristica si trova in una indicazione che emerge da un articolo apparso due anni dopo, nel febbraio 1934, sul numero 10 dei Quaderni di Giustizia e Libertà : "Lo Stato Corporativo non è che lo strumento tecnico della reazione moderna, una contraffazione a fini conservatori del movimento operaio libero e creatore. Di fronte alle grandi masse che raduna l'industrialismo moderno, l'assenteismo dell'ancien regime che aveva a che fare con popolazioni sparse e artigiane, non è più possibile. Al movimento di massa è gioco-forza opporre una reazione di massa. Alla lega operaia il sindacato di Stato. All'ideale di una produzione associata, socializzata, la corporazione."

 

Sul comunismo il suo discorso è altrettanto chiaro. Critica radicale alla dittatura marxista staliniana e alle atrocità del regime dispotico ma difesa della rivoluzione "che ha distrutto l'autocrazia, che ha dato la terra ai contadini. Questa rivoluzione l'amiamo e la difenderemo

 

Se alla storia di Carlo e di Nello Rosselli, si aggiungono le storie giudiziarie che hanno sempre assolto i mandanti dell'assassinio in Francia, come nell'Italia del secondo dopoguerra, e il veto opposto prima da Charles De Gaulle in quanto capo dello Stato francese, dai suoi immediati successori e poi nel 1981 da Francois Mitterrand per non consentire agli storici di tutto il mondo (me compreso) di consultare i fascicoli della Cagoule negli archivi nazionali di Parigi, si ha il quadro della vera e propria persecuzione in vita e post-mortem che hanno subito i due fratelli Rosselli, autentici simboli e martiri dell'Italia democratica, liberalsocialista  e antifascista.


Volume su Carlo Rosselli di Nicola Tranfaglia (Baldini Castoldi Dalai, 2010, pp 507, Euro 22). La prima edizione di questo libro fu pubblicata da Laterza nel 1968 con il titolo Carlo Rosselli: dall'interventismo a Giustizia e Libertà , e esplorava in maniera analitica la formazione di Rosselli, il suo pensiero giovanile e la sua azione politica in Italia fino al 1930. In questa edizione la vita e l'opera di Carlo Rosselli vengono restituiti anche gli anni parigini e la attività di Rosselli come leader di Giustizia e Libertà, le sue pubblicazioni e i rapporti con gli altri movimenti antifascisti in esilio, fino all'assassinio di Bagnoles de L'Orne il 9 giugno 1937. Tranfaglia offre ai lettori non solo italiani la biografia completa di uno dei più grandi combattenti nella lotta al fascismo, l'uomo che prefigurò la repubblica democratica nata infine nel 1946 e che ha contrassegnato il dibattito politico a sinistra anche nel secondo dopoguerra. Nicola Tranfaglia ricostruisce le vicende pubbliche e private di Rosselli, la sua azione e il suo pensiero, le concezioni politiche e culturali alla base di uno tra i maggiori e più originali esponenti dell'antifascismo europeo. In Italia, ma anche a livello internazionale, le ricerche di Tranfaglia sono considerate un imprescindibile riferimento scientifico e culturale per la comprensione del progetto rosselliano: cioè di quel connubio tra pensiero liberaldemocratico e socialismo liberale che in Italia non si è realizzato nel primo sessantennio della Repubblica, ma che oggi la sinistra più avanzata persegue come unica alternativa credibile al populismo autoritario affermatosi negli anni Novanta.

 

Nicola Tranfaglia, professore emerito all'Università di Torino e deputato nella XV legislatura, ha diretto grandi opere collettive come Il Mondo Contemporaneo (10 volumi), la Storia della stampa italiana (7 volumi) e La Storia (14 volumi). Si è occupato di molti aspetti della storia italiana ed europea, tra cui fascismo e antifascismo, terrorismo e mafia, giornalismo e potere. Tra i suoi libri più recenti: La sentenza Andreotti (2000); Un passato scomodo. (2006); Vent'anni con Berlusconi 1993-2013 (2009).

