Cosa c'è di più grave dell'omicidio di un ragazzo innocente?
- Anna Finocchiaro -
mercoledì 7 maggio 2008
Grave?
mercoledì, maggio 07, 2008
Avvenire dei Lavoratori
lunedì 5 maggio 2008
Ecco come Berlusconi ha vinto e Veltroni ha perso
lunedì, maggio 05, 2008
Avvenire dei Lavoratori
ANALISI RISULTATI ELETTORALI - 1/2
Pubblichiamo le riflessioni dall'on. Besostri sui recenti risultati elettorali. Queste analisi sono divise in due parti. La prima (che pubblichiamo oggi) è dedicata alle coalizioni "Berlusconi" e "Veltroni". La seconda parte, che uscirà sull'ADL di domani, sarà imperniata sui risultati della Sinistra.
di Felice Besostri
L’analisi, se fosse un sintetico commento, potrebbe esaurirsi in poche righe: Berlusconi ha vinto, Veltroni ha perso, Casini ha tenuto e la sinistra (la minuscola è d’obbligo ) è stata, in tutte le sue espressioni, disfatta, o, meglio detto con uno spagnolismo, derrotada. Nelle coalizioni il partito coalizzato è andato molto meglio della lista del coalizzatore: la Lega Nord nella coalizione Berlusconi e l’Italia dei Valori (immobiliari) nella coalizione Veltroni.
Ma, al di là delle facili sintesi giornalistiche, occorre anzitutto dire che l’andamento non è stato omogeneo nel territorio nazionale. Il PdL, per esempio, ha più voti rispetto alle somme FI-AN nelle politiche 2008 rispetto alla somma FI-AN in quelle del 2006: in Valle d’Aosta (17,3>15,6), Liguria (37,5>35,3), Toscana (32,5>30), Umbria (35,1>33,5), Emilia Romagna (29,4>29,1), Marche (36,3>34), Abruzzo (42,4>37,4), Lazio (43,9>40,1), Campania (48,7>40), Puglia (46>40,3), Basilicata (36,5>31), Calabria (42,1>31,7), Sardegna (43,2>35,6), Sicilia (46,7>39,2).
Il PdL ha avuto aumenti in 14 regioni, in sei delle quali l’aumento è stato di almeno cinque punti percentuali (Abruzzo, Campania, Puglia, Basilicata, Sardegna e Sicilia) e di altri dieci punti in Calabria.
Soltanto in Sicilia il PdL era al Governo, in tutte le altre i Presidenti delle Regioni appartenevano all’Unione, senza distinzioni tra Presidenti di provenienza DS, Margherita o Rifondazione.
Il PdL ha meno voti rispetto alla somma FI – AN nelle politiche 2008 rispetto al 2006:
Lombardia (34,4<37,5), Friuli (35,5<39,21), Veneto (28,3<36,1), Piemonte (35,2<35,8), Molise (37<47,3).
La presenza di un Presidente di Regione del PdL non ha aiutato, clamorosamente nel Molise con una perdita di dieci punti percentuali e nel Veneto con quasi otto punti in meno.
Queste eccezioni non sono di nessun conforto, perché dove il PdL ha perso, le perdite sono state più che compensate dai guadagni della Lega Nord, che ha assorbito tutte le perdite degli alleati e preso voti all’ex Unione.
Altro motivo di seria riflessione è il fatto che nel 2006 l’Unione vinse per 24.000 voti mentre la coalizione intorno al PdL nel 2008 ha avuto 3.000.000 di voti in più.
Il trasferimento di voti dal centro-sinistra al centro ed al centro-destra è però stata ancora più importante se si considerano i circa 2 milioni di voti della UCD: quindi in due anni da più ventiquattromila voti a meno di cinque milioni di voti, che diventano quasi sei, se si calcolano i voti della Destra di Storace.
Il PD migliora di un’unghia il risultato dell’Ulivo alla Camera, ma bisogna aggiungere parte dei voti della Rosa nel Pugno, in quanto nel PD c’erano autorevoli candidature radicali ed in qualche caso socialiste.
Il PD ha, quindi, risucchiato voti alla sua sinistra, compensando le perdite verso il centro e la Lega Nord. Senza il voto utile e l’anti-berlusconismo viscerale il PD avrebbe raggiunto a stento il 25%. L’effetto collaterale dello sfondamento a sinistra è che al Senato sono stati più i seggi regalati al PdL, di quanti ne abbia guadagnati il PD.
