lunedì 3 giugno 2013

Parliamo di socialismo - No, non è Mitterand

 Matteo Renzi mi è simpatico: giovane, sveglio, chiaro. E’ la felice antitesi del politico paludato, ambiguo, inaffidabile, che ammorba la politica italiana. Una ventata di aria fresca. Però c’è un “però” enorme. . .

 di Giuseppe Tamburrano

 Che cosa vuole Renzi? A parte le sue opinioni su singoli provvedimenti, come l’IMU, ha un progetto, un disegno generale, un’idea del suo partito, dei suoi fini e dei suoi strumenti: una volta si diceva l’ideologia e la tattica? Io non le ho viste e dunque non so che cosa sarebbe, che cosa diventerebbe il suo partito sotto la sua egemonia.

    Dal crollo del muro di Berlino e dopo la fine del comunismo ci siamo chiesti invano che cosa volesse diventare il PCI ormai privato della propria identità. Quel grande partito ha risposto restando inerte, cercando di conservare le proprie forze e unendosi ad una parte della ex DC; è diventato un pezzo dentro il socialismo in Europa, ma senza identità in Italia, dov’è sopravvissuto facendo leva sui legami tenuti con gran parte della società e per le tante battaglie condotte sul campo.

    Renzi ha fatto nascere in me, totus socialista, ma apolide, la speranza che avevamo anche noi il nostro Mitterrand, molto più giovane e incontaminato dell’anziano leader francese che ha fatto rinascere dalle rovine e portato alla vittoria il vecchio arnese della SFIO. Per la verità la battuta di Renzi: “L’unico rosso che conosco è quello della Ferrari” avrebbe dovuto mettermi sull’avviso – e invece noi l’abbiamo posta a carico del suo scanzonato carattere fiorentino.

    No, Renzi non è il Mitterrand italiano. Ne è lontanissimo. Probabilmente conquisterà la leadership (sta collezionando sponsor del peso di Veltroni!), ma la nostra speranza – che possa diventare l’artefice di una “grande riforma”, di un moderno partito della giustizia e della libertà per tutti – è già andata frustrata.

    È Barca l’altro astro crescente ha un progetto? Di quale progetto? Sì, Barca un progetto ce l’ha, ma mentre noi speriamo in un’idea per il futuro, Barca ha un progetto… per il passato. Vuole restituire presenza, iniziativa, “potere” ai circoli – le ex sezioni del PCI – dove ora i militanti non si chiamano più “compagni” e non si danno il fraterno “tu” di una volta.

    Insomma, Renzi pensa al suo futuro ed al suo avvenire personale, Barca ai “tempi che furono”.

    Povera sinistra, povero socialismo in un mondo politico lacerato e impoverito, specie l’Italia, e che tanto avrebbe bisogno di Nenni, di Berlinguer, di Mitterrand.

 

La situazione politica: Più di un campanello d’allarme

 Quando un così grande numero di cittadini rimane a casa deve essere dichiarato lo stato di crisi della democrazia rappresentativa.

 di Paolo Bagnoli

 Se ci è permesso aprire con una battuta, vorremmo dire che le recenti elezioni amministrative sono state le elezioni del non voto. Infatti, rispetto alle precedenti comunali, il calo dei votanti è stato del 19,2%; se si esclude Roma, ove si è votato meno che in altri comuni, la percentuale si riduce al 14,4%. Le cifre fanno riflettere ed è doveroso farlo perché l'astensione alle elezioni comunali in un Paese quale l'Italia ove i Comuni sono, storicamente, la centralità della vita pubblica, suona come un qualcosa di più rispetto al solito campanello di allarme. Per cercare di capire il giudizio esso deve essere politico, globale e non, come talvolta avviene, sociologico o statistico.