 

IPSE DIXIT

Grande passione rosselliana - «La parte liberale del suo socialismo fu essenzialmente una grande passione libertaria; il socialismo come espressione di libertà, come un grande movimento che libera realmente l'uomo.» – Paolo Bagnoli

 

Socialismo libertario - «La libertà, presupposto della vita morale, così del singolo come della collettività, è il più efficace mezzo e l'ultimo fine del socialismo.» – Carlo Rosselli

 
Attenzione - «L'attenzione storica, coniugata necessariamente al passato, contiene un severo giudizio sull'oggi e una tenue speranza per il domani.» – Alastor

lunedì 20 giugno 2011

Dibattito politico: Evviva le privatizzazioni

Di che cosa voglia dire innovare in Italia abbiamo avuto una incontrovertibile testimonianza in questi giorni nel settore delle Poste. Ci era stato spiegato che erano state privatizzate per funzionare meglio con  tutta la retorica di contorno che si accompagna a simili operazioni. I fatti sono sotto gli occhi di tutti.

di Paolo Bagnoli

Il semplice cambio di un sistema informatico ha generato un caos vergognoso in un settore di quelli che una volta venivano definiti strategici per l'interesse nazionale. E le poste lo sono in tutti i Paesi del mondo ove – lo diciamo  non  per scarso attaccamento alla patria - funzionano; in  ogni caso, sempre meglio che nella penisola.

    I danni e i disagi per l'utenza  sono stati di grandissima portata,ma non ci risulta che né il Parlamento né il Governo abbiano chiesto ai dirigenti – che pure,se non altro,sono gravati da responsabilità oggettiva – di andare alla Camere,ossia di fronte al Paese,a dire qualcosa. 

    Anzi  l'amministratore delegato di Poste spa,il dott. Massimo Sarmi, a vedere dai giornali, è apparso quasi seccato che gli si rendesse conto dell'avvenuto;sicuramente ha dato,almeno a chi scrive,l'impressione di uno che in un ufficio postale – beato lui – non ha mai messo piede:quasi mai, recentemente di sicuro.

    Il fatto è che le Poste non sfuggono alla logica generale vigente in Italia:appena si privatizzano settori strategici gli utenti cessano di essere tali per divenire semplicemente dei clienti;ciò avviene per le Poste,per le Ferrovie,per le Austostrade,per la telefonia e potremmo continuare.

    Il cambio di qualità consiste nel fatto che l'ente privatizzato, concepito per le esigenze della collettività tutta, perde come propria mission – un termine che piace così tanto a quest'Italia fatta di convegnisti , analisti di professione e menager tanto da domandarsi dove trovano poi il tempo per fare  cui sono incaricati essendo per di più lautamente retribuiti – quella per cui quel tale servizio è stato istituito e concepito per assumermene una nuova;nel caso delle Poste:fare banca,vendere cd e telefonini, bambole, cartoline, libri, cancelleria, giochi da tavolo e via elencando.

    La maggioranza dei servizi di istituto, poi, è naturalmente esternalizzata. I paradossi, nello specifico, sono addirittura indefinibili poiché in taluni, e non sono pochi, uffici postali, talora è difficile sapere addirittura dove si trovano i francobolli. La mission diviene il vendere, fare profitti, acquisire clienti; punto e basta.

    Verrebbe da dire: evviva le privatizzazioni. Le vicende degli ultimi anni hanno dimostrato il fallimento  epocale del "privato" che,naturalmente,socializza le perdite in barba al mercato e a tutte le fandonie che si raccontano in proposito.

    Si dirà che l'Italia è l'Italia. Noi ne siamo ben convinti, ma riteniamo che ci debba essere un margine anche alla indecenza per quel minimo di decoro che un Paese, che ci ostiniamo a considerare ancora "civile", deve avere.

Fiat, prima udienza del ricorso Fiom

LAVORO E DIRITTI
a cura di rassegna.it

Si è aperta sabato 18 giugno al Tribunale del lavoro di Torino la causa sul ricorso della Fiom contro la newco della Fiat per lo stabilimento di Pomigliano. Il sindacato ritiene illegittimo il contratto firmato da Fim, Uilm, Ugl e Fismic, e in particolare la previsione che solo i firmatari possano eleggere rappresentanti in fabbrica (escludendo di fatto per la stessa Fiom la possibilità di fare attività in quello stabilimento).

"Tra avvocati e parti chiamate in causa - spiega all'Ansa Elena Poli, uno dei sette avvocati della Fiom - saremo almeno una quarantina". Cinque gli avvocati della Fiat, il giudice è Vincenzo Ciocchetti. L'ultimo caso da lui analizzato è quello della Tayco di Collegno, quando è stata accolta la richiesta della Fiom di applicare a tutti i lavoratori gli aumenti previsti dal contratto del 2009.
    L'udienza si è aperta con un tentativo di conciliazione per evitare la causa, tentativo rigettato dalle parti. "Dovrebbero essere ripristinate  nella fabbrica di Pomigliano le condizioni precedenti il contratto del 29 dicembre 2010. Bisogna applicare il contratto nazionale e applicare l'accordo interconfederale sulle Rsu", chiede la Fiom rappresentata dal segretario confederale Maurizio Landini. Per la Fiat "non ci sono le condizioni per un dialogo costruttivo".

