giovedì 15 novembre 2012

Viva Obama e abbasso noi?

Dibattito politico 1

 

Sono personalmente contento che Obama abbia vinto e penso sinceramente che sia meglio per l’America e per il mondo. C’è troppa ideologia nel Partito Repubblicano di oggi e c’era dunque il rischio che i problemi dell’America e del mondo Romney li tagliasse con l’accetta, appunto, dell’ideologia.


di Giuliano Amato

www.giulianoamato.it


Le lezioni che ricavo dal voto  americano sono fondamentalmente due e nessuna delle due mi porta a concludere "viva Obama, abbasso noi". Penso anzi che noi, e qui intendo noi italiani e noi europei, non abbiamo  particolari ragioni per essere invidiosi e abbiamo anche qualcosa da insegnare.

    La lezione numero uno è per noi italiani e ci invita a smetterla di decantare la migliore qualità (rispetto al nostro) del sistema istituzionale americano, che consente agli elettori di sapere subito dopo il voto chi li governerà nel quadriennio successivo.

    Sì, quegli elettori sanno subito chi sarà il loro Presidente, ma se contemporaneamente hanno eletto un Congresso nel quale la maggioranza va al partito opposto a quel Presidente, quest’ultimo dovrà quotidianamente negoziare con quella maggioranza le sue misure e ne uscirà o un governo condiviso o un governo addirittura bloccato. Né si tratta di un caso eccezionale, giacché è quello che è capitato a più presidenti prima di Obama, a lui durante il suo primo mandato e gli sta ricapitando ora dopo queste elezioni. La differenza dal nostro sistema non offre perciò particolari motivi di invidia, tanto più che i nostri governi dispongono dell’arma della fiducia, che non c’è negli Stati Uniti, e possono imporre (c’è chi ritiene anche troppo) la propria volontà al Parlamento con maxiemendamenti e decreti, che penso alla Casa Bianca guardino, loro sì, con invidia.

    Sia chiaro, noi  ne abbiamo tante di cose da aggiustare nella nostra forma di governo e sarà bene che lo facciamo con qualche idea chiara in testa. Mentre gli ondeggiamenti senza bussola ai quali assistiamo nei tentativi di riforma della legge elettorale  dimostrano che per il momento di sicuro non è così. Ma non partiamo dalla premessa che l’erba del vicino è sempre più verde e che possa bastarci importarne un po’.

    Il che ci porta alla lezione numero due. Nei mesi scorsi Washington ha ansiosamente monitorato i rischi promananti dall’eurozona per la crescita e la stessa stabilità dell’economia mondiale e per questo Obama ha ricevuto e chiamato i nostri leaders. Ebbene ora dovremo noi seguire le vicende americane esattamente per gli stessi motivi. Il rieletto Presidente ha infatti davanti a sé una brutta gatta da pelare e se non riesce a farlo già nelle prossime settimane, gli Stati Uniti potrebbero cadere in una pesante recessione, che si cumulerebbe alla nostra con effetti disastrosi su tutti noi. Ci riuscirà con il Congresso che si trova davanti?

 

Sta entrando in questi giorni nel lessico comune la locuzione “fiscal cliff”, che si avvia ad affiancare lo "spread" fra le fonti dei nostri incubi diurni e notturni. Si tratta del precipizio (cliff, che alla lettera vuol dire roccia scivolosa a perpendicolo) nel quale gli Stati Uniti possono scivolare se a gennaio diventeranno operative le misure   imposte mesi fa dai repubblicani per spingere a un’azione vigorosa sul debito. Tali misure, se non rimpiazzate, comporteranno la automatica adozione di tagli di spese e di aumenti fiscali a carico dei ceti medi, che farebbero sparire oltre 600 miliardi dall’economia e le darebbero un colpo che finirebbe, come l’onda di uno tsunami, per attraversare gli oceani.

    Il Presidente e il Congresso hanno la responsabilità di trovare un accordo per evitarlo e sebbene l’esperienza della trascorsa legislatura testimoni il contrario, è ragionevole attendersi che quel muro contro muro possa ora non ripetersi. Lo scopo prioritario dei Repubblicani  durante il primo mandato di Obama era stato quello di estremizzare le sue difficoltà per impedire la sua rielezione. Ora quello scopo non ha più ragion d’essere e il merito delle questioni dovrebbe prevalere.

    Ma qui tocca in primo luogo al Presidente trovare proprio in noi europei l’ispirazione per misure di risanamento finanziario, alle quali si è finora sottratto. Noi abbiamo ecceduto e continuiamo ad eccedere  nell’austerità a senso unico, ma una lezione incoraggiante per noi è che possiamo dare lezione all’America sui modi per riportare sotto controllo i programmi di spesa che ne sono usciti.

    Non basta far pagare più tasse ai ricchi, come il Presidente ha appena annunciato. Il programma di assistenza per gli anziani, Medicare, con il formidabile aumento di beneficiari dovuto al ciclo demografico e all’allungamento della vita (noi lo sappiamo bene), corre dritto verso la bancarotta nel giro di un decennio. E le spese per la difesa hanno raggiunto livelli insostenibili.

    Noi, Grecia compresa, stiamo superando difficoltà e resistenze enormi per riportare in equilibrio i nostri bilanci. C’è da augurarsi che Obama e il Congresso sappiano fare altrettanto, senza essere fermati, fra l’altro, dai veti di coloro che hanno tanto, troppo finanziato le loro campagne elettorali.

    Anche qui, nel freno imposto alle spese elettorali e ai condizionamenti che possono portare con sé, Europa docet.

    Insomma, in un Occidente che si sta adattando con difficoltà ad un mondo che cambia e mette in campo nuovi protagonisti, l’Europa, con tutti i suoi guai, ha ancora un ruolo e qualcosa da insegnare. Anche Obama farà bene a tenerne conto.

