lunedì 27 ottobre 2008

La Catena di San Libero Saviani

di Riccardo Orioles *)
Anche oggi Marco ha preso il motorino, è uscito di casa e se n'è andato in cerca di notizie. Ha lavorato tutto il giorno e poi le ha mandate in internet a quelli che conosce. Fa anche un giornaletto (Catania Possibile) di cui finalmente anche i lettori hanno potuto vedere un numero (il primo solo i poliziotti incaricati di sequestrarlo in edicola) con relative inchieste. Non ci guadagna una lira e fa questo tipo di cose da una decina d'anni. Ha perso, per farle, la collaborazione all'Ansa, la possibilità di uno stipendio qualunque e persino di una paga precaria come scaricatore: anche qui, difatti, l'hanno licenziato in quanto "giornalista pacifista". Marco non ha paura (nè della fame sicura nè dei killer eventuali) ed è contento di quel che fa.
Anche oggi Max è contento perché è riuscito a mandare in giro un altro numero della Periferica, il giornaletto che ha fondato con alcuni altri amici del quartiere. Il quartiere è Librino, il più disperato della Sicilia. Se ne parla in cronaca nera e nei pensosi dibattiti sulla miseria. Loro sono riusciti a mettere su una redazione, a organizzare non solo il giornale ma anche un buon doposcuola e dei gruppi locali. Non ci guadagnano niente e i mafiosi del quartiere hanno già fatto assalire una volta una sede. Max non ha paura, almeno non ufficialmente, ed è contento di quel che fa.

Anche oggi Pino ha finito di mandare in onda il telegiornale. Lo prendono a qualche chilometro di distanza (la zona dello Jato, attorno a Partinico) e contiene tutti i nomi dei mafiosi, e amici dei mafiosi, del suo paese. Non ci guadagna niente (a parte la macchina bruciata o un carico di bastonate) ma lui continua lo stesso, ed è contento di quel che fa.

Anche oggi Luca ha chiuso la porta della redazione, al vicolo Sanità. Il suo giornale, Napoli Monitor, esce da un po' più di due anni e dice le cose che i giornalisti grossi non hanno voglia di dire. E' da quando è ragazzo (ha iniziato presto) che fa un lavoro così. Non ci guadagna nulla, manco il caso di dirlo, e non è un momento facile da attraversare. Ma lui continua lo stesso, ed è contento di quel che fa.

Ho messo i primi che mi sono venuti in mente, così per far scena. Ma, e Antonella di Censurati.it? Sta passando guai seri, a Pescara, per quell'inchiesta sui padri-padroni. E Fabio, a Catania? Fa il cameriere, per vivere, ed è giornalista (serio) da circa quindici anni. E ti sei dimenticato di Antonio, a Bologna? Vent'anni sono passati, da quando gli puntarono la pistola in faccia per via di quell'inchiesta sui clan Vassallo e gli affitti delle scuole. Eppure non ha cambiato idea. E Graziella? E Carlo Ruta, a Ragusa? E Nadia? E... Vabbè, lasciamo andare. Mi sembra che un'idea ve la siate fatta. C'è tutta una serie, in Italia, di piccoli giornali e siti, coi loro - seri e professionali - redattori. Ogni tanto ne fanno fuori qualcuno, o lo minacciano platealmente; e allora se ne parla un po'. Tutti gli altri giorni fanno il loro lavoro così, serenamente e soli, senza che a nessuno importi affatto - fra giornalisti "alti" e politici - se sono vivi o no. Eppure, almeno nel settore dell'antimafia, il novanta per cento delle notizie reali viene da loro.

Saviano è uno di loro. Quasi tutti i capitoli di Gomorra sono usciti prima su un sito (un buon sito, Nazione Indiana) e nessuno, salvo chi di mafia s'interessava davvero, se l'è cagati. Poi è successa una cosa ottima, cioè che l'industria culturale, il mercato, ci ha messo (o ha creduto di metterci) le mani sopra. Ne è derivato qualche privilegio, ma pagato carissimo, per lui. Ma ne è derivato soprattutto che - poiché l'industria culturale è stupida: vorrebbe creare personaggi mediatici, da digerire, e finisce per mettere in circolo contenuti "sovversivi" - un sacco di gente ha potuto farsi delle idee chiarissime sulla vera realtà della camorra, che è un'imprenditoria un po' più armata delle altre ma rispettatissima e tollerata e, in quanto anche armata, vincente.

