martedì 12 ottobre 2010

Sempre colpa della Fiom ?

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

La Fiat perde quote di mercato in Europa a favore di aziende dove gli operai sono pagati di più e lavorano di meno, ma, naturalmente è tutta colpa della Fiom.  

di Giorgio Cremaschi

Le esternazioni di Marchionne sono come le barzellette di Berlusconi. Sono reazionarie, non fanno ridere nessuno, ma servono a coprire la realtà.

    Oramai gli attacchi di Marchionne alla Fiom hanno una corrispondenza pressoché millimetrica con i risultati produttivi della Fiat. Tutte le volte che vengono dati i risultati delle vendite in Italia e in Europa, ci si deve aspettare un attacco alla Fiom.

    Un anno fa la Fiat aveva dichiarato che la quota di sicurezza nel mercato italiano doveva essere superiore al 30% delle vendite, oggi è al 28. In Europa le quote Fiat stanno crollando sotto il 7%, quando l'obiettivo era arrivare a 10.

    Nello stesso tempo la Volkswagen, i cui operai prendono 2500 euro netti al mese, e che ha sì l'orario flessibile, ma nel senso che quando va male si fanno 28 ore alla settimana e quando ci sono picchi produttivi se ne fanno 40, restando l'orario medio a 35 ore, nel frattempo la Volkswagen vende sempre più macchine.

    La Fiat perde quote di mercato in Europa a favore di aziende dove gli operai sono pagati di più e lavorano di meno, ma, naturalmente è tutta colpa della Fiom.

    Anche il rappresentante degli industriali progressisti, Luca di Montezemolo si sta marchionnizzando. Alla Ferrari si è messo a insultare i sindacati e le Rsu, perché fanno sciopero dopo due anni che non rinnova l'accordo aziendale e vuole imporre orari non contrattati.

    La musica è sempre quella, peggio vanno le cose, peggio devono andare per i lavoratori e per quei sindacati che non accettano semplicemente di arrendersi.

    Le esternazioni di Marchionne sono in realtà l'emblema della crisi italiana. La crisi di un Paese che dovrebbe fare investimenti nel lavoro e nelle politiche industriali, nella tecnologia e nell'innovazione e che invece regredisce chiedendo ai lavoratori di pagare tutto.



Tutti con la Fiom
in piazza il 16 ottobre

Il videoappello di Andrea Camilleri

http://temi.repubblica.it/micromega-online/video-appello-di-andrea-camilleri-tutti-in-piazza-con-la-fiom-il-16-ottobre/

Il PSI di Craxi e la sfida di Epinay

IPSE DIXIT

Solidarietà con il mondo sindacale - «Solo mettendo al centro il tema del lavoro la politica può esprimere una vera solidarietà con il mondo sindacale».

Peppino Caldarola

Alla casa di cui Luca (LC 19, 46) - «Prima della visita di Ratzinger a Palermo solerti funzionari del governo del bestemmiatore e del celtico hanno fatto sequestrare uno striscione con una frase del vangelo: “La mia casa è casa di preghiera ma voi ne avete fatto una spelonca di ladri”».

Paolo Flores D'Arcais

Riceviamo dal Gruppo di Volpedo
http://www.gruppodivolpedo.it/
e volentieri pubblichiamo

Il PSI di Craxi e la sfida di Epinay

Seconda parte del discorso tenuto da Ugo Intini al convegno di Volpedo sul tema "Epinay". In questa parte del suo discorso l'ex vice-segretario del PSI riflette sul contesto storico in cui ebbe luogo il tentativo di Bettino Craxi di far propria la lezione mitterrandiana.

INTERVENTO AL III CONVEGNO COORDINAMENTO DEI CIRCOLI SOCIALISTI "GRUPPO DI VOLPEDO" 10.9.2010

di Ugo Intini

La lezione di Epinay, in effetti, fu recepita dai socialisti italiani, trent’anni fa’. Craxi e il PSI, come è noto, lanciarono l’idea di una grande riforma delle istituzioni nel 1979. Pensavano all’elezione diretta del presidente della Repubblica, come in Francia, e quindi a uno schema bipolare. In questo schema, Craxi immaginava che il candidato della sinistra potenzialmente vincente potesse essere soltanto un candidato collocato più verso il centro, e quindi lui stesso. Pensava a un riequilibrio all’interno della sinistra tra comunisti e socialisti a vantaggio di questi ultimi e in sostanza allo schema Mitterrand, che era il nostro mito.