Il PdL ha, quindi, beneficiato in termini di seggi senatoriali e nella Camera dei Deputati dei voti ottenuti da Sinistra Arcobaleno, Socialisti, Sinistra Critica e Partito Comunista dei Lavoratori: un paradosso della legge di dubbia costituzionalità con la quale abbiamo votato.
I socialisti sono andati male, ma nel panorama disastroso della sinistra non sono andati peggio di altre formazioni di sinistra, poiché hanno più voti di Sinistra Critica e PCL e come singola formazione competono con le quattro formazioni della Sinistra Arcobaleno e superano, quantomeno, tre delle sue formazioni PdCI, Verdi e SD, valutando Rifondazione come la formazione, comunque, più consistente.
Il proverbio tradizionale recita “mal comune, mezzo gaudio”, ma respinte le inclinazioni masochiste dovremmo, invece, dire “mal comune, tragedia totale”, insomma se Atene piange, Sparta non ride.
Esaminando i voti in assoluto nel confronto tra 2006 e 2008 si ottiene che la coalizione con a capo Berlusconi al Senato ha un saldo negativo pari a 1.646.429 voti.
Alla Camera il saldo è ugualmente negativo pari a 1.913.969 voti.
Il consenso in assoluto degli italiani in Berlusconi è quindi diminuito, peraltro occorre rettificare i risultati alla luce degli spostamenti tra le coalizioni e, pertanto, è più corretto diminuire il dato 2006 dei voti ottenuti da UCD (2.050.189) e DESTRA (885.129) nel 2008 e aumentarlo di quello dei Pensionati del 2006 (333.278), nonché diminuirlo del 50% dei voti 2006 della lista DC-NUOVO PSI (142.737) e, quindi il totale diventa per la Camera 16.233.066 e quindi vi è un saldo positivo di 830.808 voti.
Tale risultato positivo per la coalizione va peraltro accreditato alla Lega Nord, che è passata da 1.747.730 voti nel 2006 a 3.024.522 voti con un aumento di 1.276.792 voti.
Passando dalla coalizione di singoli partiti, il PdL ha avuto 13.628.865 (2008) mentre FI e AN avevano ottenuto nelle precedenti elezioni 13.755.102 voti.
Bisogna peraltro considerare che per un confronto più puntuale occorre estendere il confronto, includendo nel dato 2006 i partiti confluiti nel 2008 nel PdL e, perciò, il dato 2006 va aumentato dei voti di Pensionati (333.178), della Lista Mussolini (255.354) e del 50% della lista DC-Nuovo PS di 142.737, e diminuito dei voti ottenuti dalla Destra nel 2008, pari a 885.129 voti, quindi a 13.601.242, il confronto tra i due risultati porta ad una miserabile differenza positiva di 27.623 voti, come segno dinamico di una grande novità politica è molto debole.
Al Senato i Democratici di Sinistra e la Margherita si erano presentati nel 2006 con liste distinte ottenendo rispettivamente 5.977.347 voti, pari al 17,5% e 3.664.903 voti, pari al 10,73%.
L’Ulivo alla Camera era una formazione più ampia di DS e Margherita al Senato, ma anche in tal caso dobbiamo tenere conto che dai DS si è separata Sinistra Democratica e che di converso nel PD sono confluiti parte dei voti radicali e socialisti della Rosa nel Pugno, che aveva ottenuto 851.604 voti, pari al 2,49% e che era presente una lista “I socialisti” di 126.431 voti (0,37%), i repubblicani europei con 51.219 (0,15) ed il PSDI con 57.343 voti (0,17%) ed una lista L’Ulivo con 59.498 voti (0,17%). Analogamente si deve procedere per un confronto tra il risultato di Veltroni del 2008 e quello di Prodi nel 2006, anche se gli elementi di discontinuità sono maggiori: è cambiato il capo-politico della coalizione.
Inoltre il terremoto del centro-sinistra è stato maggiore rispetto a quello del centro-destra.
Nella coalizione per Prodi i partiti politici erano alla Camera ben 13, mentre la coalizione di Veltroni era composta di due sole liste.
L’Ulivo ottenne, alla Camera, 11.930.983 voti, pari al 31,27% nel 2006, mentre l’Italia dei Valori si era attestata a 877.052 voti, pari al 2,32%.
DS più Margherita, PSDI, Repubblicani Europei e l’Ulivo, con il 50% dei voti della Rosa nel Pugno e dei Socialisti avevano ottenuto complessivamente 10.299.327 voti al Senato.