* * *
Ci sono tre cose precisissime che, in quanto antimafiosi militanti, dobbiamo a Saviano. Una, quella che abbiamo accennato sopra: la camorra non è la degenerazione di qualcosa ma la cosa in sè, il "sistema". Due, che il lato vulnerabile del sistema è la ribellione anche individuale, etica. Tre, che lo strumento giornalistico per combattere questo sistema non è solo la notizia classica, ma anche la sua narrazione "alta", "culturale"; non solo "giornalismo" ma anche, e contemporaneamente, "letteratura". (Quante virgolette bisogna usare in questa fase fondante, primordiale: fra una decina d'anni non occorreranno più). Dove "letteratura" non è l'abbellimento laterale e tutto sommato folklorico, alla Sciascia, ma il nucleo della stessa notizia che si fa militanza.

Nessuna di queste cose è stata inventata da Saviano. Il concetto di "sistema", anziché di semplice (folkloristica) "camorra" è stato espresso contemporaneamente, e credo sempre su Nazione Indiana, da Sergio Nazzaro (non meno bravo di Saviano: e vive vendendo elettrodomestici); e forse prima ancora, sempre a Napoli, da Cirelli. L'aspetto fortemente etico-personale della lotta non alla "mafia" ma al complessivo sistema mafioso è egemone già nelle lotte degli studenti (siciliani ma non solo) dei tardi anni Ottanta. La simbiosi fra giornalismo e "letteratura", che è forse l'aspetto più "scandaloso" (e che più scandalizza; e non solo a destra) di Saviano è già forte e completa in Giuseppe Fava, e nella sua scuola.

Le "scoperte" di Saviano sono dunque in realtà scoperte non di un singolo essere umano ma di una intera generazione, sedimentate a poco a poco, nell'estraneità e indifferenza dell'industria culturale, in tutta una filiera di giovani cervelli e cuori. Alla fine, maturando i tempi, è venuto uno che ha saputo (ed ha osato) sintetizzarle; e che ha avuto la "fortuna" di incontrare, esattamente nel momento-chiave, anche l'industria culturale. Che tuttavia non l'ha, nelle grandi linee, strumentalizzato ed è stata anzi (grazie allo spessore culturale di Saviano, ma soprattutto dell'humus da cui vien fuori) in un certo qual senso strumentalizzata essa stessa.

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Questa è la nostra solidarietà con Saviano. Non siamo degli Umberto Eco o dei Veltroni, benevoli ma sostanzialmente estranei, che raccolgano firme e promuovano (in buona fede) questa o quella iniziativa. Siamo degli intellettuali organici, dei militanti ("siamo" qui ha un senso profondissimo, di collettivo) che hanno un lavoro da compiere, ed è lo stesso lavoro cui sta accudendo lui. Anche noi abbiamo avuto paura, spesso ne abbiamo, e sappiamo che in essa nessuno essere umano può attendersi altro conforto che da se stesso. Roberto, che è giovane, vedrà certo la fine di di questo orrendo "sistema" e avrà l'orgoglio di avervi contribuito: non - poveramente - da solo ma volando alto e insieme, con le più forti anime di tutta una generazione.

*) Riccardo Orioles, giornalista antimafia, fondatore assieme a Giuseppe Fava de "I siciliani", è un punto di riferimento nel panorama delle firme giornalistiche in Sicilia impegnate a contrastare la mafia e la corruzione. - www.riccardoorioles.org / www.sanlibero.it

lunedì 20 ottobre 2008

Il dibattito a sinistra : Unire i riformisti per cambiare l'Italia

"Vogliamo guardare al futuro. C’è in noi il convincimento profondo che il pensiero e la cultura socialista costituiscano il più importante e decisivo fattore di innovazione, di partecipazione, di giustizia e di libertà delle moderne democrazie e delle società contemporanee". Il dibattito sulla sinistra e il socialismo in Italia si è arricchito del documento del gruppo “Democrazia e Socialismo” che gravita intorno a Gavino Angius. Pubblichiamo il testo e segnaliamo che “Democrazia e Socialismo” ha convocato un'assemblea a Roma il 18 ottobre prossimo, presso la Sala della Conferenze di Piazza Montecitorio 123, dalle ore 9.30