    Forse, nel 1989 si sarebbe potuto realizzare quest’obiettivo, dopo il crollo del muro di Berlino? C’è una teoria: che i socialisti, sciaguratamente, abbiano compiuto le scelte sbagliate esattamente nei due momenti epocali in cui il mondo stava cambiando.

    Nel 1948, iniziò la guerra fredda, il mondo fu diviso in due dalla cortina di ferro. E Nenni cosa fece? Si alleò con i comunisti, collocandosi dalla parte sbagliata nel momento decisivo. Il che spiega come mai i socialisti italiani siano rimasti poi irreparabilmente in una condizione di inferiorità.

    Nel 1989, la guerra fredda finì con la sconfitta del comunismo e la cortina di ferro cadde. In questo secondo momento epocale, Craxi avrebbe dovuto fare la scelta opposta a quella di Nenni: questa volta, si’, avrebbe dovuto allearsi con i comunisti (anzi, con gli ex-comunisti) e invece rimase alleato con la Democrazia Cristiana.

    Un seme di verità abita in tutto questo, ma soltanto un seme. Perché si dimenticano alcuni elementi importanti. Craxi aveva davvero nel 1989 l’obiettivo strategico di allearsi con gli ex comunisti e diventare il leader di uno schieramento di sinistra vincente. Ma fu ostacolato da alcune circostanze che gli fecero perdere una finestra di opportunità decisiva, sino a che, con l’esplosione di Mani Pulite, la finestra si chiuse.

    Per allearsi elettoralmente con gli ex comunisti, bisognava imporre le elezioni politiche anticipate prima della scadenza naturale del 1992, e tutti erano contrari a questa prospettiva, in particolare i media, che scatenarono una campagna terribile contro il partito “irresponsabile” delle elezioni. Il riequilibrio di forze tra ex comunisti e PSI non c’era ancora stato e quindi una sinistra a prevalente peso comunista sarebbe stata sicuramente perdente.

    Infine, si manifestò un avvenimento decisivo, oggi troppo facilmente dimenticato: la preparazione della prima guerra contro l’Iraq, che esplose nel 1991. In quest’occasione, l’ex PCI si schierò contro la guerra e contro l’Occidente, con manifestazioni durissime. Contro l’Occidente, e anche contro i governi europei a guida socialista, che a questo primo intervento in Iraq furono assolutamente favorevoli, perché si trattava di liberare il Kuwait e quindi di una causa giusta (situazione molto diversa da quella della sciagurata seconda guerra, voluta da Bush figlio).

    Incredibilmente, l’ex PCI, sia pure per breve tempo, si schierò ancora una volta dalla parte sbagliata nonostante la caduta del Muro di Berlino e resuscitò ancora una volta quel “vincolo internazionale” che ne aveva reso impossibile per decenni la partecipazione al governo. (2/2 – fine)    

martedì 5 ottobre 2010

IN BREVE - Rassegna

IN BREVE
a cura di rassegna.it 

Governo
Fiducia al Senato con 174 sì
Il Senato vota la fiducia al governo con 174 sì e 129 no. Presenti 305 senatori, votanti 303, la maggioranza richiesta era di 152 ma non c'erano rischi per il governo perché Pdl e Lega hanno da soli quota 152. Berlusconi ripete la lista dei 5 punti e ostenta sicurezza. E Bossi cambia idea: non si va al voto.



Istat
Un giovane su tre lavora durante gli studi
Secondo l'Istituto di statistica, 4 milioni e mezzo di giovani partecipano a stage o svolgono un lavoro prima di concludere il percorso formativo. Per molti serve a mantenersi agli studi. La quota scende al Sud, dove aumenta l'abbandono scolastico.


Inflazione
A settembre stabile all'1,6%
È lo stesso livello segnato nel mese precedente. Registrato invece un calo dello 0,2% rispetto ad agosto. Lo comunica l'Istat nelle stime preliminari, precisando che il dato congiunturale è il primo negativo dal settembre del 2009. Si tratta di una discesa dovuta al comparto dei servizi.