Nella Camera 2008 Veltroni ha ottenuto 13.686.673 voti pari al 37,546%, di cui 12.092.990 del PD, pari al 33,174%, mentre al Senato 12.456.443 voti pari al 38,01%, dei quali 11.042.325 pari al 33,695% del PD.
Il confronto per la Camera va fatto tra l’Ulivo 2006, più le formazioni 2006 confluite successivamente nel PD, con il PD 2008, quindi 12.483.863 e 12.092.990 con una differenza negativa di 390.873: il modesto incremento percentuale del 2008, rispetto al 2006, dipende, pertanto dalla diminuzione della percentuale dei votanti.
La percentuale di voti della coalizione Veltroni è aumentata rispetto alla somma di Ulivo più Italia dei Valori del 2006 soltanto grazie al partito di Di Pietro, passato dal 2,49 % al 4,373%, praticamente quasi il doppio.
Un clamoroso insuccesso del progetto politico del PD è stato evitato soltanto grazie al dissanguamento della Sinistra Arcobaleno, sempre che il progetto politico fosse quello di competere con il PdL con teoriche uguali possibilità, ovvero di Veltroni con Berlusconi. Il successo, invece, è stato pieno se lo scopo fosse stato quello di non avere più competitori a sinistra.
La scomparsa della sinistra, da quella socialista a quella rosso-verde dal Parlamento, è la novità più eclatante di queste elezioni, perché sottolineano l’anormalità italiana rispetto al panorama politico di tutti gli altri paesi europei, compresa Andorra, eccettuati i Principati di Monaco e del Lichtenstein, peculiari per la loro caratteristica di paradisi fiscali.
L’analisi di tale fenomeno merita una trattazione a parte, che sarà oggetto delle considerazioni che pubblicheremo sull'ADL dui domani. (1/2 - Continua)
Le cifre di una sinistra con la esse minuscola
lunedì, maggio 05, 2008
Avvenire dei Lavoratori
ANALISI RISULTATI ELETTORALI - II
Continua oggi la riflessione condatta dall'on. Besostri sui risultati elettorali. La parte che pubblichiamo di oggi, la seconda e conclusiva di questo studio, è dedicata alla Sinistra, con un appendice sui flussi elettorali tra Destra (D) CentroDestra (CD) Sinistra (S) CentroSinistra (CS) dei partiti Regionali (R), distiguendo tra essi quelli alleati al CentroDestra (CD-R) rispetto agli altri. Ci sono poi liste di difficile collocazione che si è dovuto ragguppare nerlla categoria Altri (A). La circoscrizione Estero merita a sua volta un'analisi differenziata.
di Felice Besostri
Il rapporto tra Sinistra e Centro-sinistra e centristi all'interno dell'Unione del 2006 e dopo la sua rottura nel 2008, si racchiude nel confronto che segue.
Nel 2006 (Senato) la Sinistra era composta da DS, Rifondazione Comunista, Insieme per l'Unione (Verdi, PdC), Rosa nel Pugno ed i Socialisti e una parte delle liste L'Ulivo.
Tutte queste formazioni totalizzarono 10.927.918 voti pari al 31.985%. Il Centro-Sinistra era rappresentato dalla Margherita, dallo PSDI e dai Repubblicani Europei e la restante quota dell'Ulivo.
Il totale dei voti era di 3.803.214, pari al 11,485%.
La componente centrista era rappresentata dalla sola Italia dei Valori con 986.191 voti, pari al 2,89%.
Nel 2008 il drammatico rovesciamento dei rapporti di forza, tutta la sinistra (Sinistra Arcobaleno, Partito Socialista, Partito Comunista dei Lavoratori e Sinistra Critica) ottiene 1.654.432 voti, pari al 5,046%.
Il Centro-sinistra rappresentato dal solo PD ha 11.042.325 voti pari al 33,695% e l'Italia dei Valori da sola con 1.414.118 voti e il 4,315% rappresenta un centrismo di poco inferiore al complesso della sinistra, uno 0,7% in meno, ma con il vantaggio di essere forza omogenea.
Per le Camere il raffronto tra sinistra e centro-sinistra nel 2006 e nel 2008 è più complicato perché DS, Margherita e Repubblicani Europei più altre formazioni minori si presentavano in una sola lista, quella dell'Ulivo, che per di più presentava candidati di altre formazioni presenti autonomamente al Senato, come i Pensionati, il PSDI ed i Repubblicani Europei e i Socialisti. Tale fatto, tra l'altro, smentisce la leggenda che l'Ulivo alla Camera, inteso come somma DS e Margherita, fosse andata meglio che al Senato.
