giovedì 12 settembre 2013

Wolfang Streeck e la crisi del capitalismo

Da MondOperaio

 

 di Gianfranco Sabattini

 La crisi che ha colpito il capitalismo sta minando alle fondamenta la democrazia; lo sostiene in Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico Wolfang Streeck, sociologo e direttore del Max-Planck-Institut per la ricerca sociale di Colonia. Oggetto dell’analisi è la crisi finanziaria e fiscale del capitalismo democratico contemporaneo, con particolare riferimento ai paesi dell’Unione Europea.

    Il metodo adottato è quello della scuola di Francoforte, secondo cui le conoscenze delle scienze sociali sono legate al tempo e al luogo all’interno del quale si colloca il fenomeno studiato. Il metodo assume il presupposto dell’esistenza di una “tensione strutturale” tra funzionamento dei sistemi sociali e funzionamento dei sistemi economici secondo la logica capitalistica; tensione che nei paesi democratici del dopoguerra è mediata da politiche statali secondo modalità sempre diverse, storicamente condizionate.

    Le politiche, provocando crescenti cambiamenti sociali ed istituzionali, sono contestate da forze antagoniste che ne rallentano o ne modificano gli effetti. Le politiche non sono altro, per Streeck, che il tentativo di “prendere tempo comprandolo con l’aiuto del denaro” che viene impiegato per disinnescare i conflitti sociali destabilizzanti attraverso varie modalità d’intervento, ma essenzialmente attraverso l’indebitamento del bilancio pubblico e la finanziarizzazione dell’economia.

    Streeck tratta il fenomeno della crisi attuale nella sua continuità a partire dalla fine degli anni Sessanta. L’evoluzione è descritta come un “processo di dissoluzione del regime del capitalismo democratico del dopoguerra”. Ciò che si conosce delle crisi in generale, sostiene Streeck, può essere d’aiuto; però ogni crisi reca in sé un elemento di unicità che le assegna un carattere specifico, collocato in un determinato contesto temporale e spaziale, esprimente la “chiave” della sua interpretazione. Partendo dalla fine degli anni Sessanta Streeck descrive la crisi attuale come la fase ultima della trasformazione del modo in cui sono risolti i conflitti soggiacenti la tensione strutturale sempre esistente tra il funzionamento dei sistemi sociali e il funzionamento dei sistemi economici capitalistici. Il successo conseguito nel controllo dei conflitti è però temporaneo, e perciò preludio di una nuova crisi, in quanto non si considera che ogni provvedimento di stabilizzazione è solo un palliativo, e che, come tale, è destinato a conservarsi sin tanto che la logica di funzionamento del sistema sociale si conserva compatibile con la logica capitalistica di funzionamento del sistema economico.

    L’aumento della complessità delle crisi e il crescente fabbisogno finanziario dello Stato per “comprare tempo”, utile a sedare l’instabilità sociale ed economica, porta gli Stati capitalistici democratici contemporanei ad acquisire un’organizzazione istituzionale che Streeck chiama “Stato consolidato”, destinato a sostituire lo Stato democratico debitore: conseguenza della politica di consolidamento dei bilanci statali e di contenimento del debito pubblico imposta dai mercati finanziari a garanzia dei crediti concessi agli Stati in deficit. La costruzione dello Stato consolidato in Europa è strettamente connessa all’avanzamento del processo d’integrazione, intesa però non come integrazione politica, ma come meccanismo di liberalizzazione delle economie nazionali europee. Lo Stato consolidato, afferma Streeck, sta così azzerando “le risorse politiche dei cittadini dello Stato democratico”; i cittadini contano sempre di meno, e opporsi alle prescrizioni dei mercati finanziari, una volta accolte dalle classi politiche nazionali, diventa sempre più difficile; in tal modo le democrazie nazionali si trovano ad essere ridotte a feudi dei mercati.

    Ma se il capitalismo dello Stato consolidato non è più in grado di produrre l’illusione di poter garantire un suo funzionamento in presenza di una giustizia distributiva condivisa, è inevitabile la separazione del capitalismo dalla democrazia. Se la conservazione della democrazia significa che la giustizia distributiva non è suggerita dal mercato, allora a livello europeo occorre rimuovere o annullare democraticamente “le devastazioni istituzionali” prodotte da tanti anni di attuazione del processo d’integrazione d’ispirazione neoliberista.

