lunedì 9 febbraio 2015

Il nuovo Capo dello Stato

Un uomo dai tempi in cui c’era la politica

 

di Paolo Bagnoli

 

Per i prossimi sette anni il Colle più alto di Roma avrà il volto severo di Sergio Mattarella. Vedremo come sarà la sua presidenza; crediamo ben diversa da quella del suo predecessore. Facciamo al nuovo Presidente gli auguri più sinceri di un buono e proficuo lavoro convinti che, chi di solito parla poco, combina per lo più non male.

    Oggi quello che possiamo fare è di vedere il contesto politico nel quale è maturata la candidatura di Mattarella con la quale Matteo Renzi, va riconosciuto, porta a casa un risultato che lo rafforza. L’esigenza primaria che egli aveva era quella di tenere insieme un partito-contenitore che è un caleidoscopio in cui c’è tutto e pure il contrario di tutto. Per farlo doveva recuperare la dissidenza interna guidata da Bersani e qui si è cristallizzata la candidatura, non sappiamo se scientemente o per puro caso visto che il presidente del consiglio ha conosciuto di persona Mattarella solo pochi giorni orsono. I postcomunisti, quando vedono uno della vecchia sinistra DC, non resistono. A prescindere, avrebbe detto Totò. Il personaggio non era certo di quarta fila. Con ciò il partito-collettore si è ricompattato nel voto e il richiamo della sirena DC ha suonato anche in altre forze; così Mattarella ha avuto un successo innegabile.

    Renzi, inoltre, raccoglie un altro importante risultato che irrobustisce la sua leadership alla segreteria del PD. Oramai Bersani e i suoi hanno chiuso la loro corsa. Sul piano politico sono oggettivamente meno forti di prima e non potranno che omologarsi del tutto all’insieme renziano.

   Con la solita spregiudicatezza e velocità Renzi ha beffato Berlusconi. Prima gli ha carpito il voto sulla legge elettorale e poi lo ha mollato spaccandogli l’alleanza rimessa in piedi con Alfano. Crediamo che anche Raffaele Fitto, pure lui già dc, non debba lagnarsi della salita di un già dc al Quirinale!

    Nessuno sa più in che consista il cosiddetto “patto del Nazareno”. Era, e rimane, un’oscura sconcezza che ci sembra tanto profumare di assetto radiotelevisivo. Uno dei contraenti, Berlusconi ha ben poche armi in mano: quasi una forza di riserva di cui, nei momenti di difficoltà, il sulfureo presidente del consiglio si può servire come meglio crede.

    Ora, se esaminiamo in parallelo le sorti di quella che fu FI e di quella dei postcomunisti, pensiamo si possa dire che la Seconda Repubblica è sepolta. Essa ci lascia in eredità una democrazia dallo spazio più stretto, come ci dicono l’abolizione dei consigli provinciali e del Senato nonché una legge elettorale con un premio di maggioranza che equivale a circa la metà dei membri della Camera e un alto numero di nominati. Questo bipolarismo consegna il Paese a un partito padrone e, di fatto, istituisce un premierato forte.

    Ultima osservazione: se la Seconda Repubblica è tramontata e bisognerà pensarne una Terza è veramente significativo che al ruolo di garanzia e di traghettatore sia stato chiamato un uomo politico democristiano della Prima Repubblica, cioè di un’epoca in cui, pur con tutti i limiti e i difetti, c’era tuttavia la “politica”.

    

    

Il nuovo Capo dello Stato

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

 

L’ARBITRO E QUELLO DEL “CARPE DIEM”

 

di Emanuele Macaluso

 

Non voglio commentare, per filo e per segno, il discorso del presidente Mattarella. Ma sono rimasto estasiato da tutti i commenti degli addetti ai lavori e di tanti esponenti di primo, secondo, terzo e anche quarto piano i quali tutti, all’unisono, si attribuiscono i meriti della scelta e che adesso sotto tutti “mattarelliani”. E tutti accolgono con ovazione l’annuncio che il presidente sarà un arbitro imparziale.

    E cosa s’aspettavano che dicesse: “sarò di parte”? Uno spettacolo, quello dei commentatori, non proprio di grande levatura.