Infatti i voti dell'Ulivo Camera 11.930.983, pari al 31,27%, non vanno confrontati al Senato con la sola somma di DS e Margherita (5.977.347 e 3.664.903 pari rispettivamente al 17,5% e al 10,73%), bensì a quella somma più i Pensionati (477.226 pari al 1,40%), PSDI (57.343 e 0,17%), Repubblicani Europei (51.219 e 0,15%) e l'Ulivo (59.498 e 0,17%) e, quindi, con il totale di 10.287.536 voti, pari al 30,12%, un modestissimo 1,15% in più, che è altra cosa del +3,04% comunemente accreditato.
La modesta differenza del corpo elettorale più numeroso della Camera, che comprende per 7 classi di età in più di giovani elettori, fascia di elettorato che nel 2006, a differenza che nel 2008, votò in maggioranza per il centro-sinistra dell'Unione.
La sola estrapolazione possibile è quella allora di attribuire alla Sinistra la stessa percentuale dei voti dell'Ulivo pari a quella dei DS al Senato, che perciò sottostima il voto disgiunto Camera Senato all'interno della Sinistra: al Senato, infatti, Rifondazione ottenne il 7,37% rispetto al 5,84% della Camera.
Con queste considerazioni non si vuole togliere nulla all'entusiasmo di militanti e cittadini che hanno partecipato alle fasi costitutive della Sinistra Arcobaleno da un lato, che al progetto di Costituente socialista dall'altro.
Gli scenari politici futuri non possono prescindere dalla legge elettorale e delle possibili riforme della stessa per via parlamentare o referendaria. Sia in un caso come nell'altro lo scenario sarà ancora più cupo. Il referendum, a questo punto, apparirà come una manna per il PdL e il PD, specie se i rapporti interni alle coalizioni dovessero tendersi.
La Lega Nord scalpita nel fronte berlusconiano e Di Pietro, con la sua Italia dei Valori (quali?) già ha annunciato la prima rottura, con la formazione di suoi gruppi parlamentari autonomi.
La tentazione di abolire le coalizioni sarà forte perché il condizionamento degli alleati, sia che si chiamino Bossi o Di Pietro, disturba la concezione personalistica del capo, della sua onnipotenza, prodotto e causa dell'investitura carismatica e plebiscitaria della legge elettorale e della mediatizzazione della politica.
A fronte delle prime intemperanze di Bossi da AN gli hanno ricordato che il PdL avrebbe vinto anche senza la Lega Nord. Se passa la riforma referendaria della legge elettorale la lista unica diventa obbligatoria, ma ciò significherebbe la perdita di identità per la Lega e l'Italia dei Valori, cioè la perdita della ragione del loro successo, migliore di quello delle rispettive coalizioni.
Nelle contestuali elezioni amministrative il peso della Sinistra Arcobaleno e del PS si è rivelato maggiore delle politiche: l'elettorato è sempre meno ideologico e fedele. Ogni voto è, quindi, come fosse dato in prestito pronto ad essere ritirato in caso di delusione.
Nel 2009 ci saranno sia elezioni amministrative che europee. Ogni nuovo appuntamento politico è rimandato all'esito di quelle consultazioni, ma che vanno preparate da subito.
La legge elettorale vigente, per le europee proporzionale e senza soglia di sbarramento, consentirà a forze politiche escluse dal Parlamento nazionale di essere presenti in quello europeo.
Colpi di coda non sono esclusi, sia introducendo una soglia di sbarramento, sia regionalizzando la circoscrizione, con ciò elevando di fatto il quoziente elettorale.
Il PD al di là dell'ottimismo di facciata dovrà imparare presto a far di conto: se vuole vincere, deve riannodare un rapporto a sinistra. Soltanto un'alleanza riformatrice può sconfiggere la destra intorno a Berlusconi.
Una tale alleanza deve fare i conti col passato e dimostrare al proprio elettorato di aver capito la lezione.
Non si può improvvisare un passo avanti per volta è meglio che correre verso il baratro o l'ignoto.
L'appuntamento europeo dovrebbe favorire aggregazioni europee, la prima delle quali, nell'Unione Europea, è quella socialista.
Tuttavia non basta riunire i socialisti, occorre anche innovare con un forte segno di discontinuità, non rispetto alla storia ed ai valori del socialismo, bensì alla struttura chiusa ed autoreferenziale, non superata dalla fase costituente affrettata ed incompiuta.
Il raggruppamento di tutta l'area socialista del PS e di SD dovrebbe essere il primo passo per la costituzione di un partito federale e federativo del Lavoro e del Socialismo interlocutore di un movimento sindacale autonomo ed unito.
