martedì 10 marzo 2015

NON E’ MITE

MOSTRO ITALICUM - 3/3 - Puntate 1/3 e 2/3 apparse sull'ADL

del 12 e del 19 febbraio 2015

 

Sulla legge elettorale partorita dal patto del Nazareno molti si affannano a spiegare che si tratta di un mostro legislativo meno mostruoso della sua versione primitiva. Per noi una cosa è certa: che questo mostro non è mite.

 

di Luciano Belli Paci

 

Le preferenze come ludi cartacei. - L'altro motivo di incostituzionalità del Porcellum statuito dalla sentenza n° 1/2014 riguarda le liste bloccate che, sottraendo all'elettore la facoltà di scegliere l'eletto, violano i precetti costituzionali sul voto "libero, personale, diretto" (artt. 48, 56, 58 Cost.).

    Nella legge Calderoli, osserva la Corte, "tale libertà risulta compromessa, posto che il cittadino è chiamato a determinare l'elezione di tutti i deputati e di tutti senatori, votando un elenco spesso assai lungo (nelle circoscrizioni più popolose) di candidati, che difficilmente conosce. Questi, invero, sono individuati sulla base di scelte operate dai partiti, che si riflettono nell'ordine di presentazione, sì che anche l'aspettativa relativa all'elezione in riferimento allo stesso ordine di lista può essere delusa, tenuto conto della possibilità di candidature multiple e della facoltà dell'eletto di optare per altre circoscrizioni sulla base delle indicazioni del partito".

    L'Italicum tenta di aggirare l'indicazione della Corte, lasciando "bloccati" solo i capilista delle nuove 100 circoscrizioni e consentendo invece all'elettore di esprimere il voto di preferenza per gli altri candidati.

    Oltre al danno, la beffa.

    Infatti, salvo casi del tutto eccezionali, il sistema funziona in modo tale per cui tutte le liste diverse da quella che si vedrà attribuito il premio di maggioranza – il che significa liste che potrebbero avere raccolto complessivamente fino al 60 % del voto popolare, e anche oltre se si è andati al ballottaggio – non avranno altri eletti all'infuori dei capilista. In altre parole, per la maggior parte degli elettori, tutti i deputati eletti con il loro voto saranno quelli individuati sulla base di scelte operate dai partiti; e neppure potranno dire di avere scelto il capolista, essendo rimasta inalterata la possibilità di candidature multiple e della facoltà dell'eletto di optare per altre circoscrizioni sulla base delle indicazioni del partito.

    Anche in questo caso la situazione, rispetto al Porcellum, è per certi versi addirittura peggiorata perché il meccanismo è ingannevole: milioni di elettori, la maggioranza, saranno chiamati ad esprimere un voto di preferenza del tutto virtuale, privo a priori di ogni possibilità di tradursi in autentica scelta dell'eletto.  Così la consultazione elettorale viene degradata a recita, si sprofonda nei "ludi cartacei" di mussoliniana memoria.

    Le istituzioni di garanzia col trucco contabile. Il presidenzialismo come male minore. - Gli inventori dell'Italicum, per ripararsi dalle critiche di chi paventa che dal rischio della classica "dittatura della maggioranza" si scivoli addirittura verso quello della "dittatura della minoranza", hanno proposto la riforma dell'art. 83 Cost., prevedendo che per l'elezione del Presidente della Repubblica, dopo i primi tre scrutini nei quali è richiesto il quorum dei 2/3, occorra una maggioranza qualificata dei 3/5 (oggi basta la maggioranza assoluta dei grandi elettori).  Apparentemente questo dovrebbe impedire alla lista che ottiene il premio di eleggersi da sola anche il Presidente della Repubblica, mantenendo in tal modo a quest'ultimo il ruolo di organo di garanzia.

    Peccato che ci sia una sorta di trucco contabile che rende ben poco rassicurante la riforma.

    Infatti, il quorum dei 3/5 (equivalente al 60 %) non si calcola solo sulla Camera, dove la lista vincitrice ha già il 55 %, bensì sul collegio dei grandi elettori che comprende anche il Senato.

    E qui si capisce l'utilità della curiosa riforma del Senato.  La seconda camera, privata ormai del potere di dare la fiducia al Governo e relegata al ruolo di comparsa anche nel processo legislativo, avrebbe potuto essere abolita del tutto per evitare un nuovo organismo senza sostanza, tipo Cnel. Oppure, se proprio la si voleva mantenere, avrebbe potuto essere eletta in modo proporzionale per fungere da "specchio del Paese", con competenza sulle questioni più delicate, come le leggi costituzionali, le leggi elettorali e, appunto, l'elezione degli organi di garanzia.

