venerdì 13 febbraio 2015
LA BOLGIA IN PARLAMENTO E IL VUOTO DELLA POLITICA
venerdì, febbraio 13, 2015
Avvenire dei Lavoratori
lunedì 9 febbraio 2015
C’ERAVAMO TANTO AMATI
lunedì, febbraio 09, 2015
Avvenire dei Lavoratori
Da Avanti! online
A distanza di poche ore l'elezione di Mattarella produce i primi effetti politici. Non la sua persona ovviamente, ma il contesto con cui si è arrivati alla sua nomina fa la prima vittima, e di quelle eccellenti. Forza Italia è precipitata nel caos e il 'patto del Nazareno' si frantumano anche se non è escluso che rinasca dalle ceneri come l'Araba fenice.
"Denunciamo – si legge in un passaggio del documento approvato dal Comitato di presidenza di Forza Italia riunito in giornata – il metodo scelto dal Partito Democratico per arrivare alla designazione del candidato Presidente. La stima e il rispetto, umano e politico, per la persona designata, non possono farci velo nel giudicare inaccettabili le modalità adottate nella trattativa tra le forze politiche dal partito di maggioranza relativa. Modalità che hanno sconfessato quel principio di condivisione delle scelte istituzionali, elemento fondante del patto sulle riforme da noi sempre onorato". Parole pesanti che mettono una pietra tombale sull'accordo del Nazareno.
Una giornata convulsa quella di Forza Italia. Da una parte la 'voce contro', quella di Fitto che chiede l'azzeramento dei vertici del partito, i quali si riuniscono, mettono sul tavolo le loro dimissioni e si vedono confermare la fiducia da parte di Silvio Berlusconi. Fitto inceve incontra i giornalisti alla Camera proprio mentre a palazzo Grazioli si riunisce l'Ufficio di presidenza FI: l'europarlamentare azzurro ne fa parte ma da tempo ne ha disconosciuto la legittimità formale e quindi lo diserta. Fitto ribadisce che non pensa proprio di andarsene da Forza Italia. Al contrario "resto e porterò avanti questa battaglia dall'interno", al grido "vanno azzerati tutti i vertici: basta con i nominati dall'alto".
Ieri Berlusconi ha tentato di comporre le fratture incontrando prima Denis Verdini e poi lo stesso Raffaele Fitto e, in serata, ha riunito a palazzo Grazioli i fedelissimi. Ed è proprio a quella riunione che a tarda sera è stata decisa la convocazione prima dell'ufficio di presidenza 'ristretto', con la partecipazione dei soli aventi diritto di voto, ovvero una trentina di componenti, poi la convocazione dei gruppi di Camera e Senato nel pomeriggio. Fitto chiede tabula rasa ed ecco che capigruppo, vicecapigruppo e i vertici FI in blocco presenti al Comitato di presidenza affidano le loro dimissioni dai rispettivi incarichi a Berlusconi. Il quale le respinge, confermando a tutti piena fiducia. Dopo gli errori clamorosi degli ultimi tempi – afferma Fitto in una conferenza stampa alla Camera – c'è la necessità di un azzeramento totale degli organi del partito".
"Il patto del Nazareno è rotto, congelato, finito" annuncia a questo punto Giovanni Toti, consigliere politico di Forza Italia. E proprio il patto siglato tra Berlusconi e Renzi è finito sul banco degli imputati durante la riunione del comitato ristretto di Forza Italia. I vertici del partito di Berlusconi hanno duramente criticato le posizioni assunte dal presidente del Consiglio in occasione dell'elezione del nuovo Capo dello Stato. È stato proprio Renzi, dicono gli azzurri, a disattendere la parola data.
