giovedì 9 luglio 2015

Paradigmi

Da Avanti! online www.avantionline.it/

 

E ora l’Asse…

 

Qualcuno ricorda un’iniziativa incisiva del nostro Governo, proclami e tweet a parte? Le stupefacenti ragioni della nostra assenza in politica estera, a cominciare dal passato “Semestre europeo” a guida (?) italiana.

 

di Carlo Correr

 

Pensavamo, e non da soli, che la ragione della mancanza di iniziativa in politica estera dell’Italia dipendesse soprattutto dalla personalità degli esponenti politici incaricati ai diversi livelli di occuparsene: da Paolo Gentiloni, a Federica Mogherini, passando per Matteo Renzi.

    Sui temi cruciali per il futuro dell’Italia, e dell’Europa, immigrazione, crisi ucraina e crisi greca, il Governo in un anno e mezzo di vita non ha lasciato praticamente traccia dietro di sé.

    I vertici che si sono svolti negli ultimi mesi, hanno visto sempre in prima fila, la coppia Hollande – Merkel, e poi Merkel da sola. E questo nonostante il fatto che si discutesse di problemi di rilevanza strategica per il nostro Paese e per il Continente. Non serve neppure ricordare quale importanza abbia per noi avviare a soluzione il fenomeno dell’immigrazione clandestina, oppure quello delle sanzioni alla Russia di Putin o ancora gli effetti di una possibile (probabile?) grexit sull’economia italiana.

    Qualcuno ricorda un’iniziativa incisiva del nostro Governo, proclami e tweet a parte?

    Zero. Zero carbonella.

    Ma la cosa stupefacente è scoprire oggi le ragioni di una tale ‘assenza’, o meglio di una fantasmatica presenza (a cominciare dal passato Semestre europeo a guida italiana). Per questo ci viene in soccorso l’addetta dell’ufficio stampa ufficioso di Palazzo Chigi che fa uscire le sue veline sul principale quotidiano nazionale del Paese. Ebbene oggi – in concomitanza con la presenza del nostro Presidente del Consiglio all’università Humboldt a Berlino – ci ha spiegato che Renzi ha deciso scientemente di aspirare a essere la ‘spalla’ di Angela Merkel per scavalcare, a destra, l’altro temibile concorrente, il francese François Hollande. Sì, insomma, che a partire dalla questione greca ha scelto di ricalcare fedelmente, e presumiamo ossequiosamente, le posizioni del Governo tedesco per non arrivare dopo François.

    Beh, questo è già qualcosa. Temevamo che la nostra poco patriottica inazione, fosse il frutto di pura incapacità, tanto che diversi, Claudio Martelli ad esempio, rimpiangono personalità come Massimo D’Alema o Enrico Letta. E invece no.

    Qui siamo di fronte a una scelta strategica! Dalle parti di Palazzo Chigi si è preso atto che l’Europa è a guida tedesca (eppure Angela Merkel non l’hanno eletta gli europei, ma solo i tedeschi …) e quindi, ci dicono, tanto vale stare subito col vincitore anziché arrivare tardi in suo soccorso (come avrebbe detto quel gran genio di Ennio Flaiano).

    La Germania sembra sulla strada della ripetizione di un errore tragico. Ignora il monito di Helmuth Kohl (un gigante rispetto ad Angela Merkel) che era meglio avere una Germania europeizzata piuttosto che un’Europa germanizzata.

    E l’Italia?

    Con il Bel Paese siamo – come si intuisce da quanto trascrive la collega sulla colonne del giornalone – alla riscoperta dell’‘Asse’ con quasi 80 anni di ritardo. E considerando come andò a finire allora (stessa leggerezza nell’analisi e stessa mancanza di solidi presupposti), suggeriamo al nostro Presidente del Consiglio che forse sarebbe il caso di rifletterci meglio prima di imboccare questa strada. O no?

 

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Da lUnità

di nuovo in edicola e in rete

http://www.unita.tv/

 

Atene, il Pd, la sinistra.

 

Intervista con Gianni Cuperlo

 

Mario Lavia intervista Gianni Cuperlo. Dagli ultimi sviluppi della crisi greca ai problemi del Pd e alla difficile ricerca di un’unità interna.

 

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FONDAZIONE NENNI

http://fondazionenenni.wordpress.com/

 

Due paradigmi in lotta

 

L’idea che mi sono fatto della questione greca è che il braccio di ferro infinito fra il governo e la Troika non sia tanto per una questione di soldi, quanto di potere.

