lunedì 10 settembre 2012

Il dibattito a sinistra - Nei tornanti della crisi attuale partendo da Žižek e Silone


di Felice  Besostri *)

 

Slavoj  Žižek cita Alain Badiou (v. Introduzione a Logiken der Welten. Das Sein und das Ereignis 2,Diaphanes, Zurigo, 2010, 17 sgg.), per il quale una politica rivoluzionaria, che parte dagli antichi cinesi "Legalitari" fino a Lenin e Mao attraverso i Giacobini contiene quattro punti: 1) Volontarismo, la convinzione, cioè che si possono "spostare le montagne", ignorando le leggi e gli ostacoli "obiettivi". 2) Terrore, la volontà senza riguardi di annientare i "nemici del popolo". 3) Giustizia ugualitaria, l'immediata e brutale attuazione del diritto senza riguardo "alle complesse circostanze" che ci costringerebbero a procedere un passo alla volta. 4) Fiducia nel popolo, ad esempio la "Grande verità" di Robespierre: "Un governo popolare deve avere fiducia nel popolo ed essere severo con se stesso" o la Critica di Mao all'opera di Stalin Problemi  economici del Socialismo nell'URSS. Il punto di vista staliniano è ritenuto "quasi completamente" falso: "L'errore principale è la sfiducia nei confronti dei contadini" ("Die bösen Geister des himmlischen Bereichs. Der linke Kampf um das 21. Jahrhundert", Fischer, Francoforte s. M., 2011, 94).

    Per Ignazio Silone (reprint de L'Avvenire dei Lavoratori (Istituto Europeo di Sudi Sociali, Milano, 1992, 62,) quattro erano le questioni in forza delle quali si consumò la scissione tra comunisti e socialisti: "a) Difesa nazionale o disfattismo; b) Partecipazione ministeriale o opposizione sistematica; c)legalità o insurrezione; d) dittatura o democrazia." (v. anche Felice Besostri, Silone e la visione europea del Socialismo, in Zurigo per Silone. Le idee, Atti delle Giornate Siloniane in Svizzera , vol. 2, L'Avvenire dei Lavoratori, Zurigo, 2011, 48).

    La prima distinzione attiene alla divisione teorica tra rivoluzionari e riformisti, mentre la seconda a quella politica, in un momento dato, tra comunisti e socialisti e, pertanto, soltanto parzialmente sovrapponibili e/o coincidenti, ma tuttavia entrambe queste distinzioni dimostrano una persistente differenza di atteggiamenti mentali, oltre che di comportamenti politici, anche in assenza di concrete alternative tra proposte e programmi.

    Parlando dell'Italia e dell'Europa sicuramente, ma vale anche per la gran parte dell'America Centrale e Meridionale, non esistono movimenti di una minima consistenza che si definiscano rivoluzionari o che, comunque teorizzino la conquista del potere con la violenza per poter esercitare il terrore contro i  nemici della Rivoluzione. Le uniche forme rivoluzionarie ancora in atto (ma con obiettivi ben poco attinenti all'instaurazione di una giustizia sociale ugualitaria) sono quelle nazionaliste secessioniste e quelle integraliste religiose islamiche. Dopo la cessazione della lotta armata nell'Irlanda del Nord e nei Paesi Baschi unici focolai in Europa sono il Caucaso, la Cecenia, l'Ossezia del Sud e l'Abkazia, oltre al Kurdistan turco.


In Italia non esistono eredi diretti della tradizione comunista e socialista, in grado di polarizare il dibattito a sinistra (Rifondazione Comunista e PdCI da un lato e PSI dall'altro non hanno la consistenza del PCI e del PSI d'antan. Tuttavia esistono divisioni profonde a sinistra, che non sembrano ricomponibili, a meno che non nasca un progetto comune dalla critica al sistema economico e sociale esistente e una proposta di un suo superamento, anche come uscita dalla crisi economica e finanziaria. L'ordine capitalista sta, infatti, erodendo anche le conquiste tradizionali della socialdemocrazia come il welfare state, cioè spezzando il compromesso tra il movimento dei lavoratori e capitalismo.

