martedì 11 giugno 2013

STORIA E MEMORIA - Ricordare Matteotti

 Per ricordare il parlamentare socialista Giacomo Matteotti assassinato per mano di sicari fascisti il 10 giugno del 1924 riportiamo qui di seguito la prima parte del discorso tenuto da Giuliano Vassalli nel 2004 di fronte alla Camera dei Deputati. In testo ricostruisce la vita di Matteotti fino alla vigilia della Prima guerra mondiale.

 di Giuliano Vassalli

 Giacomo Matteotti fu figura poliedrica - e davvero si potrebbe dire "dalle molte vite" - che tutte consumò in un gran fuoco di passione e di abnegazione nello studio, nella ricerca giuridica, sociale e politica, nel lavoro diurno e notturno, nella propaganda, nell'organizzazione, nell'amministrazione, nell'impegno nei consigli comunali e provinciali e nel Parlamento nazionale. Sempre consapevole delle proprie scelte e delle rinunce che esse comportavano, sempre pronto anche al sacrificio, sino a quello supremo, e tuttavia animato, quasi sino alla fine, della speranza di potere un giorno trovare la possibilità di conciliare i propri interessi culturali con la strenua difesa degli interessi del proletariato e la non meno strenua difesa della libertà.
Matteotti fu studioso di diritto, di diritto penale prima e di pubblica finanza poi; fu organizzatore di leghe bracciantili per il collocamento della mano d'opera in un zona d'Italia devastata dalla miseria, dalle malattie, dall'emigrazione, dalla prepotenza degli agrari; fu amministratore delle pubbliche cose nei comuni e nella provincia del suo Polesine, fu uomo di partito combattivo e coraggioso, fu deputato per ben tre legislature, la terza delle quali fu ahimè ben breve perché la vita gli fu subito tolta.

    A questo aspetto del Matteotti parlamentare ha prevalentemente indirizzato il nobile suo intervento, in questa Camera dove altre volte Giacomo Matteotti fu degnamente commemorato, il presidente Pierferdinando Casini: perché qui furono dati da Matteotti alcuni dei suoi contributi più impegnati e più significativi, perché qui egli ebbe negli ultimi anni di vita una delle sue sedi preferite, forse la preferita tra tutte, perché qui intese portare parole di protesta, di monito, di preveggenza che fossero intese in tutta la nazione e non solo nel suo collegio elettorale, perché da qui partì il suo esempio in una dimensione che doveva divenire mondiale, perché qui, dal contegno coraggiosamente tenuto contro la dittatura, ebbe origine la sua drammatica fine.

    Di questa dimensione di Matteotti le parole del presidente Casini hanno dato alta testimonianza, sì che la nostra commemorazione, nell'80° anniversario di quella morte, potrebbe finire qui. Tuttavia, incaricato di qualche contributo più specifico sulle attività di Giacomo Matteotti, cercherò di assolvere il compito, reso ad un tempo più facile e più difficile per la molteplicità e la ricchezza delle biografie su di lui esistenti e degli altri studi che alla sua figura sono stati negli scorsi decenni e fino ad oggi dedicati.

    Dunque, anzitutto, Matteotti penalista, perché fu negli studi del diritto e della procedura penale che ebbe inizio la sua giovinezza operosa e fu alla loro diligente e informata coltivazione che sembrarono, in un primo momento, unicamente indirizzarsi la sua vita e la sua carriera.

    Del contenuto di detti studi ho avuto modo di occuparmi, presentando or è poco più di un anno i due volumi di Scritti giuridici, curati con sapienza e con amore dal professore Stefano Caretti, dalle cui pluriennali indagini su ogni aspetto della vita di Matteotti fatalmente trarrò molti riferimenti: in particolare, anche dalle sue raccolte delle commoventi Lettere a Giacomo e delle tenerissime Lettere a Velia, la moglie fidata ed amata che dopo pochi anni di gioia familiare con Giacomo e i tre bambini fu costretta a vivere in una permanente e trepidante lettera causata dalle assenze del marito travolto dagli impegni politici, e non di rado in grave ansietà per la stessa sorte di lui. Gli scritti penalistici di Matteotti vertono sia sul diritto sostanziale che sul diritto processuale (le due materie furono sino al 1938 oggetto di insegnamento congiunto) e non è questa la sede per soffermarvisi. Vorrei invece ricordare brevemente il contesto in cui quegli studi si svolsero.