    Vediamo un po'. Intanto, quando un così grande numero di cittadini rimane a casa, la prima considerazione è che lo stato di crisi della democrazia rappresentativa deve essere obbligatoriamente dichiarato. Ciò rende tutto più relativo e carico di responsabilità collettive. Tale situazione, per esempio ci dice, che pur essendo incontrovertibile la buona riuscita del Pd dovuta anche al fatto che tutti gli altri sono andati peggio, a cominciare dal principale partner di governo, il Pdl, essa non può sbrigativamente essere considerata come un'inversione di tendenza rispetto alla crisi di credibilità della politica. Né, oggettivamente, ricondotta alle performances del governo se pur Enrico Letta, che onora bene l'incarico di presidente del consiglio, ha giocato a favore del suo governo improbabile il risultato del proprio partito. Di sicuro, per uno di quei paradossi veloci che talora la politica ci riserva, a meno di problemi che gli provengano dal suo stesso partito, da quanto ieri poteva temere di più, ossia il Pdl ora, invece, il governo trae forza, considerate le panie giudiziarie di Silvio Berlusconi che di esso ha bisogno per giocare la propria personalissima partita.

    Se il Pdl perderà, come sembra negli atti, anche la guida del comune di Roma, esso non esprimerà più il sindaco di alcuna delle grandi città italiana. Un fatto significativo di un altro avvio di processo, considerato che, data un'occhiata ai risultati della Lega, non basta più l'asse verde-azzurro per guidare non solo il Paese, ma neppure suoi segmenti rilevanti. Ciò aumenta le responsabilità del Pd anche perché Marino, da tempo più sulla scia di Sel che del suo partito, sembra essere un corpo centrifugo in una massa cui la segreteria Epifani dovrebbe rimettere ordine: vasto programma!

    Il terzo rilevante fattore è lo sgonfiamento del movimento di Grillo. Con la facilità con la quale era emerso, e in che misura, così si è reimmerso, potremmo dire in virtù della più elementare delle leggi della politica: che per starvi dentro, se pur contestandola oppure sfasciarla come loro si propongono di fare, non si può rinunciare ad averne una. Non solo, ma occorre un personale che può benissimo esservi catapultato da altro, ma che, al pari di ogni qualsiasi attività umana, una volta che si trova lì, deve sapere il da farsi; imparare, insomma, il mestiere. Si può dire che i grillini se la sono suonata e cantata. Se volessimo essere scientifici dovremmo aggiungere che il disegno non politico di Grillo, di cui pure egli stesso ha fatto le spese, è riuscito in pieno in quanto, essendo molto attendibile che le astensioni provengano proprio da chi li aveva in precedenza votati, niente è più non politica che lo stare a casa il giorno delle elezioni disertando le urne. Beppe Grillo quindi, se pur paradossalmente, potrebbe vantare – pardon – urlare vittoria.

    La parabola del movimento grillino consumatasi tra le elezioni politiche e quelle amministrative, tuttavia, ci consegna un ulteriore campo di riflessione; ossia, i danni della raffigurazione della politica quale casta; il castismo come la causa della crisi democratica. La casta, non l'assenza di politica. Ci siamo spesso domandati perché, relativamente ai costi della politica, il saggio di diversi anni orsono redatto da Cesare Salvi e Massimo Villone non abbia prodotto un effetto pari a quello di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo. Per dirla in breve, crediamo perché il primo si poneva una questione politica e della politica; l'altro certo si occupava della politica, ma solo in senso accusatorio e inquisitorio. La categoria del castismo – nata con Stella e Rizzo non certo con Salvi e Villone – ha finito per riassumere tutta la politica e il suo operare nel problema dei costi, quale questione riassorbente alla fine tutte le altre questioni, ma in modo agitatorio, non curandosi di correggere le abnormità – il finanziamento ai partiti così concepito è il più grande di tutti – né di garantire l'esemplare punizione della malversazione del pubblico denaro.

    E il bello è che, usciti Salvi e Villone dal Parlamento, quasi tutti hanno alzato le mani e non c'è stata carica istituzionale che, appena insediatasi, non abbia subito preso le forbici per tagliare qualcosa; lo stesso governo ha abolito ora l'indennità di carica per i ministri che siano anche parlamentari, ma un decreto per bloccare subito un finanziamento indebito, e le conseguenti rate, non è stato fatto. E poiché tutti hanno tagliato, tutti vogliono ancora tagliare, se si raffronta ciò con l'astensione dalle elezioni e la sua portata, i loro gesti non hanno riavvicinato i cittadini alla politica e Grillo ha, paradossalmente, avuto estrema ragione.

