martedì 12 marzo 2013

NAPOLITANO BERLINGUER (E SCALFARI !)

Da Critica Sociale riceviamo

e volentieri rilanciamo



Il nuovo libro di Paolo Franchi – "Giorgio Napolitano. La traversata da Botteghe Oscure al Quirinale" – ripercorre la lunga marcia riformista per far fuoriuscire il vecchio Pci dalla glaciazione moscovita e riunificare la sinistra italiana sotto l'egida del Socialismo Europeo. In questo campo di forze si confrontarono le opposte strategie del leader "migliorista"  Giorgio Napolitano e del segretario comunista Enrico Berlinguer. Quando l'antisocialismo berlingueriano pese ogni evidenza politico, Eugenio Scalfari e il suo gruppo editoriale assunsero la guida di fatto del Pci sviluppando una forte azione divisiva che può essere annoverata tra i fattori di maggior peso nell'incubazione della crisi italiana.


di Ugo Finetti


“La regia scalfariana delle vicende politiche della sinistra non aiuta certo la ricerca di convergenze”: così un fedelissimo di Enrico Berlinguer come Luciano Barca commenta la pubblicazione dell’intervista del segretario del PCI su “Repubblica” del 2 agosto 1978. In effetti Eugenio Scalfari svolse un’influenza non secondaria sull’”ultimo Berlinguer”.

    In una lettera del 1996 - proprio a Luciano Barca - il fondatore di “Repubblica” ricorda con una certa commozione: “L’incontro con lui (con Berlinguer, ndr) è stato uno dei più fecondi che io abbia avuto, e quando dico con lui dico con tutto un gruppo che con lui ha operato per la trasformazione senza perdere di vista la radice ma puntando su nuovi fiori e nuovi frutti”. E aggiunge: “Ho cercato dal canto mio di contribuire da fuori a questa operazione, forse tra le più importanti alle quali – a mio modo – abbia partecipato”.

    “Questa operazione” di “trasformazione” è soprattutto la politica condotta da Berlinguer dal momento in cui abbandonando la maggioranza di “solidarietà nazionale” ripropone la “diversità” comunista, non più in nome del leninismo (centralismo democratico e internazionalismo proletario) ma della “questione morale”. E’ appunto il periodo in cui cresce il contrasto tra Napolitano e Berlinguer.

    Quando nel gennaio 1984 Giorgio Napolitano si trovò nuovamente in contrasto con Enrico Berlinguer, Giorgio Ruffolo scrisse su “Repubblica” un articolo intitolato “Il caso Napolitano”. Di che si trattava? Giorgio Napolitano era già entrato in polemica con Berlinguer nell’estate 1981 dopo l’intervista del segretario del PCI del 28 luglio sulla “questione morale” ed era stato “processato” nella Direzione del 10 settembre e quindi estromesso dalla segreteria nazionale e destinato a dirigere il gruppo parlamentare a Montecitorio. Come capogruppo comunista alla Camera, tra la fine del 1983 e l’inizio del 1984, Giorgio Napolitano aveva nuovamente suscitato il dissenso del segretario del PCI in relazione al modo di contrastare alla Camera l’azione del governo guidato dal segretario del PSI.

    Napolitano anziché boicottare il dibattito sulla finanziaria e provocare l’esercizio provvisorio aveva – con l’appoggio (ed anche la pressione) di Nilde Jotti presidente comunista della Camera – concordato il calendario dei lavori ottenendo in cambio maggiori risorse per gli enti locali e un incremento del fondo investimenti. Berlinguer lo avrebbe definito un “increscioso episodio”. Contro Napolitano erano allora insorti Renato Zangheri e Alfredo Reichlin della segreteria nazionale. Napolitano reagì spiegando le sue ragioni in un articolo sull’”Unità” del 4 gennaio intitolato “Il ruolo dei comunisti oggi in Parlamento”. In esso Napolitano aveva polemicamente giustificato un “confronto non settario … che può portare risultati positivi”.

    “La Repubblica”, titolò in prima pagina: “Napolitano attacca la linea Berlinguer”. Giorgio Napolitano dovette quindi scrivere immediatamente, il 6 gennaio, un secondo articolo (“Ancora sulla nostra opposizione”) per respingere “il pettegolezzo”. Ufficialmente la Direzione del PCI negò contrasti. Sull’Unità però in quei giorni compaiono non solo lettere a favore e contro il presidente dei deputati, ma persino una vignetta di Staino che ritrae “Molotov” che attende minaccioso l’arrivo di Napolitano alla Festa invernale dell’Unità. Secondo Alberto Jacoviello  (“Napolitano, il laico”, La Repubblica 12 gennaio 1984) il malumore del segretario del PCI si riversava non solo su Napolitano, ma anche sul comportamento di Nilde Jotti e del leader della CGIL Luciano Lama.