    Il discorso di giuramento del presidente della Repubblica, pregno di riferimenti alla Carta costituzionale, quasi una lectio costituzionale, viene da una profonda cultura politica del cattolicesimo democratico. Dove si trovano il tema dei diritti, del sociale, della politica internazionale e dei sentimenti popolari. Insomma, un discorso che contiene una visione della società, della politica e del ruolo istituzionale del Quirinale. 

    Anche il presidente del Consiglio, Renzi, si è profuso in sperticati giudizi. Ma io, detto con tutto il rispetto, non gli ho mai sentito pronunciare, anche in occasioni di una certa importanza, un discorso di forte spessore e che contenesse una visione strategica. Anche Renzi viene dal filone cristiano democratico. Ma tutti noi sappiamo che la storia dei cattolici impegnati in politica è fatta di esponenti di destra, di centro e di sinistra.

    A me Mattarella, persino nella figura fisica, ricorda Aldo Moro. Quello stile.

    Renzi è ancora fermo al “carpe diem”.

 

 

Il nuovo Capo dello Stato

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

 

Litanie

 

E come non parlare del discorso di insediamento del dodicesimo Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella?

 

di Edoardo Varini

 

La prima cosa che vorrei dire è che non è stato un discorso, è stata una litania. Dalla struttura di una litania: c'è un sacerdote che enuncia e un'assemblea che risponde. Assomiglia tanto, assomiglia troppo, alla Litania dei santi secondo il rito ambrosiano, quella da recitarsi prima delle sepolture.

 

·         Santa Maria / Intercedi per lei!

·         San Michele / Intercedi per lei!

·         San Giovanni / Intercedi per lei!

·         San Giuseppe / Intercedi per lei!

 

“Lei” è la Repubblica Italiana. Turrita, sì, come sempre, ma anche battuta, depredata, vilipesa, svenduta, irrisa, lapidata a morte da tutti quelli che hanno scagliato la prima, la seconda e la terza e la quarta e l'ennesima pietra per tacersi la coscienza con il loro frastuono.

 

·         Garantire la Costituzione significa garantire il diritto allo studio dei nostri ragazzi in una scuola moderna in ambienti sicuri, garantire il loro diritto al futuro. / Applausi!

·         Significa riconoscere e rendere effettivo il diritto al lavoro. / Applausi!

·         Significa promuovere la cultura diffusa e la ricerca di eccellenza, anche utilizzando le nuove tecnologie e superando il divario digitale. / Applausi!

·         Significa amare i nostri tesori ambientali e artistici. / Applausi!

·         Significa ripudiare la guerra e promuovere la pace. / Applausi…

 

La litania continua, ma io mi fermo qui. Per concludere con un passo che il Presidente ha messo in cima: «Dobbiamo saper scongiurare il rischio che la crisi economica intacchi il rispetto di principi e valori su cui si fonda il patto sociale sancito dalla Costituzione». Rischio? Presidente, non è un rischio. È già mille volte accaduto… >>> Continua la lettura sul sito

           

 

 

 

IPSE DIXIT

 

Molti anni dopo - «Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito.» – Gabriel Garcia Marquez

 

martedì 3 febbraio 2015

L’analisi - Il contagio greco

 di FeliceBesostri

 

La vittoria di Tsipras e Syriza è netta, anche se per 2 seggi non ha la maggioranza assoluta nel Parlamento monocamerale greco. Spero che a sinistra non si levino grida o imprecazioni di disappunto: Syriza ha il 36, 34%. La legge elettorale greca è meglio dell'Italikum, perché il premio di maggioranza è fisso, pari a 50 seggi e quindi non conferisce una percentuale fissa di seggi a prescindere dai voti. Quindi minore è il consenso elettorale tanto più alta è la consistenza del premio. Con il Porcellum era evidente, con l'Italikum al turno di ballottaggio. Altro elemento è la percentuale dei votanti ferma al 63,87%, peraltro superiore a quella italiana alle europee, e in leggera crescita rispetto al 62,49% del giugno 2012. L'elemento più spettacolare è la progressione geometrica del consenso di Syriza 16,79% e 52 seggi nel maggio 2012, 26,89% e 71 seggi nel giugno 2012 fino al 36,34% e 149 seggi nel gennaio 2015. Un successo indirettamente proporzionale a quello del PASOK, che nello stesso arco di tempo è passato dal 13,18% e 41 seggi del maggio n2012 al 12,28% e 33 seggi del giugno 2012 per finire al 4,68% e 13 seggi delle ultime elezioni.