Un partito federativo, cioè non esclusivamente territoriale, ma tematico ed aperto ai soggetti più diversi, che siano espressione della società civile. Un partito federale, cioè dotato di una forte autonomia delle istanze sub statuali: l'attuale struttura, che privilegia le aggregazione provinciali in diretto rapporto con l'organismo direttivo ed esecutivo nazionale, si è rivelata perdente.
Un tale partito non ha l'autorità per influire sull'attività di governo e normativa delle Regioni, che dopo la riforma del Titolo V della Costituzione sono depositarie di poteri consistenti, paragonabili, al pari delle comunità autonome spagnole, a quelli di articolazioni territoriali (Laender tedeschi o Cantoni svizzeri) di uno stato federale.
Le articolazioni sub regionali hanno una funzione interna di organizzare il consenso congressuale o di funzionare come terminali elettorali: non raccolgono e rielaborano più le istanze, che provengono dalla società, nel migliore dei casi sono canali di una propaganda elaborata al centro. È inconcepibile come una articolazione istituzionale, come la Provincia che dovrebbe sparire per far posto a Città Metropolitana ed Unioni di Comuni, costituisca tuttora l'ambito privilegiato dell'organizzazione partitica.
Non c'è democrazia senza controllo democratico. Tale controllo, espressione del pluralismo della pubblica opinione, quasi non esiste a livello regionale ed europeo. Guardiamo fuori dai nostri confini: d'altro canto dall'estero sono giunti anche segnali positivi in queste elezioni.
La percentuale dei Socialisti e della Sinistra Arcobaleno è alla Camera del 6,934% e della sinistra nel suo complesso del 7,5%.
Al Senato Socialisti e Sinistra Arcobaleno hanno il 5,81% e il 6,43% con Sinistra Critica.
Sempre poco ma meglio del 4,06% dell'Italia di PS e SA alla Camera, che arriva al 5,12% con PCL e SC.
Certamente potremmo passare il tempo a discutere di falce e martello sì o falce e martello no, per aggrapparsi ad un simbolo identitario, che nelle circostanze attuali assomiglierebbe sempre più ad un'insegna da stele funeraria, lasciando perdere l'individuazione di concrete azioni e punti programmatici su ambiente, diritti civili, pace, laicità, occupazione, costo della vita, mobilità, difesa del potere d'acquisto di salari, stipendi, pensioni e compensi professionali, sicurezza pubblica e sociale, nel territorio e nei luoghi di lavoro, fiscalità e livello, quantitativo e qualitativo, dei servizi pubblici. (2/2 - Fine)
STRANIERI IN ITALIA
lunedì, maggio 05, 2008
Avvenire dei Lavoratori
Primo Rapporto sull’Immigrazione in Italia del Ministero degli Interni
Aumentano, nell’ambito dei sentimenti dichiarati verso gli stranieri, l’indifferenza e la diffidenza. Mentre l’atteggiamento positivo nei confronti degli immigrati si attesta al 42% degli intervistati, come nel 2007, cresce la dichiarata ostilità dal 32% al 40% del 2008.
di Viviana Pansa
ROMA – Sono 2.414.972 gli stranieri con permesso di soggiorno presenti in Italia alla data del 1 gennaio 2007 secondo i dati Istat elaborati nel primo Rapporto sull’immigrazione nel nostro Paese, presentato stamani al Viminale a cura del ministero dell’Interno, insieme alla seconda ricerca dell’Osservatorio sociale sulle immigrazioni realizzata dalla Makno & consulting.
Un dato in crescita, rispetto agli scorsi anni, che porta la popolazione straniera ad essere il 5% della popolazione residente, una percentuale tuttavia inferiore rispetto a quella dei principali Paesi europei, come Germania, Francia, Belgio, Danimarca, Norvegia, Regno Unito, Irlanda e Svizzera.
Si tratta di una presenza non omogenea sul territorio italiano, se la percentuale è dell’1,6% di stranieri sui residenti nelle regioni del sud e del 6,8% in quelle del centro nord. Secondo l’Istat infatti più dell’88% della popolazione straniera al 2007 risiede al centro nord: un quarto in Lombardia; seguono Veneto, Lazio ed Emilia Romagna. Il 60,6% è in possesso di un permesso di soggiorno per lavoro mentre negli ultimi 15 anni il peso relativo delle presenze dovute a motivi di famiglia è aumentato dal 14,2% al 31,6%.