    Giorgio Ruffolo era quindi intervenuto il 18 gennaio come esponente della sinistra socialista a sostegno della posizione assunta dal capogruppo comunista alla Camera. Entrando più nel merito, Ruffolo vedeva nella politica di attacco frontale alla presidenza socialista la riduzione dell’alternativa da parte di Berlinguer ad una dimensione sostanzialmente “escatologica” e solo futuribile, mentre con Napolitano, nella linea di “un’opposizione che – scriveva Ruffolo - voglia diventare domani governo con i socialisti”, vi era la ricerca di un’alternativa “politica”. Vi era tra Napolitano e Berlinguer una sostanziale divergenza.

    La tensione del gennaio 1984 infatti crebbe nelle settimane successive in relazione al dibattito parlamentare sul decreto sulla scala mobile fino a cristallizzarsi, subito dopo l’approvazione definitiva del decreto, tanto che il capogruppo comunista alla Camera il 22 maggio invia una lettera (scritta a mano “per evitare qualsiasi indiscrezione”) a tutti i membri della segreteria nazionale come promemoria per una futura discussione, dopo che Berlinguer aveva annunciato il proposito di voler giungere a un definitivo chiarimento interno dopo le elezioni europee. Nella lettera Napolitano dichiarava la propria disponibilità a dimettersi da capogruppo e di essere pronto ad abbandonare l’impegno “in prima fila”. “Berlinguer – ha detto Natta rievocando nel 1992 quel dissidio – aveva l’impressione, l’opinione di essere stato non aiutato, di essere un po’ tradito”. E nel malcontento di Berlinguer per un insufficiente sostegno nello scontro con Craxi, secondo Alessandro Natta (all’epoca " presidente della Commissione centrale di controllo" della segreteria nazionale del PCI), c’era anche la Jotti “perché Berlinguer avrebbe voluto che la Presidente della Camera fosse d’accordo con noi”.

    Il contrasto tra l’arroccamento di Berlinguer e la tessitura di rapporti di Napolitano rispecchia una dialettica di “lungo corso” in seno al PCI.

    In Berlinguer, cresciuto all’ombra di Togliatti all’interno delle Botteghe Oscure, vi è il primato della tradizione  “centrista”: “Non so – volle puntualizzare Berlinguer nel Comitato Centrale del novembre 1979 in polemica con la “destra” di Giorgio Amendola - che cosa sarebbe avvenuto, da trentacinque anni a questa parte, se il nostro partito non avesse avuto sempre a dirigerlo un ‘centro’. Essere il ‘centro’ – affermava Berlinguer - non significa essere equidistanti, … significa, di volta in volta, combattere contro quegli scarti, quelle incoerenze rispetto alla linea del partito, che si manifestano, e che si rivelano, ora in un senso ora in un altro più pericolose: non dimenticando che la tendenza più pericolosa è quasi sempre quella contro cui si cessa di lottare”. Sono parole che molto chiaramente dipingono come Berlinguer dirigesse il PCI e cioè secondo una logica di stato di lotta permanente contro “tendenze pericolose”.

    Diversa era la militanza di Giorgio Napolitano, cresciuto sulla scia di Giorgio Amendola, nella realtà campana come segretario di federazione, consigliere comunale e parlamentare (sin dal ’53) secondo due direttrici: rapporti unitari con gli altri partiti e analisi della situazione economica. Con tutti i suoi limiti, contraddizioni ed errori la storia “di destra” nel PCI di Napolitano non può non suscitare rispetto e simpatia per due ragioni: il livello culturale e l’indiscutibile coerenza politica.

    Si deve a Paolo Franchi una seria ricostruzione di questo itinerario che intreccia la storia del Partito comunista con quella della vita nazionale, dall’immediato dopoguerra a oggi, con il suo “Giorgio Napolitano. La traversata da Botteghe Oscure al Quirinale” (Rizzoli, 425 pagine, 18 euro)”. Paolo Franchi gran parte di queste vicende le aveva seguite, soprattutto negli anni dell’”ultimo Berlinguer” e poi dell’”ultimo PCI” per il “Corriere della Sera”, scrutando e rendendo intellegibile la dialettica interna delle Botteghe Oscure. Oggi la sua ricostruzione consente di seguire la coerenza di un impegno politico rivolto a vincere le posizioni antioccidentali e antieuropeiste presenti nel PCI e, più in generale, nell’ambito della sinistra italiana. Un’azione che Paolo Franchi mette in rilievo nel quadro, da un lato, di una capacità di confronto con le altre forze politiche e, dall’altro, di una crescita comunista nelle relazioni istituzionali. Vediamo quindi come il ruolo di Napolitano nel PCI si è esercitato in particolare nella definizione della politica economica e di quella internazionale.

    A Napolitano si rimprovera però mancanza di coraggio, di non aver dato battaglia aperta. In verità di scontri aperti – in particolare con Berlinguer all’apice della sua popolarità e padronanza del partito – non ne sono mancati pagando il prezzo anche di “processi” e retrocessioni.

    La questione di fondo – modo e spazio politico per le posizioni “di destra” sotto Berlinguer - non è quella personale circa l’aver avuto sufficiente “coraggio” oppure no, ma riguarda le ragioni per cui le posizioni “riformiste-miglioriste” nel PCI non sono state “popolari”.