Dal Partito democratico arrivano le riposte. La prima dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Luca Lotti: "Contenti loro – dice – contenti tutti. Ognuno per la sua strada, è meglio per tutti. Per noi, sicuramente". La seconda di Debora Serracchiani, vice segretario del Pd: "Se il patto del Nazareno è finito, meglio così. La strada delle riforme sarà più semplice. Arrivare al 2018 senza Brunetta e Berlusconi per noi è molto meglio". Insomma il Pd non sembra stracciarsi le vesti, anzi ora vede più facile e senza ostacoli il cammino delle riforme. Ma il voto di Forza Italia, come ricorda Toti è stato "più volte determinante. I voti parlamentari non sono problemi nostri, noi siamo all'opposizione. Stando ai numeri che abbiamo espresso in Senato – conclude – io non starei così sereno". E poi aggiunge: "Forza Italia non è affatto antiriforme. Stando noi all'opposizione da oggi ci sarà un cammino diverso. Abbiamo dato mandato ai gruppi parlamentari di valutare di volta in volta i singoli provvedimenti e voteremo quello che sarà utile al paese. Il Pd non può pretendere di condividere ad intermittenza le scelte". Parole che a dire il vero non sono nuove. È da vedere ora se dalle minacce passeranno ai fatti. E soprattutto è da vedere cosa farà Alfano dopo la clamorosa giravolta sul Quirinale. "Per noi – dice al Tg3 il ministro dell'Interno – non è una buona notizia l'addio al Patto del Nazareno da parte di Forza Italia, sarebbe stato meglio che il Patto durasse. Noi ci stiamo per fare le riforme e cambiare volto al Paese. C'e' quindi la maggioranza per fare proseguire le riforme. Speriamo in un riaggancio di Forza Italia, ma in ogni caso noi ci siamo". Sempre dal Nuovo centro destra parla anche Lupi: "Alfano non deve dimettersi da ministro ma dobbiamo rilanciare la nostra azione di Governo: non dobbiamo cambiare organigrammi ma logica politica, non è questione di cariche ma di contenuti".
E sulla eventualità di una verifica di Governo interviene il segretario del Psi Riccardo Nencini: "La coralità del voto espresso sul Capo dello Stato rende vana ogni verifica di Governo. Bisogna invece 'spingere' con determinazione per affrontare ora le questioni aperte e in transito tra Camera e Senato per evitare colli di bottiglia con l'inizio della campagna elettorale per le elezioni regionali e amministrative".
Il nuovo Capo dello Stato
lunedì, febbraio 09, 2015
Avvenire dei Lavoratori
| Un uomo dai tempi in cui c’era la politica di Paolo Bagnoli Per i prossimi sette anni il Colle più alto di Roma avrà il volto severo di Sergio Mattarella. Vedremo come sarà la sua presidenza; crediamo ben diversa da quella del suo predecessore. Facciamo al nuovo Presidente gli auguri più sinceri di un buono e proficuo lavoro convinti che, chi di solito parla poco, combina per lo più non male. Oggi quello che possiamo fare è di vedere il contesto politico nel quale è maturata la candidatura di Mattarella con la quale Matteo Renzi, va riconosciuto, porta a casa un risultato che lo rafforza. L’esigenza primaria che egli aveva era quella di tenere insieme un partito-contenitore che è un caleidoscopio in cui c’è tutto e pure il contrario di tutto. Per farlo doveva recuperare la dissidenza interna guidata da Bersani e qui si è cristallizzata la candidatura, non sappiamo se scientemente o per puro caso visto che il presidente del consiglio ha conosciuto di persona Mattarella solo pochi giorni orsono. I postcomunisti, quando vedono uno della vecchia sinistra DC, non resistono. A prescindere, avrebbe detto Totò. Il personaggio non era certo di quarta fila. Con ciò il partito-collettore si è ricompattato nel voto e il richiamo della sirena DC ha suonato anche in altre forze; così Mattarella ha avuto un successo innegabile. Renzi, inoltre, raccoglie un altro importante risultato che irrobustisce la sua leadership alla segreteria del PD. Oramai Bersani e i suoi hanno chiuso la loro