    Matteotti apparteneva a famiglia che traeva umili origini da un paesino del Trentino, nella Val di Pejo, donde s'era spostata con il nonno di Giacomo, Matteo, a Fratta Polesine in quel di Rovigo. Il padre di Giacomo, Girolamo, sposatosi ad Isabella Garzarolo, donna di forti capacità e di grandi virtù, con il solerte lavoro di calderaio (lavoratore del rame e venditore diretto dei risultati del proprio lavoro) e con una vita tutta di risparmio ed estremamente oculata, era riuscito a diventare proprietario di vari terreni e fabbricati sparsi nel Polesine, conseguendo così quella media agiatezza che gli consentì di avviare i figli maggiori agli studi superiori, per i quali si dimostravano particolarmente dotati. Girolamo venne a morte assai giovane, nel 1902, quando Giacomo non aveva che diciassette anni. Nell'azienda paterna, accanto alla madre, subentrò per qualche tempo il giovanissimo Silvio, mentre gli altri due figli, Matteo e Giacomo, proseguivano con grande alacrità nei loro studi. Matteo, il maggiore, divenne cultore di economia politica, studiando prima a Venezia e poi a Torino, e pubblicando importanti scritti in materia di lavoro e previdenza sociale, alcuni nella "Riforma sociale" di Luigi Einaudi ed altro in un importante volume, del 1900, dedicato all'assicurazione contro la disoccupazione con particolare riguardo alla Germania e alla Svizzera. Giacomo si volse invece alla criminologia, ai sistemi penitenziari e al diritto penale. Scriverà Luigi Einaudi nel 1925, commemorando Giacomo e ricordando il suo amico Matteo, venuto a morte per etisia sin dal gennaio 1909, che "l'abito scientifico doveva essere in quella famiglia quasi una seconda natura".

    Nel gennaio 1919 Giacomo perdette, sempre a causa di etisia, anche l'altro fratello, il minore, Silvio. Addolorato e avvilito da queste premature morti familiari, si allontanò per vari mesi dall'Italia per proseguire i suoi studi in Inghilterra. La sua prima produzione scientifica si svolge appunto in quel biennio che abbraccia il 1910 e il 1911, quando si recò anche in Inghilterra, in Belgio, in Olanda, in Francia , in Austria e ripetutamente in Germania, sempre a fini di apprendimento delle lingue e di studio; ed il suo libro sulla "Recidiva", (approfondimento della tesi di laurea svolta con Alessandro Stoppato nel novembre 1907 presso l'Università di Bologna riportando il massimo dei voti e la lode) attesta quanto frutto egli avesse tratto dalla disamina degli ordinamenti e degli scritti d'altri paesi d'Europa.

    Sennonché la politica, nell'ambito del partito socialista e nell'interesse degli amati conterranei dello sfortunato Polesine, la cui passione gli era stata trasmessa dal fratello Matteo, lo attraeva in misura crescente; e quando, sempre nel 1910, candidato suo malgrado al Consiglio provinciale di Rovigo fino a poco tempo prima rappresentato dal fratello Matteo, per il collegio di Occhiobello, riesce eletto, prima declina l'incarico con una lettera da Oxford e poi, respinte che furono unanimemente le sue dimissioni, riprende il cammino verso l'Italia e diventa anche consigliere in una decina di comuni (possibilità allora consentita ma contro la quale egli prenderà posizione qualche anno dopo alla Camera dei Deputati, appena elettovi, con una proposta di legge), nonché sindaco di Villamarzana (come era stato il fratello Matteo) e di Boara. A questa attività, attesi la competenza e l'impegno in essa dimostrati, si accompagna incessante la consulenza - e prima ancora l'organizzazione - di leghe, circoli e cooperative in una zona dove, per le condizioni particolarmente disagiate dei lavoratori agricoli e per le malattie ivi tradizionalmente imperanti è a tutti noto quanto ve ne fosse bisogno. In breve tempo Matteotti si distinse come sostenitore delle giuste rivendicazioni operaie e contadine, e in genere nel campo della giustizia fiscale, attirandosi le profonde antipatie del ceto possidente locale, al quale egli stesso ormai apparteneva. Cercava anche, nel frattempo, di frequentare lo studio legale di Stoppato, che lo esortava alla libera docenza e alla carriera universitaria (è noto che Stoppato apparteneva in politica ai clericali moderati e che fu anche deputato in varie legislature e poi senatore dal 1920) e cercava altresì di continuare i propri studi penalistici e penitenziari con la collaborazione a riviste; ma la vita amministrativa e politica ogni giorno più ne lo distoglieva, essendo impossibile- specialmente con quel tipo di attività che l'arretratezza e la miseria del Polesine richiedevano - conciliare aspirazioni ed esigenze tanto diverse.