    Il traguardo di dichiarare il PCI “parte integrante della sinistra europea” fu raggiunto (solo) nel Congresso di Firenze del 1986 grazie ad una azione di vertice. Perché proclamarsi “parte integrante della sinistra europea” non fu raggiunto “a furore di popolo”? L’intervento che in quell’assise riscosse la più grande ovazione fu quello di Pietro Ingrao quando scandì il rifiuto della “de-berlinguerizzazione”. La “sinistra europea” nell’interpretazione di Ingrao erano “i movimenti” (pacifisti, ecologisti e femministi, ecc,) e non i partiti dell’Internazionale socialista. Così come sempre in quel periodo della segreteria Natta – tra Berlinguer e Occhetto – Giorgio Napolitano riuscì ad introdurre nella Direzione del PCI – per la prima volta – il tema del debito pubblico. Non senza registrare crisi di rigetto.

    Il “caso” Napolitano è il “caso” Italia nel senso che è da chiedersi come mai nel popolo di tradizione comunista e poi di identità postcomunista (la maggioranza della sinistra italiana) l’alternativa “escatologica” ha scaldato gli animi e ha trascinato consensi mentre l’alternativa “politica” è risultata sostanzialmente minoritaria ed “impopolare”.

    Infatti la storia dei congressi del PCI dal XV del 1979 con Berlinguer fino all’ultimo, il XX, del 1991 con Occhetto è quella di una sistematica contestazione e ridimensionamento delle posizioni “di destra” e del timore di perdere il consenso di quelle “di sinistra”.

    Prima di parlare di “regime” e di “manipolazione” nell’elettorato italiano si dovrebbe guardare con occhio più critico alla “mancanza di coraggio” che vi è stata nella sinistra italiana nei confronti di posizioni irrealistiche ed estremiste. Non è una questione di casi personali. Nella storia del comunismo e del postcomunismo bisogna anche tener presente la “mancanza di coraggio” (come lamentava Giorgio Amendola) non solo della “classe politica”, ma anche della cosiddetta “società civile” di sinistra.

 

La situazione politica - Vacanze marziane

Chissà quale impressione avrebbe il famoso marziano che la penna ingegnosa di Ennio Flaiano aveva fatto sbarcare a Roma, se arrivasse veramente nella capitale in questi giorni. Non solo per la sede vacante del Vaticano, ma per la vacanza, ben più grave, della Repubblica.

di Paolo Bagnoli


La Repubblica italiana! Dopo il voto, non si capisce a quale ragione di fondo si ispiri, al di là delle formule e dichiarazioni di rito. Già quale ragione? La ragione politica, con il disastroso governo Monti è stata, almeno momentaneamente, messa in larga parentesi. Quanto a quella normale, che dà, o dovrebbe dare, senso alle cose non riusciamo a riscontrarla.

    I dati sono quelli che sono: Bersani è il “vincitore-perdente” delle elezioni che sono state trionfate da Grillo. E quasi vinte, sul piano politico, da Berlusconi il quale, piaccia o non piaccia – e i motivi per non piacere sono, naturalmente, prevalenti – non si può dire che sul piano elettorale abbia perso del tutto il confronto. Il giaguaro non è stato smacchiato e, se ci fosse stata ancora una settimana di campagna elettorale, forse avrebbe anche potuto prevalere. Meno male che almeno questo pericolo è stato scongiurato.

    Come la situazione possa evolversi nessuno lo sa, ma molti elementi chiari sono sul tavolo. Quello che colpisce di più è lo smarrimento dell’intera classe politica di fronte a Grillo. A vedere dalle cronache sembra aleggiare quasi un senso di paura. Nessuno ha il coraggio di dire che un leader che si veste da uomo ragno è semplicemente ridicolo? Comunque sia, il leader di un movimento che ha preso così tanti voti e conquistato tanti seggi parlamentari ha il dovere di relazionarsi con l’opinione pubblica in modo serio. In fondo Grillo è l’espressione di quell’endemico futurismo intellettuale così italicamente radicato. Non sarà certo la bonomia di Bersani – la richiesta di mettersi intorno a un tavolo ammonendo che se si va a casa anche loro vanno a casa – a ridare senso alle cose. Loro, pur di mandare a casa gli altri, sembrano ben disposti a tornarci convinti come sono che tanto poi ritorneranno nel Palazzo più forti di prima.

    Beppe Grillo è un uomo intelligente e, come quasi tutti i capipopolo da piazza, non ha nulla di politico. Ha giocato e continua a giocare sull’antropologia; punta a dimostrare di essere, lui e i suoi – anche se tra i suoi qualche non pieno convincimento sulla rigidità del capo si coglie – sarebbero fatti di una pasta completamente diversa da quella di cui sono tutti gli altri. Certo questi ultimi, va detto, non sono di una buona pasta altrimenti il Paese non si sarebbe ridotto in queste condizioni. Crediamo che la chiave vera del successo grillino risieda in ciò. Il comportamento da uomo in fuga, e camuffato, produce, al momento, una risonanza assai grande a Grillo e suscita ulteriore curiosità e notorietà. Più lui scappa via, più gli corrono dietro.