    Tra il fare politica e il fare notizia non sempre vi è coincidenza e allora se è giusto riconsiderare stipendi e spese complessive, ciò non può basarsi né sul moralismo né sulla demagogia, ma su una ricomposizione della statualità e della politica democratica che, come diceva Sturzo, porti la politica "ad inginocchiarsi alla morale" e la democrazia a sviluppare non "riformismi" che non si sa cosa sono, ma riforme: di struttura, di lotta, d'intervento e consistenza sociale vera.

    L'Italia non si salva nella strettoia di un'Europa assurda e pericolosa anche a se stessa, ma reinventando una politica democratica per la quale i cittadini non sono il "popolo delle primarie" o coloro ai quali appioppare listini e liste bloccate, bensì i soggetti della sovranità. E i partiti, dal canto loro, non sono centri mobili di raccolta a capienza variabile, ma soggetti identitari di cultura politica e fautori di chiarezza programmatica sulla base dell'idea di Paese che hanno e degli interessi di cui si sentono portatori. In altri termini, né "novisti" né "rottamatori", ma ideologicamente e identitariamente conformati, vale a dire dotati di una precisa nozione razionale di realtà e su come la rappresentano e, quindi, la vogliono cambiare.

 

giovedì 23 maggio 2013

Il PD e il nodo dell´identità

Da MondOperaio

 

 Rileggere Bad Godesberg può aiutare il Partito Democratico

 

di Nicola Cacace

 

Un nodo irrisolto del Pd è quello dell´identità. Nato come somma di due componenti dai valori diversi, i cattolici democratici ed i social comunisti, non si è mai fatto lo sforzo di definire l´identità del nuovo partito. Come si vede dal panorama politico europeo e mondiale, dovunque si contrastano due blocchi, uno conservatore e liberista ed uno progressista di tipo social democratico, che accetta il libero mercato nel quadro di uno Stato forte che garantisce diritti universali ed equa distribuzione della ricchezza.

    In Europa il documento di identità più noto di un partito democratico di sinistra è quello della tedesca Spd, Bad Godesberg 1959, che comincia così: “Il socialismo democratico, che in Europa affonda le sue radici nell´etica cristiana e nell´umanesimo, non ha la pretesa di annunciare verità assolute, non per indifferenza riguardo alle diverse concezioni della vita o verità religiose, bensì per rispetto delle scelte dell´individuo in materia di fede, scelte sul cui contenuto non devono arrogarsi il diritto di decidere né un partito politico né lo Stato. La Spd è un partito composto da uomini provenienti da diversi indirizzi religiosi ed ideologici, che condividono precisi obiettivi, libertà, giustizia, solidarietà”.

    E più avanti: “Ordinamento economico e sociale. La politica socialdemocratica in campo economico persegue il raggiungimento di un benessere crescente, una equa partecipazione di tutti al prodotto nazionale, una vita nella libertà senza inique dipendenze e sfruttamento. La politica economica, sulla base di una moneta stabile, deve assicurare la piena occupazione, accrescere la produttività ed aumentare il benessere collettivo. La libera scelta dei consumatori e del posto di lavoro, così come la libera concorrenza e la libera iniziativa, sono fondamento essenziale della politica economica socialdemocratica.