    Il lavoro in campo penale fu da Matteotti ripreso in forza della sorte toccatagli negli anni di guerra (una specie di confino militare dovuto alla sua attività pacifista ed antimilitarista), oltre che nell'immediato dopoguerra prima d'essere eletto deputato. Fu il biennio 1917-1919, dopo del quale la sua partecipazione agli studi penalistici, nonostante gli incoraggiamenti che riceveva anche da altri rinomati maestri, come Eugenio Florian e Luigi Lucchini dovette completamente cessare.

    E' l'epoca in cui scrive una lettera alla moglie lamentando di non avere "dieci vite". Tuttavia la forzata cessazione non avvenne per gli studi in generale, poiché si dette a quelli più legati alla sua attività politica, e cioè a quelli di economia politica e di scienza delle finanze.

    Comunque i suoi scritti di diritto e procedura penale attestano le sue doti di giurista e lasciano pensare che se avesse continuato egli avrebbe potuto diventare professore universitario nella materia che più lo aveva appassionato nei suoi più giovani anni.

    Né Matteotti tornerà più indietro in questa rinuncia, nonostante avesse dedicato anni di studio per preparare un autentico trattato sulla Cassazione penale di cui era arrivato a gettar giù i primi capitoli l'indomani delle elezioni del 1924 gli scrive una cortese lettera (a cui l'autore farà cenno in uno scritto commemorativo del 1924 sulla Rivista penale da lui diretta) l'alto magistrato e senatore del Regno, professore Luigi Lucchini, in politica liberale ed anzi conservatore, per sollecitarlo a riprendere l'impegno scientifico ,in vista anche della libera docenza. E Matteotti, il 10 maggio, un mese prima della terribile morte, così gli rispondeva: "Illustre Professore, trovo qui la Sua lettera gentile e non so come ringraziarla delle espressioni a mio riguardo. Purtroppo non vedo prossimo il tempo nel quale ritornerò tranquillo agli studi abbandonati. Non solo la convinzione, ma il dovere oggi mi comanda di restare al posto più pericoloso, per rivendicare quelli che sono secondo me i presupposti di qualsiasi civiltà e nazione moderna. Ma quando io potrò dedicare ancora qualche tempo agli studi prediletti, ricorderò sempre la profferta e l'atto cortese che dal maestro mi sono venuti nei momenti più difficili. Con profonda osservanza, dev.mo Giacomo Matteotti" La data - mi scuso di ripeterlo - è il 10 maggio 1924.

    Su Matteotti promotore ed organizzatore di leghe di lavoratori non è qui possibile soffermarsi. Occorrerebbe attingere con il dovuto approfondimento alle opere sulle lotte agrarie nella valle padana nei primi decenni del secolo scorso. Basterà ricordare che fu una lotta intensa, coraggiosa, pericolosa, ma non priva di successi. I braccianti del delta padano ottennero, per l'intervento di Matteotti, il riconoscimento delle loro leghe come rappresentanti sindacali del bracciantato per il collocamento dei lavoratori e per l'impossibilità della mano d'opera. La lotta continuò tuttavia asperrima e l'impegno di Giacomo Matteotti si rinnovò più volte fino alla sua tragica fine. Arduo è anche il parlare in modo appena adeguato di Matteotti amministratore provinciale e comunale, tanto ricca, penetrante ed assidua, tanto ricca, penetrante ed assidua fu per circa dieci anni questa sua attività. Di tutto si occupava e tutto vedeva e - quel che più conta - con competenza autentica. Aiutava gli amministratori socialisti dei comuni nella corretta redazione dei bilanci, sino a incontrare le critiche dei "rivoluzionari", che lo attaccavano dicendo che così operando si aiutava lo Stato borghese.  