 

 

 

IPSE DIXIT


Un minimo di cinismo 1 - «Senza un minimo di cinismo non c'è destra che tenga.» – Giuliano Ferrara


Un minimo di cinismo 2 - « Dobbiamo liberarci da quel tanfo di sacrestia di una classe dirigente che al mattino si presentava sul palcoscenico elettorale con l'acquasantiera e il crocifisso in mano. La sera approntava la scena del burlesque. Una classe dirigente che ha fatto a gara per mettersi in prima fila nel Family day. La notte il Family day lo celebrava con qualche escort e con un po' di cocaina.» – Nichi Vendola


Un minimo di cinismo 3 - «È infatti della Lega l'emendamento alla legge salva-Sallusti (che ridere) che, approvato ieri a scrutinio segreto, prevede il gabbio per i giornalisti che incappano in condanne per diffamazione (...) Scusi Maroni, lei si ricorda che è libero, e ha potuto fare il ministro dell'Interno, solo perché si è fatto fare una legge ad personam che ha abolito il reato di oltraggio a pubblico ufficiale per il quale era stato condannato a quattro mesi di carcere? Scusi Castelli, nobile senatore leghista, sa che lei è libero solo perché il Parlamento ha negato l'autorizzazione a procedere per diffamazione quando aveva dato dello sprangatore a Diliberto? E scusi senatore Calderoli, ci spiega come mai non ha mai pagato per quegli undici morti negli scontri fuori dal consolato di Bengasi seguiti alla sua idea geniale di presentarsi, in nome della libertà di opinione, al Tg1 con la maglietta anti Islam? E scusate, leghisti, come mai Bossi è a piede libero pur avendo subito decine di condanne per diffamazione a magistrati, capi dello Stato, avversari politici? (...) Io andrò a San Vittore, ma loro tra pochi mesi spariranno nel nulla dal quale provenivano.» – Alessandro Sallusti

SULLA SOGLIA

Dibattito politico 2


Il vero e il falso sulla legge elettorale.


di Felice Besostri


Al Senato della Repubblica una maggioranza trasversale spuria formata da PdL, Lega Nord, UdC, FLI e Api ha fissato al 42,5% la soglia per accedere al premio di maggioranza del 12,5%.

    Chiaramente questa maggioranza vuole impedire che la coalizione PD-PSI-SEL (nel frattempo allargata a pezzi della FdS) vinca in carrozza le prossime elezioni.

    Bersani l’ha capito subito e ha denunciato le manovre. Sì, "le manovre", al plurale, perché ce n'è più d’una. I terzopolisti devono rendersi indispensabili per il futuro governo. L’ex maggioranza di centro-destra, invece, vuole impedire che si formi una maggioranza stabile di centro-sinistra; vuole rientrare in gioco, forse in un governo di unità nazionale. Ci sono poi, sparsi un po’ dovunque, i nostalgici anticipati del Monti bis.

    Perché prendersela allora con la maggioranza trasversale spuria e meno con il proponente dell’emendamento, Rutelli, uno dei fondatori del PD?

    Gli scrupoli del relatore Malan gli fanno onore, se equivalgono alla confessione (un po’ ipocrita e tardiva) di aver approvato d’accordo con PD e IdV il Porcellum nel 2007 e poi ancora una scandalosa legge elettorale europea nel 2009 allo scopo d'escludere certe forze politiche dal Parlamento nazionale e d'impedire che rientrassero in gioco a Strasburgo.

    La Corte Costituzionale viene invocata da tutti a ogni piè sospinto, ma non in questa circostanza. Eppure è stata proprio la Consulta a porre la questione della soglia di accesso al premio di maggioranza. E tutti si sono sempre detti d’accordo sul fatto che il Porcellum sia una vera porcata anche perché non prevede la soglia d'accesso.

    Tutti d'accordo, ma nessuno che spieghi come mai – dopo che la Corte Costituzionale aveva lanciato il suo monito nel febbraio 2008 (sentenze n. 15 e n. 16) nessuno abbia preso un’iniziativa. Anzi, quei cittadini elettori che hanno impugnato a suo tempo il decreto di convocazione dei comizi elettorali delle politiche 2008 sono stati lasciati soli. Peccato. Ci saremmo potuti risparmiare tre anni e mezzo di Berlusconi.

    Tutti d'accordo con la Corte Costituzionale, ma nel 2009 le Giunte delle elezioni del Senato e della Camera respinsero all’unanimità il ricorso del signor Ragusa, che chiedeva si desse attuazione agli auspici della Corte Costituzionale.

    Solo il Presidente Napolitano lanciava avvertimenti sulla necessità di cambiare la legge elettorale. Ma giudici, amministrativi e ordinari, se ne sono sbattuti delle proteste dei cittadini, delle raccomandazioni della Consulta e anche degli avvertimenti presidenziali. E si sono rifiutati di rimettere la legge alla Corte Costituzionale. Non soltanto la politica, come fa comodo far credere, se l'è presa comoda, dunque.

    Siamo appena in Cassazione. E il Governo dei tecnici non ha finora modificato di una virgola la linea del Governo Berlusconi di difesa ad oltranza della costituzionalità del Porcellum. Che dire? Tanto si può sempre contare sul silenzio dei mezzi di comunicazione di massa.

    Ciò detto, mi pare difficile attaccare il Senato perché non trova un accordo unanime sulla soglia d'accesso al premio di maggioranza o la fissa troppo alta. Nessuno vorrà, si spera, il 25% previsto dalla fascistissima legge Acerbo. E il 50% era detto "Legge Truffa" (ma se il 50% più uno era "Truffa", ogni percentuale inferiore cos’è?)

    Se vogliamo sapere subito dopo lo spoglio chi governerà il Paese, l’abbiamo visto tutti il 6 novembre scorso: basta adottare una forma di governo presidenziale, come gli USA. Questo però in Italia è tabù, specialmente a sinistra.

    Attenzione, chi vuol conoscere subito il nome del premier, non può contentarsi neppure del sistema semipresidenziale alla francese. Tant'è che Hollande, una volta eletto, ha dovuto poi vincere anche le legislative, aspettando il secondo turno delle medesime, prima di poter decidere sull'esecutivo.

    Se uno la maggiorranza non ce l'ha, non se la può dare: lo sapeva persino Don Abbondio.

    Eppure la soluzione è semplice, se si vuole determinare chi governerà il Paese il giorno stesso delle elezioni, aggirando qualunque soglia. Basta convincere metà di coloro che hanno deciso di non votare circa la bontà della propria ricetta per uscire dalla crisi economica, politica e morale, nella quale ci dibattiamo.

120 anni di socialismo italiano - Un giornale, un'epoca

Discorso pronunciato alla festa nazionale del PSI di Perugia nel settembre scorso in occasione dell'uscita del suo libro sull'Avanti!


di Ugo Intini


Una forza politica non ha futuro se non ha identità, se non è ancorata a una radice che sta nella storia. A un vincolo solido che la unisce a una famiglia internazionale. Questa sinistra italiana non ha futuro perché non è ancorata a nulla, è una foglia secca al vento. Il nostro piccolo partito è il continuatore, oserei dire il custode, dell’unica identità possibile per questa sinistra senza anima: il socialismo democratico. Il nostro compito è quello di contribuire a dare identità socialdemocratica alla sinistra.