    Intendiamoci, anche Mario Monti non ha mai smesso di segnalare la propria diversa antropologia rispetto al resto della politica (grazie alla quale ha governato, e assai male, per ben quattordici mesi). In politica marcare la diversità è normale; i comunisti avevano fatto della loro addirittura un fattore storico di assoluta supremazia morale. Ma ogni forza politica ha sempre teso a marcare il proprio "diverso modo di essere" e ciò che non permetteva a tale diversità di proclamarsi antropologica era il comune “spirito repubblicano” che, forse ci sbagliamo, sembra essersi perduto. Anche la Repubblica, come il Vaticano, appare una sede vacante. Di cosa? Di politica. Di quella vera, naturalmente.

 

Parliamo di socialismo - Le “convergenze parallele”

a cura della Fondazione Pietro Nenni

http://fondazionenenni.wordpress.com/



Se si fosse votato l'anno scorso, dopo la caduta (irreversibile) di Berlusconi, oggi non saremmo in questo frangente. E adesso come se ne esce? Con le "convergenze parallele" per l'appunto.


di Giuseppe Tamburrano


Invece si è "inventato" Monti. Così adesso, oltre a trovarci in una gravissima recessione economica e in un profondo disagio sociale, grazie alla "sagacia tecnica" del fresco senatore a vita, siamo in una congiuntura politica ben peggiore di allora.

    La legge elettorale è sempre la stessa, il Movimento cinque stelle è cresciuto in modo esponenziale, la governabilità un rebus apparentemente insolubile.

    Ma cosa fatta capo ha.

    Come se ne esce?

    Ogni strada sembra impercorribile. Napolitano non può sciogliere le Camere per rinnovare le elezioni (avremmo un risultato migliore?). Il PD ha la maggioranza alla Camera (ottenuta con meno del 26% mentre la coalizione non arriva al 30%), ma non al Senato, nemmeno con il voto di Monti. Il Movimento cinque stelle ha potere di veto e rifiuta di dare la fiducia a chicchessia. E la situazione sociale ed economica si è aggravata.

    Ma davvero la situazione politica è bloccata e Grillo ha potere di veto? Non è detto. Vi è una formula parlamentare escogitata in passato dalla fervida mente di Aldo Moro, il quale per altro negò di esserne l'autore.

    Siamo agli inizi degli anni '60 dopo la sanguinosa avventura del governo Tambroni. La DC non è pronta a un governo con i Socialisti. Ma le formule centriste sono ormai esaurite e il coinvolgimento degli ex fascisti appare impraticabile, come ha appunto dimostrato la fine dell'esperienza Tambroni dopo i fatti di Genova.

    È giocoforza coinvolgere il PSI, ma senza… dirlo. E fu così che si inventò la formula (in sé contraddittoria) delle "convergenze parallele" per cui i socialisti "convergevano" nell'assicurare il sostegno al governo Fanfani, ma restavano "paralleli" alla DC. Come si sa, due rette parallele convergono, cioè si toccano. . . all'infinito.

    La situazione politica usciva dall'impasse ed evolveva lentamente verso la svolta di centro-sinistra. Grazie alle "convergenze parallele".

    Forse quella formula può far uscire oggi la situazione politica dal vicolo cieco. Un governo diretto dal PD ottiene al Senato quando ve ne sia la necessità il voto del PDL o di parte di esso senza che si stringano patti di collaborazione ma "caso per caso" (secondo la formula parlamentare).

    A dirigere questo governo D'Alema, che ha già adombrato la formula, oppure Renzi che è il meno sgradito al PDL.

    E' un "inciucio"?

    E' il "governissimo"?

    Io non mi impiccherei alle formule. Osservo che vi sono precedenti nella nostra storia parlamentare. E osservo anche che Berlusconi privo di qualsiasi titolo e dovendo trascorrere molto del suo tempo nelle aule di giustizia non sarà di nocumento a questa "convergenza parallela".

    E per concludere: forse che il governo Monti non è vissuto con questo appoggio bilaterale, con i voti paralleli dei due fieri nemici?

 

lunedì 4 marzo 2013

Le idee - PER UN RILANCIO DELL’INTERNAZIONALE SOCIALISTA

di Felice Besostri

Un fantasma si aggira per il mondo, ma non in Europa, terreno di caccia riservato al PSE: l'Internazionale Socialista. Se non viviamo nel miglior mondo possibile sappiamo a chi poterlo imputare. Sia chiaro che, se si guarda alla contraddizione tra gli strumenti necessari per tentare di stabilire una società più giusta e i mezzi a disposizione, non si può essere soddisfatti e ciò a prescindere dal fatto se, oltre che la volontà - o la pia intenzione - di cambiare le cose, abbiamo un corpo teorico all'altezza del compito. Il fatto che altre formazioni nazionali o internazionali, per esempio la Sinistra Unita Europea, non ce l'abbiano non è né una consolazione, né una giustificazione.