Nei tre volumi dei suoi "Discorsi parlamentari" che nell'anno 1970 la camera dei Deputati, presieduta allora da Sandro Pertini, volle pubblicare, nel volume terzo, accanto ai discorsi e agli altri interventi dei cinque anni in cui Matteotti fu deputato, furono inclusi - fatto non consueto per quella collana di pubblicazioni - una serie di discorsi da lui tenuti quale consigliere provinciale di Rovigo tra il 1910 e il 1916, anno in cui fu chiamato sotto le armi come soldato. Quella della Camera fu una iniziativa sana, integrata del resto con altri importanti documenti, perché collegata con i numerosi discorsi tenuti alla Camera stessa nelle materie concernenti gli enti locali e anche per dare un'idea della reale dimensione dell'uomo e del suo impegno. Ed inoltre gli argomenti dei discorsi di Rovigo si intersecano in più punti con quelli di Roma, e viceversa; così nella materia delle elezioni locali, della finanza locale, della situazione scolastica, della sanità, dell'agricoltura, dei trasporti, della viabilità. Dominarono in tutti - a parte quelli sulle elezioni - le preoccupazioni per la spesa pubblica e una costante vigilanza per impedire spese giudicate inutili o che potrebbero essere meglio avviate verso direzioni diverse di quelle proposte dalla Deputazione. L'oratore si occupa dei minuti bisogni quotidiani delle popolazioni e dimostra di conoscerli a fondo. Una delle preoccupazioni ricorrenti è quella delle comunicazioni tranviarie. Diligentissimo fu poi sempre da parte sua l'esame dei conti consuntivi e dei bilanci di previsione della provincia. Matteotti, nella maggioranza o all'opposizione, è sempre indipendente, ma la pertinenza e puntualità dei suoi interventi preoccupano il prefetto di Rovigo, che sin dal 1913 teme una troppo forte avanzata elettorale dei socialisti, quale poi nel 1914 si verificherà. Con l'avvicinarsi dell'entrata dell'Italia in guerra la polemica si acuisce anche sugli aspetti dell'assistenza, della disoccupazione, della miseria del Polesine, Fino a che nel 1916, il 5 giugno, Matteotti pronuncia, traendo spunto da una delibera in favore dell'assistenza ai profughi vicentini dopo la Strafexpedition austriaca, un duro discorso contro la guerra. Pur aderendo alla progettata assistenza, egli sottolinea che ciò non significa adesione ad una guerra infausta e pronuncia espressioni in relazione alle quali viene imputato per il reato di grida e manifestazioni sediziose e condannato dal Pretore di Rovigo nel luglio successivo. La sentenza del Pretore verrà confermata dal Tribunale nel 1917 e tuttavia prontamente annullata senza rinvio dalla Cassazione in nome dell'insindacabilità dei discorsi dei consiglieri provinciali, Ma nel frattempo, subito dopo la sentenza del Pretore, l'autorità militare aveva provveduto alla chiamata alle armi del consigliere provinciale dottor Matteotti e al suo trasferimento in zone lontane da quelle di guerra per la sua figura di "pervicace violento agitatore, capace di nuocere in ogni occasione agli interessi nazionali" e assolutamente pericoloso. La sede definitiva fu Messina (a Campo Inglese poco a nord della città e poi in altri forti della zona); e a questo periodo della sua vita, da lui giorno per giorno descritto nelle lettere alla moglie, ho già accennato a proposito dei suoi studi penalistici, che in quei singolari frangenti potettero essere compiuti. Il periodo messinese fu interrotto per due mesi nel 1917 per frequentare il corso allievi ufficiali a Torino, dal quale Matteotti fu pure allontanato, con conseguente ritorno, fino alla fine della guerra, in Sicilia. Quando tornerà in Polesine si impegnerà ancora nel lavoro delle leghe e dei comuni, e (già deputato dall'anno precedente) sarà rieletto consigliere provinciale in nelle elezioni del 1920, quando su 40 seggi di quel consiglio i socialisti ne ebbero 38, e il Polesine fu dichiarato la provincia più rossa d'Italia. Traggo queste brevi note su Matteotti amministratore provinciale da una lettura dei menzionati volumi della Camera dei Deputati del 1970. Difetta il tempo per parlare della prodigiosa attività di Matteotti nei consigli comunali, improntata alla difesa degli stessi principi e alla tutela degli stessi interessi. Le tre importanti mostre recentemente inaugurate a Firenze, a Milano e a Roma contengono vari segni e ricordi di detta attività. E' solo da notare che Matteotti rivendicò (antesignano in questo di abitudini largamente invalse più tardi) il diritto dei consiglieri di parlare - sia pure in connessione con le questioni locali e attuali - anche di questioni generali, come quelle attinenti ai diritti. Sin dall'ottobre 1912 lamentò violazioni del diritto di riunione e, nell'occasione di un capitolato relativo all'esecuzione di lavori di impianto, sostenne la netta separazione tra forza maggiore e diritto di sciopero come causa di esenzione delle imprese da gravi responsabilità. Ancora, sempre in polemica con il prefetto, rivendicò ed esercitò il diritto di parlare su conflitti tra capitale e lavoro che avevano portato alla morte e al ferimento di lavoratori. Non mi è davvero possibile soffermarmi oltre su quei sei anni (1910-1916) di attività amministrativa che fu anche sommamente politica, fatta di scontri anche all'interno del partito e di polemiche aspre ed importanti. Basti pensare che si trattò degli anni dell'impresa di Libia e dell'espulsione dei "riformisti" Bissolati, Bonomi, Badaloni, Podrecca, Cabrini ed altri e dei contrasti tra i cosiddetti transigenti e gli intransigenti.