    Un successo preparato da una coerenza politica e programmatica e da un radicamento sociale con la sua presenza con iniziative di welfare sociale solidale, sostitutivo di quello pubblico smantellato dall'austerità imposta dalla Troika. Una strategia simile a quella di Hamas nella striscia di Gaza o delle formazioni islamiste tunisine o egiziane: una caratteristica di formazioni nazional-popolari, lontane sia dal modello leninista, che socialdemocratico classico, piuttosto più simile alla fase iniziale del movimento operaio quello delle leghe e delle società di mutuo soccorso.

    C'è da sperare che la lezione greca non si traduca in un'imitazione invidiosa di un modello di successo, cui mancherebbe, comunque, il leader con il carisma di Tsipras. Certe parole d'ordine hanno segnato sconfitte clamorose della sinistra, come il "Faremo come in Russia!" del 1919-1921, nell'illusione di una Rivoluzione imminente, mentre montava la reazione fascista.

    Syriza nasce da una ricomposizione unitaria di formazioni diverse di sinistra: un prodotto di successo. Quando pezzi di gruppi dirigenti di sinistra si sono uniti in Italia hanno dato vita al fallimento della Sinistra Arcobaleno nel 2008 e alla Rivoluzione Civile del 2013. SEL si è salvata grazie ad un incostituzionale premio di maggioranza.

    Via via la sinistra italiana si è appassionata alla Linke, al Parti de la Gauche e più recentemente a Syriza o Podemos, come nell'ambientalismo il modello erano i Grünen tedeschi, tanto per rimanere in Europa. Ci sono state anche infatuazioni. terzomondiste da Castro al Sub-comandante Marcos, da Lula a Chavez.

    A sinistra sono progressivamente scomparsi o ridotti ai minimi termini i filoni ideali storici socialista e comunista, insieme con la rete delle Case del Popolo, solo parzialmente sostituite dai Circoli ARCI, per non parlare della trasformazione irreversibile del movimento cooperativo e dalla progressiva separazione dal Sindacato.

    Due pilastri della sinistra in Europa usciti da un circuito virtuoso di confronto e dibattito plurale a sinistra. Come fa la sinistra a rinnovarsi e ripensarsi in assenza di luoghi, anche fisici, di confronto? Questa è la prima necessità e soprattutto non pensare che i problemi sarebbero automaticamente risolti con la scoperta del leader, che mediaticamente possa competere con Renzi e Salvini: ammesso e non concesso che quello sia il problema dovremmo prima domandarci perché la sinistra non sia stata capace di produrre un leader. La ragione, non l'unica, ma la principale, è la sua mancanza di credibilità, come classe dirigente alternativa.

    Gli scandali dei rimborsi regionali sono stati generalizzati e trasversali. Le scelte di sopravvivenza hanno prevalso rispetto alla coerenza politica ed istituzionale. Un esempio recente, mentre in Parlamento la sinistra e i M5S contrastavano l'Italikum e la revisione costituzionale si partecipava alle elezioni farsa di secondo grado in 64 province e nelle città metropolitane continentali, escluse Venezia e Reggio Calabria. Ovvero la difesa del Porcellum nelle Giunte delle elezioni per compiere le surroghe, malgrado l'annullamento della Corte Costituzionale. Questa notizia non è di pubblico dominio, ma resta una vergogna.

    Le divisioni e gli esodi verso la maggioranza renziana sono un altro segno di una classe politica disinvolta.

    La scelta di allearsi con una formazione di destra dei Greci Indipendenti dell'ANEL desta perplessità, ma con i suoi 13 seggi mette con 162 seggi la maggioranza al sicuro e più coesa. Né con il Pasok con 13 seggi né con il KKE con 15 seggi vi era una possibile coalizione.

    Tuttavia se, come è doveroso, siamo convinti che Syriza non debba fallire per cambiare segno all'Europa, dobbiamo costruire una sinistra nuova anche in Italia. Una sfida per tutti, ma in particolare per i socialisti. Ci sono tre scelte teoriche: 1) conquistare la maggioranza del PSI; 2) Costituire un altro partito socialista; 3) Dare vita ad una Federazione per il Socialismo che abbia quantitativamente e qualitativamente una massa critica tale da rappresentare l'area socialista, i suoi valori, la sua storia, il suo pensiero e la sua elaborazione programmatica dentro alla società italiana e all'interno del dibattito della sinistra italiana per una proposta alternativa di governo e un progetto di società più giusta, libera e solidale che coniughi sogni e bisogni.