Firema, operai sul tetto
"Lottiamo per salvarci"
Parla uno di loro, Giovanni Ianniello, 48 anni. "Siamo anche in sciopero della fame, quassù è dura". Ma non si arrendono. "Questa fabbrica può ripartire, abbiamo commesse per 25 milioni di euro. Il lavoro c'è, i problemi sono soltanto finanziari". Intanto l'incontro al ministero dello Sviluppo economico slitta a data da destinarsi.



Fincantieri
Resta l'incertezza
Nell'incontro del 27 settembre l'azienda si è impegnata a mantenere siti e livelli occupazionali. La crisi del settore, tuttavia, è ancora molto pesante e il governo è assente e inadempiente. L'1 ottobre è sciopero e manifestazione nazionale a Roma. Un operaio dell'indotto, licenziato l'anno scorso, si suicida.



Unicredit
Ghizzoni nuovo ad
Lo ha nominato il Cda, che ha invece indicato il direttore generale. "Il gruppo è molto forte, continuiamo così come abbiamo fatto fino ad ora'. Queste le sue prime parole. "Siamo soddisfatti per la nomina e non saliremo nel capitale di Unicredit, resteremo al livello attuale", ha affermato il vicepresidente del gruppo, nonché governatore della Banca Centrale libica, Farhat Omar Bengdara.



Campania
Per la sanità solo tagli
Il piano sanitario della giunta Caldoro rischia di eliminare servizi essenziali. "E' fatto unicamente di tagli, premiate le cliniche private". Blocco della vendita diretta dei farmaci mutuabili, stipendi non pagati negli ospedali e nelle Asl.



Scuola
Adro, aggredita militante Cgil 
Romana Gandossi, delegata di zona dello Spi, stava accompagnando la nipote nella tanto discussa scuola Gianfranco Miglio, quando alcune donne si sono avvicinate minacciosamente e l'hanno aggredita: "E' tutta colpa tua, tu non puoi entrare". Lei: "Aggressione montata dal sindaco, cercano un capro espiatorio".



Birmania
Suu Kyi sarà liberata
La dissidente birmana Aung San Suu Kyi sarà liberata poco dopo le elezioni del 7 novembre, le prime in 20 anni. Lo hanno detto fonti ufficiali birmane 

La recessione aggrava il clima sociale

IPSE DIXIT

Sulle apparenze - «Il cielo sta diventando più chiaro, in distanza qualcuno solleva una saracinesca. . . ci sono persino rondini che volano attorno agli alberi di fronte, come se dovesse succedere qualcosa.

Poi campane in distanza. Chi suona le campane? Chi solleva la saracinesca?
Non lontano c’è un quartiere di palazzoni nuovi a forma di torri, dove regna il silenzio. La cabina telefonica all’angolo. Qualcuno mette in moto una macchina e parte. . . la commedia delle apparenze continua sempre là fuori, non si ferma mai.»

Gianni Celati



LAVORO E DIRITTI
a cura di rassegna.it

La recessione aggrava il clima sociale

Il persistere della "recessione dei mercati del lavoro" sta aggravando il clima sociale in numerosi paesi. E' l'allarme lanciato dall'Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), nel suo nuovo studio del "World of Work Report 2010-from one crisis to the next?". Per l'ILO "si registrano sempre nuove tensioni sociali dovute al persistere della crisi dei mercati del lavoro. I governi non scelgano tra esigenze dei mercati e bisogni dei cittadini".

A dire il vero, nello studio l'Ilo riconosce che, dopo oltre due anni di crisi, l'economia globale ha ricominciato a crescere e che in alcuni paesi, in particolare nelle economie emergenti di Asia e America Latina, si assiste ad incoraggianti segnali di ripresa del mercato del lavoro. Tuttavia, il Rapporto dell'International Institute for Labour Studies dell'Ilo avverte: "Nonostante questi significativi risultati, nuove nubi sono apparse all'orizzonte e le prospettive dell'occupazione sono notevolmente peggiorate in numerosi paesi".

L'Organizzazione internazionale segnala infatti che, se le attuali politiche persistono, la situazione occupazionale delle economie avanzate ritornerà ai livelli antecedenti la crisi non prima del 2015 e non più, come previsto un anno fa, entro il 2013. Allo stesso tempo, afferma il Rapporto, nei paesi emergenti e in via di sviluppo, nonostante l'occupazione abbia iniziato a riprendersi, sono ancora necessari oltre 8 milioni di nuovi posti di lavoro per ritornare ai livelli pre-crisi.