    Ma come? Ci si può domandare se sia possibile arrivare ad un controllo dei conflitti che distruggono l’eurozona; secondo Streeck è possibile; ciò però presuppone l’opposizione alle forze centrifughe generate dalla realizzazione dell’Unione europea attraverso la costrizione di sistemi sociali tanto diversi tra loro dentro la “struttura rigida del mercato comune e della moneta unica”. Il rimedio sta nella capacità e volontà di elaborare e di adottare per l’Europa una costituzione democratica che riconosca le differenze nei modi di vivere e nelle economie a livello nazionale, regionale e locale, e che definisca quali aspetti della vita sociale possono essere lasciati alla cura dei singoli contesti politici e quali altri devono essere risolti con la solidarietà di tutti. All’interno di una costruzione federalista siffatta, il sistema monetario più appropriato, per Streeck, appare quello di Bretton Woods, fondato su cambi fissi, ma aggiustabili in modo flessibile.

    Nella situazione attuale, una simile risposta alla crisi, conclude il sociologo tedesco, avrebbe la natura di “una risposta strategica a una crisi sistemica”, in quanto andrebbe ben oltre il processo di integrazione suggerito dai mercati finanziari, mostrando nel contempo “che non è possibile una democrazia sociale senza la sovranità dello Stato”. E’ così? Qualche dubbio è lecito nutrirlo.

    Per quanto la proposta di Streeck possa essere strategica, e perciò di lungo periodo, nulla indica che anch’essa non serva a “guadagnare tempo”; ciò perché, la tensione strutturale tra il funzionamento dei sistemi sociali e il funzionamento dei sistemi economici capitalistici continuerà a permanere, per cui giungerà il momento, anche se il più tardi possibile, di una nuova crisi. Ciò significa che la tensione strutturale, in quanto tale, impone che si discorra mon tanto di proposte per “guadagnare tempo”, quanto di come rimuoverla definitivamente.

 

lunedì 9 settembre 2013

Siria: la preoccupazione degli organismi ecumenici internazionali

Da NEV – Notizie Evangeliche riceviamo e volentieri pubblichiamo

 

 Il luterano Younan: “Un intervento militare favorirebbe gli estremisti dei due schieramenti”

 

Roma (NEV), 4 settembre 2013 - Dopo l'uso di armi chimiche e la minaccia di una ritorsione militare da parte degli Stati Uniti, il conflitto siriano è tornato prepotentemente al centro delle preoccupazioni degli organismi ecumenici internazionali e delle chiese in tutto il mondo.

    E' di oggi una lettera aperta inviata dal pastore Olav Fykse Tveit, segretario generale del Consiglio ecumenico delle chiese (CEC), al Consiglio di sicurezza dell'ONU nella quale l'esponente religioso chiede che "venga fatto tutto il possibile per estinguere il fuoco della guerra piuttosto che ravvivarlo attraverso un intervento militare". L'intervento di Tveit segue la sua partecipazione ad Amman (Giordania) di un incontro di leader religiosi promosso dal principe Ghazi bin Muhammad e centrato sulle sfide che stanno davanti ai cristiani mediorientali. "il crimine dell'uso di armi chimiche deve essere investigato a fondo e perseguito - ha scritto il segretario generale del CEC -. Tuttavia, un attacco esterno alla Siria aumenterà la sofferenza e il rischio di ulteriori violenze" per l'intera popolazione.

    Il pastore Guy Liagre, segretario generale della Conferenza delle chiese europee (KEK) ha condannato l'uso delle armi chimiche in Siria. “Si tratta di una notizia allarmante per i cittadini di tutto il mondo e, in particolare, del Medio Oriente”, ha affermato Liagre in un comunicato stampa datato 28 agosto. Liagre ha quindi aggiunto che qualsiasi decisione venga presa per rispondere a questo terribile atto, deve considerare “prima di tutto il bene della popolazione siriana e non le esigenze dei politici”.