Susanna Camusso

Il segretario generale della CGIL, Susanna Camusso ha commentato l'inizio dell'azione giudiziaria contro la Fiat con queste parole: "Siamo sostenitori dell'indipendenza della magistratura e rispettosi delle sentennze".

 

Immigrate che salvano l'Italia

Le imprenditrici straniere sono sempre di più: dinamiche, vivaci, migrano spesso da sole, senza mariti o famiglia. E, anche grazie al microcredito, avviano attività in proprio: ristoranti, negozi, sartorie.

di Paola Simonetti

Pinyin è minuta ma decisa. Gestisce il suo emporio con una gentilezza piena di determinazione. Parla un italiano sorprendentemente cristallino, mentre i suoi fratelli e suo marito che collaborano con lei ancora stentano a capire le richieste dei clienti. Conosce la collocazione delle migliaia di oggetti in vendita a memoria, raramente si mette a pensare se qualcuno le chiede dove trovare quel che cerca; la clientela rimane sempre sbalordita. Sarà per tutto questo che il suo grande negozio situato in uno dei più popolosi quartieri di Roma, fra l'Eur e Trastevere, è sempre strapieno.

    Pinyin, cinese di nascita, è solo uno dei numerosi esempi di quel vivacissimo universo nascente che è l'imprenditoria immigrata al femminile nel nostro paese. Cresciuto da un dinamismo di contesto, che vede gli immigrati in generale particolarmente attivi nell'impresa autonoma capace di surclassare quella italiana (+9,2% dal 2008 al 2010 secondo un'indagine condotta dalla Fondazione Leone Moressa sulla base dei dati Infocamere), si configura non solo come rappresentativo di un nuovo linguaggio dell'economa straniera, ma anche e soprattutto come paradigma di un cambiamento radicale della situazione socio-culturale dell'immigrazione nel nostro paese.

    Nel 2010, stando alle stime della Confederazione dell'artigianato e della piccola e media impresa (Cna), su 213 mila piccole e medie imprese più del 18%, circa 38-39 mila imprese (nel 2009 ammontavano a 32 mila), erano guidate da donne straniere. La maggiore spinta imprenditoriale, stando ai dati Istat, si evidenzia fra le cinesi (16 per cento), le rumene (7,6), le svizzere (7,3) e le marocchine (6,7). Forte anche l'imprenditoria femminile africana, emergente quella asiatica con il Bangladesh, dove sono presenti grandi competenze sull'impresa agricola (i vicini indiani sono, secondo il Cna, abilissimi mungitori).

    Le donne straniere sono particolarmente attive nella ristorazione e nel commercio al dettaglio, con settori di spicco legati anche all'artigianato, come ad esempio la riparazione di abiti. La maggior parte ha scelto come regione la Lombardia. Secondo la Camera di commercio di Milano, infatti, al terzo trimestre 2010 le imprese femminili straniere nella provincia di Milano e nella regione sono 10.354, pari all'11,3% sul totale delle aziende in rosa. Complessivamente si rivela significativo il dato che ha visto, in Italia, le imprese femminili africane capaci di reggere meglio di altre alla crisi, secondo il Cna.

    Nell'ambito di uno scenario di riferimento già molto consolidato e di vecchia data, cresciuto del 39% tra il 2003 e il 2009 fra marocchini, senegalesi, egiziani, tunisini, nigeriani e algerini, le donne "rivestono un ruolo importante – ha spiegato Giuseppe Bea, responsabile Area internazionale del patronato Epasa-Cna – esentando l'1,29% delle imprese. Spicca il caso della Nigeria: il 53,2% dei proprietari d'impresa in Italia originario del grande paese africano è rappresentato da donne, occupate prevalentemente in attività commerciali. Ma anche le tunisine, le algerine e le marocchine sono numerose: rappresentano infatti il 47,8% delle imprenditrici immigrate in Italia".

    Dunque sembra non essere un caso che lo scorso anno l'imprenditore straniero dell'anno è stato proprio una donna africana: Edith Elise Joamazava, originaria del Madagascar e fondatrice dell'azienda Sa.va, la quale si è aggiudicata il Money Gram Award 2010. Da dodici anni in Italia e madre di quattro figli, l'imprenditrice si occupa del commercio delle spezie di qualità. Ha dato vita a un'impresa di import specializzata nel settore che porta in Italia la pregiata vaniglia bourbon, ma anche cannella, pepe rosa, curcuma. In tutto venticinque tipologie diverse di prodotto che arrivano nei nostri ristoranti, nelle aziende dolciarie, nelle pasticcerie e nelle scuole di cucina. La sua attività è in continua espansione: nel 2009 le vendite sono aumentate del 62,8% e nel 2011 è prevista l'apertura di una nuova sede. "Porterò questo premio in Madagascar – ha dichiarato Edith, dedicando il riconoscimento ai suoi figli –. Sarà uno stimolo in più per tutti per lavorare bene".