"Più lunga sarà la recessione del mercato del lavoro, maggiori saranno le difficoltà di trovare un nuovo impiego per le persone in cerca di lavoro", si legge nel testo. "Nei 35 paesi per cui sono disponibili dati, circa il 40 per cento delle persone in cerca di lavoro è disoccupato da più di un anno e rischia di demoralizzarsi, perdere stima in se stesso e avere problemi psicologici. E' importante segnalare che i giovani sono stati i più duramente colpiti dalla disoccupazione".

"L'equità - ha affermato Juan Somavia, direttore generale dell'Ilo - deve essere la bussola che ci conduce fuori da questa crisi. La gente può comprendere e accettare delle scelte difficili solo se percepisce che tutti si stanno assumendo il proprio carico di responsabilità. I governi non dovrebbero dover scegliere tra le esigenze dei mercati finanziari e i bisogni dei propri cittadini. La stabilità finanziaria e la stabilità sociale devono andare di pari passo. In caso contrario, non sarà solo l'economia mondiale ad essere in pericolo ma anche la coesione sociale".

Dallo studio, in particolare, emergono casi di tensioni sociali legate alla crisi economica e finanziaria che sono state registrati in almeno 25 paesi, molti dei quali avanzati. Anche in alcune economie emergenti sono state riscontrate tensioni sociali legate ai livelli salariali e alle condizioni di lavoro. Numerosi paesi che alla fine del 2009 avevano registrato una crescita occupazionale positiva, in effetti, stanno ora assistendo ad un rallentamento della ripresa del mercato del lavoro. Allo stesso tempo, il rapporto segnala che nel 2009, nei paesi per cui sono disponibili dati, oltre 4 milioni di persone che erano alla ricerca di un lavoro hanno smesso di cercarlo attivamente.

In oltre i tre quarti degli 82 paesi per cui sono disponibili dati, nel 2009 la popolazione ha percepito un peggioramento della propria qualità di vita e delle proprie condizioni di esistenza, in rapporto a quanto rilevato nel 2006. Anche tra i lavoratori il livello di soddisfazione professionale è diminuito significativamente e il senso di ingiustizia è aumentato in 46 degli 83 paesi. In 36 dei 72 paesi, si legge ancora nel Rapporto, oggi le persone hanno meno fiducia nei propri governi rispetto al periodo precedente alla crisi.

Nello studio si legge ancora: "La coesistenza fra una crescita trainata dal debito in alcuni paesi industrializzati e una crescita guidata dalle esportazioni nelle maggiori economie emergenti ha dimostrato di essere il tallone d'Achille dell'economia mondiale". La ripresa dunque continuerà ad essere fragile finché i salari continueranno a crescere meno velocemente rispetto agli aumenti di produttività e finché il sistema finanziario continuerà ad avere delle disfunzioni.

L'Ilo propone quindi una triplice ricetta per uscire dalla crisi, un approccio che stimolerebbe la creazione di posti di lavoro nel breve periodo e una crescita economica di migliore qualità in futuro. Questo approccio prevede: il rafforzamento delle politiche incentrate sul lavoro volte a ridurre il rischio di una crescente disoccupazione di lungo periodo; la promozione di un più stretto collegamento tra i livelli salariali e gli aumenti di produttività nei paesi eccedentari; la realizzazione di una reale riforma finanziaria che consenta di incanalare i risparmi in investimenti più produttivi e nella creazione di posti di lavoro più stabili.     

Occorre un governo di unità nazionale

       
Riceviamo dal Gruppo di Volpedo

(http://www.gruppodivolpedo.it/) e volentieri pubblichiamo


"Di fronte a tante emergenze del nostro Paese oggi non è realistico seguire la lezione di Epinay, ma occorre una maggioranza di unità nazionale che, per un limitato periodo di tempo, riscriva le regole con un largo consenso e chiuda questo ventennio perduto per aprire un capitolo nuovo della storia nazionale". -- Di seguito iltesto con la prima parte del discorso tenuto da Ugo Intini al convegno di Volpedo sul tema "Epinay". In questa parte del suo discorso l'ex vice-segretario del PSI affronta l'attualità politica. Nella seconda parte, che apparirà sul prossimo numero dell'ADL, ripercorrerà il tentativo di Bettino Craxi di far propria la lezione mitterrandiana ma anche le cause per cui nel nostro Paese quel tentativo risultò impraticabile.