(1/3 - Continua)

 

Vai al video sull’assassinio Matteotti sul

sito de La Storia siamo noi (finché c’è).

 

lunedì 3 giugno 2013

La macchia del giaguaro

Da MondOperaio

 di Giuseppe Lombardo

 “Volevano smacchiare il giaguaro e hanno fallito”. Quando Berlusconi pronunciò queste parole, all’indomani del verdetto elettorale, ebbi immediatamente l’impressione che quel ghigno, quella posa plastica, nel breve periodo avrebbe annunciato tempesta. Lo dissi al telefono ad un collega: “il peggio deve ancora venire”. Da Cassandra, quale sono e fui, constato con amarezza come i fatti mi abbiano dato ragione.

    Prima il Pd si è crocefisso sul nome di Bersani, inseguendo il Cinque Stelle nelle lande desolate dei richiami alla “responsabilità nazionale”. Poi le teste pensanti dell’apparato hanno ritenuto doveroso bruciare nella corsa al Quirinale il fondatore dell’Ulivo, Romano Prodi, vale a dire l’unico italiano che ha saputo battere il Caimano in una duplice contesa elettorale. Non contenti, hanno chiesto l’immane sacrificio a Re Giorgio, già sponsor del governo Monti, costretto – almeno in teoria – a reggere il corpo della nazione fino alla veneranda età di 95 anni: un auspicio di lunga vita.

    Da questa scelta è derivata la formazione del governo Letta, in assoluto il miglior governo Berlusconi di sempre. Un esecutivo in cui perfino la De Girolamo ha trovato una collocazione.

    Finisce qui? Giammai: Berlusconi ha chiesto 28 presidenze nelle Commissioni parlamentari, portando in auge nomi così puliti e trasparenti da profumare ancora d’incenso. Fra questi spiccano i volti del ciellino Celeste per eccellenza, Roberto Formigoni, e del buon Antonio Razzi, uomo mite ed elegante, quello con la faccia da intellettuale. Per la giustizia si è delineato l’accordo: il Pdl ha voluto fermamente Nitto Palma e sul suo nome ha puntato le fiches della propria dote elettorale. Lo stesso Nitto Palma che diede battaglia all’interno del partito per candidare Nicola Cosentino, noto alle procure come Nick O’Mericano, considerato il braccio finanziario ed istituzionale del clan dei Casalesi. Lo stesso Nitto Palma che, secondo fonti interne, a urne chiuse avrebbe confessato a Brunetta: “coi 300.000 voti di Nicola avremmo vinto”. Peccato.

    Intanto Alfano, dopo aver pianto il senatore Andreotti, altro volto storicamente pulito della politica italiana, dalla sua pagina facebook ha ricordato le intemerate contro la mafia di Giovanni Paolo II. Pazienza se il suo principale ritiene Vittorio Mangano, pluriomicida legato a Cosa Nostra, un autentico eroe, e se nelle fila della strana maggioranza siede fra i banchi del Pdl Antonio D’Alì, già rinviato a giudizio in merito ai suoi rapporti con Messina Denaro.

    Sul capo del capo, poi, si è abbattuta nuovamente la scure giudiziaria. Dismessi gli abiti da statista, il Cavaliere ha tuonato: “per ora il Governo non è a rischio”, confermando come la stabilità del paese dipenda, in ultima analisi, dalle sue vicissitudini penali.  Pochi conflitti, troppi interessi.

    Insomma, tutto procede secondo i piani: il Pd è alle strette, il Pdl recupera nei sondaggi e le analisi di Grillo contengono sempre gotici richiami alle camere mortuarie. A proposito, caro Beppe, con l’avvento in Parlamento di Crimi e degli altri lord, non doveva tornare di moda “l’onestà”? O volevate dire “Rodotà” e vi siete confusi?

 

Comunali: la base processa Grillo

LAVORO E DIRITTI

a cura di www.rassegna.it

Pioggia di commenti sul blog del comico dopo il flop dei cinque stelle alle amministrative.