 

di Riccardo Campa

 

La situazione, più o meno, è la seguente. La Grecia ha un debito di 330.000.000.000 di euro, non ha un soldo in cassa, e non beneficia nemmeno del Quantitative easing. Ne è stata esclusa, anche se è il paese che ne avrebbe maggiormente bisogno, essendo in deflazione acuta. Il rapporto debito/PIL è aumentato negli ultimi cinque anni fino a raggiungere il 180%, a causa – su questo ci sono pochi dubbi – delle politiche di austerità. Per restituire una minima parte del debito, la Grecia dovrebbe ora cavare altro sangue ai cittadini, applicando il taglio delle pensioni, il licenziamento in massa dei lavoratori pubblici e l’aumento delle tasse sulle strutture alberghiere. Con la certezza di accelerare la spirale recessiva, facendo calare ancora il PIL e affossando l’ultima risorsa economica: il turismo. Sennonché i greci hanno eletto Alexis Tsipras proprio perché non vogliono morire di fame, magari per restituire solo l’1% del debito. Perché di questo si tratta. Non di tutto il debito, che non sarà mai ripagato. Così come non sarà mai possibile estinguere quello italiano. Ci sono in scadenza rate per 27 miliardi di euro. La Grecia chiede una ristrutturazione del debito, oppure un prestito di altrettanti miliardi, con un tasso d’interesse non usuraio, intorno all’1,5%, con scadenza a 30 anni. Altrimenti l’operazione non ha senso. Ovviamente i creditori si irrigidiscono. Dal loro punto di vista hanno perfettamente ragione, perché significa fare un pessimo affare. Così come hanno le loro buone ragioni i greci, quando dicono che non si tratta solo di affari, ma di vite umane e di sovranità. Si scontrano dunque due paradigmi: quello del primato dell’economia e quello del primato della politica.

    La tensione tra le due concezioni del potere non nasce oggi, ma proprio ora i nodi vengono al pettine. La visione neoliberista del mondo ha preteso e pretende che gli Stati-nazione funzionino esattamente come aziende. Non possono battere moneta, devono finanziarsi sui mercati secondari, devono rinunciare alla sovranità sulle materie più disparate, devono aprire i confini alla circolazione di merci e lavoratori. Tuttavia, il mondo finanziario sembra non voler accettare anche l’ipotesi che gli Stati-nazione possano fallire e non onorare i debiti, come qualsiasi azienda del resto. Insomma, devono essere mucche da latte, magari magre e rinsecchite, ma immortali.

    Perché l’eventualità del default fa letteralmente imbufalire i creditori? In fondo, in passato, hanno perso miliardi investendo in aziende con bilanci vicini a quelli di un piccolo Stato, come Enron o Lehman Brothers. La differenza è che le aziende e i loro C.E.O. sono in linea di principio perseguibili e punibili. I bancarottieri, se non sono abbastanza immanicati da farsi salvare con gli aiuti di Stato, finiscono in galera e si può attingere a quello che resta del loro patrimonio. Però, mica si può mettere in carcere un governo e l’intero popolo che lo ha eletto, né sequestrargli i beni. Chi manderà la polizia giudiziaria ad arrestare l’esercito greco, magari spalleggiato da quello russo?

    E allora? E, allora, l’unica speranza che restava ai creditori era quella di distruggere definitivamente “la politica”. Ossia demolire la reputazione dei rappresentanti del popolo, dei tribuni della plebe – mostrando che i politici, se non sono corrotti, sono incoerenti – affinché non si ripeta più in futuro una situazione come quella attuale. Che situazione? La situazione di una classe politica che viene eletta, gode della fiducia degli elettori, fa esattamente quello che gli elettori gli hanno chiesto di fare (anche se magari è una fesseria), e se questo non è possibile chiede ai cittadini di esprimersi direttamente con un referendum. Ovvero, l’assoluta normalità della vita democratica. E, invece, per la grande finanza e i suoi mandarini di Bruxelles il referendum greco è “un golpe”. Insomma, capovolgono anche il senso delle parole. Ma non è una novità. Per avere soltanto pronunciato la parola “referendum”, il socialista Papandreu si è dovuto dimettere. E il suo partito è scomparso dalla scena.

    Quello che si sta profilando non è uno scenario roseo per la Grecia. Ma è anche lo scenario peggiore per la BCE, il FMI e la Commissione europea. Se fossero riusciti a umiliare Tsipras – ovvero a raggiungere quello che, a mio modesto avviso, era il loro obiettivo reale e realistico – alla prossima tornata elettorale Syriza si sarebbe liquefatta come si è liquefatto il PASOK, la gente si sarebbe persuasa che votare è inutile e avrebbe disertato le urne, e il problema dell’allocazione del potere sarebbe stato risolto: sarebbe rimasto saldamente in mano alle elite finanziarie, per i decenni a venire, magari attraverso altre cessioni di sovranità.