Marzio Barbagli, dell’Università di Bologna, che ha curato la ricerca per il Ministero, spiega la differenza tra questi dati e quelli presentati in autunno dal Rapporto sull’immigrazione della Caritas/Migrantes - per cui l’Italia per presenza straniere si collocava dietro Spagna e Germania - con una sottostima, da parte di quest’ultimo, della quota di popolazione straniera sui residenti nei diversi Paesi europei, soffermandosi su alcuni indicatori particolarmente significativi dell’immigrazione in Italia. “Nel nostro Paese gli stranieri sono meglio inseriti nel mercato del lavoro rispetto ad altri Stati dell’UE – egli afferma – ma sussista tuttavia una profonda differenza nei tassi di acquisizione non automatica della cittadinanza italiana da parte di questi ultimi, di 7, 8 o 9 volte inferiori da noi rispetto agli altri Paesi”. Mentre i tassi di mortalità infantile, più alti nella popolazione straniera, ma in forte diminuzione rispetto al passato, fanno sperare in un sostanziale miglioramento delle condizioni sanitarie dei nostri immigrati, sino a raggiungere gli indicatori della popolazione italiana, si segnala una tendenza alla segregazione residenziale degli stranieri, specie nelle grandi città come Roma. “Un dato certamente inferiore rispetto alle altre grandi città europee – aggiunge Barbagli – ma preoccupante, se pensiamo che la segregazione è direttamente proporzionale ai principali indicatori di svantaggio sociale, come il tasso di disoccupazione”.
Mario Abis, presidente della Makno, si sofferma invece su alcuni dati che indicano la percezione da parte degli italiani della presenza immigrata e, viceversa su indagini relative alla condizione percepita degli stranieri, con un particolare focus sulla presenza islamica in Italia. I dati raffrontano interviste del 2008 con analoghe inchieste svolte nel 2007, della prima ricerca dell’Osservatorio sociale sulle immigrazioni.
Cresce la domanda da parte degli italiani di legalità, sicurezza, ossia controllo del territorio, e un maggior riequilibrio dei servizi forniti ai cittadini, che spesso vengono percepiti a vantaggio degli stranieri. Mentre gli italiani credono che il dato migratorio nei prossimi anni tenderà a stabilizzarsi, aumentano, nell’ambito dei sentimenti dichiarati verso gli stranieri, l’indifferenza e la diffidenza, rispetto alle percentuali del 2007: mentre l’atteggiamento positivo nei confronti degli immigrati si attesta al 42% degli intervistati, come nel 2007, cresce la dichiarata ostilità dal 32% al 40% del 2008. Più problematica appare la presenza degli immigrati islamici, attribuita dal campione al fattore religioso e culturale che li contraddistingue. Il 30% degli italiani è contrario alla costruzione di moschee in Italia, mentre una percentuale analoga pone dubbi e problemi riguardo alla possibilità di integrazione degli stessi. Per quanto riguarda gli immigrati, la loro soddisfazione della permanenza in Italia resta alta: il 71% dichiara di essere soddisfatto della propria condizione. Tuttavia l’86% - rispetto al 77% del 2007 – percepisce la diffidenza nei loro confronti. Cresce anche la percentuale di stranieri che dichiarano di sentire la mancanza del proprio Paese di origine, dal 30 al 44% e aumenta, analogamente, chi desidera rientrare nel futuro in patria, dal 22% degli intervistati del 2007 al 26% del 2008. Riguardo agli immigrati islamici sono poi gli stessi immigrati, di altra provenienza, a porre più problemi rispetto alla loro integrazione.
Marcella Lucidi, sottosegretario all’Interno, ha chiarito come “il tema dell’immigrazione per essere ben governato debba essere conosciuto senza lenti ideologiche che possano ingrandire o ridimensionare problematiche di per sé già così complesse”.
“Gli indicatori positivi che emergono dai dati raccolti – ha detto Marcella Lucidi – si legano tuttavia con il difficile confronto delle differenze, spesso tendente al conflitto, con forme visibili di separatezza che vanno contro l’idea stessa di integrazione che tutti professano invece essere una necessità, con una minore possibilità di accesso ai diritti e ai servizi da parte dei cittadini per cui emerge la sensazione generalizzata che si ha di vivere peggio e un senso di crescente degrado urbano, che è riconducibile al senso vissuto da molti immigrati dell’offesa e al modo violento di gestire le relazioni”.
Tra le tematiche che si aprono rispetto alle indagini svolte, quella dell’integrazione da un lato e quella della sostenibilità del sistema di protezione sociale dall’altro, che deve saper tener conto del carattere del fenomeno che sollecita fortemente la rete di servizi al cittadino.