    Di più, il liberismo economico prima, e ora le ricette per uscire dalla crisi, minacciano l'esistenza stessa della democrazia come forma di governo. La critica capitalista all'incapacità democratica di risolvere problemi complessi in un mondo interdipendente e globalizzato si collega alla convinzione della necessità di passare dal consenso democratico alla coercizione e repressione sociale, per imporre le politiche richieste dai "mercati". Questo potrebbe comportare la sospensione, quantomeno temporanea, delle garanzie e procedure tipiche della democrazia.

    Il nodo della dimensione nazionale dello Stato democratico è quello principale che deve essere sciolto, ma non da solo perché vi è anche quello tra capitalismo, specialmente nella sua fase di massima espansione finanziaria e pertanto svincolato da un territorio e da una politica delle istituzioni, che, invece, a un territorio sono indissolubilmente vincolate. In attesa di un governo mondiale c'è un terreno nel quale si possono compensare le diverse esigenze, cioè in uno Stato di dimensione continentale, che sia anche attore primario nelle organizzazioni internazionali e sovranazionali. Resta tuttavia aperto il problema della natura di questo stato se democratico federale o autoritario confederale. Quanto il dibattito nelle istituzioni e nei singoli partiti sia lontano da questi temi centrali, basta a illustrarlo oggi nel nostro Paese la distanza tra mondo politico e interessi concreti del popolo negli scenari creati dalle elezioni anticipate siciliane. Si deve, tuttavia, riconoscere un merito agli attori politici siciliani, quello di aver rinunciato ad ogni forma di ipocrisia, che come si sa è, comunque, un omaggio del vizio alla virtù. La lotta politica è pura lotta di potere di alcuni uomini contro altri uomini. Le ragioni ideologiche o politiche di questa lotta sono secondarie e stanno comunque sullo sfondo. Alleanze o rotture di alleanze sono subordinate a una logica di vantaggio per la propria formazione, soprattutto del suo gruppo dirigente e negli ultimi tempi, addirittura del suo capo: da qui il disinteresse per i programmi e persino per le stesse regole del  gioco. Vedi alla voce "legge elettorale".

    La forza del porcellum e delle idee che l'hanno ispirato è tutta qua: nel potere assegnato alle nomenklature attraverso le liste bloccate di predeterminare gli assetti prima delle elezioni, assetti che, in assenza di etica politica, non possono che fondarsi su meccanismi legali quali i premi di maggioranza collegati ad un'elezione diretta o semidiretta del capo dell'esecutivo, a prescindere dalle forme di governo delineate nella Costituzione, che nel nostro caso è parlamentare a prevalenza assembleare.

    In nome del mito della scelta del governo da parte degli elettori, li si espropria del potere vero di scegliere i propri rappresentanti, legati ad un progetto politico ben preciso: il voto libero, uguale e diretto si trasforma in una camicia di Nesso, in cui partiti, non soggetti ad alcuna legge e a statuti democratici con controllo giurisdizionale, predeterminano il risultato indipendentemente da un consenso maggioritario, in voti o in seggi come risultato di diretta espressione elettorale (quindi indifferentemente che si voti con sistemi elettorali proporzionali o maggioritari), che è l'essenza stessa della democrazia.