    E' invece di due giorni fa una dichiarazione della Federazione luterana mondiale (FLM), firmata dal suo presidente, vescovo Munib Younan, e dal segretario generale, pastore Martin Junge. I due esponenti luterani chiedono alla comunità internazionale di “rinunciare ad ogni azione militare per risolvere la complessa situazione siriana”. In particolare, Younan, vescovo della chiesa luterana in Giordania e Terra santa, ha ricordato che “gli unici a beneficiare di un intervento militare dell'Occidente sarebbero gli estremisti di entrambi i fronti. Come cristiano e come arabo, sono preoccupato degli effetti che questo tipo di violenza avrebbe su tutte le comunità siriane, sunnite, sciite, alawite, druse o cristiane che siano”.

    In Gran Bretagna la chiesa metodista, l'Unione battista e la chiesa riformata unita hanno salutato con favore la decisione del parlamento di Westminster di non impegnarsi in un'azione militare in Siria. “Siamo riconoscenti ai nostri parlamentari per aver esaminato accuratamente l'opzione militare e per averla respinta”, si legge in un comunicato congiunto. Nella speranza che le parti in conflitto possano sedersi a un tavolo negoziale, i rappresentanti delle tre chiese chiedono che venga data priorità alla protezione della popolazione siriana esposta alla violenza.

 

 

 

Da italialaica - sito dei laici italianiriceviamo e volentieri pubblichiamo

 

RELIGIONI FRA PACE E GUERRA

 

Questa settimana fa notizia l’invito del papa ad una giornata di digiuno per scongiurare il lancio dei missili occidentali contro la Siria di Assad.

 

di Marcello Vigli

 

L’umanità ha bisogno di vedere gesti di pace”, ripete Francesco, indicendo “per tutta la Chiesa, il 7 settembre, una giornata di digiuno e di preghiera” alla quale ha invitato tutti, cattolici, ortodossi, musulmani e non credenti.

    “Mai più la guerra! Mai più la guerra! La pace è un dono troppo prezioso, che deve essere promosso e tutelato”, ha ribadito il papa riproponendosi, con il suo invito, come interlocutore non solo dei governi, ma anche dell’intera Comunità internazionale esortandola a fare ogni sforzo per promuovere, iniziative chiare per la pace nel segno della collegialità.

    La sua sfida , infatti, non è solo ai governi che minacciano l’intervento, ma anche a quelli dei Paesi islamici nemici di Assad, che lo auspicano.

    La memoria torma all’analogo grido d’allarme lanciato da Pio XII alla vigilia della seconda guerra mondiale, all’appello di papa Giovanni in occasione della crisi di Cuba, e a quello di Giovanni Paolo II a Saddam e Bush, alla vigilia dell’attacco all’Iraq.

    Essi possono essere letti nel quadro di quella condanna lanciata da Paolo VI all'Onu nel 1965 con la sua teoria della guerra come conseguenza fatale del peccato.

    Papa Francesco l’ha confermata aggiungendo, però, che per rendere inequivocabile la condanna della guerra è necessario porgere l'orecchio al «grido che sale» dalla terra: di cui parla la Sacra scrittura. Il suo invito va oltre una deplorazione rituale chiede di compiere gesti concreti: non solo preghiera, ma anche un giorno di digiuno. Esso non è rivolto solo ai capi delle religioni e a tutti i credenti, ma anche ai non credenti e agli atei.

    Per questo ha ottenendo il plauso del pacifismo laico, testimoniato dalla dichiarazione della radicale Emma Bonino che si è detta ben lieta che il papa si sia assunta la responsabilità di mettere in guardia l’opinione pubblica mondiale sul rischio che un intervento un Siria possa innescare un conflitto generale.

    Fra i capi religiosi ha aderito Gregorio III Laham, patriarca greco-cattolico di tutto l'Oriente, di Alessandria e di Gerusalemme dei Melchiti e il Gran mufti di Siria, e Ahmad Badreddin Hassou, leader spirituale dell'islam sunnita in Siria, si detto profondamente colpito dall'appello del Papa.

    Più ovvia, ma non così scontata nella sua diffusione, l’adesione delle organizzazioni cattoliche e delle diocesi italiane che stanno organizzando iniziative pubbliche di partecipazione.