“Non è pensabile agire solo sulle opportunità di lavoro disponibili agli immigrati – prosegue Marcella Lucidi – ma rispetto alle esigenze di vita che gli stessi immettono nel territorio, cercando soluzioni che sappiano guardare oltre alla regolarizzazione richiesta e dipendente dai datori di lavoro. Tenendo conto della complessità del fenomeno, - conclude il Sottosegretario - il futuro governo dovrà attuare un insieme di politiche complementari all’immigrazione nel suo complesso, agire in strategia con le istituzioni dell’Unione Europea e evitare strumentalizzazioni di parte”.
Giuliano Amato, ministro dell’Interno uscente, sollecitato di un parere su come si sia gestita la problematica della sicurezza nel corso del governo Prodi, specie in relazione al fenomeno immigrazione si è detto “insoddisfatto della gestione, anche se i patti sulla sicurezza che abbiamo elaborato sono stati efficaci, come i numeri testimoniano. Tuttavia l’esiguità delle risorse a disposizione non ha permesso di ottenere tutta l’efficacia che avremmo auspicato”. (Viviana Pansa–Inform)
Al socialismo italiano occorre ora un Gruppo di emergenza
lunedì, maggio 05, 2008
Avvenire dei Lavoratori
Il PS e il dibattito a sinistra
Sull'articolo di Enrico Boselli (cf. ADL, 23.4.08 - "Il Partito Socialista continuerà a vivere") interviene Paolo Bagnoli, ex senatore del PSI (XIII legislatura), ordinario di Storia delle Dottrine Politiche presso l'Università di Siena e direttore dell'Istituto Storico della Resistenza in Toscana.
di PAOLO BAGNOLI
Dopo lo tsunami del voto che ha travolto e cancellato la Costituente socialista, Enrico Boselli ha preannunciato le proprie dimissioni. Il Partito Socialista terrà il proprio congresso il 7 giugno. La condotta di Boselli è nobili e va rispettata. Ma con grande lealtà dobbiamo pur dire che non ci sembra sufficiente ad affrontare una crisi dovuta non a un incidente di percorso, ma frutto delle gravi insufficienze di una Costituente che ha pensato bastasse ricomporre alcuni spezzoni fino ad oggi dispersi per avere quel mercato di sopravvivenza che al Ps è stato negato dall’elettorato italiano prima che dai potenziali alleati tanto alla sua destra quanto alla sua sinistra.
Il congresso naturalmente ci vuole. Ma esso richiede tempo e accurata preparazione; su tutto, la questione del socialismo in Italia deve assumere quella caratteristica di “pensiero compiuto” che la Costituente non è stata in grado di rappresentare non essendosene nemmeno posta il problema.
Chi ricopre ruoli di dirigenza dovrebbe sapere che le intenzioni sulle quali la politica si definisce non riescono ad avere le gambe senza idee forti le quali, a loro volta, richiedono forti motivazioni sociali e culturali.
La critica della politica “politicata” in relazione alla vicenda del Ps va certo fatta, ma essa non frutta, se non una magra risentita consolazione, quando in gioco non sono tanto le alleanze o le forme di relazione con altre forze, ma la capacità stessa del socialismo di riconquistare nel nostro Paese un posto stabile non solo nella politica dell’oggi, ma nella storia di domani. Ciò non vuol dire concentrarsi esclusivamente o quasi sui percorsi per tornare un giorno in Parlamento, bisogna ben di più concentrarsi su proprio essere nel Paese, nelle sue lotte, dentro ai suoi problemi. Quali soluzioni si propongono? Quali interessi culturali, sociali e civili si difendono e si vogliono rappresentare? Quale è la visione del mondo e della società italiana che si propone ai cittadini?
Si tratta non tanto di reinsediare una storia (in campagna elettorale si è chiesto soprattutto di votare una storia): bisogna convincere che il voto socialista è una scelta per il presente e per il futuro.
A fronte di tutto ciò la scorciatoia da ceto politico non ha senso e rischia di aggravare la situazione rispetto all’appuntamento amministrativo dell’anno prossimo. Richiamare l’anomalia italiana rispetto all’Europa, ove vi sono forti formazioni socialiste, sfiora il patetico, pur se è verità. In Italia non si vota né Zapatero né Rasmussen né Schulz né Hollande né Brown. Si vota in italiano, appunto!