    Ciascuna delle complenti della sinistra e dei suoi filoni ideali si deve mettere alla prova nel confronto con tutti gli altri . I punti in comune vanno trovati con urgenza perché l'emergenza democratica è una priorità da affrontare. Una emergenza aggravata dalla crisi economica da cui bisogna uscire e che, invece, le politiche europee stanno rendendo più acuta con ricadute politiche e sociali, che minacciano la stessa costruzione europea. Non lo possiamo permettere.

 

Tsipras e sindacati, un dialogo difficile

LAVORO E DIRITTI

a cura di www.rassegna.it

  

di Dimitri Deliolanes

 

La dura crisi scoppiata nel 2010 ha dato un colpo decisivo alle due organizzazioni centrali. Sia la GSEE che l’ADEDY hanno proclamato più di una trentina di scioperi generali, ma senza alcun risultato. Non solo è stato violentemente abbattuto il costo del lavoro (in media di circa il 40%) ma anche i diritti sindacali sono stati drasticamente limitati. Perfino i contratti collettivi di lavoro hanno perso ogni rilevanza legale. Questo ha provocato una grave crisi di rappresentanza e incisività nel movimento sindacale greco. Syriza ne soffre ancora di più. La sua impetuosa crescita di consensi non si è tradotta anche in maggiore influenza all’interno delle due confederazioni. Persino al livello dei sindacati di categoria o negli ordini professionali, la corrente del partito, denominata META (Schieramento di Classe e di Lotta degli Operai e degli Impiegati) si trova in minoranza. L’intervento sul mondo del lavoro, quindi, deve per forza passare attraverso l’opera del governo.

    Nel programma economico del nuovo esecutivo la questione del lavoro sta ovviamente al primo posto. Come Tsipras ha annunciato già a settembre a Salonicco, i provvedimenti previsti si basano su due pilastri. Il primo è l’immediato intervento in favore delle famiglie senza alcun reddito. A questo si è voluto associare, però, anche un ripristino del minimo salariale ai valori pre-crisi, cioè 780 euro al mese al posto degli attuali 470. Il secondo pilastro è quello più noto e riguarda l’elaborazione di una strategia di sviluppo economico del paese. Su questo Syriza e lo stesso Tsipras sono stati molto riservati finora, e c’è un motivo. Il ragionamento del premier è che la Grecia ha ottenuto, con un costo altissimo e con una dose di contabilità creativa, un surplus notevole, quindi il settore pubblico non costituisce più quel pozzo senza fondo che inghiottiva enormi risorse statali. Il problema è il debito che pesa in maniera determinante sul bilancio dello stato, visto che ha raggiunto oramai il 176% dell'esiguo Pil greco. La proposta di rinegoziare il debito nasce da questa esigenza di liberare risorse per investimenti in favore dell’economia reale e creare occupazione, ed è accompagnata anche dalla condizione che la restituzione del debito sia accompagnata da una ripresa dello sviluppo. Tsipras ha ripetuto molte volte che non ha intenzione di tornare all’epoca dei deficit e per questo lascia ogni elaborazione riguardo una possibile strategia di sviluppo agli esiti della trattativa con l’Unione Europea. Sarebbe impossibile per qualunque governo greco fare piani sulla carta con capitali inesistenti, rispettando le norme in vigore sul deficit ed evitando di ricorrere ai mercati.

    Non resta quindi che valutare i possibili effetti che potrebbe avere sull’economia greca il ripristino dei minimi salariali del periodo pre-crisi. Secondo Tsipras, tali effetti sarebbero sicuramente positivi: aumentando, anche se di poco, gli stipendi, c’è speranza che tragga nuovo alimento il mercato e il denaro cominci a girare e provochi un aumento dei consumi, dando un po’ d'ossigeno all’oceano dei ceti medi ora in condizioni disastrate. Di più non si può sperare.