    Il libro è uno strumento per questo compito. Racconta la storia dell’Avanti!. dalla nascita(1896) alla fine (1993). Una storia gloriosa in simbiosi con il socialismo europeo. La storia stessa del socialismo. La storia di un secolo.

    Non la racconto io. La raccontano le pagine stesse dell’Avanti!, i suoi articoli riportati tra virgolette, che fotografano il secolo meglio di chiunque. È la storia politica dell’Italia e dell’Europa, perché i direttori e protagonisti dell’Avanti! questa storia l’hanno fatta: da Bissolati a Mussolini, Gramsci, Nenni, Saragat, Pertini e Craxi. È la storia della cultura, perché sull’Avanti! hanno scritto i più grandi intellettuali del Novecento. Il secolo lo raccontano in questo libro anche i suoi testimoni, con i quali ho registrato ore di conversazioni, che ho lasciato agli archivi della Camera. Il loro racconto è una “macchina del tempo” che porta molto lontano. Nenni ha ascoltato un compagno della Comune di Parigi del 1870. Io ho ascoltato Nenni. Un giovane compagno che sarà ancora qui nel 2070 può ascoltare me. 1870-2070: duecento anni attraverso la voce di tre persone. Le testimonianze del libro portano novità storiche anche inedite, che non anticipo adesso e che solleveranno polemiche.


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Il passato affascina, ma a noi interessa soprattutto per il presente e per il futuro, per contribuire a dare una bussola alla sinistra che si è smarrita, per rispondere ai problemi più scottanti del momento. Nella storia, le risposte ci sono tutte.

    La via maestra del socialismo riformista, del socialismo democratico, ha attraversato tutto il secolo diciannovesimo e la sinistra europea la percorre ancora oggi. Il testimone è stato consegnato attraverso una lunga staffetta di generazione in generazione. Turati e Bissolati. Poi Nenni, Saragat, Pertini, Riccardo Lombardi. Poi Craxi. Poi i socialisti europei a cominciare da Hollande. In Italia, solo in Italia, c’è il vuoto. Nel secolo scorso, dalla via maestra (il libro lo racconta) si sono staccati il fascismo e il comunismo, per finire nella tragedia e nel nulla. Anzi, si sono staccati da una costola dell’Avanti!, che è stato per questo, in modo quasi incredibile, al centro di tutta la storia politica italiana. Mussolini, direttore dell’Avanti!, lo lascia e fonda Il Popolo d’Italia, culla del fascismo. Gramsci è nel 1920 il leader dell’edizione di Torino dell’Avanti!(ce ne erano tre:Milano, Roma e Torino). Quando il direttore centrale Serrati la chiude, il giorno dopo, negli stessi locali e con gli stessi redattori (tra gli altri Terracini e Togliatti) Gramsci fonda l’Ordine Nuovo quotidiano, la culla del comunismo.

    Dall’Avanti! dunque nascono purtroppo anche il fascismo e il comunismo. Ma dalle sue pagine, come dicevo prima, nascono le risposte ai problemi di oggi.

    L’Europa e l’euro sono il tema del momento. Turati, nel 1896, nel suo primo discorso alla Camera, traccia l’obbiettivo degli “Stati Uniti d’Europa”, di una Europa cioè politicamente unita e federale. Nel 1929 insiste. Prevede che senza l’unità politica l’Europa sarà subalterna agli Stati Uniti: “questa colonia di un tempo che per il suo predominio economico ognor crescente sta per fare dell’Europa una sua propria colonia”. Vede che l’unità dell’Europa sarà impossibile sino a che dall’Europa non sarà estirpato il “cancro abominevole” del fascismo “il quale- dice Turati- è e si vanta di essere l’anti Europa”. Vero. E vero ancora oggi. La finanza americana e anglosassone non vuole l’Europa perché vuole conservare il suo predominio. E perché l’Europa è in crisi? Anche perché si sta riformando il “cancro abominevole”. Non il fascismo tradizionale, certo. Ma il post fascismo che gli assomiglia, il razzismo, l’intolleranza, il separatismo localista, l’anti parlamentarismo e la anti politica, l’egoismo. È il nuovo cancro dell’Europa, da estirpare.

    Al congresso di Firenze del 1947, campeggiava un enorme slogan. “Non c’è Europa senza socialismo, non c’è socialismo senza Europa”. Verissimo. Non ci sarà Europa se non tornerà la solidarietà e la politica solidale, che è l’essenza del socialismo. Non ci saranno le riforme socialiste vere in nessun singolo Paese europeo senza l’unità politica dell’Europa. Perché le riforme sono possibili soltanto in una Europa unita. Perché un singolo Paese che si metta di traverso contro lo strapotere dei mercati senza regole e senza morale sarebbe travolto. L’Europa può. Un singolo Paese europeo no. Non c’è socialismo senza Europa.

    L’Europa l’hanno fatta la politica e i partiti. Generazioni di dirigenti socialisti e democristiani solidali tra loro si sono passate il testimone. Per i socialisti prima Turati, Leon Blum , Otto Bauer, Vandervelde, Kautski. Poi Nenni, Spaak, Mendes France, Mollet. Poi Craxi, Brandt, Mitterrand, Gonzales. Per i democristiani, De Gasperi, Adenauer, Kohl. Guardavano a un ideale prima che ai conti. E infatti, non dimentichiamolo, l’Europa ha una sua comune identità. Anche rispetto al resto dell’Occidente. In Europa, c’è lo Stato sociale e non la pena di morte. Negli Stati Uniti, esattamente il contrario. Saranno la politica e i partiti che hanno iniziato a costruirla, non gli economisti a salvare, con l’Europa, il nostro futuro. L’unità politica dell’Europa deve essere il primo impegno della sinistra italiana.

    Il tema del momento è la mafia. Ma l’Avanti! ci racconta come la storia è cominciata. Ci ricorda che i grandi media, l’Italia che conta sono sempre pronti a dare lezioni. Ma nel momento decisivo non ci sono. E non sono mai pronti a fare una pur minima autocritica. Scrive l’Avanti! nel 1947. “Caduto il fascismo, cacciata la monarchia, la classe agraria, avendo perduto le sue ultime speranze separatiste sotto la protezione straniera, è portata a buttarsi allo sbaraglio. La mafia è di nuovo a sua disposizione. La mafia, armata di tutte le armi lasciate dalla guerra, batte i campi e le città, minacciando, intimidendo, provocando, uccidendo”.