INTERVENTO AL III CONVEGNO COORDINAMENTO DEI CIRCOLI SOCIALISTI "GRUPPO DI VOLPEDO" 10.9.2010

di Ugo Intini

È ormai tardi per imitare Epinay, perché mancano tutti i presupposti. Non c’è più un partito socialista, e nella stragrande maggioranza della sinistra non c’è neppure la volontà di ricostruirlo. Non c’è un leader. Non c’è un forte sindacato. Non c’è un programma. Anche il bipolarismo, necessario presupposto di Epinay, è ormai entrato in una crisi profonda. Ed è un bene, per la verità, perché questo “bipolarismo all’italiana” è alla base di quello che spesso definisco il ventennio perduto.

    Per quasi un ventennio l’Italia, in mezzo a una sorta di guerra civile permanente, non ha affrontato uno solo dei grandi problemi irrisolti del Paese, non ha neppure avuto la stabilità normalmente garantita dal bipolarismo. Si è soltanto logorata affondando lentamente.

    Naturalmente, ci si deve domandare perché il bipolarismo funzioni in altri Paesi e non in Italia. La risposta è semplice, quasi ovvia. Il bipolarismo funziona negli altri Paesi perché in ciascuno dei due Poli l’area dell’estremismo è assolutamente ininfluente. In Italia, al contrario, l’area dell’estremismo non solo non è ininfluente, è al contrario trainante: il giustizialismo dipietrista che mette in pericolo lo Stato di diritto da una parte; il localismo leghista che mette in pericolo lo Stato nazionale e la sua unità dall’altra. Così, il bipolarismo all’italiana è diventato un furibondo, interminabile scontro tra gli urlatori di due opposte tifoserie.

    Soprattutto: il bipolarismo ormai è incompatibile con le due caratteristiche essenziali dell’Italia di oggi, che si chiamano unicità ed emergenza (l’una figlia dell’altra).

    “Unicità”, perché l’Italia è un insieme impressionante di casi unici al mondo. L’unico Paese dove l’uomo più ricco sia nel contempo il capo del Governo. L’unico dove da decenni si trascini un conflitto tra due poteri dello Stato: il potere esecutivo e quello giudiziario. L’unico dove esista, per lo meno latente, un conflitto tra capo dello Stato e capo del Governo. L’unico dove un magistrato sia diventato capo di un partito. L’unico dove il leader di un partito separatista sieda nel governo e nello stesso tempo dichiari di disprezzare la bandiera nazionale. L’unico dove gli ex fascisti e gli ex comunisti hanno vinto e si sono affermati personalmente come il personale politico dirigente in entrambi gli schieramenti politici. L’unico Paese, quanto meno in Europa, dove in pratica non ci sono più i partiti, sostituiti da un confuso populismo.

    In Italia i partiti non ci sono più, sono stati privati della loro tradizione, storia e cultura al punto tale che, sembra incredibile, la formazione parlamentare più antica d’Italia è ormai la Lega. Gli altri cambiano in continuo nome e simbolo. Cambiano nome e simbolo, ma i dirigenti restano sempre gli stessi. Al contrario di quanto avviene in Europa, dove i Partiti restano e i dirigenti vengono sostituiti. Il che non giova certo alla credibilità della nostra democrazia.

    Le unicità (evidentemente tutte legate tra loro in un rapporto di causa ed effetto) portano con sé le emergenze (anch’esse legate tra loro).

    C’è un’emergenza democratica, perché la distruzione dei partiti si accompagna a un paradosso. I partiti non ci sono più, e comunque non hanno più democrazia interna e hanno raggiunto il minimo della loro credibilità. Tuttavia i partiti giunti “al minimo”, hanno il massimo del potere mai avuto in Italia e in qualunque normale sistema democratico. I partiti in Italia hanno oggi il potere non di eleggere, ma di nominare i parlamentari. Così si spiega l’abbassamento di livello dei parlamentari stessi, la presenza di tanti portaborse e veline nelle due Camere, di tanti signori nessuno. Con il danno enorme che ne nasce, perché il Parlamento perde autorevolezza.