corsa. Sul piano politico sono oggettivamente meno forti di prima e non potranno che omologarsi del tutto all’insieme renziano. Con la solita spregiudicatezza e velocità Renzi ha beffato Berlusconi. Prima gli ha carpito il voto sulla legge elettorale e poi lo ha mollato spaccandogli l’alleanza rimessa in piedi con Alfano. Crediamo che anche Raffaele Fitto, pure lui già dc, non debba lagnarsi della salita di un già dc al Quirinale! Nessuno sa più in che consista il cosiddetto “patto del Nazareno”. Era, e rimane, un’oscura sconcezza che ci sembra tanto profumare di assetto radiotelevisivo. Uno dei contraenti, Berlusconi ha ben poche armi in mano: quasi una forza di riserva di cui, nei momenti di difficoltà, il sulfureo presidente del consiglio si può servire come meglio crede. Ora, se esaminiamo in parallelo le sorti di quella che fu FI e di quella dei postcomunisti, pensiamo si possa dire che la Seconda Repubblica è sepolta. Essa ci lascia in eredità una democrazia dallo spazio più stretto, come ci dicono l’abolizione dei consigli provinciali e del Senato nonché una legge elettorale con un premio di maggioranza che equivale a circa la metà dei membri della Camera e un alto numero di nominati. Questo bipolarismo consegna il Paese a un partito padrone e, di fatto, istituisce un premierato forte. Ultima osservazione: se la Seconda Repubblica è tramontata e bisognerà pensarne una Terza è veramente significativo che al ruolo di garanzia e di traghettatore sia stato chiamato un uomo politico democristiano della Prima Repubblica, cioè di un’epoca in cui, pur con tutti i limiti e i difetti, c’era tuttavia la “politica”. |
| Il nuovo Capo dello Stato Riceviamo e volentieri pubblichiamo L’ARBITRO E QUELLO DEL “CARPE DIEM” di Emanuele Macaluso Non voglio commentare, per filo e per segno, il discorso del presidente Mattarella. Ma sono rimasto estasiato da tutti i commenti degli addetti ai lavori e di tanti esponenti di primo, secondo, terzo e anche quarto piano i quali tutti, all’unisono, si attribuiscono i meriti della scelta e che adesso sotto tutti “mattarelliani”. E tutti accolgono con ovazione l’annuncio che il presidente sarà un arbitro imparziale. E cosa s’aspettavano che dicesse: “sarò di parte”? Uno spettacolo, quello dei commentatori, non proprio di grande levatura. Il discorso di giuramento del presidente della Repubblica, pregno di riferimenti alla Carta costituzionale, quasi una lectio costituzionale, viene da una profonda cultura politica del cattolicesimo democratico. Dove si trovano il tema dei diritti, del sociale, della politica internazionale e dei sentimenti popolari. Insomma, un discorso che contiene una visione della società, della politica e del ruolo istituzionale del Quirinale. Anche il presidente del Consiglio, Renzi, si è profuso in sperticati giudizi. Ma io, detto con tutto il rispetto, non gli ho mai sentito pronunciare, anche in occasioni di una certa importanza, un discorso di forte spessore e che contenesse una visione strategica. Anche Renzi viene dal filone cristiano democratico. Ma tutti noi sappiamo che la storia dei cattolici impegnati in politica è fatta di esponenti di destra, di centro e di sinistra. A me Mattarella, persino nella figura fisica, ricorda Aldo Moro. Quello stile. Renzi è ancora fermo al “carpe diem”. |
| Il nuovo Capo dello Stato Riceviamo e volentieri pubblichiamo Litanie E come non parlare del discorso di insediamento del dodicesimo Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella? di Edoardo Varini La prima cosa che vorrei dire è che non è stato un discorso, è stata una litania. Dalla struttura di una litania: c'è un sacerdote che enuncia e un'assemblea che risponde. Assomiglia tanto, assomiglia troppo, alla Litania dei santi secondo il rito ambrosiano, quella da recitarsi prima delle sepolture. · Santa Maria / Intercedi per lei! · San Michele / Intercedi per lei! · San Giovanni / Intercedi per lei! · San