    Nel caso in cui taluni mercati siano monopoli naturali o dominati da singoli o da gruppi, si rendono necessarie misure per ristabilire la libertà economica: concorrenza nella misura del possibile, pianificazione nella misura del necessario. La proprietà privata dei mezzi di produzione deve essere difesa ed incoraggiata nella misura in cui non intralci lo sviluppo di un equilibrato ordinamento sociale. La concorrenza mediante imprese pubbliche è un mezzo da usare per prevenire un dominio privato di importanti settori del mercato o laddove, per motivi naturali o tecnici, prestazioni indispensabili alla comunità possono essere fornite in modo razionale ed economico solo con mezzi pubblici. Poiché l´economia di mercato non assicura di per sé una equa ripartizione di redditi e patrimoni, sarà necessaria una politica nazionale dei redditi e del patrimonio. Ciò presuppone due condizioni, la crescita del prodotto nazionale ed una sua equa ripartizione.

    Il sistema di sicurezza sociale deve essere commisurato alla dignità dell´uomo, consapevole della propria responsabilità. Ogni cittadino ha diritto a percepire dallo Stato un minimo di pensione per vecchiaia, disabilità al lavoro, morte di colui che gli assicura il sostentamento. Tutte le prestazioni sociali in danaro dovranno essere adeguate agli aumenti dei redditi da lavoro.

    Poiché il singolo non può difendersi da tutti i rischi inerenti la salute, un sistema pubblico di protezione sanitaria è indispensabile, garantendo nel contempo la libertà professionale dei medici. La durata del lavoro, a reddito invariato, deve essere gradualmente ridotta nella misura assicurata dal progresso tecnico e dalle libere scelte contrattuali. Ciascuno ha diritto ad una abitazione decorosa, vietando anche le speculazioni sulle aree e sottoponendo a prelievo fiscale i profitti derivanti dalla vendita dei terreni. La parità dei diritti della donna deve essere attuata realmente in senso giuridico, economico e sociale. Stato e società devono proteggere, favorire e rafforzare la famiglia e la gioventù”.

    La conclusione del documento verte sulla nuova concezione di classe, molto più larga di quella originaria del socialismo marxista: “Il movimento socialista, iniziato come protesta dei lavoratori salariati contro il sistema capitalistico, ha adempiuto ad un compito storico. Nonostante errori e sconfitte il movimento dei lavoratori è riuscito ad ottenere nel XIX e XX secolo, il riconoscimento di molte sue rivendicazioni, tra cui, la giornata lavorativa di 8 ore, la pensione per invalidità e vecchiaia, il diritto di organizzazione sindacale, i diritti di maternità, il divieto del lavoro minorile, le ferie, etc… Questi successi sono pietra miliare di un cammino ricco di sacrifici, soprattutto dei lavoratori salariati, che ha servito la causa della libertà di tutti gli uomini.

    Oggi tutte le forze vive scaturite dalla rivoluzione industriale e dal progresso tecnico devono essere messe al servizio della libertà e della giustizia. Da partito della classe lavoratrice il partito socialdemocratico è diventato partito del popolo. Perciò la speranza del mondo è un ordine fondato sui valori del socialismo democratico, che intende creare una società civile nel rispetto della dignità umana, una società libera dalle disuguaglianze, dall´indigenza e dalle paure, da guerre ed oppressioni, in unità di intenti con tutti gli uomini di buona volontà”.

  Credo che, ci sia da imparare molto dal documento di Bad Godesberg, naturalmente aggiornandolo a 50 anni dopo, in termini di definizione dell´identità di un moderno partito democratico di sinistra. Tanto più che gli 8 paesi europei più a lungo governati nel dopoguerra da partiti socialdemocratici, i 4 paesi scandinavi più Germania, Olanda, Austria e Francia, sono non solo quelli a più alta eguaglianza sociale (indice di Gini inferiore a 0,3) ma anche quelli a più alto sviluppo.

 

Questione socialista, 3.0 - Un volgo disperso

 Sul fermento nel campo vasto del socialismo italiano

 di Paolo Bagnoli

 Non è poco il fermento nel campo vasto del socialismo italiano; la diaspora dopo la fine del Psi, cui fa seguito il travaglio seguito alla vicenda complessiva della sinistra italiana, fatta naturalmente eccezione per coloro che hanno scelto di stare a destra, non ha significato dispersione e nemmeno negazione della possibilità di un reincontro in una qualche maniera strutturato anche se ciò non significa pensare di far rinascere il Psi finito nel naufragio del craxismo.