    Le critiche alle insufficienze dell'Internazionale Socialista hanno un fondamento, ma sono al contempo ingenerose e frutto di un modello di internazionalismo che non è, e non può essere, quello di partiti socialisti. Se, infatti, dobbiamo non essere soddisfatti dell'Internazionale Socialista, non dobbiamo mai dimenticare i guasti delle varie incarnazioni dell'internazionalismo comunista, soprattutto perché erano schermo della politica di potenza dell'U.R.S.S., ai cui interessi erano subordinate le tattiche e le strategie dei partiti comunisti affiliati. Lo si è visto nel caso di rotture interne al movimento comunista, quando le differenze non venivano regolate da un dibattito politico condotto sulle riviste ideologiche, ma affidate alla repressione cruenta. Quando ci fu la rottura con la Jugoslavia di Tito, in quel paese i kominternisti venivano internati in lager sulla brulla Isola Calva (Goli Otok) in Dalmazia, mentre nell'Europa orientale i titoisti, anzi i trozkisti titini, erano tra le vittime privilegiate dei processi staliniani, insieme con gli ex combattenti della guerra di Spagna nelle Brigate Internazionali e i comunisti con ascendenza ebraica. La rottura tra la Cina Popolare e l'U.R.S.S. ha comportato rotture tra i partiti delle due linee con pesanti conseguenze nelle aree di frizione, come in Asia e in America Latina. Nell'Internazionale Socialista, come si è ricostituita nel Secondo Dopoguerra del XX° Secolo (Francoforte s. M. 1951), ci sono partiti che hanno svolto un ruolo di guida, la SPD e i partiti laburisti e socialdemocratici scandinavi: un ruolo che si rafforzava quando erano alla guida del loro paese e i propri esponenti alla guida dell'Internazionale Socialista.

    Un nome basta per tutti: Willy Brandt, leader della SPD, Cancelliere tedesco e Presidente dell'IS, anche se non contemporaneamente. La Ostpolitik fu condotta anche grazie all'IS, a quel tempo il PSE era un mero Ufficio di Collegamento tra partiti socialisti nella CEE, come anche su di essa si riverberò il prestigio della Commissione Nord Sud (Commission for International Developmental Issues) presieduta dal Willy Brandt e attiva nell'ambito del sistema ONU. In seguito alle Primavere arabe, sulle quali sta cadendo l'inverno del fondamentalismo islamico, prima che si schiudessero le gemme della democrazia e sbocciassero i fiori della libertà, fu rimproverata la presenza tra gli associati del Partito dell'egiziano Mubarak o quello tunisino di Ben Alì, dimenticando il ruolo essenziale dei laburisti norvegesi negli accordi di Oslo del 1993: un passo decisivo, purtroppo rimasto incompiuto, verso la pace e la convivenza tra israeliani e palestinesi. L'IS è stata per anni l'unica organizzazione che accogliesse tra i suoi membri Al Fatah e partiti socialisti sionisti israeliani, ora come membro effettivo il solo Meretz e lo storico partito laburista di Rabin, declassato ad osservatore. Nella lotta contro l'apartheid, l'Internazionale Socialista è stata una protagonista, così come per l'indipendenza delle colonie portoghesi, non per nulla sono membri effettivi l'ANC del Sud Africa, lo SWAPO della Namibia, lo MPLA angolano, il FRELIMO del Mozambico e i movimenti di liberazione della Guinea e Capo Verde. Movimenti un tempo icone della sinistra antagonista nostrana, come il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale sono da tempo membri effettivi dell'Internazionale Socialista, insieme con il più moderato Partito di Liberazione Nazionale di Costarica, l'unico paese che ha abolito le forze armate e che da tempo immemorabile non ha conosciuto golpe y caudillos militari e con un sistema di sicurezza sociale di modello scandinavo. Ha perso colpi con la perdita di potere di Accion Democratica, la cui corruzione non può far dimenticare i meriti del suo leader storico Carlos Andrés Perez, ostacolo ad ogni avventura anti-cubana  o che l'altro membro effettivo venezuelano è il MAS di Teodoro Petkof, l'ideologo di formazione marxista, cui ci si ispirava per una comprensione dei fenomeni politico sociali latino-americani, che non fossero infatuazione romantica del guerrilismo e dell'icona di Che Guevara con il basco nero in testa.

    L'appoggio ad Allende e la solidarietà dopo l'11 di settembre è un altro dei meriti dell'Internazionale Socialista e di molti dei suoi partiti membri, compreso il PSI. La sinistra cilena di ispirazione socialista si è divisa, ma anche qui non è senza significato che tutti e tre i tronconi dal Partito per la Democrazia, l'antesignano del PD italiano, il Partito Socialista del Cile e il Partito Radical Socialdemocratico siano membri effettivi e che la vittoria del Frente Amplio in Uruguay, che nel 2004, dopo Chavez 1998, Lagos 2000 e Lula 2002, con l'elezione a presidente del socialista Tabaré Vázquez aprì una nuova serie delle vittorie elettorali della sinistra (Bolivia e Cile 2005, Ecuador 2006) che hanno cambiato il volto politico del Sud America, più dei focolai di guerriglia. Punto di forza il Cile e debolezza il Brasile, perché il Partito Laburista Democratico è nella coalizione di governo ma non fa parte dell'IS, né il Partito Socialista Brasiliano, l'unico partito estraneo a coalizioni di potere e strumentali della storia brasiliana, a differenza dello stesso PCB, né il PT, che pure è invitato permanente e che nel suo statuto si definisce socialista democratico ("com o objetivo de construir o socialismo democrático.",art. 1 Statuto PT 2012).