Giuseppe / Intercedi per lei! “Lei” è la Repubblica Italiana. Turrita, sì, come sempre, ma anche battuta, depredata, vilipesa, svenduta, irrisa, lapidata a morte da tutti quelli che hanno scagliato la prima, la seconda e la terza e la quarta e l'ennesima pietra per tacersi la coscienza con il loro frastuono. · Garantire la Costituzione significa garantire il diritto allo studio dei nostri ragazzi in una scuola moderna in ambienti sicuri, garantire il loro diritto al futuro. / Applausi! · Significa riconoscere e rendere effettivo il diritto al lavoro. / Applausi! · Significa promuovere la cultura diffusa e la ricerca di eccellenza, anche utilizzando le nuove tecnologie e superando il divario digitale. / Applausi! · Significa amare i nostri tesori ambientali e artistici. / Applausi! · Significa ripudiare la guerra e promuovere la pace. / Applausi… La litania continua, ma io mi fermo qui. Per concludere con un passo che il Presidente ha messo in cima: «Dobbiamo saper scongiurare il rischio che la crisi economica intacchi il rispetto di principi e valori su cui si fonda il patto sociale sancito dalla Costituzione». Rischio? Presidente, non è un rischio. È già mille volte accaduto… >>> Continua la lettura sul sito |
IPSE DIXIT
Molti anni dopo - «Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito.» – Gabriel Garcia Marquez
martedì 3 febbraio 2015
L’analisi - Il contagio greco
martedì, febbraio 03, 2015
Avvenire dei Lavoratori
di FeliceBesostri
La vittoria di Tsipras e Syriza è netta, anche se per 2 seggi non ha la maggioranza assoluta nel Parlamento monocamerale greco. Spero che a sinistra non si levino grida o imprecazioni di disappunto: Syriza ha il 36, 34%. La legge elettorale greca è meglio dell'Italikum, perché il premio di maggioranza è fisso, pari a 50 seggi e quindi non conferisce una percentuale fissa di seggi a prescindere dai voti. Quindi minore è il consenso elettorale tanto più alta è la consistenza del premio. Con il Porcellum era evidente, con l'Italikum al turno di ballottaggio. Altro elemento è la percentuale dei votanti ferma al 63,87%, peraltro superiore a quella italiana alle europee, e in leggera crescita rispetto al 62,49% del giugno 2012. L'elemento più spettacolare è la progressione geometrica del consenso di Syriza 16,79% e 52 seggi nel maggio 2012, 26,89% e 71 seggi nel giugno 2012 fino al 36,34% e 149 seggi nel gennaio 2015. Un successo indirettamente proporzionale a quello del PASOK, che nello stesso arco di tempo è passato dal 13,18% e 41 seggi del maggio n2012 al 12,28% e 33 seggi del giugno 2012 per finire al 4,68% e 13 seggi delle ultime elezioni.
Un successo preparato da una coerenza politica e programmatica e da un radicamento sociale con la sua presenza con iniziative di welfare sociale solidale, sostitutivo di quello pubblico smantellato dall'austerità imposta dalla Troika. Una strategia simile a quella di Hamas nella striscia di Gaza o delle formazioni islamiste tunisine o egiziane: una caratteristica di formazioni nazional-popolari, lontane sia dal modello leninista, che socialdemocratico classico, piuttosto più simile alla fase iniziale del movimento operaio quello delle leghe e delle società di mutuo soccorso.
C'è da sperare che la lezione greca non si traduca in un'imitazione invidiosa di un modello di successo, cui mancherebbe, comunque, il leader con il carisma di Tsipras. Certe parole d'ordine hanno segnato sconfitte clamorose della sinistra, come il "Faremo come in Russia!" del 1919-1921, nell'illusione di una Rivoluzione imminente, mentre montava la reazione fascista.
Syriza nasce da una ricomposizione unitaria di formazioni diverse di sinistra: un prodotto di successo. Quando pezzi di gruppi dirigenti di sinistra si sono uniti in Italia hanno dato vita al fallimento della Sinistra Arcobaleno nel 2008 e alla Rivoluzione Civile del 2013. SEL si è salvata grazie ad un incostituzionale premio di maggioranza.