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Nella primavera del 1948, durante la campagna elettorale, i compagni assassinati sono 35. “Cittadini- grida l’Avanti!- in breve tempo, 35 contadini e dirigenti sindacali sono stati freddamente assassinati da mafiosi assoldati dai latifondisti. Vogliono col terrore e col sangue frenare il moto del popolo siciliano per il rinnovamento economico e democratico della Sicilia”. Nel 1955, viene ucciso il compagno sindacalista Salvatore Carnevale. “La sera- racconta la mamma all’Avanti!- non usciva, rimaneva a casa per leggere e studiare. Diceva che i socialisti studiano e sanno cosa dire quando parlano”. L’Avanti! fa una grande inchiesta di prima pagina che contribuisce a scoprire gli assassini e i mandanti. Pertini accompagna mamma Carnevale a portare le prove ai magistrati. Di tutto ciò, il Corriere della Sera pubblica una notizia a due colonne nella settima pagina in basso, per un giorno. Poi più nulla. A combattere ci sono solo i partiti e i giornali di partito. Dove erano i grandi giornalisti, dov’è l’Italia che conta e che oggi continua a dare lezioni in un’orgia di retorica anti mafia? Nel momento decisivo, pensavano che la mafia fosse in fondo una garanzia di controllo sul territorio e di stabilità sociale: un tema cui poteva appassionarsi l’Avanti!, ma non il Corriere. La grande stampa alla fine si accorgerà del disastro. Ma troppo tardi e dopo che il contagio si sarà esteso anche al nord.

    Il tema del momento è lo scontro tra la politica e la magistratura. Nel libro lo chiamo la guerra dei trent’anni. Una tragicommedia infinita. Come la mafia, un altro caso unico in Europa, perché in nessun Paese europeo due poteri dello Stato sono in conflitto da decenni. Attenzione, perché anche questi casi unici sono all’origine dello spread. La chiamo la guerra dei trent’anni perché è cominciata all’inizio degli anni ’80 ed è del 1987 la vittoria socialista che stabilisce con il referendum la responsabilità civile dei magistrati: uno dei tanti referendum disattesi e dimenticati. Ma non è Craxi a sollevare il problema. Nenni aveva già capito tutto nel 1964. Scriveva. “L’indipendenza della magistratura va assumendo forme che fanno di quest’ultima il solo vero potere, un potere insindacabile, incontrollabile e a volte irresponsabile”. Aveva già parlato chiaro e forte il presidente della Repubblica Pertini nel 1981. Lui, prima di Napolitano, aveva ricordato la Costituzione e l’Avanti! lo aveva ringraziato. “Importante- scrive l’Avanti!- appare la riaffermazione solenne della presunzione di non colpevolezza attraverso il richiamo non certo casuale alla Costituzione, là dove afferma che l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Un richiamo che non sarà mai abbastanza sottolineato di fronte all’uso distorto che alcuni magistrati, e una parte consistente della stampa, fanno di atti preliminari al processo istituiti, come è il caso della comunicazione giudiziaria, a fini garantisti, ma divenuti in realtà impietosi strumenti di discredito e di condanna preventiva”. 1981, trentun anni fa!


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Il tema del momento è la legge elettorale. I nostri vecchi dicevano che le teste si spaccano o si contano. Ma che bisogna contarle onestamente. Non è possibile accettare a cuor leggero che una testa valga due e un’altra zero. Prima di abbandonare il proporzionale con giochi delle tre carte all’italiana bisogna pensarci cento volte. Lo ha abbandonato la legge fascista Acerbo del 1923, che ha condannato al carcere e all’esilio una generazione di democratici. Ma che era meglio del Porcellum. Lo ha abbandonato la legge Scelba del 1953, che ha indignato la sinistra dei nostri padri fondatori, che è passata alla storia come legge truffa, che ha provocato i morti in piazza, ma che era immensamente meglio delle leggi elettorali della seconda Repubblica. Una sinistra senza memoria ha accettato tutto. Per la governabilità e la stabilità. Per la governabilità e la stabilità che ci hanno portato al punto in cui siamo. Attenzione. Il premio di maggioranza è quasi unico al mondo. Esiste solo in Grecia, e non è un bel segnale. Attenzione. Se la democrazia è al suo minimo storico di credibilità è anche perché le teste non si contano più onestamente e perché di conseguenza i cittadini non vanno a votare, o votano scheda bianca, o votano costretti e disgustati col naso turato, per il meno peggio. Bisogna contare onestamente, ma anche semplicemente contare. Se si conta, si scoprono le menzogne della seconda Repubblica. Menzogne da regime. Vi dico una cosa che ha strabiliato anche me. Hanno riscritto la storia e ci hanno fatto credere che la coalizione Craxi,Forlani, quadripartito abbia perso le elezioni nel 1992 e sia stata di conseguenza delegittimata. Ci hanno fatto credere che il voto popolare abbia invece legittimato le coalizione vincenti dell’ultimo ventennio. Ma non è vero. Bisogna contare. Il quadripartito delegittimato e sconfitto secondo i media nel 1992 ha preso più voti di quanti Prodi e Berlusconi abbiano mai preso. Il quadripartito sconfitto nel 1992 ha ottenuto due milioni di voti in più del berlusconismo trionfante nel 2008. Contare e contare onestamente è il primo argine alla anti politica.

    Oggi c’è confusione e incertezza sulle alleanze, ma la storia indica la via. Abbiamo avuto le grandi stagioni di libertà e progresso quando la sinistra riformista si è alleata al centro democratico, isolando gli opposti estremismi e le opposte irrazionalità di sinistra e di destra.


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Turati e Giolitti nel primo decennio del ‘900 non hanno potuto giungere a una alleanza formale di centro sinistra, ma si sono capiti e hanno costruito la belle epoque italiana. Una stagione felice, travolta dalla guerra. Una guerra causa del confuso magma ribellista che ha originato fascismo e comunismo.

    Il centro sinistra degli anni ’60 e oltre, costruito da Nenni, Saragat e Moro, ha prodotto tutte le conquiste e le riforme ancora oggi esistenti: scuola media unica, assistenza sanitaria per tutti, pensioni, statuto dei lavoratori, decentramento dello Stato, diritti delle donne, divorzio e aborto, rinnovamento del costume. Allora i comunisti dicevano che era troppo poco e votavano contro. Oggi, si pensa che sia troppo. Il centro sinistra e Nenni sono stati travolti da un altro magma ribellista, quello del 1968, dal terrorismo, dalla eversione rossa e nera.