    La Troika, però, non ha messo in conto che questo è lo stesso scenario al quale punta Alba Dorata. Lo hanno detto a chiare lettere: «Syriza vince le elezioni, viene messa con le spalle al muro dalla finanza globale, applica le misure lacrime e sangue, e poi arriviamo noi». E se l’ultimo baluardo della politica rimane il nazismo, forse non ci resta che fare il tifo per Tsipras.

           

 

Grecia, ecco cosa si può fare per evitare lo strappo definitivo

LAVORO E DIRITTI a cura di www.rassegna.it

  

Le autorità europee dovrebbero accettare la realtà e valutare il debito ellenico nei propri bilanci al valore effettivo stimato dal mercato, cioè il 50%, “abbonando” al Governo Tsipras la differenza.

 

di Marcello Minenna

Docente di Finanza matematica all’Università Bocconi (Milano)

 

Soltanto dieci mesi fa, i media declamavano l’uscita della Grecia della crisi, grazie ai primi dati di Pil positivi (+ 0,6%, un po’ come l’Italia...) dopo una recessione durata 7 anni. In un report, la Commissione europea rivendicava gran parte dei meriti, evidenziando il successo finale delle politiche di austerity e del programma di riforme strutturali, su cui si riconosceva la Grecia avesse fatto significativi passi in avanti.

    Il 30 giugno 2015 la Grecia ha dichiarato sostanzialmente default sul debito nei confronti del Fondo monetario internazionale ed è fuori dai programmi di aiuto dell’Unione europea, mentre il fallimento della trattativa con l’Eurogruppo e l’escalation delle tensioni finanziarie sui mercati internazionali per via dell’imminente “Greferendum” stanno gettando di nuovo un’ombra sulla tenuta dell’Unione monetaria.

    Come si è potuto passare da un estremo all’altro con così tanta rapidità, nonostante il quadro macroeconomico europeo sia migliorato e sia stato avviato anche il Quantitative Easing della Bce di Mario Draghi? Sebbene si possa tacciare il nuovo governo greco guidato da Alexis Tsipras di scarsa diplomazia o addirittura di avventatezza, bisogna riconoscergli il merito di avere smascherato l’elefante nell’armadio: l’enorme e insostenibile debito pubblico della Grecia.

    Al di là delle riforme strutturali e dell’aggiustamento dei conti, la cura della Troika fatta di prestiti a lungo termine e austerity, ha fallito nel porre sotto controllo il fardello principale che affligge l’economia greca e che continuerà a impedirne una reale ripresa anche in futuro. Il rapporto debito-Pil del paese ellenico, da un non lungimirante valore del 140% nel 2010, anno del primo salvataggio, è passato a oltre il 180% nel 2015, nonostante nel 2012 sia stata portata a termine (principalmente a spese delle banche e dei fondi pensione greci) anche una sostanziosa riduzione del debito di oltre 100 miliardi di euro.

    Un elemento-chiave è che dei 312 miliardi attuali del debito greco, oramai quasi il 70% è stato acquistato dalle istituzioni europee (il Fondo Salva-Stati Efsf, la Bce) e dai governi; pertanto, qualunque riduzione del valore del debito che lo riporti a livelli più sostenibili – cioè ripagabili dal contribuente greco – dovrà essere coperta a livello europeo. Ecco perché la Merkel e l’Eurogruppo fanno orecchie da mercante su questo tema: i costi politici di una reale risoluzione della crisi greca rischiano di essere elevati, soprattutto per i partiti che hanno fatto della difesa esclusiva degli interessi nazionali un passpartout per raggiungere posizioni di governo.

    Eppure i costi finanziari di una ristrutturazione del debito greco non sarebbero così tremendi: il sistema di garanzie dei governi europei che protegge i 140 miliardi di euro del debito in mano al Fondo Salva-Stati consentirebbe l’emissione e il rimborso di obbligazioni del Fondo Efsf in maniera regolare, anche se la Grecia non fosse in grado di onorare il debito. Peraltro, già adesso, Atene non dovrebbe né rimborsare, né pagare gli interessi al Fondo Salva-Stati prima del 2022. E non solo. I 35 miliardi di titoli greci nel bilancio della Bce, che non fruttano interessi, non provocherebbero necessariamente delle perdite finanziarie per i governi dell’Eurozona.

    Rimarrebbero gli 80 miliardi prestati direttamente dai governi (10 dall’Italia) alla Grecia, che potrebbero essere agevolmente gestiti, consentendo per esempio al Fondo Efsf di rilevarli in toto, insieme ai 20 miliardi di euro che il governo di Tsipras deve ancora al Fondo monetario internazionale. Una completa “europeizzazione” del debito greco dunque, che consentirebbe di guadagnare tempo e di predisporre un’adeguata soluzione di ristrutturazione, senza effetti negativi immediati per nessuna delle parti in causa.