 (Adnkronos) - "Ci avete invitato a votare altrove, noi lo abbiamo fatto", "Avete sbagliato candidati, la gente non li ha votati", "Beppe, questa volta non ci hai capito". Grillo concede un pizzico di autocritica e passa all'attacco, furioso con chi vota Pdl e Pd-menoelle e "condanna il Paese". Sul blog piovono commenti, sopra quota 400 a pochi minuti dalla pubblicazione del suo post al vetriolo.

    La base ha da ridire e appare divisa, tra chi prende le difese del leader -"Beppe hai ragione, questa è l'Italia"- e chi invece lo attacca, senza concedere sconti ai parlamentari stellati. "Dopo le elezioni politiche - ricorda piccato Riccardo da Milano, con un commento che guadagna subito il podio dei più votati - su questo blog è stato pubblicato un post in cui si dichiarava esplicitamente una lista di motivi per cui chi aveva votato M5S aveva sbagliato voto. Ci avete invitato a votare altrove, e i cittadini hanno votato altrove. Dunque, di che ca... vi lamentate?".

    "Non è vero che chi fa parte dell'Italia A è interessato a mantenere lo status quo - rimarca Isabella - Il vostro limite è esattamente qui. Classificare! Essere qualunquisti". Anche Pietro non è "in sintonia con l'analisi" di Grillo, "magari il 50% degli italiani stesse fuori dalla crisi. No, dobbiamo rivedere il metodo, non il sistema, di comunicazione. E poi i candidati non erano all'altezza, la gente lo ha capito e non è andata a votare. Semplice, nulla di più semplice", sostiene.

    La base ne ha anche per i parlamentari 5 Stelle. Uno su tutti, il capogruppo al Senato Vito Crimi. "Ma perché - tuona Pietro - ogni volta che parla perde un'occasione per stare zitto? Ma come fa il capogruppo di un partito a rispondere ai cronisti: non posso dire nulla, non ho seguito i risultati.... Cosa è pagato a fare ? Per contare gli scontrini?".

    Ma a prenderne di più, stando ai commenti postati sul blog, è senza dubbio Grillo. "Vi capisco, vi capisco” – gli fa il verso Alessio. – “Mi sa tanto, caro Beppe, che a sto giro non hai capito proprio un benemerito".

 

Cgil: pretendiamo giustizia

sulla strage di Brescia

 

Il 28 maggio del 1974, durante una manifestazione antifascista convocata a Piazza della Loggia a Brescia, un ordigno uccise otto persone e ne ferì altre centodue. A 39 anni da quella strage ci troviamo ancora una volta a chiedere giustizia.

 

“A trentanove anni dall’esplosione dell’ordigno che a Brescia, in piazza della Loggia, uccise otto persone, ferendone centodue, ci troviamo ancora una volta a chiedere giustizia, la sola che può chiudere definitivamente una delle pagine più buie della nostra Repubblica. Continueremo a cercarla e a pretenderla, senza sosta, perché si faccia luce contro chi in quegli anni uccideva per fermare l’istanza di progresso che percorreva la società e il movimento dei lavoratori”. E’ quanto si legge in una nota della Cgil Nazionale.

    Da anni, prosegue la nota, “è tristemente nota la verità storica e politica di quei fatti ma è necessario, vitale per il paese, ottenere risposte dal punto di vista giudiziario. Un bisogno che investe non solo la città di Brescia, e con essa l’intero Paese, ma soprattutto i familiari delle vittime coinvolte, sospesi in un vuoto insostenibile. Una verità, inoltre, che dobbiamo anche al nostro Stato, perché non resti segnato da silenzi e da omertà”.

    “Infine”, conclude la nota, “in un momento difficile per la storia del nostro Paese, attraversato dal quinto anno di una crisi pesantissima mai registrata prima, rivendicare e ottenere la verità su quei fatti, costruire definitivamente una memoria condivisa, potrebbe contribuire in modo determinate a ricostruire un clima di rinnovata fiducia nella democrazia e le istituzioni nel nostro paese”. / Da www.lesenfantsterribles.org

 

Parliamo di socialismo - No, non è Mitterand

 Matteo Renzi mi è simpatico: giovane, sveglio, chiaro. E’ la felice antitesi del politico paludato, ambiguo, inaffidabile, che ammorba la politica italiana. Una ventata di aria fresca. Però c’è un “però” enorme. . .

 di Giuseppe Tamburrano

 Che cosa vuole Renzi? A parte le sue opinioni su singoli provvedimenti, come l’IMU, ha un progetto, un disegno generale, un’idea del suo partito, dei suoi fini e dei suoi strumenti: una volta si diceva l’ideologia e la tattica? Io non le ho viste e dunque non so che cosa sarebbe, che cosa diventerebbe il suo partito sotto la sua egemonia.