    Il centro sinistra degli anni ’80 e il governo Craxi hanno prodotto l’ultima nostra stagione di progresso che oggi viene rimpianta. Travolta dal magma ribellista del nuovismo anti partitocratico e da Mani Pulite. Il peggiore. Perché se quella del 1992-94 è stata una rivoluzione, è stata l’unica rivoluzione della storia soltanto distruttiva, assolutamente priva di un progetto. E infatti ha distrutto la prima Repubblica senza costruirne un’altra, ha creato per l’Italia il ventennio perduto, quello del degrado economico, politico e morale. Il tunnel al termine del quale troviamo oggi la bancarotta del paese e la ridicolizzazione della politica.

    Il magma ribellista è la maledizione italiana e si ripropone continuamente, a distanza di decenni. Nel 1992, lo hanno cavalcato gli ex comunisti ed ex fascisti, poi Di Pietro, adesso Grillo. Nenni diceva. “Il y a touyours un pure plus pure qui t’epure”. C’è sempre un puro più puro che ti epura. Ed è così. Anche Lenin , per una volta, ha visto giusto. Diceva. La storia, quando si ripete, da tragedia diventa farsa. Infatti siamo al grillismo.

    Il ventennio perduto iniziato nel 1992 ha bruciato il futuro di una generazione. Ma ancora una volta i socialisti e l’Avanti! hanno capito forse più degli altri. Un tema del momento sono le rivelazioni sugli americani e Mani Pulite. Ma l’Avanti! già allora scriveva che, finita la terza guerra mondiale tra Est e Ovest, il potere economico, partendo dagli Stati Uniti, intendeva ridimensionare la politica e i partiti. La rivoluzione liberista lanciata in California voleva non solo lo Stato minimo, ma anche la politica minima. Privatizzata l’economia, si voleva la privatizzazione anche della politica. È il titolo di un mio libro. E ci siamo arrivati. Soprattutto in Italia. Occhetto e i comunisti festeggiavano la “gioiosa macchina da guerra” che pensavano avrebbe vinto le elezioni. L’Avanti! titolava invece “un ’68 alla rovescia”, perché già vedeva che la rivoluzione in atto era liberista e individualista, il contrario del ’68. Infatti ha portato a un ventennio dominato dalla destra, da Berlusconi e dagli ex fascisti. L’Avanti! titolava anche “golpe strisciante”. E indicava le componenti golpiste. Molto diverse e conflittuali tra loro, ma convergenti nell’obbiettivo di liquidare la prima Repubblica. Sono state qui sino al disastro finale. E ancora sono qui, a strepitare e dare lezioni. “Tornano a muoversi i fascisti- scriveva l’Avanti!- che decenni di democrazia hanno ridotto al silenzio ma non cancellato. Si muove quella parte del potere economico che considera finito il ruolo di mediazione dei partiti e dei sindacati e vuole governare direttamente (Passera ci è arrivato). Si muovono quei settori dei corpi statali mai pienamente conquistati alla egemonia della politica sulla burocrazia (adesso i burocrati fanno i ministri). Si muovono le forze localiste disgregatrici, che vedono giustamente nei partiti storici il cemento dell’unità nazionale. Si muove quella parte della tradizione ecclesiastica che vuole riprendere direttamente il controllo sulla società civile, senza più la mediazione del partito cattolico, sì, ma laico, costruito da De Gasperi. Si muove il rivoluzionarismo post sessantottino, galvanizzato dalla possibilità di aggredire, cavalcando mode nuove, un avversario antico. Si muovono i vetero comunisti, spinti dal complesso di Sansone (crollata l’ideologia comunista e il PCI, crollino tutti i partiti e il mondo partitocratico intero”.

    La domanda, del momento è: il golpe strisciante è stato aiutato dagli americani? Certo, una immensa ragnatela di intercettazione copre tutto il mondo, può registrare qualunque telefonata e penetrare qualunque computer. Non è NATO, ma solo anglosassone (nasce dal patto Ukusa tra Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada, Australia e Nuova Zelanda). La rete si chiama Echelon ed è coordinato dalla National Security Agency. Ha 21 centri di ascolto in tutti i continenti. Nella sua sola sede centrale, a Fort Meade, occupa 92.200 militari e 29.000 civili. Si è disinteressata all’Italia e a Mani Pulite? Ciascuno può ragionare e dare la sua risposta. Certo, il capo della CIA di allora, James Woolsey, ha dichiarato testualmente nel 2000. “L’industria americana non vince contratti internazionali con le tangenti. Lo stesso non è altrettanto vero per i comportamenti dei nostri amici e alleati. Noi li abbiamo spiati in passato. E io spero che il governo degli Stati Uniti continui in futuro a spiare contro la corruzione”. Woolsey faceva la morale. Ma la grande finanza faceva gli affari, perché ha comprato per quattro soldi il sistema industriale italiano distrutto da Mani Pulite.

    La storia dunque dà le risposte sui temi più scottanti di oggi. Ne ho ricordato alcuni, ma ce ne sono molti altri. Uno per uno, città per città, possono essere al centro di dibattiti per i quali sono disponibile, possono aggregare intorno al nostro piccolo partito amici, interlocutori e socialisti dispersi sotto tutte le sigle. C’è da riempire un vuoto enorme, perché una intera generazione non sa cosa sia il socialismo ed è urgente raccontarglielo, prima che sia troppo tardi. Prima che si dimentichi che in Italia ed Europa non c’è stata battaglia di libertà e giustizia che non sia stata combattuta dai socialisti e dal loro giornale. Molto spesso avanti di decenni sui tempi. Così che la storia ci ha dato sempre ragione.

    Non è un problema solo dei socialisti. C’è bisogno di far sapere ai giovani cosa sono stati la politica e i partiti con la P maiuscola. Tutti i partiti.

    C’è bisogno di far capire che se vogliamo una moneta europea dobbiamo volere anche una politica europea, che è fatta dai partiti radicati nella storia e appartenenti sino in fondo alle grandi famiglie politiche europee.

  C’è bisogno di spiegare che la politica italiana ha una unicità ormai impensabile non solo in Europa, ma persino in Sud America. Non esistono nelle democrazie i partiti personali. I Berlusconi, i Di Pietro, i Grillo sono unicità italiane. E anch’esse unicità che aumentano lo spread.

    C’è bisogno di mettere a tacere gli analfabeti politici i quali sostengono che destra e sinistra sono concetti obsoleti, che la divisione è oggi tra nuovo e vecchio. In una settimana, fortunatamente, chiunque ha visto le convenzioni repubblicana e democratica negli Stati Uniti. Chiunque ha toccato con mano cosa è la destra e cosa la sinistra nel Paese più moderno, che precede il resto del mondo.