    Lo scopo di queste informazioni è quello di spingere ad analisi un po' più articolate della liquidazione dell'IS, per alcuni dei suoi membri nord-africani - tra l'altro non più membri - o centro-americani come il PRI messicano, dimenticando per quest'ultimo paese il Partito della Rivoluzione Democratica e gli affiliati tunisini, come il Forum Democratico per il Lavoro e le Libertà o il Partito Social democratico in Egitto e il Fronte delle Forze Socialiste in Algeria, dove è affiliato anche lo FNL. Il rafforzamento del PSE, peraltro organizzazione fraterna, ha indebolito l'IS, tra i cui 99 membri effettivi soltanto 26 sono europei di 22 paesi e tra essi mancano molti della UE, come il Labour Party della Gran Bretagna, nella cui capitale ha sede, o i laburisti norvegesi, a capo di una delle poche coalizioni di sinistra rosso-verde al governo negli anni delle sconfitte elettorali europee (Germania, Gran Bretagna, Svezia, Portogallo, Spagna e Grecia). Semplici osservatori sono anche gli olandesi del PvdA, per loro scelta, mentre maltesi, estoni, lettoni e  i laburisti della Nuova Zelanda sono scesi di status per mancato pagamento delle quote, in totale sono 18 i partiti in tale situazione. I partiti della IS sono al governo i 51 Stati, in 12 dei quali hanno sia il presidente che la maggioranza parlamentare e in altri 5 il primo ministro. Tra i 19 stati del G20 (il 20° è l'UE) l'IS è presente in 12, ma al governo soltanto in 3 (Francia, Mexico e Sud Africa) e in 2 è opposizione, ma con possibilità di andare al Governo (Germania e Gran Bretagna). Nella Federazione Russa, Brasile, Cina, India e Stati Uniti non ci sono partiti affiliati all'IS, che possano aspirare alla guida di quei paesi. Soltanto il Sud Africa ora e in futuro il Brasile, se aderisse il PT, rappresentano un'eccezione tra le nuove nazioni destinate a un ruolo economico mondiale. Tra i G8 i partiti socialisti possono giocare un ruolo in Francia, Germania e Gran Bretagna, non in Giappone(il Partito Socialista non è più membro ma soltanto quello Socialdemocratico) e in Italia a condizione che il PD risolva i suoi mal di pancia sull'affiliazione internazionale (un possibile e auspicabile sviluppo dell'alleanza elettorale PD, PSI e SEL).

    A mio avviso l'IS va rilanciata, un'ottica soltanto europea non basta a una sinistra che voglia essere soggetto attivo a livello planetario, come planetarie sono le sfide dello sviluppo economico, dei diritti dei popoli e della democrazia, ma senza pensare ad un centro organizzatore della rivoluzione socialdemocratica nel mondo. L'art. 1 dello Statuto dice che " L'INTERNAZIONALE SOCIALISTA è un'associazione di partiti e organizzazioni politiche che cerca di stabilire il socialismo democratico" ma, si precisa all'art. 2, che lo scopo è "di rafforzare la collaborazione tra i partiti affiliati e di coordinare il loro atteggiamenti e attività con il consenso", non esistono deliberazioni vincolanti, che se anche fossero previste non ci sono strumenti coercitivi per farle rispettare: questa è la grande differenza con le esperienze dell'Internazionale Comunista(Komintern) o del  Information Bureau of the Communist and Workers' Parties (Cominform), un nome anodino per questioni di immagine, ma dietro il quale si nascondeva il ferreo controllo del PCUS.

    Nelle critiche all'Internazionale Socialista si coglie un modello di Internazionale, che non è quello socialista democratico. La sanzione massima, l'espulsione, è difficilissima in quanto è di competenza del Congresso e a maggioranza qualificata dei 2/3 (art. 5.1.,3 Statuto). L'Internazionale Socialista non può essere altro da quello che i partiti, specialmente i maggiori, vogliono che sia. Basta guardare il bilancio del 2010, l'ultimo pubblicato, per capire che non è una priorità per i partiti socialisti. Il totale delle entrate ammonta a Sterline 1.180.127 , aumentato a Sterline 1.380.000 nel 2011, cioè € 1.595.000: nello stesso anno il bilancio del PSE prevede entrate per € 5.187.221, più di 3 volte tanto. Lo staff assorbe un quinto del bilancio e non superava al momento del suo splendore, cioè con la segreteria generale dell'amico Berndt Carlsson( morto nell'attentato libico di Lockerbee all'aereo della Pan Am il 21 dicembre 1988) la decina di persone, fattorini compresi. La forza dell'IS è sempre stata quella del prestigio dei suoi leader, oltre che il nominato Brandt, Olof Pame, Felipe Gonzales, Lionel Jospin, Bruno Kreisky e anche Bettino Craxi, che facilitò l'ingresso del PDS o i dirigenti del Partito laburista Israeliano, quando erano la forza egemone in quel paese: un epoca finita, non solo simbolicamente, con l'assassinio di Itzak Rabin.