    Come finirà questa trattativa? Non è possibile fare previsioni. Evidentemente, non tutto il piano di Atene sarà recepito da Bruxelles è possibile dire già da ora che nessuno tirerà la corda con il rischio di spezzarla. Quindi tutte le chiacchiere sul possibile “grexit” erano solo espedienti pre-elettorali, finalizzati a spargere il terrore tra gli elettori incerti. Una volta che si sono dimostrati inefficaci, sono stati dimenticati già dopo la chiusura delle urne. L’essenziale è comprendere l’importanza attribuita dal nuovo governo ateniese alle reazioni degli altri governi europei, in particolare di quelli dei paesi indebitati come l’Italia. Tsipras ritiene, non a torto, che il caso greco fungerà da catalizzatore in modo da accelerare il processo di sganciamento dal merkelismo di gran parte dei governi interessati. D’altronde, in questa direzione lavora anche Draghi.  >>> Continua su rassegna.it   

 

mercoledì 17 dicembre 2014

Tiziana Parenti: “Piccoli gnomi arraffano”

Da Avanti! online

www.avantionline.it/

 

 

Intervista con Tiziana Parenti su Mafia Capitale. "La critica della politica e dei partiti, preziosa e feconda nel suo rigore, purché non priva di obiettività, senso della misura e capacità di distinguere è degenerata in anti-politica, cioè in patologia eversiva". Giorgio Napolitano si è espresso contro le infiltrazioni criminali nella vita politica e amministrativa e il degrado della stessa, e lo ha fatto dal palco di una manifestazione all'Accademia dei Lincei. Non ha mai nominato l'inchiesta penale in corso – nota come 'Mafia Capitale' – ma ha dichiarato che  "è ormai urgente la necessità di reagire" a una certa anti-politica, "denunciandone le faziosità, i luoghi comuni, le distorsioni impegnandoci su scala ben più ampia non solo nelle riforme necessarie" ma anche "a riavvicinare i giovani alla politica". Nel frattempo, stamane, sono stati consegnati – al capo della procura di Roma, Giuseppe Pignatone – alcuni documenti del Campidoglio considerati utili alle indagini sulla maxi-inchiesta. Sempre stamane il Psi ha illustrato un emendamento all'Italicum, il disegno di legge sulla riforma della legge elettorale attualmente in Commissione Affari Costituzionali al Senato, sulle modalità di ammissione dei candidati alle elezioni politiche, regionali e comunali. Sull'inchiesta che sta scuotendo il mondo politico Avanti! ne ha parlato con Tiziana Parenti che all'epoca di Tangentopoli faceva parte del pool di Mani Pulite, ex pubblico ministero, ex parlamentare, ex presidente della Commissione Antimafia.

 

di Silvia Sequi

 

In un'intervista su Lettera43, Antonio Di Pietro sembra riabilitare Bettino Craxi, dichiarando che l'ex leader socialista "denunciò il sistema di Tangentopoli sia in Parlamento che davanti ai giudici del tribunale di Milano. Gli altri invece facevano finta di non vedere".

    Quel mondo è lontano da quello di oggi. Una volta la statura politica era elevata, ora ci sono piccoli gnomi che arraffano, senza avere più il limite delle situazioni e nemmeno di se stessi. La riabilitazione di Craxi è nei fatti. Chi potrebbe, oggi, alzarsi in Parlamento come leader, in termini di coraggio e contenuti? Nessuno, credo davvero nessuno.

    Quali le differenze tra il malaffare degli anni '90 e quello dei giorni nostri?

    È completamente un'altra realtà, un'altra società che tende a scendere sempre più verso il basso. Oggi trovo sia diffusa parecchia mediocrità, che può essere assurta a una delle cause del crimine. Mancano le storie personali e culturali,  non c'è dunque ambizione personale. Soggetti con questi profili sono facili da avvicinare e da 'utilizzare'. Non trovo nessuno che abbia una caratura politica, che si costruisce nel tempo.

   Cosa pensa dell'intenzione del governo Renzi di innalzare la pena minima per corruzione da quattro a sei anni, e di allungare il periodo necessario per far scattare la prescrizione sui reati di corruzione?