    Non è finito il socialismo; né i suoi valori, né, tantomeno, il portato di una presenza storica fondamentale e incancellabile nella storia italiana: culturalmente, civilmente, socialmente, politicamente. Da tempo tale spazio, vitale per la democrazia e la sinistra italiana, non è adeguatamente interpretato, soggettivizzato e politicamente interlocutore della vicenda italiana. I socialisti che non sono andati a destra – e non ci riferiamo solo a coloro a suo tempo militanti nel Psi ma anche a quelli che, nel post Psi, hanno maturato una scelta socialista – da tempo oramai si vanno, in varie forme e modi, incontrando, discutendo, interrogandosi su un futuro che non riguarda le loro possibili nascoste intenzioni di personalismo politico, ma il modo in cui restituire quella dignità di ruolo, organizzazione e interlocuzione politica che spetta al socialismo nel contesto della crisi aspra della democrazia italiana. È alla rinascita del socialismo che si collega l’opzione possibile di rinascita della sinistra italiana; di un soggetto concretamente ancorato a valori di ragione e funzione storica.

    Esiste una vitalità che fa molta fatica a emergere e comporre un canone di intenzione politica comune. Essa, in più, non è sicuramente favorita dal fatto che non pochi compagni militino in diversi partiti del centro-sinistra, svincolati da una comune appartenenza partitica. E’ una constatazione che non vuole essere critica di libere scelte; il problema è se si considera la questione di cui sopra nell’ottica del proprio pensarsi autonomamente oppure in quella di far sì che si ritenga che essa possa essere avviata a soluzione, basti che questo o quel partito marci, come qualche autorevole compagno ha auspicato, verso un “orientamento” socialista. E’ quasi banale controbattere che il socialismo non è un “orientamento”, ma una scelta identitaria piantata nella storia e nelle lotte del Paese e se l’orientamento può essere assolto dallo stringere rapporti con sigle socialiste sovranazionali, per esempio il Pse, ciò è certo rilevante, ma non dirimente poiché il tutto continua a rimanere aperto.

    Bisogna anche dire che, tra le tante drammatiche irrisolutezze e difficoltà della nostra democrazia, ve ne è una che può apparire tutta concettuale mentre è genuinamente politica. Essa consiste nel considerare come sinistra quella parte che si oppone alla destra. Non è così. Chi si oppone alla destra è, o dovrebbe essere, un “progressista”. Chi è progressista oggi in Italia? Sul partito di Monti avremmo qualche riserva e sul movimento di Grillo qualcosa di più. Dopodiché, certo, chi si oppone alla destra è, in quanto tale, un alleato possibile per la sinistra. Ma definire “di sinistra” il Pd tutto quanto è cosa che nemmeno i democrat sostengono. Mentre Sel è senza dubbio una forza di sinistra, pur se talora pare modularsi più in funzione delle dinamiche interne al Pd che non di una ricomposizione della sinistra italiana.

    Parimenti, scommettere sui giochi di ruolo interni al Pd affinché si sposti un po’ più a sinistra, ci sembra inutile e non certo perché gradiremmo un Pd più a sinistra, ma in quanto la logica di quel partito non gli permette di andare oltre la frontiera del “progressismo”.

    Siamo, insomma, dentro una fase che è non solo di transizione, ma di sbandamento, e però anche di ricerca. E siamo convinti che dai socialisti, “volgo disperso” che partito non ha, ci si aspetta che un colpo venga battuto.

    Ora, affinché tale colpo si senta, occorre che qualcuno ritenga di avere la soluzione in tasca e, quindi, cerchi di imporre la propria idea; e occorre che si ricompongano le basi culturali della ragione socialista in un’ottica non solo “culturale”, bensì politica e, quindi, nelle condizioni di cercare di interloquire pensandosi autonomamente rispetto al quadro complessivo del centro-sinistra, della stessa Sel e pure del Psi, oggi ovattato nelle pieghe del Pd.