    Non è sempre stato così nella Chiesa cattolica… (continua la lettura dell’articolo al sito di italialaica)

 

Consumi: si ferma il crollo, ma la ripresa resta lontana

LAVORO E DIRITTI

a cura di www.rassegna.it

 

 

Le rilevazioni di Confcommercio mostrano l'assenza di variazioni congiunturali negative negli ultimi tre mesi. Non succedeva dall'estate 2011. Ma questi dati, avverte l'associazione, "non sembrano preludere, nell'immediato, ad una fase di ripresa"

 Il crollo dei consumi sembra essersi arrestato, ma la ripresa resta ancora lontana. E' questo secondo Confcommercio il quadro che si delinea con gli ultimi dati sui consumi, che a luglio 2013 restano stabili rispetto a giugno, così come era stato nei due mesi precedenti, mentre a livello tendenziale il calo è ancora marcato (-2%).

    Ma l'assenza di variazioni congiunturali negative per tre mesi consecutivi è un fenomeno che non si rilevava dall'estate del 2011, sottolinea Confcommercio in un comunicato. E le informazioni ad oggi disponibili portano a ritenere che, all'inizio dell'estate “l'economia italiana abbia raggiunto il punto di minimo del ciclo economico. Nei primi sette mesi dell'anno in corso l'indicatore ha registrato una flessione del 3,7% a fronte del 3,2% registrato nell'analogo periodo dello scorso anno”.

    “Occorre, dunque, guardare a questa fase con molta attenzione – avverte l'associazione dei commercianti - perché la fine della riduzione dei consumi non delinea automaticamente un profilo di ripresa a breve termine”. I deboli segnali di miglioramento rilevati sul versante produttivo, indice della produzione industriale, ordinativi e grado di utilizzo degli impianti, rileva ancora Confcommercio, “non sembrano preludere, nell'immediato, ad una fase di ripresa dell'economia con effetti rilevanti sull'occupazione, sui redditi e di conseguenza della domanda per consumi”. In questo contesto “è più che mai necessario che la politica economica sia orientata a sostenere gli impulsi positivi che provengono dall'economia reale, al fine di promuovere, nel 2014, una crescita piu' sostenuta rispetto a quanto garantito dagli andamenti inerziali”.

    Analizzando i dati più nel dettaglio, la dinamica tendenziale dell'Icc di luglio, sottolinea Confcommercio, riflette una diminuzione dello 0,3% della domanda relativa ai servizi e del 2,9% della spesa per i beni. A luglio 2013 solo i beni e servizi per le comunicazioni hanno registrato una variazione positiva (+1,1%). Il dato più negativo continua ad essere quello relativo ai beni e servizi per la mobilità la cui domanda registra una contrazione del 4,1% su base annua.

    All'interno di questo aggregato non si è ancora arrestata la tendenza alla riduzione della domanda di mezzi di trasporto che ha registrato un progressivo e sensibile ridimensionamento dal 2010 (circa il 40% in meno a volume). Riduzioni dei consumi particolarmente significative continuano ad interessare gli alimentari, le bevande ed i tabacchi (-3,9%).

 

 

 

 

Marchionne il Tardivo

 

Fiat Mirafiori: per la Fiom investimento positivo, ma in ritardo

 Michele De Palma, coordinatore nazionale del gruppo per la tute blu Cgil: resta urgente che il Governo convochi azienda e sindacati per avviare un confronto sul futuro produttivo e occupazionale

    Torino, la fabbrica Fiat di Mirafiori (immagini di da internet)

    “L'incontro di oggi tra la direzione aziendale del gruppo Fiat e le organizzazioni sindacali firmatarie del Ccsl sul futuro produttivo ed occupazionale dello stabilimento di Mirafiori, nonostante la sentenza della Corte Costituzionale, ha confermato, ancora una volta, l'esclusione della Fiom-Cgil dalle normali relazioni sindacali. Pur giudicando positivamente la decisione della Direzione aziendale di investire per la produzione di un modello a Mirafiori, rimane il fatto che tale scelta arriva con tre anni di ritardo, ritardo che i lavoratori hanno pagato con decine di migliaia di ore di Cassa integrazione". Ad affermarlo in una nota è Michele De Palma, coordinatore nazionale per la Fiom-Cgil del gruppo Fiat.

    “Dalle dichiarazioni stampa delle organizzazioni sindacali firmatarie, anche se nel comunicato congiunto non se ne trova traccia, sullo stabilimento di Mirafiori si passa da due modelli, annunciati nel 2010 dall'azienda, ad un solo modello per la cui realizzazione ci sarebbe bisogno di ulteriore Cassa integrazione per lavoratrici e lavoratori, senza alcuna certezza sul futuro”, sottolinea De Palma.