1.
La tempesta economica e finanziaria che ha colpito le piazze economiche mondiali ha assunto connotati eccezionali ed è destinata a produrre i suoi effetti per lungo tempo. E’ sempre più chiaro che la crisi partita dagli Stati Uniti d’America sta avendo conseguenze gravi in tutta Europa e anche in Italia, sia per quanto riguarda il contesto economico generale sia per il suo impatto di breve e medio termine sull’economia reale. Il tema non è quello della sopravvivenza del capitalismo e nemmeno è in discussione la funzione decisiva del mercato, perché essi hanno assunto nel corso della storia forme e connotati diversi, ma semmai di questa loro versione “virtuale” che da molti era stata indicata come una loro inevitabile evoluzione alla quale occorreva prontamente rassegnarsi. Le positive trasformazioni del capitalismo in senso redistributivo nel corso del secolo scorso sono state determinate dalla grande vicenda del socialismo democratico, dal movimento dei lavoratori e da scelte di politica economica a partire dal New Deal rooseveltiano. Esperienze preziose e irrinunciabili per poter effettuare una analisi rigorosa a cui far seguire delle scelte efficaci. Le sfide che stanno di fronte alla sinistra socialista, democratica e riformista sono quindi squisitamente politiche: tra esse hanno assunto particolare rilievo le regole che dovrebbero governare il mercato, i caratteri, i contenuti, le forme dell’intervento dello Stato nell’economia e ancora le politiche pubbliche di sostegno alla domanda e le politiche fiscali redistributive. Ma la crisi in atto è destinata a produrre i suoi effetti anche in uno storico cambiamento degli equilibri politici mondiali a vantaggio di paesi come la Cina, l’India, la Russia e il Brasile.

Il capitalismo finanziario e le economie dei paesi più avanzati usciranno trasformati da questa crisi. Nelle grandi democrazie occidentali la rottura dell’alleanza storica tra capitalismo globalizzato, capitalismo nazionale e Stato Sociale a vantaggio di una finanziarizzazione diffusa e di un liberismo selvaggio teorizzato prima dal reaganismo e dal thatcherismo poi dall’amministrazione Bush, hanno portato il mondo sull’orlo della catastrofe. Il liberismo di fine secolo e quello del terzo millennio non hanno affatto mantenuto le loro promesse. Le economie sono cresciute, ma le disuguaglianze sono aumentate. L’economia di carta ha sopraffatto l’economia reale e il lavoro. La Democrazia si è diffusa ma le libertà sono state spesso limitate e compresse. In questo drammatico contesto il pensiero e le culture socialiste e democratiche insieme a quelle liberali e democratiche si riappropriano del loro valore, come fonte inesauribile di giustizia, di crescita, di benessere. Il socialismo democratico e liberale come pensiero politico e culturale non può essere espunto da un qualsiasi progetto che abbia ora l’ambizione di superare queste grandi contraddizioni e questo lascito di rovine, non solo economiche e finanziarie, che ereditiamo dalla destra conservatrice che negli Usa e in Europa ha egemonizzato culturalmente la guida dei governi.

2.
Anche per le ragioni appena esposte e per le conseguenze economiche e sociali che da esse scaturiscono c’è in noi la piena consapevolezza dell’immane compito cui sono chiamate oggi in Italia le forze democratiche e di sinistra.

Il centrosinistra ha subito una sconfitta storica, nessuna forza di sinistra è in Parlamento e il Pd ha perso la sua sfida con il Pdl. Il centrodestra è maggioranza in Parlamento e nel Paese. L’Italia attraversa una crisi economica e sociale tra le più gravi della sua storia. Il carattere congiunturale della crisi si intreccia però con carenze strutturali con un sempre più accentuato divario economico e sociale tra nord e sud del paese che rischia di sospingere l’Italia verso una recessione reale, tra alta inflazione e crescita zero. In un paese percorso da tensioni e paure per il futuro la sua coesione sociale è sul punto di sgretolarsi. Intolleranza, violenza, xenofobia e razzismo si diffondono in modo crescente. L’allarme sollevato da una parte importante della Chiesa italiana è, a questo proposito, di grande significato. I valori fondanti della Repubblica e della nostra Costituzione sono messi a rischio. Una destra aggressiva e senza ritegno porta l’Italia verso una regressione politica, ideale, morale, che mina le fondamenta e gli equilibri della nostra democrazia e della convivenza civile. Ci sono valori come l’unità del nostro paese, la sua coesione sociale, la sua aspirazione alla giustizia, il suo insopprimibile diritto di libertà, senza distinzione alcuna, che non sono né trattabili né discutibili. Così come ci sono principi come quello della laicità dello Stato che costituiscono una barriera insormontabile a tutela della effettiva pienezza della nostra democrazia.

Nel governo del Paese, e nella sua costituzione materiale, si affermano forme abnormi di presidenzialismo nell’essenza del potere, se non di autoritarismo, che, senza contrappesi e senza controllo, svuotano le funzioni degli organi di garanzia a cominciare da quella del Parlamento. Siamo in presenza di una alterazione crescente degli equilibri democratici su cui si regge l’ordinamento della Repubblica. Non è in discussione la legittimità del governo e la facoltà di attuare il suo programma. Parliamo della necessità di preservare beni comuni: la nostra democrazia, la nostra libertà, la nostra società. Noi avvertiamo il rischio che in una situazione tanto difficile, l’opposizione al governo Berlusconi appaia impotente, evanescente e divisa. Sentiamo di correre il pericolo che un’Italia che è “contro”, stenti a trovare voce, che perda fiducia in se stessa e in ciò in cui crede, che possa aumentare quella sorta di frustrazione civile che già esiste, e infine temiamo che una grande parte del paese non riesca a esprimere ciò che sente. Qui c’è il compito nuovo della politica. Un compito non solo nostro.