    C’è un’emergenza democratica per effetto del sistema elettorale che riguarda la scelta dei parlamentari ma anche,peggio ancora, per il modo con cui si stabilisce la maggioranza parlamentare. Al punto che ormai si può dubitare del fatto che le istituzioni abbiano un vero consenso. Guardiamo non le percentuali dei voti espressi, ma le cifre vere. Un 30 per cento di cittadini ormai non va più a votare. Attenzione:non sono, come nei Paesi normali,quelli disinteressati alla politica. Spesso sono quelli anche troppo interessati e sofisticati,che non si vogliono assoggettare a un meccanismo che impone di stare di qua e di là(o mangi questa pessima minestra,o mangi questa ancora peggiore,oppure salti dalla finestra). Un altro dieci per cento è costituito da schede bianche (o dove i cittadini scrivono insulti). Un altro dieci per cento di elettori non è rappresentato nelle istituzioni,perché vota per partiti che non superano la soglia di sbarramento. Poi ci sono i voti espressi per il terzo polo,per chi non sta né con il principale schieramento di destra né con il principale schieramento di sinistra. In conclusione, può vincere e conquistare un enorme premio di maggioranza che assicura il completo dominio del Parlamento un partito il quale abbia il consenso di un quarto -un quinto dell’elettorato. Francamente una situazione al di là dei limiti di guardia per la esiguità del consenso.

    C’è una emergenza democratica anche provocata dalla mancanza di credibilità dell’informazione. Perché i media (o per il peso della proprietà, o per la loro faziosità) sono diventati non osservatori passabilmente sereni della realtà, ma manipolatori della realtà stessa e furibondi protagonisti dello scontro politico (anzi, aizzatori a uno scontro di cui non amano assumere poi alcuna responsabilità).

    C’è, poi anche, un’emergenza economica, perché da un decennio l’Italia è il paese che cresce di meno in Europa e che continuamente perde in competitività.

    C’è, ancora, un’emergenza morale, perché i dirigenti politici rubano ormai per sé, senza nemmeno più l’alibi di finanziare il partito. E si muovono con una sostanziale impunità, perché si è passati da un eccesso all’eccesso opposto: dallo strapotere della magistratura a un meccanismo di sostanziale, arrogante impunità.

    C’è un’emergenza criminale, perché ormai intere aree del Paese sono in mano alla malavita organizzata.
    C’è un’emergenza politica che in queste settimane è sotto gli occhi di tutti, accompagnata da un degrado totale della lotta politica stessa, fatta non di scontro tra idee, ma di ricatti e insinuazioni su famiglie, mogli e amanti.

    C’è infine l’emergenza più grave, che riguarda l’identità nazionale stessa. E’ il tema centrale del mio ultimo libro: Un bambino e la storia (www.unbambinoelastoria.com).

    Non vi si pensa, ma l’Italia è l’unico grande Paese moderno che non abbia una storia condivisa. Tutti, magari con qualche forzatura sulla realtà e qualche artificio, hanno saputo costruirsi una storia condivisa che faccia da cemento per la Nazione. L’Italia no. Anzi, la situazione si aggrava in continuo. La ferita della guerra civile 1943-45 non è mai stata sanata e al contrario si fa più profonda. Una ferita nuova si è creata molto più avanti nel tempo, perché il Paese si divide ormai con violenza su Mani Pulite e sul periodo 1992-1994 che ha dato origine alla seconda Repubblica (o meglio, che ha distrutto la prima Repubblica senza saper costruire la seconda).

    Una ferita, la più grave, si è creata alla base stessa della Nazione, minandola in modo sciagurato, perché ormai non tutti gli italiani (certamente non i leghisti) si riconoscono nei valori del Risorgimento, della bandiera e dell’unità nazionale.

    E’ amaro dirlo, ma paradossalmente persino durante la guerra civile 1943-45, fascisti e partigiani si scannavano, sì, ma entrambi si riconoscevano nel tricolore, in Garibaldi e Mazzini. Oggi non più, nemmeno all’interno della stessa maggioranza di governo.