    Quanto vale realmente il debito greco nelle mani dell’Europa? La risposta sta sul mercato: sebbene i titoli in circolazione siano oramai limitati, il mercato sta esprimendo una valutazione chiara attraverso lo spread: chi compra e vende per professione attività finanziarie ritiene che il debito greco abbia il 90% di probabilità di non essere ripagato interamente; il valore dei titoli greci risulta di conseguenza dimezzato rispetto a quello nominale.

    Le autorità europee dovrebbero dunque accettare la realtà e valutare il debito nei propri bilanci al valore effettivo stimato dal mercato, cioè il 50% circa, “abbonando” al governo greco la differenza. Questo consentirebbe immediatamente di riportare il rapporto debito-Pil sotto controllo, abbattendolo dal 180% attuale fino a “valori tedeschi”, intorno al 75%. Una moratoria che “pre-consolidi” il debito all’interno del Fondo Salva-Stati è apparsa anche nelle pieghe della proposta in extremis di Tsipras all’Eurogruppo, che avrebbe potuto evitare il referendum. È stato un peccato che la Germania, con il supporto del governo italiano, abbia affossato una proposta che avrebbe potuto essere una base utile per un accordo definitivo, come lo stesso Hollande si era augurato. Anche se, a onor del vero, la Germania avrebbe potuto bloccare da sola la proposta, avendo la quota di maggioranza relativa nel Fondo Salva-Stati.

    Ora in realtà si va a grandi passi verso il referendum, il cui esito è assolutamente incerto, così come lo sono le conseguenze. Una vittoria del sì significherebbe la sicura fine politica del governo Tsipras, sostituito da un governo tecnico che accetterebbe il bail-out della Troika a condizioni molto peggiori di quelle che erano state offerte a febbraio e in condizioni economiche di assoluta emergenza; in un contesto di recessione e deflazionistico infatti la nuova cura Troika, che tanto assomiglia alla vecchia, non funzionerà, e accelererà gli eventi verso un nuovo focolaio di crisi incentrato sulla ristrutturazione del debito che ora si cerca di ignorare.

    Se vincerà il no, sicuramente si potrebbe rischiare la deriva finale che porterebbe la Grecia all’istituzione di una moneta parallela; auspicabilmente però questa pronuncia democratica del popolo greco potrebbe essere un momento di riaggregazione dei paesi dell’Eurozona intorno a una soluzione possibile di ristrutturazione del debito concordata, che possa salvaguardare i creditori quanto possibile e reintegrare l’economia del paese ellenico all’interno dell’Eurozona verso un percorso di crescita comune.

    Un obiettivo perfettamente raggiungibile per il popolo greco, ma finora negato da assurde e inefficaci politiche di austerity. E chissà, magari risolvendo la crisi della Grecia, anche i mercati finanziari inizieranno a credere nuovamente nell’Eurozona e quindi a scommetterci; il che equivale a dire a operare per far convergere le curve dei tassi d’interesse degli Stati membri e quindi per ridurre lo spread, che come sappiamo è la grande anomalia della nostra area valutaria e la base dell’inesorabile disgregazione a cui da anni stiamo assistendo.

 

martedì 30 giugno 2015

CONVEGNO - Proteggere i giornalisti. Come?

Convegno “Ossigeno per l’informazione” il 2 luglio al Senato con Pietro Grasso, Sergio Zavoli, don Luigi Ciotti, Claudio Fava, Giulietti, Iacopino, Lorusso, Agcom, Fieg, OSCE, EFJ, AEJ, SEEMO, OBC e oratori di vari paesi

 

“Proteggere i giornalisti, conoscere le verità scomode” è il tema della conferenza internazionale promossa da Ossigeno per l’Informazione giovedì 2 luglio dalle 14:30 alle 18:30 al Senato.

    L’incontro ha il patrocinio del Senato, della FNSI e dell’Ordine dei Giornalisti e l’adesione della rappresentante dell’OSCE per la libertà di stampa e di associazioni italiane del settore dei media e con il sostegno della Commissione Europea.