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Ho fatto un lavoro enorme di ricerca e documentazione. Mi ha incoraggiato il presidente Napolitano e credo non per caso. Perché è ormai un socialista riformista e un socialdemocratico. Sulla copertina del libro, c’è un suo giudizio generoso. “Non dubito- ha scritto- che questo libro susciterà grandissimo interesse e approvazione, stimolando vuoi memorie personali e collettive, vuoi riflessioni sulle molte incognite della politica italiana in questa sua fase, per molti aspetti insolita. Mi compiaccio con te per avere immaginato e portato a termine questa tua fatica”. Lo ringrazio e osservo, a proposito della contrapposizione ossessiva, tutta italiana, tra nuovo e vecchio, tra giovani e anziani, una realtà obbiettiva. I due presidenti più anziani sono stati Pertini e Napolitano. Ma sono anche i due che hanno salvato l’Italia da un baratro prendendola per i capelli. È un caso? Non credo. Sono i due presidenti cresciuti alla scuola della politica e dei partiti, appunto, con la P maiuscola.

    Questo libro aiuterà dunque, spero, i giovani a capire cosa è stato e cosa ancora può essere il socialismo. Attenzione però. Il socialismo è idee, razionalità, ma prima ancora è cuore. Lo ha scritto Edmondo De Amicis, che di cuore se ne intendeva e che era un fedele collaboratore dell’Avanti! Lo ha scritto parlando di una parola (“compagno”)“, della quale la sinistra italiana oggi quasi si vergogna. “Solo l’operaio che s’ode chiamare ‘compagno’ dallo studente, il signore che si sente dare quel nome dal povero, il dotto a cui lo dice l’uomo incolto, il giovinetto a cui lo dice il vecchio; solo colui che giunto in una città sconosciuta si ode chiamare ‘compagno’ da cento giovani mai veduti; questi soltanto, noi soli, possiamo sentire e comprendere la poesia e la forza, che questa parola racchiude. Questa parola ‘compagno’, che ha acquistato un senso nuovo in tutte le lingue europee è per noi un argomento di conforto e di gioia. Quando pure la vecchiaia o l’infermità ci condannasse nei nostri ultimi anni a essere soldati disarmati e inoperosi all’idea che si splende nella mente, questa parola ci rimarrebbe sempre nell’anima, come l’espressione del più alto stato a cui la nostra coscienza e la nostra vita di uomini e di cittadini si siano sollevate. E all’ultima nostra ora, il nostro sguardo cercherà un amico, uno almeno, al quale possiamo dire ancora una volta ‘compagno’ come nei nostri bei giorni di lavoro e di battaglia”. C’è retorica nelle parole di De Amicis? Anche. Ma nell’Internazionale socialista ci si chiama ancora compagni. Quando la sinistra italiana riscoprirà cosa vuol dire compagno, quando si riapproprierà della sua storia, riprenderà anche in Italia il suo cammino.




Ugo Intini, giornalista e scrittore, ha scritto numerosi libri di politica e di storia, già direttore del quotidiano di Genova Il Lavoro, è stato direttore responsabile dell’Avanti! (con Craxi direttore politico) dal 1978 al 1981, e poi direttore politico dal 1983 al 1987. Parlamentare dal 1983 al 1994 e dal 2001 al 2006, portavoce del Partito socialista dal 1987 al 1993. Nel governo Prodi II anni 2006-2008 è stato prima sottosegretario e poi vice ministro degli esteri.


Ugo Intini, Avanti! Un giornale, un'epoca

Edizioni Ponte Sisto, Roma 2012

info@pontesisto.it - www.pontesisto.it

La bancarotta del liberismo

Parliamo di socialismo

a cura della Fondazione Pietro Nenni

http://fondazionenenni.wordpress.com/



L’ultimo libro di Joseph Stiglitz, Bancarotta, merita la massima attenzione. In esso l’autorevole economista sottolinea con particolare vigore un fatto che “i “fondamentalisti del mercato” sistematicamente trascurano


di Luciano Pellicani


La Grande recessione – partita dall’America e diffusasi, simile a un contagio, nel resto del mondo – rappresenta una clamorosa smentita della tanto decantata new economy e delle sue strabilianti innovazioni che avevano caratterizzato la seconda metà del Novecento, comprese la deregulation e l’ingegneria finanziaria. Esse avrebbero garantito stabilità e crescente benessere. Per contro, milioni di cittadini americani hanno, quasi di colpo, perso la casa e il lavoro.

    Evidentemente, qualcosa di sbagliato c’era nell’idea che lo Stato doveva limitarsi a garantire il corretto funzionamento del libero mercato. Persino Alan Greenspan – governatore della Federal Reserve – ha pubblicamente ammesso che la crisi scoppiata nel 2008 ha smentito i suoi più forti convincimenti. Ha ammesso, in altre parole, che la causa principale della Grande recessione è stata la dottrina neoliberista, di cui egli stesso è stato il sommo sacerdote.

    Ma la cosa più grave è che gli ideologi del mercato autoregolato hanno sistematicamente e pervicacemente ignorato quanti – con lo stesso Stiglitz in testa – avevano previsto l’inevitabile bancarotta della new economy. “ L’unica sorpresa della crisi economica del 2008 – scrive con amara ironia Stiglitz – è che abbia colto di sorpresa così tate persone. Secondo alcuni osservatori, si è trattato di un caso da manuale, che non solo era prevedibile, ma che era stato previsto. Un mercato deregolamentato inondato di liquidità e con tassi di interesse bassi, una bolla immobiliare globale e l’aumento sconsiderato della concessione dei mutui subprime costituivano una combinazione tossica. Se a questa aggiungiamo il disavanzo fiscale e commerciale degli Stati Uniti e il corrispondente accumulo d'ingenti riserve in dollari da parte della Cina – insomma, una economia globale in pieno squilibrio –, era chiaro che le cose stavano andando malissimo”.

    Pertanto, la conclusione non può che essere una: “ciò che differenzia questa crisi dalle molte che l’hanno precedute nell’ultimo quarto di secolo, è che reca il marchio made in Usa”. Il che significa – non lo si ripeterà mai abbastanza – che essa dimostra l’assurdità – tecnica, oltre che morale – del paradigma liberista. Una assurdità che Stiglitz è stato fra i primi a denunciare, ricordando a più riprese che i mercati – pur essendo il cuore pulsante di una economia efficiente e dinamica – “da soli non possono funzionare”. Non lo possono per le ragioni che furono illustrate ben novant'anni or sono da Keynes, al cui magistero Stiglitz si richiama esplicitamente.