    Ciò detto, che fare? Come sappiamo bene non esistono soluzioni tecniche che risolvano quelle politiche. Per cui non sarebbe possibile pensare di procedere con un passo di nuovo partitismo e non per la logica frusta del nuovo “partitino” – anche Sel è un partitino e del Psi non se ne parla.

    Un soggetto politico, grande o piccolo che sia, è tale se vi sono ragioni identitarie che lo rendono non uno strumento politicista di un dato momento della vicenda politica, ma espressione di un disegno che coinvolge la storia, le idee, la concezione del mondo e dello Stato in rapporto a un blocco sociale che vuole rappresentanza. Inoltre, per incidere nel presente e sperare nella costruzione di un futuro più giusto e migliore, occorre non avere la scarlattina del “governismo”, rifuggendo dalla logica, fortemente insediatasi nell’Italia del bipolarismo, che riduce la politica al governo.

    E’ evidente che ogni operazione tesa a ricompattare, in qualche modo, il disperso mondo socialista richiede chiarezza e serietà d’intenti. Chi scrive ritiene che sui debba compiere ogni sforzo in siffatta direzione pur non nascondendoci la complessità dell’impostazione e del procedere. Certo è che, stare in attesa di iniziative altrui è sicuramente legittimo, ma altro rispetto a ciò di cui parliamo; infatti, una cosa è se si determina una “interlocuzione” socialista interna al Pd o a Sel – cosa finora non avvenuta e non crediamo per dimenticanza di qualcuno – altro è disporre di una forma soggettiva che, cosciente di se stessa, pone al Pd il perché non riesce a essere il pilastro vincente dell’Italia che non è di destra e a Sel quello della ricostruzione della sinistra; di una sinistra, beninteso, non a “orientamento” socialista, ma socialista punto e basta. Questo è l’unico modo nel quale essa possa essere. E questo è dunque anche l’unico modo nel quale essa possa reggere all’urto a venire, tenendo il campo della democrazia contro ogni tentazione tecnicistica, qualunquistica o addirittura sfascista. E, visto che ci siamo, chiediamo anche al Psi le ragioni di una totale afonia sulle questioni inerenti lo stato e le vicende del socialismo in Italia.

    Le forze interessate, prescindendo dalle analisi del presente che ognuna può fare, debbono chiarire, a se stesse innanzi tutto, se esiste una convergenza possibile sul futuro – quello più prossimo, intendiamo – e se i fattori di convergenza prevalgono. Occorre focalizzare i punti di valore e di cultura che fissano l’insieme – e trattandosi di socialismo non dovrebbe essere impresa ardua. Occorrono ipotesi pratiche sul presente, nonché quel minimo organizzativo che responsabilizzi l’operazione.

    Su tutto, comunque, prevale l’intenzione che è il dato sul quale si determina la politica; se l’intenzione non è comune, tanto vale nemmeno provarcisi; se lo è, rispetto a quelle che abbiamo accennato, e ve ne possono essere pure altre, è questione della discussione.

    Sarà possibile? C’è chi ci sta lavorando e ci auguriamo che l’esito sia positivo. Perché non possiamo assistere a un insieme di monadi alcune delle quali confidano nella proposta del “governo di cambiamento” avanzata da Bersani – e si è visto che era un pensiero ipotetico dell’irrealtà, ma non c’era bisogno di essere indovini per capirne l’esito. Né possiamo solo attendere che l’annunciata adesione di Sel al Pse, se avviene, chiuda il problema. Tutto questo è un po’ poco; anzi più poco che un po’. Naturalmente, poi, nessuno è obbligato a stare dietro a ciò in cui non crede, come non è vietato continuare a credere in ciò di cui si è convinti.