    Il presidente del Senato, Pietro Grasso, aprirà i lavori, presieduti dal senatore Sergio Zavoli, presidente onorario di Ossigeno. Fra gli altri prenderanno la parola: don Luigi Ciotti., Claudio Fava, vicepresidente della commissione antimafia, Enzo Iacopino, presidente dell’Ordine dei Giornalisti, Raffaele Lorusso, segretario della FNSI, Filippo Carotti, direttore generale della FIEG, Lirio Abbate, inviato de l’Espresso e osservatore n.1 di Ossigeno, William Horsley, giornalista inglese, vicepresidente dell’Association of European Journalists AEJ, il giornalista di Belgrado Radomir Licina, rappresentante dell’osservatorio SEEMO, Lutz Mukke, giornalista tedesco, coordinatore del Centro Europeo per la Libertà di stampa e dei media di Lipsia, Ulrike Schmidt, per l’ufficio della Rappresentate dell’Osce per la libertà dei Media, Dunja Mjatovich, Renate Schroeder, in rappresentanza del segretario dell’European Federation of Journalists, Giuseppe F. Mennella e Alberto Spampinato, segretario e direttore di Ossigeno, Antonio Martusciello, Commissario dell’Agcom.

    La conferenza ha lo scopo di confrontare proposte, pareri e opinioni su che cosa sia più opportuno fare per rafforzare la protezione dei giornalisti di inchiesta, per frenare le querele strumentali e gli altri abusi che, non solo in Italia, ostacolano sempre più diffusamente la conoscenza di importanti informazioni. Su questo argomento Ossigeno, insieme all’associazione Journalismfund, che ha organizzato un analogo convegno lo scorso maggio a Bruxelles, scriverà un rapporto per il Centro Europeo per la Libertà di stampa e dei media di Lipsia, con il quale collabora alla realizzazione di un progetto sostenuto dalla Commissione Europea.

    La discussione si svolgerà in italiano e in inglese. Sarà attivo un servizio di traduzione simultanea. Il convegno sarà fruibile in diretta streaming in entrambe le lingue. Ossigeno darà indicazioni in tempo utile per attivare i link.

    Per partecipare occorre registrarsi presso segreteria@ossigenoinformazione.it

I materiali di lavoro saranno pubblicati sul sito web di Ossigeno. Una nuova area sarà attivata in occasione della conferenza. In particolare Ossigeno renderà scaricabili liberamente i seguenti documenti in italiano, inglese e francese: le proposte per migliorare la protezione dei giornalisti già sottoposte al parlamento italiano, una proposta per onorare attivamente la memoria dei giornalisti italiani uccisi a causa del loro lavoro; il manuale sul metodo di osservazione e classificazione delle intimidazioni.

    Il giorno successivo, venerdì 3 luglio alle ore 11 nella sala stampa di Montecitorio, si terrà una conferenza stampa per presentare un dossier inedito di Ossigeno sulle condanne al carcere per diffamazione emesse negli ultimi anni in Italia per oltre venti anni di carcere. Sarà fornita inoltre un’anticipazione del nuovo Rapporto Annuale di Ossigeno sulle minacce in Italia. Parteciperà l’onorevole Claudio Fava, vicepresidente della commissione parlamentare antimafia, che sta scrivendo la relazione conclusiva dell’indagine conoscitiva della Commissione sui giornalisti minacciati. Parteciperanno anche gli oratori stranieri della conferenza.

    Il direttore di Ossigeno per l’Informazione Alberto Spampinato ha così spiegato il carattere dell’iniziativa: “Da molti anni Roma non ospita una conferenza internazionale sulle violazioni della libertà di stampa di così alto livello e con un parterre internazionale così vasto. Confrontare situazioni, idee e proposte di vari paesi è indispensabile per vincere il fatalismo, per affrontare problemi che si possono risolvere soltanto sul piano internazionale”.

 

OSSIGENO per l’informazione

osservatorio promosso dalla FNSI e dall’Ordine dei Giornalisti

sui cronisti minacciati e le notizie oscurate in Italia con la violenza

presso Associazione Stampa Romana – Piazza della Torretta 36- 00186 Roma

www.ossigenoinformazione.it

segreteria@ossigenoinformazione.it

 

mercoledì 17 giugno 2015

Depotenziare il Contratto Collettivo?

LAVORO E DIRITTI

a cura di www.rassegna.it

 

Depotenziare il Contratto Collettivo?

In troppi ne pagherebbero le conseguenze

 

La volontà di Renzi di privilegiare la contrattazione di secondo livello afferma l'idea di un mercato duale, con una minoranza che gode dei benefici della produttività e la maggioranza destinata a salari marginali.

 

di Guido Iocca

 

Al presidente Renzi, si sa, il sistema di relazioni con le parti sociali interessa, ma solo a patto che sia lui a dettarne le regole. Così, ben venga (in linea del tutto teorica, beninteso) l’interlocuzione con Cgil, Cisl e Uil, ma vuoi mettere quanto sarebbe meglio se le organizzazioni dei lavoratori si riducessero a una? Quanto risulterebbe semplificato lo scenario negoziale senza più “sigle su sigle”?