    “Continuiamo a ritenere urgente che, su questo tema, il Governo convochi la Fiat e i sindacati per avviare un confronto sul futuro produttivo e occupazionale di Mirafiori e di tutto il gruppo Fiat”, conclude il sindacalista.

 

Parliamo di socialismo - SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE

 di Giuseppe Tamburrano

 Più giornali leggo e meno ci capisco. Ad esempio si discute della retroattività della legge Severino. Ma Berlusconi è stato condannato per fatti che erano reati, commessi prima di quella legge: non c’è dunque un problema di retroattività. La legge Severino prevede la decadenza e l’incandidabilità per il condannato a più di due anni di reclusione, ma a parte la questione della non retroattività della norma sollevata da Violante, prima di quella legge restava parlamentare anche chi veniva condannato a 30, 40 anni di reclusione? Inoltre gli adempimenti necessari al processo di decadenza sono tali e tanti che scavalcheranno le prossime elezioni (V. il Corriere della Sera del 31 agosto 2013).

    Se qualcuno mi illumina avrà la mia gratitudine.

    Ma vengo al punto che mi interessa. Io credo che se Berlusconi dichiara di ritirarsi dalla vita politica – e ne ha diritto a quell’età – ottiene, se la chiede, la grazia da Napolitano. Poi si cerca una Hammamet, in qualunque località, in uno dei continenti che non estrada cittadini italiani – e si gode la vita con la sua Francesca. Scommetto che uscito dalla scena politica Berlusconi godrà dell’indulgenza giudiziaria. Comunque, lui se ne può disinteressare.

    Che cosa succede in Italia con l’eclisse di Berlusconi? Il suo partito si sgretola: una parte resterà berlusconiana dura e pura. Ci vedo alla testa quella specie di Marine Le Pen (non Marina Berlusconi) che è la Santanché. Un’altra parte s’intrupperà nel centro: un centro guidato da Enrico Letta con transfughi dal PDL e dal PD (dove vanno ad esempio Fioroni ed altri?) e i seguaci di Monti, Casini, Montezemolo, ecc. Il PD assorbe SEL e diventa, con grande sforzo, una specie di partito di sinistra.

    E Grillo? Si divide e si ridimensiona – l’inceneritore di Parma che ha vinto su Pizzarotti sarà un simbolo – e diventa un movimento extra sistema come ve ne sono in altri paesi europei.

    Se questa nuova articolazione di forze che richiama in buona parte la Prima Repubblica riuscisse a varare una legge elettorale a doppio turno alla francese, il sistema potrebbe funzionare.

    Lasciatemi sognare!   

 

La situazione politica - Difetto di manico

 Il voto sulla decadenza di Berlusconi sarà un voto politico, non una scelta giuridica tra diverse interpretazioni.

 di Felice Besostri

 Giusta o sbagliata che sia – e a mio avviso è sbagliata – questa è la scelta della nostra Costituzione, e discende direttamente dall’art. 66 Cost.: “Ciascuna Camera giudica dei titoli di ammissione dei suoi componenti e delle cause sopraggiunte di ineleggibilità e di incompatibilità”.

    Una scelta che in origine, molto tempo fa, aveva una forte motivazione di tutela dei parlamentari, per proteggerli dall’assolutismo regio e da una magistratura asservita al potere esecutivo; ma allora deputati e senatori erano individui, non espressione di partiti o di gruppi parlamentari. Non che fossero migliori, e basti ricordare qui ai tempi in cui alla Camera dei Comuni c’era un ufficio dal quale i rappresentanti del popolo elettore passavano per riscuotere il compenso per il loro voto conforme ai desideri del Governo di Sua maestà. Semplicemente non c’era, nell’usus di allora, una logica di partito.

    Tornando ai giorni nostri, questa logica si ravvisa invece, e massicciamente, tra i membri delle due Camere appartenenti al PdL, i quali hanno fatto un uso arbitrario dell’art. 66 più sopra riportato. All’avvio della XIV Legislatura, per esempio, la maggioranza guidata dal PdL non ha convalidato l’elezione di 14 deputati d’opposizione, in spregio al diritto. Senza contare che, sempre nel 2006, vi fu un uso illegale (da parte di tutte le forze politiche presenti in Parlamento) per lasciar fuori i radicali dal Senato.