    Dal crollo del muro di Berlino e dopo la fine del comunismo ci siamo chiesti invano che cosa volesse diventare il PCI ormai privato della propria identità. Quel grande partito ha risposto restando inerte, cercando di conservare le proprie forze e unendosi ad una parte della ex DC; è diventato un pezzo dentro il socialismo in Europa, ma senza identità in Italia, dov’è sopravvissuto facendo leva sui legami tenuti con gran parte della società e per le tante battaglie condotte sul campo.

    Renzi ha fatto nascere in me, totus socialista, ma apolide, la speranza che avevamo anche noi il nostro Mitterrand, molto più giovane e incontaminato dell’anziano leader francese che ha fatto rinascere dalle rovine e portato alla vittoria il vecchio arnese della SFIO. Per la verità la battuta di Renzi: “L’unico rosso che conosco è quello della Ferrari” avrebbe dovuto mettermi sull’avviso – e invece noi l’abbiamo posta a carico del suo scanzonato carattere fiorentino.

    No, Renzi non è il Mitterrand italiano. Ne è lontanissimo. Probabilmente conquisterà la leadership (sta collezionando sponsor del peso di Veltroni!), ma la nostra speranza – che possa diventare l’artefice di una “grande riforma”, di un moderno partito della giustizia e della libertà per tutti – è già andata frustrata.

    È Barca l’altro astro crescente ha un progetto? Di quale progetto? Sì, Barca un progetto ce l’ha, ma mentre noi speriamo in un’idea per il futuro, Barca ha un progetto… per il passato. Vuole restituire presenza, iniziativa, “potere” ai circoli – le ex sezioni del PCI – dove ora i militanti non si chiamano più “compagni” e non si danno il fraterno “tu” di una volta.

    Insomma, Renzi pensa al suo futuro ed al suo avvenire personale, Barca ai “tempi che furono”.

    Povera sinistra, povero socialismo in un mondo politico lacerato e impoverito, specie l’Italia, e che tanto avrebbe bisogno di Nenni, di Berlinguer, di Mitterrand.

 

La situazione politica: Più di un campanello d’allarme

 Quando un così grande numero di cittadini rimane a casa deve essere dichiarato lo stato di crisi della democrazia rappresentativa.

 di Paolo Bagnoli

 Se ci è permesso aprire con una battuta, vorremmo dire che le recenti elezioni amministrative sono state le elezioni del non voto. Infatti, rispetto alle precedenti comunali, il calo dei votanti è stato del 19,2%; se si esclude Roma, ove si è votato meno che in altri comuni, la percentuale si riduce al 14,4%. Le cifre fanno riflettere ed è doveroso farlo perché l'astensione alle elezioni comunali in un Paese quale l'Italia ove i Comuni sono, storicamente, la centralità della vita pubblica, suona come un qualcosa di più rispetto al solito campanello di allarme. Per cercare di capire il giudizio esso deve essere politico, globale e non, come talvolta avviene, sociologico o statistico.

    Vediamo un po'. Intanto, quando un così grande numero di cittadini rimane a casa, la prima considerazione è che lo stato di crisi della democrazia rappresentativa deve essere obbligatoriamente dichiarato. Ciò rende tutto più relativo e carico di responsabilità collettive. Tale situazione, per esempio ci dice, che pur essendo incontrovertibile la buona riuscita del Pd dovuta anche al fatto che tutti gli altri sono andati peggio, a cominciare dal principale partner di governo, il Pdl, essa non può sbrigativamente essere considerata come un'inversione di tendenza rispetto alla crisi di credibilità della politica. Né, oggettivamente, ricondotta alle performances del governo se pur Enrico Letta, che onora bene l'incarico di presidente del consiglio, ha giocato a favore del suo governo improbabile il risultato del proprio partito. Di sicuro, per uno di quei paradossi veloci che talora la politica ci riserva, a meno di problemi che gli provengano dal suo stesso partito, da quanto ieri poteva temere di più, ossia il Pdl ora, invece, il governo trae forza, considerate le panie giudiziarie di Silvio Berlusconi che di esso ha bisogno per giocare la propria personalissima partita.