3.
Noi avvertiamo la necessità di una riforma profonda della politica: il rinnovamento dei suoi contenuti, delle sue forme organizzative e partecipative, dei suoi fini, della sua capacità di ascolto delle sue motivazioni di fondo. E’ su queste basi che le culture politiche riformiste che si riconoscono nel centrosinistra dovranno impegnarsi per offrire agli italiani un progetto nuovo per la crescita non solo economica, ma sociale, civile, culturale del nostro Paese. Non sconfiggeremo né il governo né il Pdl con furbizie tattiche, manovre contingenti o mosse politiche di corto respiro. Possiamo imprimere contenuto ideale alle nostre politiche, dare ad esse un respiro innovativo e riformatore, possiamo avere l’ambizione di offrire a questo nostro Paese un’alternativa seria, credibile e giusta rispetto alle disastrose scelte del governo. Ma ciò dipende in buona misura da noi. E’ sulla base di questa considerazione che pensiamo si debba lavorare per costruire un nuovo centrosinistra riformista. Il Pd ne è la forza principale. Noi ci sentiamo parte significativa di quelle forze, democratiche e socialiste, di centro e di sinistra, laiche, cattoliche, ambientaliste che in questi anni hanno affrontato le difficili sfide prima contro il governo di centrodestra e poi nel governo del Paese guidato da Prodi. La nascita del Pd non ha risolto la crisi politica in cui a lungo si è dibattuto nel centrosinistra, lacerato da insanabili contraddizioni. Era necessario a nostro giudizio un chiaro confronto e un’aperta battaglia politica che le forze riformiste avrebbero dovuto condurre contro ogni forma di radicalismo, di settarismo, di ideologismo che ha lacerato il nostro campo politico e che è stato la causa del venir meno del rapporto di fiducia con larghi strati di cittadinanza. Non solo dopo la crisi del governo Prodi ma anche prima è stato un errore pensare di poter fare a meno di quelle forze che ai valori e alle idee del socialismo democratico europeo hanno sempre fatto riferimento.

4.
Vogliamo guardare al futuro. C’è in noi il convincimento profondo che il pensiero e la cultura socialista costituiscano il più importante e decisivo fattore di innovazione, di partecipazione, di giustizia e di libertà delle moderne democrazie e delle società contemporanee. A quei valori non solo non rinunciamo ma intendiamo riaffermarli in un impegno politico e in una battaglia ideale di cui vogliamo essere protagonisti. Noi abbiamo profuso le nostre energie – e in essa abbiamo profondamente creduto – nel sostegno e nell’avvio della Costituente socialista. Essa aveva come fine la costruzione di un partito nuovo, socialista, di sinistra, europeo, riformista e di governo, che fosse aperto ad altre culture politiche e che potesse finalmente avviare in Italia la costruzione di un partito che per insediamento sociale, forza organizzata, consensi elettorali, e quindi capacità rappresentativa, fosse paragonabile ad altri partiti europei. Era un progetto certamente ambizioso e sicuramente difficile da realizzare. Ma non impossibile. Questo nostro impegno e questo nostro sforzo è stato vanificato da errori e limiti soggettivi, ma anche da ragioni oggettive. In tutta la sinistra italiana ha infatti prevalso, sia durante il biennio del governo Prodi, che successivamente, quando la sua caduta ha portato allo scioglimento del Parlamento, un riflesso identitario autorefernziale. Ciascuna delle componenti di sinistra è stata risucchiata dal vortice delle dichiarazioni quotidiane; ciò ha fatto smarrire alla sinistra, sia radicale sia riformista, il senso della sua missione e della sua funzione politica. La Costituente socialista così come era stata pensata si è esaurita. E’ stata un’occasione perduta.

Lo stesso risultato elettorale, per la sinistra e per i socialisti, ne è stata la prova. Quel voto ha segnato anche la disfatta della sinistra radicale e la sconfitta del disegno politico del Pd. Il governo del Paese, infatti, è andato al Pdl. Nessuna forza politica del centrosinistra ha fatto una seria analisi degli errori, delle ragioni e delle caratteristiche, aggiungerei anche, di quella sconfitta politica. Anche da qui derivano le difficoltà e lo smarrimento di oggi. A noi pare chiara una cosa. Le autosufficienze identitarie dei diversi partiti del centrosinistra, così tenacemente difese dalle diverse nomenclature, sono un ostacolo se non addirittura un danno, al ritorno di una politica di lungo respiro capace di creare quelle condizioni indispensabili al cambiamento e al rinnovamento di cui ha bisogno l’Italia. Lo stesso Pd, così com’è, non basta. C’è un divario tra la sua ambizione ad essere una forza politica a vocazione maggioritaria e la forza e i consensi che raccoglie.