    Parole dal retrogusto decisamente autoritario, che mandano con un sol colpo a farsi benedire l’idea di sindacato unitario, cara in particolare alla segretaria generale Cgil Susanna Camusso, poggiata per anni sulle solide basi di un assunto che fino a ieri sembrava di senso comune, e cioè che il pluralismo tra le confederazioni rappresenta la migliore garanzia a sostegno della democrazia nei luoghi di lavoro.

    E pazienza se la nostra Costituzione, all’articolo 39, dice che le modalità che disciplinano il diritto di associazione sindacale sono libere e non è appannaggio di nessuno imporle (né tantomeno, facendo leva su di una posizione di potere, suggerirle). Ciò che più conta è l’agibilità politica del presidente del Consiglio e dei suoi più stretti collaboratori.

    Ma come si spiega questo pesante sconfinamento in campo altrui da parte di Matteo Renzi? Cosa nasconde il suo iperattivismo sul versante delle riforme sociali? L’uscita sul sindacato unico è solo l’ultima di una lunga serie di interferenze – dalla legge sulla rappresentanza alla ventilata stretta sugli scioperi nei servizi pubblici – che suonano come un appello rivolto alle associazioni sindacali (tutte, anche quelle a difesa degli interessi delle imprese) a rinnovarsi al più presto, seguendo però un canovaccio che lo stesso premier ha la pretesa di metter loro a disposizione.

    E tra le tante idee lanciate negli ultimi tempi, nel mirino dell’attuale inquilino di Palazzo Chigi sembra esserci, più di ogni altra cosa, il trasferimento delle prerogative fondamentali della contrattazione da quella nazionale di categoria a quella aziendale, la carta su cui principalmente intende puntare – spalleggiato dagli autorevoli punti di vista di Sergio Marchionne e, più di recente, di Mario Draghi – per rilanciare la produttività nel nostro paese.

    Il fatto è che lo spostamento delle voci salariali sul livello di contrattazione legato alla produttività, con il risultato di un sostanziale svuotamento del ccnl, a cui non rimarrebbe che una mera funzione regolatoria, vede le tre sigle confederali attestate su posizioni diverse. Più inclini al confronto Cisl e Uil (ferme comunque nel proporre una formula che preveda meccanismi di salvaguardia laddove non si faccia negoziazione decentrata), più decisa nella difesa del ruolo del contratto nazionale la Cgil.

    Un orientamento, quello del sindacato di corso d’Italia, bollato – soprattutto negli ambienti vicini al presidente del Consiglio – come conservatore, quando non addirittura rigidamente ideologico. Stanno veramente così le cose? Chi lo sostiene parla a sproposito, dimostrando come minimo una discreta dose di malafede. Non si può far finta di non sapere che la pratica della contrattazione di secondo livello è diffusa soltanto in una piccola parte del mondo del lavoro. Ignorarlo significa riproporre l’idea di un mercato duale: da un lato, una minoranza di lavoratori che può ambire ai benefici della produttività e, dall’altro, la maggioranza, destinata a condizioni salariali marginali.

   

                

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A quarant’anni da quell’omicidio

 

La notte del 12 giugno del 1975 venne freddato con due colpi d’arma di fuoco il giovane esponente di Lotta continua Alceste Campanile. Lo conoscevo bene. Era reggiano e studente, come me, all’Università di Bologna.

 

di Mauro Del Bue

 

Qualche volta avevamo suonato la chitarra insieme, con un amico comune. In qualche bettola di periferia, immersi fino al collo entrambi tra musica e politica. Era appena tornato da un esame, superato brillantemente, aveva lasciato il libretto universitario sotto l’uscio di casa e si era diretto verso una discoteca di Montecchio, tra Parma e Reggio, molto frequentata dai giovani. Il suo corpo è stato ritrovato in una stradina di campagna a metà strada tra Sant’Ilario e Montecchio.

    Alceste aveva militato nel Fronte della gioventù, organizzazione di estrema destra, prima di aderire a Lotta Continua e la prima sensazione che ci pervase fu quella della consumazione di una feroce vendetta di stampo fascista verso un ragazzo accusato di tradimento. Nel pomeriggio si tenne una grande manifestazione, promossa dal comitato antifascista, in cui noi giovani socialisti ci battemmo, contrastando su questo i comunisti, perché anche gli esponenti di Lotta continua potessero parlare. Il giorno del funerale decine di migliaia di militanti di Lotta Continua, con Adriano Sofri in prima linea, tennero un’imponente manifestazione inneggiando però anche alla lotta armata.