    L'IS, il cui Presidente Papandreu è stato, nei fatti, abbandonato dai grandi partiti socialisti, che non erano al governo in nessuno dei paesi guida, merita invece un rilancio almeno per due ragioni. La prima è la attualità e validità della sua Dichiarazione dei Principi approvata dal XVIII° Congresso di Stoccolma del 1989, frutto di una Commissione presieduta, se ben ricordo, da Felipe Gonzales. Un documento che contiene le linee per un diverso ordinamento mondiale in buona parte coincidente con quelle dei Forum Social Mundial, iniziati a Porto Alegre nel 2001. La seconda è che tra i suoi membri effettivi c'è un piccolo partito, l'Alleanza Social Democratica di Islanda, nato da un'unificazione tra socialdemocratici e comunisti, al governo insieme con un Partito di sinistra alternativa, grazie a elezioni vinte superando la maggioranza assoluta, senza aiuto di abnormi e porcellosi premi di maggioranza e che nella crisi finanziaria ha preferito, sotto la pressione di 2 referendum popolari, far fallire le banche piuttosto che strozzare i propri cittadini. Speriamo che una rinnovata attenzione per l'Internazionale Socialista spingerà qualche editore a pubblicare in Italiano la monumentale Geschichte der Internationale (Storia dell'Internazionale ) del socialista austriaco Julius Braunthal.    La mancata pubblicazione spiega, tra molti altri fattori, la superficialità, in generale,  o comunque la sottovalutazione, con le quali si affronta il tema della dimensione internazionale della sinistra. Persino il PSI fu lascito fuori dall'IS, che riconosceva soltanto il PSDI, che peraltro aveva tra i suoi ranghi, l'ultima esponente attiva di una generazione di rivoluzionari, Angelica Balabanoff.  Se si fosse dedicato lo stesso tempo ed energie a riflettere sulla crisi ed inadeguatezza degli strumenti di cooperazione oltre le frontiere, di quello dedicato al sub- comandante Marcos, saremmo in una situazione migliore: se esiste un complotto mondiale della grande finanza e delle multinazionali, dovrebbe essere logico costruire strumenti di iniziativa politica allo stesso livello. Pur con i suoi limiti, almeno il campo sovietico, garantiva l'esistenza di un polo alternativo. Ora la diminuzione di controlli sui movimenti di capitale e l'incompiuta costruzione, a livello continentale, di organizzazioni di cooperazione economica e politica in grado di progettare scelte di sviluppo alternative a quelle dettate dal solo profitto a breve termine, rende necessaria l'esistenza di un'organizzazione come l'Internazionale Socialista, in grado di estendere la cooperazione oltre i partiti variamente affiliati, come previsto dall'art. 2 comma 2 dello Statuto: "L'Internazionale Socialista cercherà anche di estendere le relazioni tra l'IS e altri partiti orientati in senso socialista, non affiliati, che desiderano cooperare". Pare un progetto da sviluppare più interessante della riesumazione dell'Ulivo Mondiale o di un generico democraticismo progressista 

 

La situazione politica - Ben altro!

A un primo fiuto della situazione ci sembra che sarà molto se questa legislatura servirà a eleggere il nuovo presidente della Repubblica.

di Paolo Bagnoli


L’Italia ha votato e ha scelto quanto da tempo era evidente, se non formalmente: l’ingovernabilità. A un primo fiuto della situazione ci sembra che sarà molto se questa legislatura servirà a eleggere il nuovo presidente della Repubblica. E poi? Niente calza meglio del detto:chi vivrà vedrà!.Quello che è certo,su tutto,che nessuno sembra avere la percezione vera della crisi in atto;un dato che non sempre le semplici elezioni riescono a sanare. E infatti di idee non ne sono venute fuori;invettive,promesse,minacce a iosa,ma idee,cari signori,no;esse sembrano essere una merce ormai bandita dalla politica italiana. Eppure, se il Paese comincerà,prima ancora dell’Europa – che rimane lo scenario di riferimento, non di servilità come lo ha interpretato,e si è visto con quali risultati,Monti - vorrà sapere come uscirne,di idee ne avrà tanto bisogno,prima degli schieramenti,delle primarie,dei giaguari,dei moderati,dell’onnipresente politica per le famiglie,delle mobilità in entrata e altre amenità del genere;è di idee che avrà bisogno:meno retroscena e più scena,quella che oggi Beppe Grillo tiene con vuotezza pari all’intelligenza.