La riflessione dei socialisti, quindi, deve partire dalla realtà. Questa ci dice che la Costituente non c’è più; ci dice che essa non può essere pensata a se stante dal momento che il voto ha cancellato anche la sinistra nel suo complesso. Tale dato di fatto non può essere ignorato. Esso rimodula il tutto poiché i socialisti devono anche dire qual è il loro possibile apporto specifico nella ricostruzione della sinistra.
Realisticamente, continuano a non esserci le condizioni per una formazione unica – una grande socialdemocrazia di sinistra - cui sarebbe necessario, invece, pensare, dopo il naufragio della Sinistra Arcobaleno.
Verso quest’area occorre posizionarsi. Anzi occorre farlo ancor prima di prendere le misure rispetto al Pd se non vogliamo che chi è socialista e vuol rimanere saldamente a sinistra, non decida di transitare verso la propria sinistra.
I problemi che si pongono sono tanti: tutti difficili e complessi. La “qualità” della nostra sconfitta ci impone di affrontarli in modo serio e ponderato anche per evitare che la cancellazione della Costituente – che ha preso meno voti di quelli raccolti dallo Sdi – non segni la fine della speranza.
Il congresso, quindi, va fatto. Ma occorre più tempo rispetto alla scadenza avanzata da Boselli. Ed esso non può essere un affare di un gruppo dirigente che ha portato a casa meno dell’uno per cento.
Infine, segnaliamo l’esigenza di profilare la natura ideologica del socialismo che vogliamo rappresentare. Per favore, non ci si venga a dire che le ideologie sono finite ed altre balle del genere. Non esiste nessuna politica, in qualunque modo essa si posizioni, che possa prescindere da un “ragionamento sulla rappresentazione” delle cose con le quali essa vuol misurarsi.
Questa esigenza non può essere liquidata ricorrendo semplicemente al termine “riformismo” che indica un metodo e quindi non significa nessun contenuto. La nostra necessità di rappresentarci le cose, ripensata oggi, nel mondo del XXI secolo, è socialista in quanto e per quanto sappia affrontare la natura di questo capitalismo barbarico della globalizzazione. Se non se ne possono contrastare i motivi, certo non se ne possono però nemmeno subire gli effetti pesantissimi di squilibrio sociale, di paura e di carica antisolidaristica.
Non esistono ricette di un “socialismo universalistico”, ma i documenti dell’ultimo congresso del PSE delineano una visione interpretava generale, una significativa presa di coscienza della realtà.
Se poi di riformismo si vuol parlare, allora va precisato che noi socialisti dobbiamo dire con chiarezza come intendiamo il ruolo dello Stato. Norberto Bobbio ricordava spesso che chi è socialista non può prescindere dal ruolo dello Stato per attuare politiche di intervento riequilibratore. E allora il tempo degli spasimi rosapugneschi verso l’agenda Giavazzi è non solo finito, ma ha senso nemmeno alla stregua di un ricordo.
Proprio in questi giorni i socialisti francesi - che avranno pure perso con Segolene Royal l’Eliseo, ma hanno successivamente dimostrato come una candidatura sbagliata non abbia indebolito il partito, dati i risultati delle elezioni legislative e, poi, di quelle amministrative. Perché si sono messi a scrivere una nuova dichiarazione di principi del PS? Pensiamo perché sentono la necessità di aggiornare la natura ideologica del partito e, in quanto tale passaggio diviene imprescindibile, anche per dare vita ad azioni politiche che, com'è nella logica della democrazia, vedranno aprirsi un confronto interno tra chi si posiziona a sinistra, chi al centro e chi alla destra. Ma il senso storico-politico del PSF è motivato e salvaguardato.
Noi pensiamo di dribblare qualcosa del genere?
Perciò, alle dimissioni di Boselli dovrebbe ora seguire la presa d’atto dell’inutilità del cosiddetto “Comitato promotore” il quale, come ultimo atto, dovrebbe cedere le stanze ad un “Gruppo di emergenza” formato da chi si ritiene abbia idee, esprima rappresentanza sociale, testimoni di quella che è la presenza socialista sul territorio per impostare il format del congresso da qui a dopo l’estate, con l’obbiettivo di arrivare a celebrare l’evento, caso mai, entro l’anno.
Occorre che se ne sia davvero coscienti: il voto ha cancellato la Costituente con tutto quanto vi si era accomodato. Il primo compito politico non è quello di contare le tessere, ma di ricreare le ragioni di una comunità politico-ideale attraverso un’introspezione che vada nel profondo e abbia come obbiettivo la costruzione di un PS legato a tre momenti essenziali di lavoro ed impegno: la questione socialista, quella della sinistra e quella della democrazia italiana.