    Quando le cose scoppiano, ecco che arriva lo spot elettorale. Più si alzano le pene, più si allontana la prescrizione, più i processi non si celebrano. E la giustizia non funzionerà mai. Se si vuole veramente approdare a un meccanismo equo e funzionale le pene devono essere ridotte. Ma applicate. In questa inchiesta specifica per dimostrare l'eventuale matrice di stampo mafioso il tempo previsto, per un processo di primo grado, è di 7/8 anni. La media dei processi penali in Italia è di 15 anni, il meccanismo della giustizia è totalmente inceppato. E poi mi domando: ma che senso ha se dopo più di un decennio il mondo e la società sono cambiati, diventando altro?

    Quale la causa di questo status quo?

    Abbiamo perso l'ottica politica per scegliere in quale società vogliamo vivere: ognuno sbanda e non si arriva da nessuna parte. La politica risiede nella costruzione del modello di una società in cui tutto il resto si inserisce, e noi italiani – da almeno un decennio – abbiamo perso questo approccio.

 

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martedì 9 dicembre 2014

La situazione politica - SENATORS

Il nostro ordinamento prevede un equilibrio al vertice dello Stato tra un Parlamento in posizione di primato, un Presidente garante delle Istituzioni e un Presidente del Consiglio. Prevede? Forse sarebbe meglio scrivere “prevedeva”…

 

di Felice Besostri

 

Raccomando a tutti di non reagire alla notizia che Riccardo Muti dovrebbe diventare il prossimo inquilino del Colle facendo riferimento al cosiddetto “Principio di Peter”: non è applicabile perché riguarda organizzazioni gerarchiche e meritocratiche. Le istituzioni costituzionali non sono gerarchiche e men che meno meritocratiche, come abbiamo modo di constatare quotidianamente.

    Per un grande direttore d’orchestra, come è Muti, il livello di incompetenza si raggiunge con la nomina a Direttore artistico, Sovraintendente di teatro d’opera o Ministro dello Spettacolo: Il Maestro Muti è già stato messo alla prova all’Opera di Roma. Quindi, non deve dimostrare più nulla!

    Con la morte di Abbado c’è un posto vacante come Senatore a vita, il Presidente Napolitano prima di andarsene, non si sa quando, nomini Muti. Avvalorerebbe una prassi già seguita con la morte della prof. Levi Montalcini. cui è seguita la nomina della prof. Cattaneo, donna e ricercatrice. E’ vero che non è detto che cessino le manovre per portare Muti al Quirinale. Dopo Monti la nomina a sentore a vita è un viatico per altri incarichi e poi passare da Senatore a vita a Senatore di diritto, dopo aver avuto il potere di nominare altri Senatori a vita può essere una tentazione vertiginosa. Unico Neo, che nel frattempo il Senato diventi quella roba informe, che è attualmente all’esame della Camera dei Deputati, dopo essere stata approvata dal Senato, probabilmente come gesto scaramantico.

    Con la nomina di Muti o di altri con le sue caratteristiche di estraneità alla politica, lo smantellamento della Costituzione della Repubblica farebbe un deciso e forse decisivo passo avanti: un segnale forte viste le difficoltà di far approvare l’Italikum e la revisione della Costituzione che, ben che vada, ha bisogno di 5 letture. Il nostro ordinamento prevede (forse sarebbe meglio scrivere “prevedeva”) un equilibrio al vertice dello Stato tra un Parlamento in posizione di primato, un Presidente garante delle Istituzioni e un Presidente del Consiglio.

    Il Parlamento con il premio di maggioranza e le liste bloccate è diventato un organo che, tuttalpiù, può fare i dispetti con il voto segreto, come si è visto per la Presidenza della Repubblica: un dispetto che ha comportato una "smagliatura" o uno "strappo" (le opinioni sono divise): la rielezione di Napolitano. Con Muti al Colle uscirebbe di scena anche la Presidenza della Repubblica. Resterebbe solo al comando, senza contrappesi, un Presidente del Consiglio dei Ministri, mai eletto, sempre più Premier o Cancelliere con un Parlamento composto da parlamentari nominati e terrorizzati di perdere il posto. Credo che paradossalmente si dovranno rimpiangere le interferenze di Napolitano, che ha dovuto supplire all’assenza di un Parlamento con un minimo di autorità politica e morale, non basta essere superiori ai consigli regionali per esercitare il ruolo assegnato dalla Costituzione, perché 2 è meglio di 1 e, senza contrappesi, la deriva autoritaria o, nel migliore dei casi, solipsista, appare inevitabile.