 

Parliamo di socialismo - Sarà la Corte Costituzionale a eliminare la “Porcata”?

di Cesare Salvi

Tra qualche mese la Corte costituzionale dovrà pronunciarsi sugli aspetti della legge elettorale sui quali la Corte di cassazione ha sollevato la questione di legittimità. Essi riguardano, com'è noto, da un lato le modalità per l'attribuzione del premio di maggioranza (considerato eccessivo per la Camera, irrazionale per il Senato) e dall'altro le liste bloccate che, secondo la Cassazione, impediscono agli elettori un effettivo potere di scelta dei parlamentari. La Corte costituzionale aveva in precedenza, in due ordinanze in tema di referendum elettorali, già sollevato dubbi sulla legittimità di tali norme, dubbi ribaditi dal suo Presidente Franco Gallo in una recente conferenza stampa.

    Se il parlamento non interverrà prima, è quindi probabile che il giudizio della Consulta sarà di accoglimento. Ma con quali effetti? Il problema si pone perché la Corte costituzionale ha in passato affermato, in sede di esame dei quesiti referendari, che non è ammissibile una fase nella quale vi sia assenza di una legge elettorale operativa. A questo punto è possibile quindi prevedere che la Corte avrà due opzioni: la prima è quella di dichiarare interamente incostituzionale la legge vigente, affermando nel contempo la reviviscenza della legge Mattarella. Secondo alcuni giuristi, infatti, questo risultato, che non potrebbe essere realizzato per via referendaria, sarebbe invece possibile con una sentenza della Corte. La seconda opzione è quella di una sentenza che dichiari incostituzionale solo una parte della legge, lasciandola vivere per il resto. Ciò probabilmente dovrebbe riguardare l'attribuzione dei premi e le correlate soglie di sbarramento (che oggi sono differenziate perché legate al premio). Se fosse seguita questa strada, la nostra legge elettorale diventerebbe simile a quella tedesca: proporzionale con sbarramento.

    Nel frattempo, la non più strana maggioranza sta discutendo di una legge che elimini i principali difetti di quella attuale, in attesa della più o meno probabile conclusione dell'iter dell'ipotizzata "grande riforma" costituzionale.

    Si tratterebbe di una legge provvisoria, "di salvaguardia", com'è stato detto.

    Ma anche se si vuole seguire questa strada, occorre avere anzitutto chiaro l'obiettivo che si intende perseguire. Se si ritiene che si debba rivitalizzare il bipolarismo, occorre innestare sulla legge attuale il doppio turno. In altri termini, se al primo turno nessuna coalizione ha avuto la maggioranza assoluta, si procederebbe a un secondo turno fra le due coalizioni più votate. A questo punto, la coalizione vincente al ballottaggio avrebbe ovviamente una percentuale di voti superiore al 50%, e quindi l'attribuzione del premio non sarebbe più ingiustificata. L'altra soluzione è di eliminare il premio di maggioranza o assegnarlo solo sulla base di un consenso molto elevato. Si avrebbe un sistema di tipo tedesco, che comporterebbe, nell'attuale configurazione del sistema politico italiano, l'elevata probabilità di un governo di coalizione dopo il voto.

    Restano aperte due questioni. La prima è quella dell'eliminazione dei listoni bloccati, con la preferenza o con liste più corte e il divieto di pluricandidature. Il secondo problema è più complesso, e riguarda il bicameralismo. Se si adotta un impianto proporzionale, la possibilità di esiti differenti nei due rami del Parlamento permane (se non altro per la differenza di età nell'elettorato attivo), ma certamente sarebbe meno rilevante.

    Per l'altro sistema ipotizzato (il doppio turno di coalizione) è invece difficile e forse impossibile, a Costituzione invariata, assicurare un esito conforme per Camera e Senato.

    Queste considerazioni inducono a una riflessione conclusiva. Invece di perseguire il macchinoso meccanismo ventilato per le riforme costituzionali, e che ha già sollevato serie critiche, non sarebbe preferibile concentrarsi subito su una "buona" legge elettorale, e limitarsi per la Costituzione a un intervento secondo le ordinarie procedure dell'art. 138 sui due punti (la riforma del Senato e la riduzione del numero dei parlamentari) sui quali consente ogni persona di buon senso, e rinviare a tempi auspicabilmente migliori, e quindi alla prossima legislatura, più ambiziosi progetti di riforma?