E forse è proprio per il suo modo di essere che non riesce ad espandere sufficientemente i suoi consensi.
Ma dal Pd non si può prescindere. Questo ci dice la rapida trasformazione del sistema politico italiano. Una trasformazione sempre più bipolare. Come abbiamo detto, il Pd è quel che è, ma è quel che c’è.

5.
Il sistema politico italiano, per una serie di diversi fattori è radicalmente cambiato. Si è affermato un bipolarismo a maglie strette che è destinato ad accentuarsi ulteriormente fino ad arrivare ad un sostanziale bipartitismo. Questo impressionante e rapido mutamento produrrà i suoi effetti sui partiti politici, sulle istituzioni, sul Parlamento, sui suoi regolamenti, e sull’intero ordinamento costituzionale. Nel centrosinistra dunque la funzione politica del Pd diventa fondamentale. Ma non sarà affatto insignificante la funzione che altre culture politiche democratiche e di sinistra che oggi non si riconoscono nel Pd possono svolgere. Noi avvertiamo la urgente necessità di una svolta. In un anno è cambiato tutto. Misurarsi con questi mutamenti vuol dire anzitutto prendere atto di essi e affrontarli in modi nuovi e diversi dal passato, affinché quelle idee e quei valori che costituiscono il nucleo essenziale della storia, della cultura e del pensiero socialista, laico e democratico, non siano dispersi vanificati e affidati alla memoria storica. Noi pensiamo che in forme diverse dal passato e con una progettualità fortemente innovativa ci si debba porre l’obiettivo di raccogliere un insieme di forze, e di culture politiche diverse che possano riconoscersi in un nuovo centrosinistra riformista e condividere un progetto di rinnovamento della società italiana e dello Stato. Noi vediamo i limiti e le criticità del modo di essere del Pd. Restano per noi irrisolte questioni non secondarie come la piena e chiara affermazione del principio di laicità, la collocazione internazionale, la definizione della forma partito. Ma in una forza politica in cui convivono diverse culture ed esperienze la definizione di queste questioni è affidata al dibattito aperto, al confronto schietto e infine alle decisioni del partito stesso. Sarebbe tuttavia insensato non valutare come essenziali le forze, le persone e il ruolo che nella società italiana e nelle istituzioni repubblicane ha il PD e non aprire con esso un dialogo e cercare di assumere impegni comuni.

D’altra parte le sfide della competizione globale e le crisi che su scala mondiale stanno così marcatamente segnando la società contemporanea, - parliamo dei rischi di ritorno alla guerra fredda, della non sopita minaccia del terrorismo fondamentalista, dei cambiamenti climatici indotti dal riscaldamento del pianeta, e dal diffondersi delle condizioni di miseria e di fame in cui vivono oltre un miliardo di esseri umani - devono indurre ad una riflessione nuova sul ruolo dell’Italia nella crisi internazionale.

I riflessi possibili in Europa e in Italia del crollo dei santuari della finanza mondiale negli Usa e delle drammatiche conseguenze su milioni di cittadini e di famiglie stanno portando a riflettere sulla precarietà e sui pericoli cui espone quel liberismo sfrenato che ha costituito per anni il credo della destra conservatrice non solo in America.

Il fallimento del cd. ‘Washington Consensus’ pone l’urgenza di ridisegnare le regole che presiedono al trasparente funzionamento dei mercati e dei prodotti a livello globale, e un ruolo chiave dovrà essere assolto da una ben più coordinata e convincente politica europea che ancora stenta ad affermarsi. Occorre dunque riflettere attentamente su questa dimensione.

6.
L’area politica che noi rappresentiamo si compone di personalità che hanno alle spalle percorsi politici diversi ma che sono unite nel convincimento profondo che una sinistra riformista, socialista, laica europea possa dare un contributo importante nella battaglia ideale, culturale e politica oggi in Italia.