Via via la sinistra italiana si è appassionata alla Linke, al Parti de la Gauche e più recentemente a Syriza o Podemos, come nell'ambientalismo il modello erano i Grünen tedeschi, tanto per rimanere in Europa. Ci sono state anche infatuazioni. terzomondiste da Castro al Sub-comandante Marcos, da Lula a Chavez.
A sinistra sono progressivamente scomparsi o ridotti ai minimi termini i filoni ideali storici socialista e comunista, insieme con la rete delle Case del Popolo, solo parzialmente sostituite dai Circoli ARCI, per non parlare della trasformazione irreversibile del movimento cooperativo e dalla progressiva separazione dal Sindacato.
Due pilastri della sinistra in Europa usciti da un circuito virtuoso di confronto e dibattito plurale a sinistra. Come fa la sinistra a rinnovarsi e ripensarsi in assenza di luoghi, anche fisici, di confronto? Questa è la prima necessità e soprattutto non pensare che i problemi sarebbero automaticamente risolti con la scoperta del leader, che mediaticamente possa competere con Renzi e Salvini: ammesso e non concesso che quello sia il problema dovremmo prima domandarci perché la sinistra non sia stata capace di produrre un leader. La ragione, non l'unica, ma la principale, è la sua mancanza di credibilità, come classe dirigente alternativa.
Gli scandali dei rimborsi regionali sono stati generalizzati e trasversali. Le scelte di sopravvivenza hanno prevalso rispetto alla coerenza politica ed istituzionale. Un esempio recente, mentre in Parlamento la sinistra e i M5S contrastavano l'Italikum e la revisione costituzionale si partecipava alle elezioni farsa di secondo grado in 64 province e nelle città metropolitane continentali, escluse Venezia e Reggio Calabria. Ovvero la difesa del Porcellum nelle Giunte delle elezioni per compiere le surroghe, malgrado l'annullamento della Corte Costituzionale. Questa notizia non è di pubblico dominio, ma resta una vergogna.
Le divisioni e gli esodi verso la maggioranza renziana sono un altro segno di una classe politica disinvolta.
La scelta di allearsi con una formazione di destra dei Greci Indipendenti dell'ANEL desta perplessità, ma con i suoi 13 seggi mette con 162 seggi la maggioranza al sicuro e più coesa. Né con il Pasok con 13 seggi né con il KKE con 15 seggi vi era una possibile coalizione.
Tuttavia se, come è doveroso, siamo convinti che Syriza non debba fallire per cambiare segno all'Europa, dobbiamo costruire una sinistra nuova anche in Italia. Una sfida per tutti, ma in particolare per i socialisti. Ci sono tre scelte teoriche: 1) conquistare la maggioranza del PSI; 2) Costituire un altro partito socialista; 3) Dare vita ad una Federazione per il Socialismo che abbia quantitativamente e qualitativamente una massa critica tale da rappresentare l'area socialista, i suoi valori, la sua storia, il suo pensiero e la sua elaborazione programmatica dentro alla società italiana e all'interno del dibattito della sinistra italiana per una proposta alternativa di governo e un progetto di società più giusta, libera e solidale che coniughi sogni e bisogni.
Ciascuna delle complenti della sinistra e dei suoi filoni ideali si deve mettere alla prova nel confronto con tutti gli altri . I punti in comune vanno trovati con urgenza perché l'emergenza democratica è una priorità da affrontare. Una emergenza aggravata dalla crisi economica da cui bisogna uscire e che, invece, le politiche europee stanno rendendo più acuta con ricadute politiche e sociali, che minacciano la stessa costruzione europea. Non lo possiamo permettere.