    Bisogna, dunque, ricostruire sino a che si è in tempo una storia condivisa, porre fine a questa guerra civile strisciante. Di fronte a tante emergenze non è realistico seguire la lezione di Epinay, ma occorre una maggioranza di unità nazionale, che per un limitato periodo di tempo riscriva le regole con un largo consenso, chiuda un capitolo nero che si trascina durante questo “ventennio perduto” e apra un capitolo nuovo.

    L’ho detto al congresso del PSI di Montecatini nel luglio 2008, quando la proposta era assolutamente isolata e appariva una pazzia velleitaria. Insisto oggi, dopo che finalmente anche altri (da Casini a Pisanu) a tanti esponenti della società civile dicono la stessa cosa.

    Ciò conviene all’Italia, come si è visto. Conviene ai socialisti, che nello schema bipolare attuale non si riconoscono, tanto che votano un po’ di qua e un po’ di là. E conviene alla sinistra; perché, diciamo la verità, con lo schema bipolare attuale la sinistra non vincerà mai, essendo strutturalmente minoritaria. La ragione è semplice. Da una parte il dipietrismo e il grillismo sono cresciuti elettoralmente troppo, non si può più farne a meno. Dall’altra, con la palla al piede del dipietrismo e del giustizialismo, la sinistra non attirerà mai gli elettori moderati del centro senza i quali è impossibile vincere. E’ curioso, ma i nipoti di Togliatti hanno dimenticato la lezione di uno che aveva certo tante colpe, ma capiva le cose. Togliatti, giustamente, raccomandava sempre ai suoi comunisti di non spaventare la gente. Incredibilmente, gli ex comunisti se ne sono dimenticati e, con il dipietrismo, fanno “paura”.

    Concludo. Mai le nostre generazioni hanno visto per l’Italia un periodo così buio. Nel buio, abbiamo soltanto due luci e due fari. L’Europa e il socialismo democratico, che ci riempiono di orgoglio e ci danno speranza.

    L’Europa. Per la quale dobbiamo insistere: si è realizzata l’unità monetaria, adesso bisogna realizzare la sua naturale conseguenza, che è l’unità nella politica economica e bisogna infine realizzare l’unità politica.

    Il socialismo democratico, che ha vinto sul piano culturale ed economico dopo il ventennio dell’egemonia liberista. Un ventennio che ci ha portato al disastro. La catastrofe economica provocata dal liberismo senza freni è sotto gli occhi di tutti e, non dimentichiamolo, dimostra che avevamo ragione noi.

    Nel 2001 ho scritto un libro che si intitolava La privatizzazione della politica. Ripetevo, allora, che il “Blair, Blair” invocato da tanti a sinistra mi sembrava un “bla, bla”. Lamentavo che troppi “ex”, forse per far dimenticare di essere stati comunisti, erano diventati più liberisti dei liberisti.

    Mi si rimproverò di essere un “vetero socialista”. Scrivevo, in quel libro: “La barca dell’economia mondiale procede squilibrata, ma non soltanto. Ha a bordo un elefante che si muove disordinatamente e rischia continuamente di capovolgerla. L’elefante si chiama finanza globale, sta sostituendo l’economia reale con una virtuale: con una economia di carta, anzi di bit elettronici… Come un tessuto canceroso, questa economia di carta raddoppia di volume ogni due anni, rischiando di soffocare l’economia reale, anche perché alla carta non corrisponde la sostanza... Mantenere la stabilità dei mercati finanziari dovrebbe essere l’obbiettivo esplicito del potere politico. Esiste tuttavia su questo punto una forte opposizione da parte dei fondamentalisti del libero mercato, i quali sono contrari a ogni intervento pubblico, specialmente da parte di una organizzazione internazionale. Richiederà perciò un cambio di mentalità condurre i Parlamenti, i Governi e i mercati a riconoscere che essi hanno una comune responsabilità per la sopravvivenza del sistema. L’unica questione è se questo cambio di mentalità avverrà prima o dopo il crollo del sistema stesso”.

    Il crollo è avvenuto, il cambio è seguito (sempreché sia seguito davvero, e sarebbe lecito dubitarlo).
    Queste cose, io le scrivevo non perché fossi un profeta, ma perché ero un (modesto) propagandista delle idee socialiste. Le idee che hanno storicamente vinto ancora una volta. (1/2 - continua)