Per queste ragioni è nostro intendimento riaprire con il PD un dialogo e un confronto che si erano spezzati, sapendo che il riformismo italiano nelle sue componenti essenziali socialiste democratiche, cattolico popolari, laiche, ambientaliste, costituiscono un bene prezioso della democrazia italiana. Mettere a frutto questo grande patrimonio di energie, di volontà, di pensieri, è compito di tutti noi. Perché questa è la grande responsabilità che grava sulle nostre spalle. Unirle in un progetto comune è un compito molto difficile. Ma è il solo, oggi, praticabile. In un momento così carico di incertezze per il futuro dell’Italia noi siamo persuasi che valori di libertà e di giustizia, principi di laicità e di rispetto, vadano riaffermati come fondamento della nostra costituzione e della nostra democrazia. E siamo fermamente convinti che una forza politica democratica e di sinistra possa assolvere alla sua funzione e alla sua missione se è capace di dare al suo agire una dimensione europea e un orizzonte globale. In questo senso rimane per noi decisivo non solo il rapporto ma l’appartenenza al campo delle forze socialiste, democratiche e progressiste europee, uniche ed essenziali, per noi, in grado di affrontare le sfide cui siamo chiamati per costruire un nuovo modello di sviluppo che riconosca la dignità della persona umana, l’affermazione delle sue esperienze, l’espansione delle sue capacità, il valore delle sue competenze e del suo lavoro.

E’ dunque a noi del tutto chiaro che oggi si inizia un percorso che noi auspichiamo di compiere con quanti hanno creduto e credono che le idealità socialiste non siano affatto morte e pensano al contrario che quei valori e quel pensiero in rapporto con altre culture politiche, possano costituire il nerbo del più avanzato riformismo italiano da mettere a disposizione per un nuovo impegno e una nuova battaglia politica al fine di rafforzare la democrazia italiana, per rendere più giusta e più sicura la nostra società e per restituire agli italiani una rinnovata fiducia nel proprio futuro.

Gavino Angius, Antonio Foccillo, Alberto Nigra, Franco Grillini, Accursio Montalbano, Fabio Baratella.

Politicamente irrealistico

Ipse dixit
La via dell'impero - «Sparita l'Urss, c'erano soggetti potenti che avrebbero voluto svolgere la loro parte attivamente: Cina, India, Brasile, Sudafrica, Indonesia e, naturalmente, la Russia. Invece, a Washington scelsero la via più facile, quella dell'impero. Pensarono di potere, anzi di dovere, decidere da soli e per conto di tutti. Adesso tocchiamo con mano che il mondo unipolare ha fallito. Perché, oltre a essere profondamente ingiusto, era ed è politicamente irrealistico e insostenibile fisicamente». - Michail Gorbaciov, premio nobel per la pace 1990

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Visti dagli altri
A cura di Internazionale - Prima Pagina

Classi separate per gli immigrati

Il parlamento ha approvato un emendamento proposto dalla Lega nord che prevede la creazione di un sistema d'accesso alla scuola solo per gli alunni immigrati, mediante un testd'ingresso e corsi separati.
I partiti di opposizione hanno criticato duramente questa misura, giudicandola discriminatoria. Il progetto italiano è simile a quello già in vigore in Catalogna, dove i bambini provenienti da altri paesi vengono
scolarizzati in centri specifici. Quando questa misura venne approvata, molti la giudicarono "segregazionista".

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martedì 14 ottobre 2008

Italiani all'estero

Una catastrofe annunciata
I drammatici tagli ai capitoli di spesa per gli italiani all’estero: necessaria una forte mobilitazione democratica in ogni circoscrizione consolare. Il rispetto della data prevista per il rinnovo dei Comites e del Cgie. Il lavoro e l’impegno unitario degli eletti in Parlamento.