    Se il Pdl perderà, come sembra negli atti, anche la guida del comune di Roma, esso non esprimerà più il sindaco di alcuna delle grandi città italiana. Un fatto significativo di un altro avvio di processo, considerato che, data un'occhiata ai risultati della Lega, non basta più l'asse verde-azzurro per guidare non solo il Paese, ma neppure suoi segmenti rilevanti. Ciò aumenta le responsabilità del Pd anche perché Marino, da tempo più sulla scia di Sel che del suo partito, sembra essere un corpo centrifugo in una massa cui la segreteria Epifani dovrebbe rimettere ordine: vasto programma!

    Il terzo rilevante fattore è lo sgonfiamento del movimento di Grillo. Con la facilità con la quale era emerso, e in che misura, così si è reimmerso, potremmo dire in virtù della più elementare delle leggi della politica: che per starvi dentro, se pur contestandola oppure sfasciarla come loro si propongono di fare, non si può rinunciare ad averne una. Non solo, ma occorre un personale che può benissimo esservi catapultato da altro, ma che, al pari di ogni qualsiasi attività umana, una volta che si trova lì, deve sapere il da farsi; imparare, insomma, il mestiere. Si può dire che i grillini se la sono suonata e cantata. Se volessimo essere scientifici dovremmo aggiungere che il disegno non politico di Grillo, di cui pure egli stesso ha fatto le spese, è riuscito in pieno in quanto, essendo molto attendibile che le astensioni provengano proprio da chi li aveva in precedenza votati, niente è più non politica che lo stare a casa il giorno delle elezioni disertando le urne. Beppe Grillo quindi, se pur paradossalmente, potrebbe vantare – pardon – urlare vittoria.

    La parabola del movimento grillino consumatasi tra le elezioni politiche e quelle amministrative, tuttavia, ci consegna un ulteriore campo di riflessione; ossia, i danni della raffigurazione della politica quale casta; il castismo come la causa della crisi democratica. La casta, non l'assenza di politica. Ci siamo spesso domandati perché, relativamente ai costi della politica, il saggio di diversi anni orsono redatto da Cesare Salvi e Massimo Villone non abbia prodotto un effetto pari a quello di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo. Per dirla in breve, crediamo perché il primo si poneva una questione politica e della politica; l'altro certo si occupava della politica, ma solo in senso accusatorio e inquisitorio. La categoria del castismo – nata con Stella e Rizzo non certo con Salvi e Villone – ha finito per riassumere tutta la politica e il suo operare nel problema dei costi, quale questione riassorbente alla fine tutte le altre questioni, ma in modo agitatorio, non curandosi di correggere le abnormità – il finanziamento ai partiti così concepito è il più grande di tutti – né di garantire l'esemplare punizione della malversazione del pubblico denaro.

    E il bello è che, usciti Salvi e Villone dal Parlamento, quasi tutti hanno alzato le mani e non c'è stata carica istituzionale che, appena insediatasi, non abbia subito preso le forbici per tagliare qualcosa; lo stesso governo ha abolito ora l'indennità di carica per i ministri che siano anche parlamentari, ma un decreto per bloccare subito un finanziamento indebito, e le conseguenti rate, non è stato fatto. E poiché tutti hanno tagliato, tutti vogliono ancora tagliare, se si raffronta ciò con l'astensione dalle elezioni e la sua portata, i loro gesti non hanno riavvicinato i cittadini alla politica e Grillo ha, paradossalmente, avuto estrema ragione.

    Tra il fare politica e il fare notizia non sempre vi è coincidenza e allora se è giusto riconsiderare stipendi e spese complessive, ciò non può basarsi né sul moralismo né sulla demagogia, ma su una ricomposizione della statualità e della politica democratica che, come diceva Sturzo, porti la politica "ad inginocchiarsi alla morale" e la democrazia a sviluppare non "riformismi" che non si sa cosa sono, ma riforme: di struttura, di lotta, d'intervento e consistenza sociale vera.

    L'Italia non si salva nella strettoia di un'Europa assurda e pericolosa anche a se stessa, ma reinventando una politica democratica per la quale i cittadini non sono il "popolo delle primarie" o coloro ai quali appioppare listini e liste bloccate, bensì i soggetti della sovranità. E i partiti, dal canto loro, non sono centri mobili di raccolta a capienza variabile, ma soggetti identitari di cultura politica e fautori di chiarezza programmatica sulla base dell'idea di Paese che hanno e degli interessi di cui si sentono portatori. In altri termini, né "novisti" né "rottamatori", ma ideologicamente e identitariamente conformati, vale a dire dotati di una precisa nozione razionale di realtà e su come la rappresentano e, quindi, la vogliono cambiare.