    Stiglitz non si limita a criticare i “fondamentalisti del mercato”. Suggerisce anche un’alternativa al paradigma neoliberista, la quale, in buona sostanza, altro non è che il paradigma socialdemocratico, la cui realizzazione più riuscita è quella svedese. E, infatti, sul caso svedese Stiglitz si sofferma per mettere in evidenza che – contrariamente a un luogo comune molto diffuso fra i conservatori – non è affatto vero che efficienza economica e welfare sono incompatibili. Lo sono. Ed è precisamente il sistema svedese che lo dimostra in maniera esemplare. La Svezia registra uno dei redditi pro capite più elevati nel mondo, superando di gran lunga gli Stati Uniti negli indici di benessere e di tutela sociale. E questo accadde perché il settore pubblico svedese è riuscito spendere il proprio denaro assai bene mentre il settore privato degli Stati Uniti ha fatto un pessimo lavoro. La Svezia, con le sue pratiche realizzazioni, dimostra che uno Stato sociale ben organizzato è in grado di fare da supporto a una società dinamica e innovativa.

    Questa è la lezione che Stiglitz estrae dall’attuale Grande depressione. Una lezione che conferma la validità dei principi – operativi oltre che morali – della tradizione socialdemocratica, frettolosamente dati per defunti.

LA VITTORIA DI OBAMA

LA VITTORIA DI OBAMA - 1


I poveri con Obama, i ricchi con Romney


Elezioni Usa: un Paese diviso. Gli elettori con redditi inferiori ai 50mila dollari hanno votato in maggioranza per Obama, quelli con più di 100mila dollari per Romney. L'economia è stato il fattore determinante nel voto. "Con Obama vincono politiche per crescita economica", è stato il commento a caldo del New York Times.


(Adnkronos) - Barack Obama ha rinnovato gli appelli all'unità del paese dopo le divisioni elettorali, ma la sua vittoria non mostra un paese unito. Dall'analisi del voto emerge come gli americani con i redditi più alti, ma anche medi, abbiano votato per Mitt Romney e quelli con i redditi più bassi per Barack Obama. La linea della divisione passa sul reddito di 50mila dollari, poco più di 39mila euro: gli elettori con redditi inferiori hanno votato in netta maggioranza per il democratico, il 60% contro il 38%. Ma Romney ha vinto tra gli elettori con redditi dai 50mila dollari in su.

    E l'economia è stata il fattore determinante della scelta degli elettori a favore di Obama. Quattro elettori su 10 si sono detti convinti che l'economia è migliorata. Per il 59% degli intervistati all'uscita dai seggi la principale preoccupazione è quella della disoccupazione, e tra questi elettori Mitt Romney ha registrato un certo vantaggio, il 51% contro il 47% per Obama che invece ha conquistato i maggiori favori degli elettori per quanto riguarda la politica estera e le questioni sociali, come la riforma sanitaria. Ma a giocare contro Romney è stato soprattutto il fatto che oltre la metà degli elettori ha espresso la convinzione che, se eletto, il repubblicano avrebbe portato avanti politiche in favore dei ricchi. Solo il 34% degli elettori ha creduto alle promesse di Romney di politiche a sostegno principalmente del ceto medio. Discorso opposto per Obama: il 43% degli elettori ha detto, all'uscita dai seggi, che il presidente difende gli interessi del ceto medio, il 31% ha detto che promuove politiche in favore dei poveri - appena il 2% ha espresso la stessa convinzione riguardo a Romney - e solo il 10% pensa che il presidente favorisca i ceti più ricchi

    Secondo il New York Times, la vittoria di Obama "è un forte sostegno alle politiche economiche che enfatizzano la crescita economica, la riforma sanitaria, l'aumento delle tasse e una riduzione bilanciata del debito". È quanto si legge in un commento del New York Times che sottolinea come, anche sul fronte sociale, la rielezione di Obama è una forte sterzata "in favore di politiche moderate sull'immigrazione, aborto e matrimoni gay". Ma – come spiega Angelo Baglioni, docente di Economia Politica all'Università Cattolica di Milano, a Labitalia, "nel dibattito preelettorale americano c'è stato un grande assente, il tema del debito pubblico degli Usa, un dato scomodo su cui sia Obama sia Romney hanno glissato. Ormai il debito pubblico si aggira attorno al 100% del Pil, mentre il disavanzo pubblico è attorno al 10% del Pil. E adesso che la campagna elettorale è terminata, Obama dovrà fare i conti con questi dati, perchè un bel giorno i mercati finanziari, al contrario di quello che avviene oggi, potrebbero decidere che il debito pubblico Usa non è più sostenibile e chiedere il conto".

    La situazione del debito pubblico Usa, dice il professore, "è più grave mediamente di quella europea, eppure non sembra essere un tema all'ordine del giorno, ma dovrebbe esserlo, come accade in Europa, anche se gli Usa dispongono di autonomia monetaria".

    Per quanto riguarda il lavoro, aggiunge Baglioni, "gli ultimi dati sulla disoccupazione negli Usa sono stati abbastanza incoraggianti: la disoccupazione è scesa infatti sotto l'8%, cosa che non accadeva dal 2009". "E anche se per gli Usa si tratta comunque di una disoccupazione altissima, perché prima gli americani erano abituati a una media intorno al 5%, c'è da dire -precisa l'esperto- che Obama si è trovato di fronte a un quadriennio molto difficile, in cui c'è stata anche una crescita molto bassa (+2%) rispetto ai livelli di crescita prima del 2008".

    La sfida sul piano dell'occupazione, dice ancora Baglioni, "si giocherà sulla capacità di aumentare il carico fiscale sui redditi più alti e viceversa di alleggerire la pressione fiscale sui redditi più bassi, favorendo piani di welfare e di assistenza per le fasce più deboli". Poi ci sarà da intervenire sulla formazione del capitale umano, "sulla scuola pubblica - precisa Baglioni - che notoriamentre non è in buone condizioni, ed è di basso livello".

    "Improbabile", invece, un 'dietro front' sulla riforma sanitaria, la cosiddetta 'Obama Care', sostiene ancora Baglioni. "La cosa più difficile da far passare per Obama -conclude- sarà proprio l'aumento del carico fiscale sui redditi più alti. Lì c'è un problema vero, perché la Camera rimane in mano ai repubblicani che certo si opporranno. Il tutto potrebbe anche essere rimandato di due anni, a dopo le elezioni di mid term, sempre che -avverte l'economista- vincano i democratici. E si rischia un blocco anche sulle politiche di riduzione del debito e sulle politiche espansive dell'occupazione".