di Gianni Farina *)
Le spese per la tutela e l’assistenza diretta ai connazionali all’estero, soprattutto indispensabili per gli interventi in America latina, meno 18 milioni; lo stanziamento per l’assistenza educativa, scolastica e culturale dei lavoratori italiani all’estero e delle loro famiglie, da trentaquattro a quattordici milioni, vanificando di fatto ogni possibilità di proseguire con successo nell’opera di crescita culturale e formativa della nostra collettività. Per i contributi ai Comitati degli italiani all’estero, meno cinquecentomila; una tosatura di oltre cinquantamila per le riunioni annuali dei presidenti dei Comites; consistenze limature agli stanziamenti annuali per il funzionamento del Consiglio Generale e dei Comitati degli Italiani all’estero. Azzeramento dello stanziamento per l’istituzione del Museo dell’Emigrazione Italiana. Il pur insufficiente tentativo di ricreare la memoria e il senso di appartenenza della moltitudine italofona nel mondo, cancellato con un tratto di penna, la penna della vergogna e dell’irriconoscenza. Non è nemmeno il tutto di una pur sommaria lettura di una catastrofe annunciata. Il segno di un governo arrogante e allo sbando nei cui provvedimenti possiamo persino scorgere, e sarebbe di una gravità senza precedenti, un intento punitivo verso la comunità italiana nel mondo. Nulla di più facile, nulla di più possibile Basta una pur labile memoria, riandare indietro di poche settimane e di pochi mesi, per scorgere i segni premonitori dello tsunami che si sta abbattendo sul Parlamento, ridotto ad esercitare l’unico atto finale del suo fondamentale e costituzionale ruolo legislativo: il voto di fiducia. Non abbisognano, i cittadini emigrati, di straordinarie conoscenze nel campo della economia e della finanza (dato e non concesso che i presunti specialisti, viste le catastrofi finanziarie di questi giorni, ne sappiano molto di più) per comprendere che, sull’ICI e sulla tassa dei rifiuti in Italia, si sia tolto ai nostri connazionali nel mondo, ripristinando, e solo per loro, l’ingiusta gabella, togliendola, nel contempo, ai ricchi proprietari in Italia. Cosa fare? Ora, quali gli obblighi e i doveri per i rappresentanti dei nostri emigrati nel parlamento repubblicano. Diritti e doveri per il Consiglio Generale, gli organismi elettivi dei Comitati degli Italiani all’estero, l’associazionismo democratico, le espressioni sindacali e patronali italiane in Europa e nel modo. Essenziale mi appare l’esigenza di una forte e marcata mobilitazione in ogni paese o continente ove più grave è lo smacco e più forte la preoccupazione per quanto sta accadendo. Mobilitarsi in ogni circoscrizione consolare per raccogliere il massimo di consenso e dare quindi strumenti più efficaci ai nostri rappresentarsi in parlamento nel continuare una battaglia di lunga lena a difesa degli interessi della nostra collettività. Si rischia di esaurire il rapporto tra l’Italia e gli italiani nel mondo Particolare attenzione meritano i documenti finali scaturiti dalle riunioni continentale e del comitato di presidenza del CGIE di fine settembre a Parigi. Una preoccupazione, matura e consapevole, dei rischi di un possibile esaurimento del rapporto dell’Italia con i propri connazionali nel mondo. La riaffermazione della richiesta del rispetto delle scadenze naturali degli organismi elettivi (Comites e Consiglio Generale) e del loro rinnovo nella primavera del 2009. Raccogliere le sirene interessate di chi, nel MAE (on. Sottosegretario Mantica?), e ne capiamo i motivi e altrove, meno comprensibile!, lega il rinnovo dei consigli alla riforma di due pur buone leggi (naturalmente perfettibili, anche in un futuro prossimo), mi appare una drammatica e irresponsabile operazione a difesa dei gravi atti di governo. Permettere che tutto quanto sta avvenendo si disperda nelle nebbie della rassegnazione e del disinteresse generale per ogni tipo di rappresentanza delle nostre collettività. Nella catastrofe dei tagli, i capitoli riguardanti le spese per le elezioni di tali organismi, risultano, miracolosamente, invariati. Vanno utilizzati per lo scopo indicato, e se così non fosse, il governo se ne assumerebbe intera la responsabilità. La premessa per una efficace e lunga campagna di sensibilizzazione e di attenzione ai problemi dei nostri cittadini, per atti concreti di rinnovamento e di rispetto del pluralismo associativo e democratico, per poter uscire dal momento elettivo con organismi ricchi di nuovi soggetti disponibili a dare un loro innovativo e creativo contributo. Penso e spero nell’onestà di ogni attore protagonista e nella saggezza degli eletti in Parlamento perchè sappiano, pur nella dialettica maggioranza opposizione, trovare le ragioni dell’unità nei superiori interessi della comunità italiana nel mondo.

*) Deputato (PD) eletto nella Circoscrizione Estero

IL MEZZOGIORNO E IL MEDITERRANEO

Riceviamo e volentieri pubblichiamo
di Gianni Pittella
Alfredo Reichlin sulle colonne de "l'Unità" e Predrag Metvejevic su "Il Mattino" del 30 settembre hanno offerto un contributo di riflessione importante sui temi del Mezzogiorno e del Mediterraneo che mi auguro aprano finalmente un confronto di respiro politico e culturale slegato da una visione emergenziale.

L'analisi di Reichlin è un'istantanea impietosa e vera della condizione socio economica del Mezzogiorno (e mi chiedo cosa accadrà quando la stagflazione si trasformerà in recessione anche per l'effetto domino della tempesta finanziaria americana).

Ed è anche un autorevole richiamo ad una maggior attenzione, anche del Pd, alla durezza della crisi meridionale ed alla sua "crucialità" ai fini della ripresa del Paese. E Metvejevic scrive del Mediterraneo, mare trascurato e incapace di diventare progetto, e di un'Italia e di un'Europa che crescono fuori dalla loro culla. La mia opinione è che non esista una via di uscita credibile alla crisi del Mezzogiorno, senza che sia identificata una sua "funzione" utile all'Italia e preziosa all'Europa. E questa funzione è indissolubilmente legata al Mediterraneo. Del Mediterraneo il Mezzogiorno d'Italia può essere la piattaforma logistica. Il Governo italiano si faccia promotore di un Tavolo interistituzionale per il Mezzogiorno.