    Invece il Senato riformato, grazie all'elezione di secondo grado da parte dei Consigli Regionali - che a loro volta sono frutto di elezioni a turno unico che assegnano alla coalizione del presidente (con la semplice maggioranza relativa) un premio abnorme - avrà una conformazione iper-maggioritaria.  In tal modo vi sono elevate probabilità che quel 5 % mancante perché la lista che domina la Camera arrivi al 60 % complessivo possa essere garantito proprio dall'apporto dei senatori, tra i quali la medesima "maggioranza" potrà essere ulteriormente sovra-rappresentata.

    A ciò si aggiunge il fatto che nell'ultima versione dell'Italicum il premio non va più alla coalizione bensì alla singola lista; il che rende possibile che chi vince (specie se vincesse solo al ballottaggio, avendo perciò ottenuto al primo turno meno del 40 %) abbia in parlamento altre liste alleate che portino in dote quel 5 % mancante per fare cappotto.

    Questa elevata probabilità che l'effetto della combinazione tra Italicum e riforma del Senato porti ad un sistema in cui con una sola votazione, di fatto, si prende tutto – parlamento, governo, presidente della repubblica e, a cascata, maggioranza della corte costituzionale, ecc. – dovrebbe indurre a riflettere attentamente sull'opportunità di preferire, al confronto, un sistema di elezione diretta del Capo dello Stato.

    I critici del presidenzialismo (tra i quali si colloca chi scrive) si sono sempre opposti all'elezione diretta temendo che da essa, in una democrazia fragile come quella italiana ed in presenza di già eccessivi fenomeni di personalizzazione, potessero scaturire degenerazioni plebiscitarie.

    Oggi però si rischia qualcosa di molto peggio: un presidenzialismo di fatto, ma senza neppure il bagno democratico dell'investitura popolare e senza alcun sistema di checks and balances.

    Insomma, rispetto al quadro che emergerebbe dalle riforme del Nazareno, il presidenzialismo o meglio ancora il semi-presidenzialismo sarebbe di gran lunga il male minore.

    Un sano esercizio: immaginare la vittoria degli altri. - Il dibattito sulle riforme in commento si sta svolgendo in un contesto di scarsa attenzione, se non di anestesia delle coscienze.

    La ragione di questo inquietante fenomeno solo in parte può essere individuata nella mitridatizzazione prodotta da anni e anni di demonizzazione del proporzionale, di delegittimazione del parlamento come sede della mediazione politica e di crescita del leaderismo.

    In una buona parte dell'opinione pubblica solitamente sensibile al tema dei valori costituzionali prevale, oltre alla stanchezza, l'idea che si tratti di riforme fatte su misura, che potranno avvantaggiare solo il PD del 40 % alle europee ed il suo capo; soggetti ritenuti dai più magari criticabili, ma non sospettabili di involuzioni anti-democratiche.

    Chi scrive non condivide questo pregiudizio favorevole, ma il punto non è questo.

    In materia elettorale le "leggi-fotografia" sono un grave errore ed il legislatore dovrebbe sempre decidere "dietro il velo dell'ignoranza", ma ancor più sbagliato sarebbe giudicare le regole come se la situazione data fosse immutabile.

    Poiché le riforme elettorali ed istituzionali si fanno, tendenzialmente, per sempre, è doveroso interrogarsi sui risultati che produrrebbero in presenza di equilibri politici completamente diversi dagli attuali, nei quali potrebbero prevalere forze che sono le più lontane da noi.

    Dobbiamo immaginare che possa rivincere, se non Berlusconi in persona, un altro come lui; che possa vincere Salvini con una specie di Front National italiano; o che possa vincere Grillo, magari uscendo da un primo turno molto distaccato e poi raccogliendo al ballottaggio un ampio voto di protesta goliardica e trasversale (come è già accaduto a Parma e a Livorno).

    Ecco che l'eliminazione di pesi e contrappesi e l'impossibilità di realizzare una convergenza repubblicana per sbarrare la strada in un secondo turno ad una forza eversiva che dovesse arrivare al 40 % (come avvenne in Francia alle presidenziali del 2002 quando anche la sinistra votò per Chirac contro Le Pen) risulterebbero esiziali per le sorti della Repubblica nata dalla Resistenza.

    Se oggi si prende alla leggera il problema, si rischia di svegliarsi quando il danno è fatto.

(3/3 – Fine)

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PER UNA DEMOCRAZIA

COSTITUZIONALE

Tra Italicum e Riforma del Senato.

I rischi di un modello sconosciuto al mondo occidentale.

 

Incontro con

VITTORIO ANGIOLINI,

ordinario di Diritto Costituzionale, Università degli Studi di Milano

FELICE BESOSTRI,

avvocato, direzione nazionale PSI

Alfredo D'Attorre,

deputato Partito Democratico

FABIO MUSSI,

coordinamento nazionale Sinistra Ecologia Libertà

 

Intervistati da

LUCIANO BELLI PACI

 

MILANO

CAM Ponte delle Gabelle

via San Marco, 45

MM2 Moscova

Venerdì 6 marzo 2015 | ore 21,00

 

organizza Circolo SEL Zona 1