Tsipras e sindacati, un dialogo difficile
martedì, febbraio 03, 2015
Avvenire dei Lavoratori
LAVORO E DIRITTI
a cura di www.rassegna.it
di Dimitri Deliolanes
La dura crisi scoppiata nel 2010 ha dato un colpo decisivo alle due organizzazioni centrali. Sia la GSEE che l’ADEDY hanno proclamato più di una trentina di scioperi generali, ma senza alcun risultato. Non solo è stato violentemente abbattuto il costo del lavoro (in media di circa il 40%) ma anche i diritti sindacali sono stati drasticamente limitati. Perfino i contratti collettivi di lavoro hanno perso ogni rilevanza legale. Questo ha provocato una grave crisi di rappresentanza e incisività nel movimento sindacale greco. Syriza ne soffre ancora di più. La sua impetuosa crescita di consensi non si è tradotta anche in maggiore influenza all’interno delle due confederazioni. Persino al livello dei sindacati di categoria o negli ordini professionali, la corrente del partito, denominata META (Schieramento di Classe e di Lotta degli Operai e degli Impiegati) si trova in minoranza. L’intervento sul mondo del lavoro, quindi, deve per forza passare attraverso l’opera del governo.
Nel programma economico del nuovo esecutivo la questione del lavoro sta ovviamente al primo posto. Come Tsipras ha annunciato già a settembre a Salonicco, i provvedimenti previsti si basano su due pilastri. Il primo è l’immediato intervento in favore delle famiglie senza alcun reddito. A questo si è voluto associare, però, anche un ripristino del minimo salariale ai valori pre-crisi, cioè 780 euro al mese al posto degli attuali 470. Il secondo pilastro è quello più noto e riguarda l’elaborazione di una strategia di sviluppo economico del paese. Su questo Syriza e lo stesso Tsipras sono stati molto riservati finora, e c’è un motivo. Il ragionamento del premier è che la Grecia ha ottenuto, con un costo altissimo e con una dose di contabilità creativa, un surplus notevole, quindi il settore pubblico non costituisce più quel pozzo senza fondo che inghiottiva enormi risorse statali. Il problema è il debito che pesa in maniera determinante sul bilancio dello stato, visto che ha raggiunto oramai il 176% dell'esiguo Pil greco. La proposta di rinegoziare il debito nasce da questa esigenza di liberare risorse per investimenti in favore dell’economia reale e creare occupazione, ed è accompagnata anche dalla condizione che la restituzione del debito sia accompagnata da una ripresa dello sviluppo. Tsipras ha ripetuto molte volte che non ha intenzione di tornare all’epoca dei deficit e per questo lascia ogni elaborazione riguardo una possibile strategia di sviluppo agli esiti della trattativa con l’Unione Europea. Sarebbe impossibile per qualunque governo greco fare piani sulla carta con capitali inesistenti, rispettando le norme in vigore sul deficit ed evitando di ricorrere ai mercati.
Non resta quindi che valutare i possibili effetti che potrebbe avere sull’economia greca il ripristino dei minimi salariali del periodo pre-crisi. Secondo Tsipras, tali effetti sarebbero sicuramente positivi: aumentando, anche se di poco, gli stipendi, c’è speranza che tragga nuovo alimento il mercato e il denaro cominci a girare e provochi un aumento dei consumi, dando un po’ d'ossigeno all’oceano dei ceti medi ora in condizioni disastrate. Di più non si può sperare.
Come finirà questa trattativa? Non è possibile fare previsioni. Evidentemente, non tutto il piano di Atene sarà recepito da Bruxelles è possibile dire già da ora che nessuno tirerà la corda con il rischio di spezzarla. Quindi tutte le chiacchiere sul possibile “grexit” erano solo espedienti pre-elettorali, finalizzati a spargere il terrore tra gli elettori incerti. Una volta che si sono dimostrati inefficaci, sono stati dimenticati già dopo la chiusura delle urne. L’essenziale è comprendere l’importanza attribuita dal nuovo governo ateniese alle reazioni degli altri governi europei, in particolare di quelli dei paesi indebitati come l’Italia. Tsipras ritiene, non a torto, che il caso greco fungerà da catalizzatore in modo da accelerare il processo di sganciamento dal merkelismo di gran parte dei governi interessati. D’altronde, in questa direzione lavora anche Draghi. >>> Continua su rassegna.it