 

 

LA VITTORIA DI OBAMA - 2


Gli auguri dell'Italia


Napolitano: "Dovremo superare insieme una grave crisi economica globale".


ROMA - "E' un piacere poterle indirizzare le più calorose congratulazioni e i più fervidi auguri miei personali e dell'Italia per la rielezione a presidente e per l'avvio del suo secondo incarico". Lo ha scritto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nel messaggio inviato al presidente degli Stati Uniti d'America, Barack Obama.

    "Mi consenta anche di manifestare ammirazione - ha continuato il capo dello Stato - per l'alto senso di responsabilità con cui i due candidati hanno fatto seguire immediatamente all'annuncio del risultato espressioni di reciproco riconoscimento e di comune impegno a operare per l'unità della nazione".

 

"Il popolo americano ha affidato a lei l'ulteriore mandato per la soluzione dei suoi problemi e innanzitutto per il superamento di una grave crisi economica globale come quella che stiamo insieme vivendo. Il popolo americano e il popolo italiano - ha rilevato il Presidente Napolitano - hanno bisogno della più solida amicizia tra i nostri due paesi e della più stretta cooperazione tra Stati Uniti ed Europa perché possa avanzare nel mondo la causa della pace, della democrazia e dei diritti umani. Il mondo ha bisogno di un forte apporto dell'America per la costruzione di nuovi equilibri e per uno sviluppo sostenibile nella sicurezza e nella giustizia da cui nessun popolo e nessun paese siano esclusi".

    "In questo spirito - ha concluso Napolitano - accolga anche i miei voti di serenità e benessere personale per lei e per la sua consorte". (Inform)

 

 

LA VITTORIA DI OBAMA - 3


IL REALISMO DELLA SPERANZA


di Renzo Balmelli 


L'Empire State Building nel cuore della Grande Mela illuminato a giorno con i colori americani e il blu dei democratici, la gioia di Times Square, icona di Nuova York, la folla in festa di Chicago, quartier generale dello staff presidenziale, la foto-vittoria con l'abbraccio alla moglie Michelle replicata milioni di volte su twitter, resteranno tra le immagini più significative del trionfo personale e politico di Obama; trionfo reso ancor più eloquente dalla condizioni oggettivamente difficili in cui è stato ottenuto. Come i sondaggi lasciavano prevedere è stata una sfida all'ultimo voto, poi conclusa però con una maggioranza netta in cui hanno finito col prevalere la personalità e la freschezza del leader democratico, ancora capace, nonostante le traversie e le delusioni del primo mandato, di trovare le parole giuste per (re)infondere speranze a un Paese che, come altri, sente i morsi della crisi.

    Qualcosa tuttavia è cambiato nell'umore e nell'approccio dell'elettorato. Rispetto a quattro anni fa, quando Obama centrò la Casa Bianca sulle ali dell'entusiasmo, questa volta prevale piuttosto l'impressione che più del cuore poté la ragione, che il voto sia stato più di testa che di pancia nella consapevolezza che i prossimi quattro anni potrebbero risultare decisivi per concretizzare quell'America generosa, tollerante, ma soprattutto più equa con chi soffre e vive all'ombra del benessere.

    Nel privilegiare la continuità, gli Stati Uniti hanno intuito attraverso una profonda riflessione che affidarsi a un imprenditore prestato alla politica qual è Romney poteva essere un azzardo in questa fase cruciale. Dopo tutto l'ex senatore del Massachusetts resta legato agli ambienti di Wall Street e dell'alta finanza, non certo famosi per il loro spirito filantropico, dai quali non ha mai saputo e voluto prendere chiaramente le distanze. E proprio in quest'ottica occorre rilevare che la scelta americana, scelta consolante per quanti condividono e credono nella forza delle idee progressiste domiciliate a sinistra del panorama politico, ci riguarda tutti.

 

Washington ha smesso l'ambizione di essere il gendarme del mondo, ciò non di meno ogni cambiamento alla Casa Bianca influisce sulla politica planetaria, sull'economia, sugli equilibri internazionali, sugli scenari militari. Ma non può non influire - come molto opportunamente osserva Dario Fo - anche sulla cultura, sulla comunicazione e, più in generale, sulle vicende di una società che sta cambiando in modo a volte turbolento, lasciandosi alle spalle sacche di povertà, di drammatico sottosviluppo, di prevaricazione dell'uomo sull'uomo che non possono più essere tollerati. In quest'ambito, sebbene il secondo mandato contrariamente a quanto si crede non sia una passeggiata, Obama, ormai sgravato dal peso della rielezione, avrà maggiore agio nell'affrontare i dossier più spinosi rimasti sulla sua scrivania in modo da consolidare i capisaldi del suo programma che spaziano dalla costante ricerca delle soluzioni negoziate alla capacità di riunificare non soltanto gli Stati Uniti, ma anche le capitali più ritrose al dialogo, sotto la bandiera dalla pacifica convivenza.

    Nel succedere a se stesso quel "giovanotto abbronzato", come ebbe a definirlo un ex premier italiano, tiene aperta la porta ai sogni, non sempre destinati a morire all'alba, ma senza pretendere, con saggio realismo e una buona dose di pragmatismo, di avere la bacchetta magica per realizzarli. Con la sua rielezione, che vista l'importanza della posta in palio non è esagerato definire epocale, l'America nuova ha ad ogni buon conto avuto la meglio su quella vecchia a riprova che lo yes we can, pur senza cullare illusioni smodate, resta, sì, un obbiettivo faticoso da realizzare, ma comunque possibile.

    Tanto che, a sentire Obama fresco di rielezione nel discorso di ringraziamento rivolto alla Nazione, il "meglio deve ancora venire", affermazione che è già entrata nella galleria delle frasi famose. Nello studio ovale sanno, però, che servono coraggio, determinazione e magari anche un pizzico di "faccia tosta" per fare in modo che la promessa non rimanga soltanto un bell'auspicio.

 

 

 

IPSE DIXIT


Il Sacro G. - «Per concludere, potremmo dire che il punto G somiglia sempre di più al mito del Sacro Graal: tutti ne parlano, tutti fanno ipotesi sul luogo dove potrebbe essere custodito, ma nessuno sa in realtà cosa sia e, soprattutto, dove si trovi.» – Giuliana Proietti


Fine del patriarcato - «Siamo alla fine del patriarcato. Gli uomini hanno ancora potere, ma non autorevolezza» – Luciana Castellina