Questa è la mia proposta. Un Tavolo per il confronto tra i vari livelli istituzionali per varare un piano finalmente moderno e razionale per l'infrastrutturazione del meridione. Possiamo trasformare il Mezzogiorno in una grande piattaforma logistica del Mediterraneo intercettando le navi che provengono dall'Oriente e dall'Africa e che oggi fanno scalo in altri Paesi come la Spagna. Per fare questo è necessario rendere idonea la nostra rete a partire dal porto di Gioia Tauro, dall'intera rete portuale e infrastrutturale meridionale, a cominciare dall'alta velocità ferroviaria e soprattutto coinvolgere le Regioni e la deputazione italiana al Parlamento europeo per concentrare una parte delle risorse europee e nazionali su questo obiettivo.

Del Mediterraneo il Mezzogiorno può essere la piattaforma per lo sviluppo e la valorizzazione dell'energia da fonti alternative. Del Mediterraneo il Mezzogiorno può essere il motore progettuale nel campo della ricerca, dello sviluppo tecnologico, della cooperazione, dell'Università del Mediterraneo.
Ricerca e sviluppo tecnologico rappresentano l'ombrello sotto il quale sviluppare prodotti e programmi destinati tanto a migliorare la sicurezza dei cittadini europei quanto a combattere i cambiamenti climatici. Funzionali a questi obiettivi sono i finanziamenti del Settimo Programma Quadro ed è bene ricordare che l'industria italiana ricopre posizioni di rilievo in settori di punta che vanno dalla sicurezza dei porti alle celle a combustibile, dai satelliti al trasporto aereo pulito, ambiti importanti considerato che la riduzione delle emissioni è legata anche allo sviluppo di energie alternative.

Ma L'Europa sta "investendo" anche nella sicurezza e nell'ambiente, elementi centrali di uno dei grandi programmi tecnologici su cui punta l'UE per i prossimi anni: il GMES (Global Monitoring system for Environment and Security), un sistema concepito per fornire ai decisori europei le informazioni necessarie ad affrontare le crisi legate all'ambiente ed alla sicurezza con cui si dovrà confrontare l'Europa nei prossimi anni. Il contributo del GMES, nell'area mediterranea, può essere particolarmente importante laddove consideriamo i servizi legati all'ambiente marittimo. Catastrofi ambientali dovute ad eventi naturali, incidenti o azioni illegali richiedono un impegno condiviso da tutti i paesi dell'area.

Ma ci sono anche altre iniziative che potrebbero rilanciare l'asse Mezzogiorno-Mediterraneo come ad esempio:
- creare un fondo di investimenti per lo sviluppo del Mediterraneo a partire dal fondo apposito di cui è dotata la Bei;
- istituire un osservatorio delle popolazioni delle emigrazioni e della regolazione dei movimenti delle persone;
- favorire le cooperazioni trasversali al livello delle regioni e delle città (con) la creazione di un consiglio permanente delle regioni mediterranee, che sarebbe l'interlocutore privilegiato delle istituzioni europee;
- la creazione di un agenzia di formazione professionale per favorire una immigrazione qualificata attraverso un programma di formazione degli ingegneri e tecnici specializzati nelle energie rinnovabili;
- creazione di un programma Erasmus mediterraneo, a termine, la creazione di una Università mediterranea a pieno titolo, che potrebbe svilupparsi più avanti anche in molte città del nord e del sud;
- istituire una federazione che riunisca le fondazioni culturali del mediterraneo.

Perché ciò si realizzi, tuttavia, occorrono tre condizioni:
- un'Europa che smetta di concentrare le sue azioni lungo l'asse est ovest e comprenda pienamente la sua "convinzione" nell'essere "mediterranea"
- una classe politica italiana che riconosca l'utilità del Mezzogiorno, il suo valore prezioso per l'intero Paese e per l'Europa, legato ad una funzione che svolge appunto nel Mediterraneo;
- una classe dirigente meridionale meno dedita alle faccende della cucina domestica e capace di misurarsi su una grande sfida. Su quest'ultimo punto, io dico, iniziamo da noi del Partito democratico.

La fondazione Italianieuropei e Mezzogiorno Europa aprendo una sede di lavoro comune a Napoli potranno certamente darci una mano per riportare il gusto del progetto, dell'elaborazione e della sfida su un terreno così decisivo per il Pd, per il Paese e per l'Europa.

*) Europarlamentare, presidente della delegazione italiana presso il gruppo PSE