    Vediamo di ragionare. Che Grillo avrebbe sfondato era fuori discussione; nessuno si immaginava che il buco fosse così grande:alla Camera i 5 Stelle sono,anche se di pochissimo,sul Pd il primo partito che con un misero 25,4% - un po’ poco per cambiare il mondo - è appena quattro punti sopra Berlusconi e solo grazie a una manciatina di voti ha agguantato il premio di maggioranza,ossia quella cosa scandalosa che,peraltro,gli servirà a ben poco. Sicuramente l’incarico del governo,che poi riesca ad avere anche il governo è tutto da vedere. Governare,chi lo sa.

    Nel corso di tutta la campagna elettorale Bersani aveva consegnato al Paese l’immagine della forza tranquilla;di cosa potesse essere tranquillo solo lui lo sa,ma fatto è che una qualche tranquillità doveva averla veramente e lo si coglieva quando accennava alle primarie. Tragico,infantile errore;innamorato delle primarie non ha capito che il voto popolare è altra cosa e questo voto sembra portarsi,come bagaglio a presso,la crisi irreparabile del Pd,l’unguento miracoloso delle primarie e forse anche l’unità del partito stesso poiché è nella logica delle cose che ora Renzi molli gli ormeggi:l’occasione gli è offerta su un piatto d’argento. L’affermazione di Grillo offre una sponda fortissima per alzare la bandiera del rinnovamento,ma per tentare di far sventolare questa bandiera occorre un pennone che sia altro rispetto al Pd.

    Con la sua battuta di smacchiare il giaguaro Bersani era risultato simpatico,aveva fatto capire che lui,glielo avevano detto anche le primarie,avrebbe liberato il Paese da Berlusconi e dal berlusconismo; tuttavia, visto che è così addentro alle cose di animali avrebbe dovuto sapere anche che non è mai saggio vendere la pelle dell’orso prima di averlo preso. L’orso non l’ha preso e il giaguaro,che già era andato via,grazie al Pd e a Monti, è tornato tutt’altro che debilitato;più lo hanno attaccato più ha saputo vendere la propria merce e l’emissario dell’Europa ora dovrà spiegarlo ai rigidi tedeschi aggiungendo che il fallimento politico conquistato fa diminuire anche il senso di Europa in Italia. Per non farci divenire come la Grecia ci ha portati da Grillo:non c’è che dire!

    Ora Bersani,mai dimentico di essere comunista,adotterà la ricetta che D’Alema adoperò per Di Pietro,ossia“istituzionalizzarlo”.Di Pietro stette al gioco e poi andò a giocare sulla sua porta. Ma Grillo non è Di Pietro; egli ha giocato solo una parte della partita per mandarli a casa tutti costi quel che costi alla democrazia italiana – mai come adesso vicina al bivio di una svolta a destra, oligarchica e autoritativa - e con i seggi che ha è il vero arbitro delle Aule parlamentari. E se il dato dei votanti è alto – il 75,1% -e sicuramente si tratta di una cosa positiva, è anche vero che con una adesione alle urne praticamente insperata le riserve di implemento per Grillo sono notevoli.

    Dicevamo del giaguaro. Il recupero di Berlusconi è stato veramente eccezionale. Non era difficile prevederlo considerata l’abilità mediatica del cavaliere e il fatto che la negatività personificata da Monti lo hanno oggettivamente favorito. Inoltre,lo ripetiamo perché ci sembra una cosa su cui riflettere seriamente,essendo tornato a essere lo spauracchio di Bersani, Berlusconi ha acquisito nuovo smalto ed egli, da bravo rappresentante di se stesso, ha giocato le sue carte,certo con grande abilità.

    Il fallimento di Monti,come uomo di governo e leader politico,è addirittura palmare. Esso ci dice sostanzialmente due cose:il primo è che gli italiani,nonostante tutto,pur considerata la grave crisi che attraversiamo,preferiscono un qualcosa che assomigli alla politica rispetto alla sapienzialità euro-tecnocratica;la seconda è che egli,insieme a Grillo,pur nell’insuccesso,ha contribuito a destabilizzare quel poco di sistema che ancora stava in piedi segnando,altresì, il tramonto dell’autonomia centrista e quella dell’ancoraggio sacralizzato all’Europa germanizzata. I suoi voti non servono nemmeno al Senato poiché l’alleanza berlusconiana più Grillo supera il centro-sinistra.

    Il centro, i moderati, e compagnia cantando, sembrano oramai transitati nel mondo dei più;almeno per questo giro.

    Infine un’osservazione finale. Essa riguarda sia la sinistra “sussidiaria” di Vendola che quella “radical-giudiziaria” di Ingroia i cui fallimenti hanno confermato che essa potrà risorgere solo se rinascerà una forza socialista autonoma,forza della democrazia e della lotta alle ingiustizie sociali. I socialisti ufficiali andando a cercare ciambelle per qualche salvataggio castale nel Pd hanno fatto la fine della nave di Schettino. Crediamo sia veramente scoccata l’ora per dire che, per quella strada, non passa niente di socialismo, se non un aggettivo il quale, però, merita ben altro!

 

IPSE DIXIT

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