    Non solo: il potere del Parlamento di decidere sui suoi membri è stato ulteriormente esteso, con accordo trasversale, alle operazioni elettorali preparatorie, comprese l’ammissione e persino l’esclusione di liste e candidati, complice la magistratura ordinaria e amministrativa. Ricordiamo poi che fu l’ultimo dei governi Berlusconi  nel 2010 a non dare attuazione ad un precisa delega del Parlamento dov’era stabilito di affidare alla giustizia amministrativa i ricorsi contro le operazioni elettorali preparatorie, decisa con l’art. 44 della L. 69/2009. Decisione grave, passata sotto silenzio anche da quei giuristi democratici adusi a vedere attentati alla Costituzione un giorno sì e uno no.

    Siamo un Paese che ha legalizzato un colpo di Stato, complici le leggi elettorali maggioritarie. Sì, perché una maggioranza artificiale come quella uscita dal porcellum consente a una minoranza politica, trasformata in maggioranza parlamentare, di modificare ancora la legge elettorale: e a questo punto nulla teoricamente impedisce la concessione di premi maggioritari collocati al 70%, anche oltre la soglia cioè che consentirebbe di cambiare la Costituzione senza dover neppure sottoporre le modifiche a un referendum confermativo.

    Forse pochi sanno o forse molti fanno finta di non sapere che una legge elettorale incostituzionale non è impugnabile prima delle elezioni. Dopo di esse saranno competenti ad esaminare i ricorsi le Camere elette con la legge eventualmente incostituzionale. Uno scandalo unico in Europa e nel più assoluto silenzio delle forze politiche tutte e dei costituzionalisti.

    Si parla spesso di contrasti tra magistratura e politica, ma si tace della loro alleanza contro i diritti degli elettori e delle elettrici, che rappresentano il popolo, unico detentore della sovranità secondo l’art. 1 della Costituzione. Questo meccanismo di protezione giudiziale del potere politico è stato rotto grazie alla Corte di Cassazione con l’ordinanza 12060 del 21 marzo-17 maggio 2013 indotta a prendere posizione dall’acribia di un pugno di cittadini elettori, tra cui lo scrivente in funzione di rappresentante legale pro bono di 27 cittadini elettori che dopo acer impugnato invato le elezioni del 2008 innanzi alla  giustizia amministrativa e alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, hanno introdotto un'azione di accertamento del diritto a votare secondo Costitizione. Respinta con dubbie motivazioni dal Tribunale e dalla Corte d'Appello di Milano hanno fatto ricorso alla Corete di Cassazione. La Prima Sezione ha acolto l'ecezione di costituzionalità su cui deciderà la Consulta il 3 dicembre prossimo. L'agenda politica del paese è cambiata, ma nssuno lo riconoscerà per v b non confessare l'inerzia delle forze politiche e dei mezzi di comunicazione.

    Ora, dopo sette anni di fatiche da parte dei pochi oppositori reali e di guai per il Paese, abbiamo finalmente portato il porcellum all’attenzione della Consulta.

    Ma il difetto strutturale sta nel manico, e non è stato ancora superato.

    Per rimediare bisogna rompere alcuni tabù come il divieto di ricorso diretto alla Corte Costituzionale; e poi occorre, come in Germania, assegnare l’ultima parola alla Corte Costituzionale sulle decisioni del Parlamento in termini di convalida degli eletti.

    Nei tempi ristretti a disposizione di Berlusconi si applicano le norme vigenti e quindi il voto in Giunta delle Elezioni e in Senato sarà una decisione politica, nel bene e nel male. I suoi supporter stanno blaterando di ricorsi alla Corte Europea dei diritti dell’uomo ignorando che i rappresentanti del Governo italiano presso la Corte, nominati dal Governo Berlusconi, hanno sostenuto la tesi dell’inammissibilità dei ricorsi 11583/08 e altri 16, tra cui il 35953/08, presentato dagli stessi cittadini che avevano impugnato le elezioni del 2008: La convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo tutela i diritti civili e non quelli politici. Forse la Nemesi esiste.

 

 

 

IPSE DIXIT

 Esiste il risentimento - «Esiste il risentimento, che è memoria infetta.» – Edgar Morin

 Fare politica - «La politica non si fa con i sentimenti... figuriamoci con i risentimenti!.» – Pietro Nenni