    Certo c'è la libertà di votare per una proposta bloccata o per l'altra o anche di non votare (in tale ultimo caso è libertà di lasciare la scelta ai votanti, anche se fossero la minoranza del corpo elettorale). Ma che importa? Per le politiche non c'è nemmeno la clausola della nullità del risultato elettorale, se non partecipa la maggioranza degli elettori, come nelle elezioni comunali o come era previsto nelle elezioni sovietiche (in tal caso con la sicurezza che l'ipotesi non si sarebbe verificata). Benché tardivamente previsto nella legge delega n. 69/2009 (art. 44), il nostro sistema elettorale sottrae agli elettori persino il diritto di opporsi, caso unico in Europa, all'ammissione di liste o di candidati irregolari. E non ci si può nemmeno sottrarre al finanziamento di liste avversarie: anche quando fossimo stati candidati in parte avversa o ci fossimo astenuti dal partecipare alle elezioni o avessimo votato bianco o nullo, anche in questo siamo un caso unico rispetto ai paesi che prevedono un rimborso elettorale.

    Ciliegina: a dispetto dell'art. 51 Cost. (concorrere "alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza") una serie di norme favoriscono le forze già presenti nelle istituzioni, rispetto a nuovi soggetti politici potenzialmente concorrenti, sia con le formalità per la presentazione di candidature e/o liste, sia con le norme sui rimborsi elettorali, poiché si tenta di estendere il modello europeo e regionale, per cui il diritto al rimborso spetta unicamente se si ha un eletto (pensare che la norma era stata adottata per finanziare chi non avesse raggiunto almeno l'1%), che con l'introduzione di una soglia di acceso fa coincidere soglia per l'elezione e soglia per aver diritto ad un rimborso, altra unicità italiana. Per esempio in Germania con una Sperrklausel del 5% il rimborso spetta, in seguito a sentenza di quella Corte Costituzionale, più vigile della nostra nell'applicare la stessa norma del voto libero, uguale e diretto, a chi abbia conseguito lo 0,5%. In conclusione, una forza politica, che si sia presentata senza successo a un turno elettorale, è esclusa dalla possibilità di ripresentarsi, se a capo non c'è un uomo ricco di suo (Montezemolo?) o perché comico di successo (Grillo?).

    Non c'è un dibattito pubblico sulla nuova legge elettorale, ma nemmeno tra i partiti e nei partiti, appena si esce dalla ristrettissima cerchia degli esperti PD, PdL e UDC, che stanno tentando, con estrema difficoltà, di trovare un'intesa: parafrasando Ciù En-lai su USA e URSS, dormono nello stesso letto (la maggioranza della fiducia a Monti), ma fanno sogni differenti. E per di più è un menage a trois.

    Come unico correttivo ci sono le Primarie, che, a parte casi come Milano e Genova, appaiono un rito collettivo d'investitura più che di scelta del miglior competitore e su una base privata e volontaristica dei singoli partiti, senza una base legale e senza  efficaci controlli giurisdizionali, a prescindere dal fatto che quando non sono interne ad un partito, come negli USA, hanno una funzione equivoca di scelta di candidato e di programma: il rispetto dei risultati delle primarie è per di più aleatorio, come il caso di Palermo ha dimostrato. Tanto che in vista dell'elezione anticipata dell'Assemblea Regionale Siciliana, dove sarebbero state necessarie per evitare una divisione esiziale per una prospettiva di vittoria della Sinistra, non si è neppure pensato di organizzare le primarie.

    Una difficoltà ulteriore è che non ci sono luoghi, sia nel senso di spazi fisici o di riviste, comuni di discussione, in cui confrontare anche progetti alternativi per una sinistra non subalterna, da qui l'idea di un contenitore come gli Stati Generali della Sinistra, anche se i risultati del febbraio 1998 a Firenze sono stati deludenti rispetto alle intenzioni. Al fondo c'è l'idea che confronti non precostituiti diano comunque un impulso di rinnovamento, sia di idee, che di gruppi dirigenti, di cui si avverte la necessità. (TILT CAMP, Marina di Grosseto, 30 agosto 2012)


*) Felice Besostri, già Senatore della Repubblica e membro del Consiglio d'Europa, è presidente del Circolo LA RIFORMA di Milano, associazione affiliata al Gruppo di Volpedo e al Network per il Socialismo Europeo.