    Da allora la magistratura si è imbattuta nel muro di silenzi e sospetti, prevalentemente animati dal padre di Alceste, che si orientavano verso la parte opposta rispetto a quella preventivata. In particolare negli ambienti bolognesi dell’estremismo venne riportata all’ex dirigente di Lotta continua Marco Boato una ricorrente intimazione a stare attenti, si disse, “altrimenti farai la fine di Alceste Campanile”. Si cercarono responsabilità soprattutto in quell’area dell’estremismo armato che serviva per la vigilanza di Lotta Continua, si ipotizzò anche un rapporto stretto tra il sequestro e il delitto Saronio e quello di Alceste. Si dichiarò che parte del denaro sarebbe transitato da Reggio e proprio da Alceste.

    Mai nessun pentito, fino al 1999, ebbe qualcosa di concreto da dichiarare sul delitto Campanile, contrariamente a tutti gli altri. Si pensò dunque ad un omicidio molto particolare. Poi, appunto nel 1999, Paolo Bellini, coinvolto in delitti di mafia, elemento di estrema destra, in combutta con pezzi di servizi segreti deviati, fuggito in Brasile e tornato in Italia sotto falso nome, dopo il suo arresto avvenuto in un noto ristorante reggiano, ha aperto il sacco confessando di essere stato lui, assieme a un suo compagno di Avanguardia nazionale, ad uccidere Bellini su ordine di un terzo, un noto leader di Avanguardia nazionale. Il movente tornava ad essere quello dei tradimento e si aggiungeva quello di un attentato non riuscito che Campanile avrebbe ordito contro l’abitazione dei Bellini.

    Però gli altri due chiamati in causa da Bellini sono stati assolti. Dunque la sua resta una verità incompleta visto che le pistole che spararono furono due. Ammesso che Bellini abbia detto la verità, visto che per il delitto Campanile non ha dovuto scontare nemmeno una condanna, perché i 22 anni del processo ultimato nel 2007 sono andati in prescrizione, e visto che di delitti ne aveva commessi otto o nove, certificati e dunque anche gli anni comminati non avrebbero appesantito più di tanto la sua posizione, restano ancora tante domande. La magistratura intende evitare, dopo che almeno il secondo colpevole, oltre al mandante, sono ancora sconosciuti, la celebrazione di un nuovo processo? Come è possibile credere a Bellini se ha detto il falso su chi lo accompagnava e su chi ha inviato i due a consumare il delitto? A me pare che il delitto Campanile sia ancora avvolto nel mistero.

 

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IPSE DIXIT

 

Tutti parlavan de’ mali - «Tutti parlavan de’ mali, e per rimedio proponevan veleni».

Ferdinando Galiani

 

martedì 2 giugno 2015

Se una farfalla batte le ali in Irlanda

Da MondOperaio

http://www.mondoperaio.net/

 

 

di Danilo Di Matteo

 

Ѐ fisiologico, specie ai giorni nostri, che ciò che accade in un paese abbia un'importante risonanza politica e mediatica negli altri. Né si può pretendere dai discorsi dei politici quella coerenza che ci attendiamo, ad esempio, dalle argomentazioni dei filosofi. Più in generale, poi, la rigidità e l'ostinazione tendono a nuocere alla vita dei singoli e delle comunità.

    Perché nascano e si consolidino i partiti, però, occorre una visione. E a quanto pare è proprio questa che manca a molti dei leader attuali. Non possiamo che rallegrarci dinanzi all'esito del referendum in Irlanda, ad esempio. Ma come valutare le sue ricadute sul dibattito politico italiano? Trovo che esso sia troppo "umorale" e volubile, per così dire. Come se un giorno si sognasse (sul versante del centrodestra) una forza clerical-popolare, il giorno dopo un partito all'americana e quello seguente si volesse imitare David Cameron.

    Così, all'indomani del voto irlandese, si è detto che Mara Carfagna, attenta al tema dei diritti civili, potrebbe aspirare a guidare Forza Italia. E Matteo Salvini, che non nasconde le proprie simpatie per Marine Le Pen, è giunto a evocare lo spirito berlusconiano del '94 e la rivoluzione liberale.

    Insomma: ben venga una sorta di dialettica politica globale: ma l'impressione è che a prevalere siano piuttosto la confusione e un antico stile provinciale.

       

       

FONDAZIONE NENNI

http://fondazionenenni.wordpress.com/

 

Astenersi?

 

di Giuseppe Tamburrano

 

Mentre in altri Paesi europei le novità elettorali si rivelano soprattutto a destra, compresa l'Italia con Cinque Stelle e Salvini, in Grecia (ma con i suoi guai Tsipras si può definire "di sinistra"?) e in Spagna le novità sono di sinistra. Specie in Spagna ove il successo di "Podemos" è clamoroso.