    Il fenomeno dell'imprenditoria immigrata femminile è figlio di un cambiamento maturato negli ultimi due decenni, secondo Giuseppe Bea: "Le donne, contrariamente a quanto accadeva in passato, hanno cominciato a migrare da sole, spinte da situazioni sempre più critiche in patria e anche per l'assenza in molti casi dei mariti o degli uomini della famiglia. Nelle difficili realtà d'origine – aggiunge Bea – matura con sempre maggior forza per la donna la disponibilità a spendersi, rischiando in prima persona".

    A dare slancio, poi, ci sono stati anche i ricongiungimenti familiari e i nuovi assetti di vita instauratisi una volta giunti qui, che stanno producendo uno sgretolando lento ma costante di molti tabù legati alla condizione femminile. "I capifamiglia sempre più spesso si avvalgono della collaborazione delle mogli nel lavoro – osserva Bea –, anche per necessità contingenti, legate magari alla crisi". Ma a fare la differenza ci sono altri fattori determinanti, sovrapponibili alla condizione di tutti gli immigrati imprenditori: temerarietà, coraggio, spirito di abnegazione, grande forza d'animo e, soprattutto, la voglia di riscatto.

    "Le immigrate/i imprenditrici/ori ce la fanno, per motivazioni anche socio-antropologiche – spiega il responsabile Area internazionale del patronato Epasa-Cna –: la mortalità delle aziende immigrate è inferiore rispetto a quella italiana, perché chi dopo il proprio percorso migratorio arriva a fare impresa lo fa verso la fine di un cammino faticoso, quando c'è stata la conquista della regolarizzazione. Nell'autonomia, inoltre, il lavoratore vede un percorso di inclusione sociale più forte, la possibilità di una reale 'cittadinanza': produrre beni e servizi per una comunità lo fa sentire più partecipe del tessuto sociale di accoglienza; gli autoctoni possono percepire come più visibile l'importanza della sua presenza e del suo contributo. E questo in genere riesce, perché per gli immigrati/e c'è la tendenza a recuperare lavori artigianali che, peraltro, in Italia stanno scomparendo e, dunque, salvano queste professioni dall'estinzione arricchendo i quartieri delle città di servizi che esistevano un tempo. L'altro fattore – prosegue Bea – è anche legato al desiderio di affrancarsi dalla dipendenza per approdare alla libertà lavorativa: la subordinazione li mette spesso in difficoltà, perché vincolati al datore di lavoro per il permesso di soggiorno. L'autonomia scalfisce questa insicurezza".

    Nel caso delle donne, che in Italia svolgono nel lavoro dipendente per lo più mansioni di collaborazione casalinga e cura di anziani e malati, l'incertezza sul futuro può essere ancora più marcata, essendo spesso penalizzate doppiamente come lavoratrici immigrate e come donne. Il lavoro dipendente, però, malgrado gli aspetti negativi che produce, porta con sé anche il seme di un apprendimento che spessissimo viene trasmigrato poi sull'impresa autonoma, arricchito anche da competenze e titoli di studio acquisiti in patria: numerose sono le donne straniere con un alto livello di istruzione. Queste spinte portano, giocoforza, a strutturare meglio l'impresa, a fare il passo con decisione e con la ferma determinazione di non fallire. Gli ostacoli, tuttavia, non mancano. Spesso c'è la non conoscenza della lingua e del mercato, le scarse competenze economiche e, soprattutto, l'imperante difficoltà di accesso al credito: le banche sono sempre più rigide nel concedere mutui e prestiti in linea generale.

    "Le difficoltà, però, vengono saltate con una discreta velocità – conclude Bea–: si arrangiano con corsi o attraverso persone che conoscono e che possono dare dritte. E a livello economico a fare la differenza sono i legami di comunità. Soprattutto in quelle più strutturate circola spesso l'autofinanziamento; quasi sempre si attiva un ricco circuito di mutua assistenza, un motore importantissimo per l'autoimprenditorialità". Molte di loro, però, ormai conoscono le numerose realtà associazionistiche che offrono servizi e consulenza e progetti mirati di formazione, nonché di microcredito, con i quali riuscire a mettere insieme i passi decisivi. E le storie delle donne straniere che ce la fanno si moltiplicano.