    Ma tornando a noi le "novità" non solo Grillo e Salvini, la più grossa è silente come un cancro: l'astensionismo.

    Quando si è votato, con grande pena, non sono andato a votare perché non mi sento rappresentato da nessuna lista, ma non ho votato anche perché il Ministero dell'Interno non pubblica quante sono le schede bianche e nulle, come se quelle non fossero una manifestazione di volontà politica, una scelta: non mi sento rappresentato da nessuno.

    Tra pochi giorni conosceremo i risultati delle regionali in sette importanti regioni: se la percentuale dei votanti sarà meno della metà degli elettori quale valore etico-politico avranno quelle elezioni?

    Ovviamente le amministrazioni si insedieranno, gli amministratori percepiranno cospicue prebende. E noi ci sentiremo esclusi ma non responsabili. E chiunque vincerà avrà il "potere" e le prebende, ma non la rappresentanza.

    Perché in Italia non "podemos" trasformare il bisogno di rappresentanza e di una nuova politica in un vasto movimento?

    L'unica area tradizionale e connaturata alle democrazie capitalistiche è il socialismo: il più assente, muto, inerte.

       

       

INIZIATIVA A GENOVA

 

SEI STRANIERO? VOTA!

 

L'iniziativa si colloca all'interno della campagna nazionale per i diritti di cittadinanza "L'Italia sono anch'io".

 

Genova. Sei straniero? Vieni a votare! Domenica 31 maggio nella nostra città si svolgeranno le elezioni regionali, ma non per tutti. Rimangono escluse le persone straniere residenti in Italia che pur essendo titolari di doveri non sono titolari di diritti. Qui pagano le tasse. Cgil, Uil, Arci, Libera, Associazione di Solidarietà Italo-Etiopia-Eritrea e il Comitato Promotore Nazionale hanno allestito per la giornata del 31 un seggio simbolico per dare voce ai cittadini stranieri. L'iniziativa si colloca all'interno della campagna nazionale per i diritti di cittadinanza "L'Italia sono anch'io".

    Della campagna fanno parte 22 organizzazioni a livello nazionale che nel tempo hanno promosso due proposte di legge di iniziativa popolare, una prevede lo ius soli e cioè che i bambini nati in Italia da genitori stranieri regolari possano essere cittadini italiani. L'altra prevede di estendere il diritto elettorale amministrativo ai lavoratori regolarmente presenti in Italia da almeno cinque anni.

    Dopo l'attivismo del Ministro Cecile Kienge, il nuovo Governo non si dimostra particolarmente sensibile ai diritti di cittadinanza per cui è giunto il momento di dare nuovo vigore alla campagna nazionale. A questo scopo sono state scelte le sette regioni in cui si vota ed è stato chiesto alle principali città di allestire un seggio simbolico nel quale i cittadini stranieri potranno votare, ovviamente non candidati o partiti politici, ma proposte di estensione dei diritti di cittadinanza.

    L'appuntamento genovese è fissato per domenica 31 maggio dalle 9 alle 12.30 presso l'Associazione A.m.a. in Via della Maddalena 52c.

 

Cgil, Uil, Arci, Libera,

Associazione di Solidarietà Italo-Etiopia-Eritrea Genova

          

   

Da CRITICA LIBERALE

riceviamo e volentieri pubblichiamo

 

Vera persecuzione contro Renzi

 

di Lepre Marzolina

 

Ma allora ce l'avete proprio con lui! Non può aprire bocca e subito tutti a criticarlo, costringendomi a prendere le sue parti. Vi dite di sinistra e non avete alcuna compassione. Adesso persino la sua uscita sul "sindacato unico" fa discutere. E torno a dire: lui non ha responsabilità. Che colpa può avere una ragazzotto che, trascurato dal padre evidentemente occupato in altre faccende delicate, è rimasto ignorante come un caprone? Uno che scrive "cultura umanista", perché non dovrebbe confondere "sindacato unitario" con "sindacato unico"? Renzi ce la mette tutta, dovete riconoscerlo, adesso deve aver deciso di apprendere dalla gente e recentemente ha ascoltato una vivace discussione in un Bar dello sport tra due camionisti, uno dei quali pretendeva l'abolizione dei sindacati e un altro, più moderato, suggeriva che sarebbe un grosso risparmio di tempo e di denaro se un decreto legge istituisse un solo sindacato. Magari presieduto dal Capo del governo, che pensa al bene di tutto il paese. Renzi, bravissimo, ha subito colto l'idea geniale e l'ha fatta sua. Anche se è un po' vecchia, abbiamo già avuto la Camera dei Fasci e delle Corporazioni, ma se il modello è buono, perché vi lamentate?

 

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